Cornelius a Lapide

Esodo I


Indice


Argomento: Introduzione all'Esodo

Questo libro, dal principale argomento del suo contenuto, fu chiamato dapprima dai Greci, e poi dai Latini, Esodo, cioè uscita (poiché narra l'uscita di Mosè e degli Ebrei dall'Egitto verso la terra promessa di Canaan), così come la Genesi, il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio furono denominati dai Greci e dai Latini in base all'argomento che ciascuno di questi libri tratta. Presso gli Ebrei infatti nessuna nomenclatura corrisponde a questi titoli; essi piuttosto designano ciascun libro dalle sue parole iniziali, sicché chiamano l'Esodo veelle scemot, cioè «e questi sono i nomi», perché l'Esodo inizia in questo modo.

L'autore è Mosè; il quale, come nella Genesi, dopo aver descritto la creazione e la propagazione del mondo, e poi tralasciata la storia delle altre nazioni, descrisse soltanto la storia, l'origine e la propagazione del proprio popolo ebreo — cioè del popolo fedele disceso da Abramo, Isacco e Giacobbe — così qui nell'Esodo prosegue la medesima.

Pertanto, riprendendo qui la storia dei Patriarchi e degli Ebrei dalla morte di Giuseppe, con la quale aveva terminato la Genesi, Mosè la continua fino al secondo anno dopo l'uscita degli Ebrei dall'Egitto, come risulta dall'Esodo, ultimo capitolo, versetti 1 e 15.

L'Esodo abbraccia dunque le gesta di 145 anni. Che sia così risulta evidente; infatti dalla morte di Giuseppe alla nascita di Mosè trascorsero 64 anni. Mosè, a 80 anni di età, condusse il popolo fuori dall'Egitto, e nell'anno seguente eresse il tabernacolo, con la cui erezione si conclude l'Esodo; se infatti sommi 64 a 80 e aggiungi un altro anno successivo, otterrai i suddetti 145 anni.

A questo proposito, e quindi per l'intera cronologia dell'Esodo, si noti che gli Ebrei dimorarono in Egitto non 430 anni, come alcuni vogliono, ma soltanto duecentoquindici anni: cosicché dalla discesa di Giacobbe in Egitto, avvenuta nell'anno 130 di Giacobbe, 39 di Giuseppe, fino all'uscita di Mosè e degli Ebrei dall'Egitto, trascorsero soltanto 215 anni. Che sia così lo dimostrerò al capitolo XII, versetto 40. Da questa discesa alla morte di Giuseppe trascorsero 71 anni: questa discesa avvenne infatti nell'anno 39 di Giuseppe, e Giuseppe visse fino all'età di 110 anni. Di nuovo, dalla nascita di Mosè all'uscita degli Ebrei dall'Egitto trascorsero 80 anni.

Ne consegue che il tempo intermedio trascorso dalla morte di Giuseppe alla nascita di Mosè fu di 64 anni. Infatti se sommi i 64 anni agli 80 anni di Mosè e ai 71 di Giuseppe che trascorsero dalla discesa di Giacobbe in Egitto alla morte di Giuseppe, otterrai e completerai i suddetti 215 anni trascorsi da questa discesa all'uscita.

Erra dunque Trogo Pompeo, o piuttosto Giustino, nel libro XXXVI, dove riferisce che Mosè fu figlio di Giuseppe. Erra anche Giuseppe Flavio, il quale nel libro I Contro Apione asserisce che Giuseppe morì prima di Mosè di quattro generazioni, ovvero 470 anni; va infatti corretto in 64 anni, come ho detto.

Da quanto detto risulta che l'Esodo abbraccia la storia dall'anno del mondo 2310, in cui morì Giuseppe, fino all'anno del mondo 2454, in cui avvenne l'uscita di Mosè e degli Ebrei dall'Egitto: anzi, fino all'anno seguente 2455, in cui fu eretto il tabernacolo.

Mosè dunque nell'Esodo narra: primo, la morte dei Patriarchi, cioè dei figli di Giacobbe, e la dura oppressione e servitù degli Ebrei che ne seguì per mano degli Egiziani. Secondo, la nascita, le gesta e le piaghe d'Egitto per mezzo di Mosè. Terzo, l'attraversamento degli Ebrei per il Mar Rosso, con gli Egiziani sommersi in esso. Quarto, che la manna piovve sugli Ebrei nel deserto, e che ivi trovarono abbondanza d'acqua, e sconfissero Amalec. Quinto, che Dio diede loro la legge sul Sinai e strinse un'alleanza con loro. Sesto, che gli Ebrei ruppero l'alleanza e adorarono il vitello, e perciò Mosè spezzò le tavole della legge e trucidò i trasgressori dell'alleanza. Settimo, si descrive la costruzione del tabernacolo e i suoi vari arredi. Pertanto il sommario dell'Esodo è: primo, le dieci piaghe d'Egitto; secondo, il Decalogo con i precetti giudiziali e cerimoniali; terzo, la costruzione del tabernacolo.

Inoltre tutte queste cose furono compiute e scritte a questo fine: Primo, affinché Dio adempisse ciò che aveva promesso ad Abramo, Genesi XVII, 7-8: «Stabilirò la mia alleanza tra me e te, per essere il tuo Dio e quello della tua discendenza dopo di te, e darò a te e alla tua discendenza la terra di Canaan.» Secondo, affinché, condotto il suo popolo fuori dall'Egitto e dagli idolatri, si formasse da esso una Chiesa sul Sinai. Terzo, affinché mostrasse quanta cura ha della sua Chiesa, e quanto è onnipotente e terribile nel punire i suoi nemici. Quarto, affinché desse una figura della nuova Chiesa e dei Cristiani, i quali dal paganesimo attraverso il battesimo, e attraverso molte tentazioni e lotte, e attraverso molti miracoli, con Cristo come guida, camminano verso la terra promessa nel cielo. Come dunque nella Genesi è registrata la storia della creazione del mondo, così nell'Esodo è registrata la storia e la figura della sua redenzione: cosicché giustamente Rabano scrisse che quasi tutti i Sacramenti della Chiesa presente sono prefigurati e rappresentati nell'Esodo.


Sinossi del capitolo

Un nuovo Faraone, non conoscendo Giuseppe, e temendo gli Ebrei che così crescevano, tenta di opprimerli. Primo, imponendo loro dei pesi; ma da ciò essi crescono ancor più. Secondo, versetto 15, ordinando alle levatrici di uccidere i maschi degli Ebrei; ma esse rifiutano l'impresa. Terzo, versetto 22, ordinando che siano annegati.


Testo della Vulgata: Esodo 1,1-22

1. Questi sono i nomi dei figli d'Israele che entrarono in Egitto con Giacobbe: ciascuno entrò con la sua famiglia: 2. Ruben, Simeone, Levi, Giuda, 3. Issacar, Zabulon e Beniamino, 4. Dan e Neftali, Gad e Aser. 5. Tutte le anime dunque che uscirono dal femore di Giacobbe erano settanta; e Giuseppe era in Egitto. 6. Morto lui, e tutti i suoi fratelli, e tutta quella generazione, 7. i figli d'Israele crebbero, e moltiplicandosi come germogli, e grandemente rafforzati, riempirono la terra. 8. Frattanto sorse un nuovo re sull'Egitto, che non conosceva Giuseppe; 9. e disse al suo popolo: Ecco, il popolo dei figli d'Israele è numeroso e più forte di noi. 10. Orsù, opprimiamolo con astuzia, perché non si moltiplichi, e se dovesse scoppiare una guerra contro di noi, si unisca ai nostri nemici, e, vinti noi, esca dalla terra. 11. E così pose su di loro dei capi dei lavori, per affliggerli con pesi: e costruirono per il Faraone le città-magazzino di Pitom e Ramesse. 12. E quanto più li opprimevano, tanto più si moltiplicavano e crescevano: 13. e gli Egiziani odiavano i figli d'Israele e li affliggevano, deridendoli: 14. e rendevano amara la loro vita con il duro lavoro dell'argilla e dei mattoni, e con ogni sorta di servitù con la quale erano oppressi nei lavori della terra. 15. E il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua, 16. ordinando loro: Quando farete da levatrici alle donne ebree, e sarà giunto il momento del parto: se è maschio, uccidetelo; se è femmina, conservatela. 17. Ma le levatrici temettero Dio, e non fecero come aveva comandato il re d'Egitto, ma conservarono i maschi. 18. Avendole convocate a sé, il re disse: Che cosa è questo che avete voluto fare, che avete conservato i maschi? 19. Esse risposero: Le donne ebree non sono come le egiziane: poiché hanno la perizia dell'ostetricia, e prima che arriviamo da loro, partoriscono. 20. Perciò Dio trattò bene le levatrici, e il popolo crebbe e si rafforzò grandemente. 21. E poiché le levatrici temettero Dio, edificò loro delle case. 22. Il Faraone dunque comandò a tutto il suo popolo, dicendo: Qualunque maschio nascerà, gettatelo nel fiume; qualunque femmina, conservatela.


Versetto 1: Questi sono i nomi

1. QUESTI SONO I NOMI — veelle scemot, «e questi sono i nomi»; dove la parola «e» sembra congiungere questa storia dell'Esodo con la fine della Genesi e continuarla. Un tempo infatti il Pentateuco era un unico libro continuo, che i posteri divisero poi in cinque sezioni o libri. Si aggiunga che il vav ebraico ricorre spesso come pleonasmo, servendo soltanto da ornamento, specialmente all'inizio di una frase o proposizione. Perciò anche Ezechiele inizia così: «E avvenne nell'anno trentesimo»; dunque la parola «e», presso gli Ebrei, è spesso soltanto un segno dell'inizio del discorso e introduce una frase.

CIASCUNO ENTRÒ CON LA SUA FAMIGLIA. — «Famiglie», cioè figli e nipoti: poiché «casa» presso gli Ebrei significa spesso discendenza, perché essa è come l'edificio del padre: così il Signore promise a Davide che gli avrebbe dato una casa, cioè una discendenza reale (2 Re VII, 11). E che avrebbe rovesciato la casa, cioè la stirpe reale, di Acab (3 Re XXI, 29). Così Rachele e Lia edificarono una casa, cioè la stirpe d'Israele (Rut IV, versetto 11). Allo stesso modo usano «casa» anche i Greci, i Latini, i Francesi, i Fiamminghi, gli Spagnoli e gli Italiani. Perciò il Poeta: «Quando la casa di Assaraco dominerà su Argo vinta.»

In secondo luogo, «casa» è giustamente presa per metonimia come famiglia e l'intera economia domestica contenuta in una casa, nel modo in cui generalmente Aristotele intende «casa», libro I della Politica, capitolo I, quando dice: «La casa è una comunità economica, composta di marito, moglie, figli, servi, un bue e altri animali.» Perciò il Caldeo traduce: ciascuno entrò con gli uomini della sua casa, cioè con figli e servi, e le loro masserizie e beni domestici; poiché in realtà così avvenne, come risulta da Genesi XLVI, 8. Così Procopio, Beda e Sant'Agostino qui, nella locuzione 1.


Versetti 2 e 3: Ruben, Simeone, ecc.

2, 3. RUBEN, SIMEONE, ecc. BENIAMINO. — Questo non è l'ordine di nascita: poiché così Beniamino, essendo il più giovane, dovrebbe essere l'ultimo; è piuttosto l'ordine del letto coniugale. I primi sei infatti sono figli della prima moglie di Giacobbe, cioè Lia; il settimo, Beniamino, è figlio della seconda moglie di Giacobbe, Rachele; i due figli seguenti sono della terza moglie, cioè la serva Bila; gli ultimi due sono figli della quarta, cioè Zilpa.


Versetto 5: Tutte le anime erano settanta

5. TUTTE LE ANIME DUNQUE CHE USCIRONO DAL FEMORE DI GIACOBBE ERANO SETTANTA. — «Anime», cioè persone; è una sineddoche. I Settanta traducono: «tutte le anime uscite dal femore di Giacobbe erano settanta». Dove è chiaro che «anime» è preso per «persone». È infatti certo che l'anima umana non esce dal femore, né sorge dalla trasmissione dei genitori: per suggerire il che, il nostro traduttore rese chiaramente «le anime di coloro che uscirono», ecc. L'ebraico può essere tradotto in entrambi i modi, ma meglio nel secondo, con il nostro traduttore e il Caldeo.

Qui si stabilisce il numero degli Ebrei che entrarono in Egitto, cioè che erano 70, affinché quella mirabile fecondità di seme in moltiplicazione, promessa al patriarca Abramo (Genesi XIII, 16 e Genesi XV, 5), si veda come verissimamente adempiuta da Dio, poiché nei 215 anni in cui vissero in Egitto, crebbero talmente di numero che, oltre ai bambini e alle mogli, seicentomila fanti furono contati all'uscita (capitolo XII, versetto 37).

SETTANTA — se si contano Giuseppe con i suoi due figli, come risulta da Genesi XLVI. Pertanto ciò che Mosè aggiunge subito qui, «e Giuseppe era in Egitto», contiene un'eccezione, non da ciò che immediatamente precedeva, ma da ciò che aveva detto poco prima al versetto 1: «Questi sono i nomi dei figli d'Israele che entrarono in Egitto». Gli Ebrei infatti non si riferiscono sempre a ciò che immediatamente precede, ma spesso a ciò che è più in alto e più remoto. Il senso è dunque, come se Mosè dicesse: Al versetto 1, tra i figli di Giacobbe che entravano in Egitto, non contai Giuseppe, perché Giuseppe era già stato e si trovava in Egitto.


Versetto 6: Morto lui e tutta la sua parentela

6. MORTO LUI E TUTTA LA SUA PARENTELA. — «Parentela», cioè dei figli, sia propri sia dei fratelli, cioè i loro nipoti dai fratelli; che è la parentela più prossima e più stretta. Come per dire: Morti Giuseppe e i suoi fratelli, e i loro figli — cioè nella loro seconda generazione, ossia nei loro nipoti. Perciò l'ebraico per «parentela» è dor, cioè generazione, o età. Come per dire: Morta quella generazione o età, cioè morti quei settanta che erano entrati in Egitto con Giacobbe, allora immediatamente i figli d'Israele, che erano i figli e i discendenti di quei primi settanta, mirabilmente crebbero e si moltiplicarono.


Versetto 7: Come germogli

7. COME GERMOGLI. — In ebraico è veisretsu, cioè «brulicarono» come rane e pesci, la cui fecondità e moltiplicazione è prodigiosa, superiore a quella degli uccelli e degli animali terrestri: sia per l'abbondanza dell'umore, come dice Plinio (libro IX, capitolo II), sia perché si riproducono in tutte le stagioni dell'anno, come insegna Aristotele (libro VI Sugli animali, capitolo XVII). Si noti qui che il nostro traduttore talvolta impiega similitudini e metafore diverse da quelle dell'ebraico, quando la cosa è la stessa e il senso è il medesimo: specialmente se la sua espressione è più familiare o più chiara per noi di quella dell'ebraico, come questa del germogliare rispetto a quella delle rane e dei pesci. Ciò è infatti lecito, anzi si addice a un traduttore fedele. Inoltre la parola «germogliare» significa che si moltiplicarono come un germoglio, e quasi figli della terra, uscirono dalla terra in massa, e, come traduce Aquila, «strisciarono fuori».

Perciò i Settanta traducono: «e i figli d'Israele crebbero, e si moltiplicarono, e divennero abbondanti»: crebbero talmente che si diffusero per tutta quella terra, dice Teodozio, in greco chudaioi egenonto, che il traduttore di Origene rende: «furono riversati in gran moltitudine, e divennero fortissimi, e la terra li moltiplicava». Appropriatamente: poiché come da un solo grano di seme crescono molti steli, da uno stelo molte spighe, da una spiga molti grani, cosicché da un solo grano spesso ne nascono trecento e più — così da un solo patriarca, come Giuda, nascevano molti figli, da un figlio molti nipoti, da un nipote molti pronipoti, ecc., cosicché da un solo patriarca, entro cento anni, non centinaia ma migliaia di discendenti venivano generati, e un patriarca poteva radunare un esercito dai soli suoi figli e nipoti e condurlo in battaglia contro il nemico.

RAFFORZATI GRANDEMENTE — cresciuti di numero, che è l'immensa forza di un esercito o di un popolo. Mosè usa qui l'anadiplosi per significare l'innumerevole propagazione della sua nazione.

RIEMPIRONO LA TERRA — si intenda propriamente la loro terra, o quella loro assegnata, cioè la terra di Gosen.

Si domanda: donde una così grande moltiplicazione degli Ebrei — dalla natura o dal miracolo? Rispondo in primo luogo che non è da attribuirsi propriamente al miracolo: poiché naturalmente, se 70 persone continuamente generano, e queste altre, e quelle ancora altre, sempre per 215 anni, produrranno un numero immenso di discendenti. Perciò Diodoro Siculo insegna (libro III, capitolo II) che Nino, che cominciò a regnare verso l'anno 250 dopo il diluvio, condusse contro i Battriani un milione settecentomila fanti. Si veda quante persone si propagarono in 250 anni dai soli tre figli di Noè. Allo stesso modo dunque lo stesso poté accadere qui; e primo, perché poteva naturalmente accadere che tutte le donne ebree fossero feconde e partorissero ogni anno. Secondo, poteva accadere che cominciassero a partorire prematuramente presto, e cessassero molto tardi.

Terzo, gli Ebrei riferiscono, e l'Abulense non lo contesta, che partorivano due, tre, o anche quattro figli alla volta; anzi Aristotele, nel libro VII della Storia degli animali, capitolo IV, afferma che ciò è comune in Egitto, poiché dice così: «Mentre certi animali partoriscono singoli nati, altri ne partoriscono molti; il genere umano è nel mezzo, poiché per lo più le singole donne partoriscono singoli figli. Ma spesso, e nella maggior parte dei luoghi, producono anche gemelli, come è certo che avviene in Egitto; poiché in Egitto partoriscono tre e quattro alla volta; e in alcuni luoghi ciò avviene frequentemente; ma al massimo ne nascono cinque, e una certa donna in quattro parti ne produsse venti, partorendo cinque in ciascun parto, e la maggior parte di essi poté essere allevata e raggiungere l'età adulta.» Così dice Aristotele.

Rispondo in secondo luogo che questa fecondità e propagazione degli Ebrei non è da attribuirsi alla sola natura, ma alla singolare provvidenza, aiuto e concorso di Dio, con cui Egli assistette la natura, la nutrì e la rese più vigorosa e feconda. Ciò è provato dal fatto che gli Ebrei crebbero tanto anche mentre si trovavano nelle più grandi e continue fatiche e afflizioni, sia del corpo sia dell'anima — anzi, quanto più erano oppressi, tanto più crescevano. Ma questa oppressione e afflizione è contraria alla fecondità e produce sterilità, e questo è ciò che dice Sant'Agostino, libro XVIII della Città di Dio, capitolo VII: «Gli Ebrei crebbero, essendo stata divinamente resa feconda la loro moltiplicazione.»

Allegoricamente, Giacobbe che entra in Egitto con i suoi dodici figli significa Cristo che entra nel mondo con i suoi dodici Apostoli, e predica il Vangelo per tutto il mondo, dal quale dopo la morte di Giuseppe — cioè di Cristo — fu propagata un'innumerevole moltitudine di credenti. Così Sant'Agostino, sermone 48 Sui tempi.


Versetto 8: Sorse un nuovo re

8. SORSE UN NUOVO RE SULLA TERRA. — Chi fu costui? Il Gaetano pensa che non fosse egiziano d'origine, ma assiro. Lo argomenta da ciò che dice Isaia (LII, 4): «Il mio popolo scese in Egitto, e l'Assiro lo oppresse.» Ma il senso di quel passo è diverso, come ho spiegato in quel luogo.

In secondo luogo, altri con Eusebio pensano che fosse Mefre, che Eusebio pone come quarto re della XVIII dinastia, che è quella dei sovrani Politani: e aggiunge che nel primo anno del suo regno morì Giuseppe e cominciò l'afflizione degli Ebrei. Ma ciò contraddice la Scrittura qui, la quale asserisce che questa afflizione cominciò dopo la morte di Giuseppe e di tutti i suoi fratelli e dei loro figli. Ora Levi e altri fratelli e nipoti vissero a lungo dopo Giuseppe: dunque questa afflizione degli Ebrei cominciò molto dopo la morte di Giuseppe.

In terzo luogo, altri pensano che fosse Ramesse, dal fatto che da lui, a quanto pare, prese il nome la città di Ramesse, che gli Ebrei costruirono per suo ordine durante questa afflizione. Ma Eusebio, Cirillo e altri riferiscono che Ramesse regnò molto dopo Mosè.

In quarto luogo, Gerardo Mercatore chiama questo re Armesesemiano, del quale dice che regnò per 66 anni e cominciò a regnare cinque anni prima della nascita di Mosè.

In quinto luogo, l'Abulense, Pererio, Torniello e altri più probabilmente pensano che fosse Amenofi, il quale fu in effetti il settimo nella XVIII dinastia dei sovrani Politani. Alcuni pensano che fosse Memnone la pietra parlante, la cui statua emise una voce fino ai tempi di Cristo: poiché quando un raggio del Sole al suo sorgere colpiva questa statua e raggiungeva la sua bocca, allora essa parlava alla maniera e al modo degli uomini. Poiché Eusebio riferisce che Mosè nacque nel diciottesimo anno del suo regno; e questa afflizione degli Ebrei cominciò poco prima della nascita di Mosè. È chiamato «re nuovo», non perché fosse di una dinastia diversa, ma perché era di una famiglia diversa rispetto ai re precedenti che avevano onorato Giuseppe, dice Giuseppe Flavio; oppure è chiamato «re nuovo» in ragione di un diverso e nuovo carattere, abitudini, costumi e governo — diverso, dico, dai re precedenti che avevano trattato con benevolenza Giuseppe e gli Ebrei.

Allegoricamente, il re antico è Dio, il re nuovo è il diavolo, che afflisse i fedeli in tre modi: primo, con violenza, attraverso le dieci persecuzioni degli Imperatori Romani; secondo, con sapienza, attraverso i filosofi e gli eretici; terzo, con astuzia e allettamento, attraverso le lusinghe e i piaceri, come fa ora, ottenuta la pace della Chiesa. Si vedano Ruperto e Sant'Agostino, sermone 84 Sui tempi. Così quell'Abate in Giovanni Mosco nel Prato spirituale, capitolo 144, soleva dire: «Non desideriamo servire ai piaceri egiziani, che ci rendono sudditi del Faraone, tiranno pernicioso.» Chi dunque serve al piacere si sottomette al Faraone, cioè al diavolo.

CHE NON CONOSCEVA GIUSEPPE. — Il Caldeo traduce: che non osservava i decreti di Giuseppe, ma introduceva nuove leggi e costumi, secondo il detto: Nuovo re, nuova legge.

Si veda qui quanto rapidamente l'oblio e l'ingratitudine si insinuano tra i mortali. Al re e agli Egiziani Giuseppe doveva la salvezza dell'Egitto nella carestia; inoltre Giuseppe aveva acquistato per il re una quinta parte dei proventi di tutto l'Egitto come diritto perpetuo, sfamando il popolo durante la carestia; ma «rapidamente ciò che non si vede, e (come dice Pindaro) un vecchio beneficio è consegnato all'oblio e quasi al sonno»: poiché gli uomini iscrivono i benefici nella polvere, ma le offese nel marmo — anzi le scolpiscono, come soleva dire il Beato Tommaso Moro. Quante volte anche oggi nelle città, nei regni e nelle congregazioni sperimentiamo quel detto: «Sorse un nuovo re che non conosceva Giuseppe!» Impara dunque ciò che diceva lo stesso Moro: «Questo mondo non è solito, ingrato com'è, ricompensare secondo il merito le azioni buone e lodevoli, né è in grado di farlo, anche quando è grato». Voi dunque che cercate il favore dei principi, ascoltate le parole di Wolsey, il quale fu la causa del divorzio del re Enrico VIII d'Inghilterra da Caterina, e in seguito incorse nella suprema indignazione del re: «Io», disse, «poiché non cercai il favore di Dio ma quello del re, ho perciò perduto la grazia di Dio e non ho ottenuto quella del re.»

Conoscemmo recentemente in Belgio un cortigiano primario, il quale era stato intimo di un certo principe vicino per molti anni, e nel massimo favore; ma in seguito, per un motivo futile, cadde da tutta la sua grazia. Ritiratosi dalla corte, cominciò a filosofare più profondamente e a dedicarsi a Dio e alla propria anima, e allora soleva dire ripetutamente: Per esperienza ho imparato quanta differenza vi sia tra i servigi resi a un principe e i servigi resi a Dio; e di nuovo, quanta differenza vi sia tra il favore dei principi e il favore di Dio. Ho infatti imparato e visto che servigi grandi e numerosi resi a un principe sono rapidamente consegnati all'oblio e scarsamente ricompensati; ma se offendi il principe anche lievemente, ho visto che ciò resta riposto nel profondo dell'animo e viene severamente vendicato. Ma i servigi, anche piccoli, resi a Dio, ho imparato che sono conservati nella sua eterna memoria, e da Lui ricompensati con grandi ed eterni premi; mentre le offese contro di Lui, anche gravi, sono così cancellate da una lieve penitenza che Egli stesso immediatamente dimentica ogni offesa e liberamente condona la pena.

Questo è ciò che dice il Comico: Se fai qualcosa di buono, la gratitudine è più leggera di una piuma; se qualcosa va storto, portano un'ira di piombo.

Giustamente dunque esclama San Bernardo, lettera 107: «O secolo malvagio, che è solito benedire i propri amici soltanto in modo da renderli nemici di Dio! Aman trovò favore presso il re Assuero; questo favore gli procurò la croce: Achitofel trovò favore presso Assalonne; questo gli portò il capestro.»


Versetto 10: Orsù, opprimiamolo con astuzia

Si può domandare, in secondo luogo, perché Dio permise che gli Ebrei fossero oppressi da una così dura e lunga servitù in Egitto? Ruperto risponde che furono giustamente gettati in quel carcere nel quale avevano mandato il fratello Giuseppe; ma quello fu il peccato dei padri, non dei loro figli. Rispondo dunque, primo, perché alcuni di essi avevano assorbito gli empi costumi e l'idolatria degli Egiziani; che gli Ebrei adorarono Api e gli idoli in Egitto lo insegna Ezechiele, capitolo 23, versetto 7; e San Girolamo e Teodoreto lo insegnano espressamente nello stesso luogo. Perciò anche poco dopo fabbricarono il vitello d'oro, quasi fosse l'Api egiziano, sul Sinai; perciò anche Mosè tante volte proibisce e condanna l'idolatria nel Pentateuco. Così dice Aben Ezra. Questa servitù fu dunque un castigo per il peccato. Secondo, con questa servitù come pungolo, Dio volle stimolarli affinché si allontanassero dall'Egitto e dagli Egiziani e si dirigessero verso Canaan, che aveva loro destinato. Terzo, affinché attraverso questa servitù fosse data agli Ebrei l'occasione e il giusto titolo di spogliare l'Egitto, e così arricchirsi. Quarto, affinché attraverso la medesima fosse data l'occasione di compiere i più numerosi e più grandi prodigi, cioè le 10 piaghe d'Egitto, con le quali Dio volle rendere nota a tutto il mondo la sua potenza e la sua vendetta contro gli empi Egiziani, e la sua clemenza e cura paterna verso i suoi Ebrei. Quinto, affinché attraverso di essa purificasse, perfezionasse e glorificasse gli Ebrei; poiché quanto più erano oppressi, tanto più crescevano. Sesto, affinché con questo come fiele rendesse insipido il miele e le delizie dell'Egitto agli Ebrei che le agognavano, cosicché una volta partiti non desiderassero mai tornare in Egitto; poiché quanto gli Ebrei amassero le pentole dell'Egitto e desiderassero tornarvi risulta da Numeri 11,5 e capitolo 14,3.

PERCHÉ NON SI MOLTIPLICHI, E SE DOVESSE SCOPPIARE UNA GUERRA CONTRO DI NOI, SI UNISCA AI NOSTRI NEMICI, E, VINTI NOI, ESCA DALLA TERRA. — Si notino qui tre cause che spingevano gli Egiziani a opprimere gli Ebrei, cioè il timore, l'invidia e l'odio. Primo, il timore che, scoppiata una guerra, si unissero ai nemici degli Egiziani, e, vinti e spogliati quelli, uscissero verso la terra loro promessa da Dio, cioè Canaan. Poiché gli Ebrei si vantavano di ciò come promesso da Dio ad Abramo e a loro stessi, e perciò gli Egiziani li temevano. Secondo, l'invidia, perché vedevano di essere superati dagli Ebrei stranieri in prole numerosa, bella, robusta, ingegnosa, e in altri doni dell'animo e del corpo di cui erano dotati e nei quali eccellevano. Terzo, l'odio concepito dalla diversità di religione, indole e costumi: poiché gli Egiziani adoravano il loro Api ossia il bue e altri animali, mentre gli Ebrei adoravano l'unico vero Dio; perciò gli Ebrei sacrificavano e mangiavano buoi e pecore, cosa che gli Egiziani abominavano.

Ma Giuseppe Flavio, che aggiunge una quarta causa di odio — cioè questa, che un certo indovino aveva predetto agli Egiziani che sarebbe presto nato tra gli Ebrei uno che, se fosse giunto a maturità, avrebbe rovesciato il potere degli Egiziani, ma avrebbe mirabilmente accresciuto e fatto prosperare le cose degli Ebrei — questi era Mosè.

10. ORSÙ, OPPRIMIAMOLO CON ASTUZIA. — L'ebraico ha: orsù, siamo saggi contro di lui, o contro di lui; i Settanta hanno katasophisometha autous, agiamo con astuzia contro di loro: poiché vi è una sapienza e prudenza che viene dall'alto da Dio, un'altra che è terrena e diabolica (quale era questa), Giacomo 3,15. Certamente non era con questa legge, fine e intenzione che il Faraone aveva ammesso gli Ebrei nel suo regno.

Si può domandare: quando cominciò questa oppressione degli Ebrei? Primo, Eusebio nel Chronicon pensa che cominciasse subito dopo la morte di Giuseppe, e di conseguenza durasse 144 anni; tanti sono infatti gli anni dalla morte di Giuseppe all'uscita dall'Egitto. Ma questo è un errore: poiché Mosè dice qui che cominciò dopo la morte di Levi e di tutti i fratelli e dell'intera parentela, di cui molti vissero a lungo dopo Giuseppe. Secondo, gli Ebrei nel Seder Olam pensano che cominciasse alla morte di Levi, e durasse 116 anni; ma anch'essi errano sia nel primo sia nel secondo punto: dalla morte di Levi all'uscita dall'Egitto trascorsero non 116 ma 121 anni. Terzo, Torniello pensa che cominciasse all'inizio del regno di Amenofi e durasse 106 anni. Quarto, Pererio pensa che durasse 87 anni.

Rispondo e dico che cominciò poco prima della nascita di Mosè e durò circa 90 anni — cioè cominciò 18 anni prima di Mosè e continuò 88 anni durante la vita di Mosè; poiché nell'ottantesimo anno della sua vita, Mosè condusse gli Ebrei fuori da essa e dall'Egitto. Ciò risulta evidente, primo, dal fatto che cominciò dopo la morte di Giuseppe, dei suoi fratelli e dell'intera prima generazione; ed è accertato che Levi, il quale era solo 4 anni più vecchio di Giuseppe, visse 137 anni, come risulta dal capitolo 6, versetto 16. Levi dunque visse 23 anni dopo la morte di Giuseppe; e dalla morte di Giuseppe alla nascita di Mosè trascorsero 64 anni; dunque dalla morte di Levi a Mosè trascorsero 41 anni. Di nuovo, Caat figlio di Levi visse 133 anni, come risulta dal capitolo 6, versetto 18. Se si suppone che fosse nato nel ventesimo anno di Levi, ne consegue che sopravvisse a suo padre Levi di 16 anni, cosicché dalla morte di Caat a Mosè trascorsero soltanto 25 anni. Di nuovo, dopo Caat sembrano essere vissuti e morti Perez e altri che erano bambini quando entrarono in Egitto; ma questa afflizione cominciò dopo la morte di Levi, Caat e degli altri 70 che erano discesi da Canaan con Giacobbe in Egitto; anzi, dopo la loro morte iniziò per la prima volta quella moltiplicazione degli Ebrei di cui si parla al versetto 7, che suscitò questa invidia e l'odio del nuovo re, per affliggerli. Dopo Caat dunque sembrano essere trascorsi circa 45 anni, durante i quali in parte morirono i superstiti dei primi 70, e in parte gli Ebrei crebbero con numerosa prole: cosicché l'invidia e la persecuzione degli Egiziani contro gli Ebrei cominciò circa un decennio prima della nascita di Mosè. Ciò, in secondo luogo, è provato dal fatto che questa persecuzione degli Ebrei cominciò intorno alla nascita di Maria, sorella di Mosè, la quale fu perciò chiamata Maria, cioè amarezza, come riferiscono gli Ebrei; e Maria era di circa un decennio più anziana di Mosè. Poiché ella custodì il piccolo Mosè quando fu esposto, e procurò che fosse allattato e allevato, come risulterà dal capitolo 2. Aveva dunque allora facilmente circa dieci anni.


Versetto 11: Pose su di loro dei capi dei lavori

In ebraico, capi dei missim, cioè dei tributi — non di denaro, ma di mattoni, affinché ciascuno versasse la sua quota giornaliera di lavoro. Giustamente dunque il nostro Traduttore rende «capi dei lavori»; perciò anche i Settanta tradussero epistatas ton ergon, cioè sovrintendenti dei lavori. Costoro non erano infatti come architetti che dirigono una costruzione, ma come imperiosi aguzzini, dice Filone, che incalzavano il lavoro, e ciò per indebolire le forze degli Ebrei e per esaurire e prosciugare attraverso il lavoro eccessivo la loro capacità di generare e propagarsi: affinché cioè coloro che erano schiacciati dalle tribolazioni, essendo la vita stessa divenuta penosa, non avessero più desiderio del piacere coniugale.

Quanto è vero ciò che quel giovane in San Girolamo, nella Lettera a Rustico, tentato dalla lussuria e falsamente accusato ogni giorno del crimine di fornicazione commesso (l'Abate segretamente organizzando ciò per la vittoria sulla tentazione), disse: «Non è lecito vivere, e sarà lecito fornicare?»

Si ascolti Filone, nel libro I della Vita di Mosè, che descrive questa amara servitù degli Ebrei: «Il re», dice, «costringeva a lavori servili uomini che non erano soltanto liberi di nascita, ma ospiti. Secondo, imponeva loro pesi più gravosi di quanto potessero sopportare, accumulando lavoro su lavoro. Terzo, se qualcuno si sottraeva al lavoro per infermità, era giudicato reo di pena capitale. Quarto, ai lavori presiedevano gli uomini più crudeli e spietati, che perciò chiamavano aguzzini.» Quinto, per l'eccessivo lavoro e il calore, moltissimi erano colpiti e morivano di peste: e gli Egiziani li gettavano fuori insepolti, dice Filone. Sesto, Eupolemo aggiunge, in Eusebio libro IX della Preparazione evangelica, che il re ordinò che gli Ebrei fossero vestiti con abiti diversi dagli Egiziani, affinché li esponesse alla derisione e alla vessazione di tutti, e che perciò quel re fu punito da Dio e morì tormentato dall'elefantiasi.

DEI LAVORI. — Quali erano questi lavori imposti agli Ebrei dagli Egiziani? Rispondo: Il primo lavoro era formare il fango in mattoni, come risulta dal versetto 14. Il secondo, costruire le città di Pitom e Ramesse, come qui si dice. Il terzo, dividere il Nilo in molti canali per irrigare i singoli campi e prati, e circondare i canali con argini. Così dice Giuseppe Flavio, il quale, quarto, attribuisce le insensate costruzioni delle piramidi agli Ebrei. Infine, al versetto 14, la Scrittura dice che servivano in ogni servitù nei lavori della terra.

Moralmente, San Bernardo nelle Sentenze dice: «I capi dei lavori del Faraone sono tre: il fetido ardore della lussuria, la feroce furia della selvaggia avarizia, e il nocivo appetito della vanagloria.»

E COSTRUIRONO CITTÀ-MAGAZZINO. — Procopio è l'autorità che anche Aquila tradusse così; il Caldeo traduce città dei tesori, cosicché l'ebraico miskenot da sachan sarebbe lo stesso del latino censere e census, per metatesi. I Settanta traducono poleis ochuras, cioè città fortificate; Oleastro traduce città chiuse, o città per immagazzinare, cioè armi, o qualunque altra cosa. L'ebraico miskenet propriamente significa granai, depositi, magazzini, come traduce Vatablo e altri.

Queste città erano dunque come granai (perciò il nostro Traduttore rende «magazzini») del regno, nei quali si conservavano grano, olio, vino pubblici, ecc.: poiché queste erano le ricchezze e i tesori degli Egiziani; e perciò queste città erano fortificate e chiuse, come traducono i Settanta e altri.

I Settanta aggiungono che gli Ebrei costruirono Eliopoli. Ciò è sospetto a San Girolamo nei suoi Luoghi ebraici, perché Eliopoli era già stata costruita prima, come risulta da Genesi 41,43. Ma si può rispondere che questa era una diversa Eliopoli; oppure, se era la stessa, che era stata distrutta da qualche accidente e ricostruita dagli Ebrei, o così ampliata da sembrare una nuova città.

Tropologicamente, Pitom in ebraico significa lo stesso di bocca mancante, o bocca dell'abisso. Ramesse significa agitazione o calpestamento della tarma. Il Faraone, cioè il diavolo, comanda che queste siano costruite, affinché il peccatore alla morte oda con Lucifero quel detto di Isaia 14,11: «Sotto di te si stende la tarma, e i vermi sono la tua coperta.» Si vedano Origene e Ruperto. Perciò anche San Bernardo nelle Sentenze dice: «Triplice è il rifugio degli empi: la lezione della falsità ingannatrice, che è Pitom; la fortezza della potenza mondana, che è Ramesse; la sembianza della giustizia simulata, che è la Città del Sole. Queste il Faraone comanda di edificare.»

AL FARAONE. — Nota: Tutti i re d'Egitto sono chiamati Faraoni, così come tutti gli Imperatori Romani sono chiamati Cesari. Si domanda: donde questo nome? Primo, alcuni pensano che i Faraoni fossero così chiamati da Faro, un'isola dell'Egitto; secondo, altri dicono: Faraone, dicono, in ebraico significa lo stesso di libero, nudo, spedito (dalla radice para, cioè spogliò, rese pronto), e da questo sembra derivare il termine latino Barone; i re dunque erano chiamati Faraoni quasi Baroni, cioè liberi principi e signori.

Ma Faraone è un nome egiziano, non ebraico. Terzo, altri pensano che i re d'Egitto fossero chiamati Faraoni dal loro primo re di nome Faraone, così come in seguito gli stessi re furono chiamati Tolomei dal primo Tolomeo, figlio di Lago, al quale Alessandro Magno assegnò l'Egitto. Ma poiché di un primo re che fosse chiamato Faraone come nome proprio non leggiamo in nessun luogo, perciò, quarto, sembra più verosimile che Faraone sia un titolo di dignità, come tra noi il nome Augusto. Così dice Eusebio nel Chronicon, e Giuseppe Flavio, il quale insegna espressamente nel libro VIII delle Antichità, capitolo 6, che Faraone in egiziano significa re: «Faraone dunque», dice Giuseppe Flavio, «è un nome di onore e di principato, con cui furono chiamati tutti i re d'Egitto, da quel Mineo che fondò Menfi e che precedette Abramo di molti anni, fino ai tempi di Salomone, per milletrecento anni: poiché dopo il suocero di Salomone, il Faraone, nessun re d'Egitto fu più chiamato con questo nome.» Fin qui Giuseppe Flavio, il quale in quest'ultima sua affermazione si sbaglia; poiché risulta dai Libri dei Re, da Ezechiele e da Geremia che dopo i tempi di Salomone esistette il Faraone Necao, che uccise Giosia, e il Faraone Cofra, e che altri re d'Egitto sono ovunque chiamati Faraoni fino alla cattività babilonese.

PITOM E RAMESSE. — Queste città si trovavano ai confini del regno. Poiché si racconta che gli Ebrei partirono da Ramesse verso Succot nel capitolo 12,37. Ramesse forse prese il nome dalla terra di Ramesse in Gosen, che il Faraone diede agli Ebrei come dimora, Genesi 47,11. Così dice San Girolamo (o chiunque ne sia l'autore: poiché a Smirne viene citato lo stesso San Girolamo) nei suoi Luoghi ebraici; o certamente, come sostiene l'Abulense, da questa città di Ramesse l'intera regione fu chiamata Ramesse: cosicché in Genesi 47,11 la terra è chiamata Ramesse per prolessi, la quale in seguito fu denominata Ramesse da questa città. L'Abulense e altri dicono che questa città fu poi chiamata Città di Eroopoli. Perciò in Genesi 46,28-29, dove si racconta che Giuseppe andò incontro al padre Giacobbe in Gosen, ovvero Ramesse, i Settanta hanno «alla Città di Eroopoli». Essi giudicano anche che la stessa fu poi chiamata il distretto di Arsinoite, e infine Tebe e la Tebaide, celebre per i suoi numerosi monaci e monasteri: benché Adricomio distingua tutti questi luoghi e ponga tre diverse città, cioè Ramesse, Tebe e la Città di Eroopoli. Il Targum di Gerusalemme traduce erroneamente Pitom e Ramesse come Tanis e Pelusio. Gli Ebrei riferiscono che i Giudei lavorarono così pigramente in queste città che i nomi divennero proverbiali; poiché dicono del pigro: «È un Pitom e Ramesse».


Versetto 12: Quanto più li opprimevano, tanto più si moltiplicavano

12. E QUANTO PIÙ LI OPPRIMEVANO, TANTO PIÙ SI MOLTIPLICAVANO. — Sant'Agostino osserva, nel libro XVIII della Città di Dio, capitolo 6, che ciò accadde non per via naturale, ma per virtù divina; poiché la natura, inaridita, compressa e repressa dall'eccessivo lavoro e dall'angoscia, non poteva fornire l'umore e lo spirito vitale necessari a generare tanti figli: e così quanto più il corpo e l'anima erano gravati dalla fatica e dall'afflizione, tanto più erano inadatti alla procreazione. Dio qui adempie la sua promessa fatta ad Abramo, anche se deve essere mutato l'ordine delle cose che una volta aveva stabilito, affinché tutti gli Israeliti imparino a riporre la più salda speranza nella sua altissima provvidenza. Di nuovo, si veda qui come la virtù cresca quando è agitata dalle avversità, la quale languisce e appassisce nella prosperità. Le parole ebraiche indicano ciò più chiaramente, poiché invece di «si moltiplicavano» hanno iiphrots, cioè erompevano. Poiché come l'acqua o un fiume, quanto più è ristretto e confinato, tanto più lotta fuori con maggiore forza e abbondanza, rompendo argini e barriere ed erompendo: così anche qui i figli d'Israele, schiacciati dagli Egiziani, si liberarono ed eruppero con maggiore forza e abbondanza.

Si impari moralmente qui che la servitù non nuoce ai pii e ai fedeli, ma li giova; e che coloro che servono Dio e sono sotto la sua cura, anche se sono schiavi, sono tuttavia liberi. Così Bione soleva dire: «I buoni schiavi sono liberi, ma i cattivi liberti servono a molti desideri»; e Sofocle disse: «Anche se il corpo è schiavo, la mente tuttavia è libera». Diogene, venduto in schiavitù, interrogato su cosa sapesse, rispose: «So comandare agli uomini liberi». E il compratore lo affrancò, e consegnandogli i propri figli disse: «Prendi i miei figli, ai quali puoi comandare». Aulo Gellio, libro II, ne è testimone; perciò Seneca nella lettera 28: «Chi disprezza la schiavitù», dice, «è libero in qualunque folla di padroni.» Terenzio fu uno schiavo, e imparò con un talento tutt'altro che servile, e scrisse commedie con uno stile tutt'altro che servile, con il quale si meritò sia la libertà sia un posto tra i capiscuola dei poeti. Platone, ridotto in schiavitù, poiché era filosofo fu più grande del suo compratore. L'animo è più grande di qualunque fortuna, e in un corpo di schiavo abita una mente libera. La Curia respinge lo schiavo, ma non la virtù, non l'operosità, non la fedeltà. Tirone fu schiavo di Cicerone, ma avendo ottenuto la libertà grazie a queste arti, lasciò ai posteri un elegante libro sui motti del suo patrono. Tra i fedeli, nobile fu Serapione l'eremita, che si vendette per un prezzo modesto affinché, divenuto schiavo, con la sua virtù e sapienza convertisse il suo padrone, e lo liberasse dalla schiavitù del peccato e lo conducesse alla vera libertà. Più nobile fu San Paolino, vescovo di Nola, che si consegnò come schiavo ai Vandali al posto del figlio di una vedova, e con la sua virtù e profezia ottenne dal re la libertà per tutti i suoi concittadini. Quel Malco, la cui vita scrisse San Girolamo, fu uno schiavo, la cui castità nel matrimonio fu difesa da un leone e rivendicata in libertà: poiché il leone uccise il padrone che inseguiva Malco nella fuga, e così Malco fuggì libero. Infine, quel detto di Catone, che Cicerone celebra, fu: «Solo il sapiente è libero.»


Versetto 13: Gli Egiziani odiavano i figli d'Israele

13. E gli Egiziani odiavano i figli d'Israele. — Come per dire: Di qui, ovvero per questa ragione li odiavano, perché evidentemente li vedevano crescere tanto; l'ebraico è jakutsu, cioè erano trafitti (poiché kots significa spina, perché punge), cioè dal dolore, dall'invidia, dall'angoscia, dalla tristezza, dal disgusto e dall'odio; e, come ha il Caldeo, erano tribolati e angosciati a causa dei figli d'Israele. Da ciò risulta che gli Egiziani invidiavano la crescita e la prosperità degli Ebrei, e che il loro odio nasceva non soltanto dal timore ma anche dall'invidia. Giuseppe Flavio lo insegna espressamente, e Davide nel Salmo 105,24-25.

E LI AFFLIGGEVANO, DERIDENDOLI. — L'ebraico è: e fecero servire i figli d'Israele con durezza, o crudeltà, cioè li trattarono e li fecero lavorare tirannicamente come schiavi: poiché è il colmo della tirannide e della crudeltà deridere colui che si opprime; giustamente dunque il nostro Traduttore rende «deridendoli».


Versetto 14: In ogni servitù nelle opere della terra

14. E IN OGNI SERVITÙ CON LA QUALE ERANO OPPRESSI NELLE OPERE DELLA TERRA. — L'ebraico è: in ogni opera del campo, cioè in ogni opera agricola, la loro servitù era dura e crudele, aspra e tirannica. Da ciò risulta che il Faraone distribuì gli Ebrei per tutto l'Egitto, affinché nei campi e nei villaggi servissero ovunque come contadini e schiavi, compiendo ogni lavoro agricolo, e impose loro i pesi più gravosi, e li costrinse a lavorare come asini.


Versetto 15: Il re disse alle levatrici degli Ebrei

Questa è la seconda tirannide e astuzia tirannica, maggiore della precedente servitù, lavoro e oppressione, con la quale il Faraone tenta di estinguere la prole della nazione ebrea, e ciò per opera delle levatrici, la cui arte normalmente preserva la vita della prole, dice Origene qui, Omelia 2.

Gli Ebrei e Sant'Agostino (libro Contro la menzogna, capitolo 15) pensano che queste levatrici fossero ebree. Ma sembra più verosimile che fossero egiziane. Così dicono Giuseppe Flavio, Ugo di San Vittore, l'Abulense, Oleastro e altri. Poiché il tiranno non avrebbe creduto facile persuadere donne ebree a infierire contro il proprio popolo. Di nuovo, le levatrici stesse indicano a sufficienza che servivano le donne egiziane nel parto e che erano egiziane, quando dicono: «Le donne ebree non sono come le egiziane: prima che arriviamo da loro (le donne ebree, cioè), partoriscono»; perciò la loro pietà fu tanto più lodevole.

UNA SI CHIAMAVA SIFRA, L'ALTRA PUA. — Queste due erano le più eminenti, e come le capi delle altre, per mezzo delle quali il Faraone fece comunicare il suo ordine alle restanti. I Giudei riferiscono, e da essi Lira, che queste due erano Iochebed e sua figlia Maria, cioè la sorella di Mosè; e che perciò Dio edificò loro due case, cioè la sacerdotale e la regale: poiché da Iochebed nacquero sacerdoti, cioè Mosè e Aronne; ma da Maria nacquero re, perché Maria sposò Caleb, un principe della casa di Giuda, nella quale era lo scettro e la famiglia reale. Ma queste sono favole e invenzioni dei Giudei: poiché, per tacere di altre obiezioni, Maria allora era soltanto una bambina di sei o sette anni al massimo — come dunque poteva essere levatrice?


Versetto 16: Quando sarà giunto il momento del parto

16. E QUANDO SARÀ GIUNTO IL MOMENTO DEL PARTO. — L'ebraico è: quando vedrete sugli obnaim. Obnaim è o il seggio della partoriente, come comunemente spiegano gli Ebrei; o piuttosto, poiché è un duale e discende dalla radice bana, cioè edificare, significa i due cardini del ventre, sui quali l'embrione è dapprima formato, così come un vaso di terracotta è formato sulla ruota del vasaio, la quale è perciò chiamata con una voce affine ophnaim. In secondo luogo, per i quali, come per porte, il bambino esce e viene alla luce: poiché il ventre è come un edificio, o la casa dell'embrione. Il significato è dunque: quando vedrete il bambino sugli obnaim, cioè sulle aperture dell'utero — cioè quando vedrete un bambino maschio uscire dal grembo materno. Perciò i Settanta traducono: quando farete da levatrici alle donne ebree, e saranno sul punto di partorire; e Vatablo rende chiaramente: quando le vedrete nel parto partorire un figlio. Da ciò risulta che queste levatrici ricevettero l'ordine di uccidere i maschi degli Ebrei non dopo il parto, ma durante l'atto stesso del parto: soffocandoli, comprimendoli, strangolandoli di nascosto, affinché le madri celassero la cosa, come se esse stesse avessero partorito neonati morti o morenti — un piano astuto davvero, perché le madri non percepissero l'inganno e potessero prendere precauzioni. Così dicono l'Abulense e Lipomano.

Inoltre è certo che prima che il bambino sia completamente uscito, si può discernere il suo sesso, poiché i medici insegnano che anche molto prima ciò può essere congetturato da certi segni: per esempio, se vi sono molti e forti movimenti del feto nell'utero, è segno che è un maschio; di nuovo, se la madre ha un buon colorito; se il bambino è sul lato destro, perché quella parte è più calda e più forte per la vicinanza del fegato, ecc. Così dicono Galeno e Ippocrate, libro V, aforismi 42 e 48.

Ecco per quali gradi cresce l'empietà del re: primo, volle impedire il concepimento attraverso il lavoro e l'oppressione dei genitori; secondo, tenta di distruggere il parto; terzo, al versetto 22, trama di annegare la prole già nata.

Così tropologicamente il diavolo, primo, è solito distogliere un'opera eroica dall'essere compiuta; secondo, se non può fare questo, tenta di corromperla mentre viene compiuta; terzo, se non può neppure questo, si adopera per rovesciarla dopo che è stata compiuta.

SE È MASCHIO, UCCIDETELO. — La levatrice può facilmente e segretamente farlo. Poiché, come dice Aristotele nel libro VII della Storia degli animali, capitolo 10: «Le levatrici esperte ricacciano nell'utero il sangue del bambino: e una volta fatto ciò, il neonato che già veniva meno è immediatamente rianimato e restituito alla vita. Il loro compito è legare e tagliare il cordone ombelicale del neonato, e agire prontamente e abilmente contro qualunque complicazione sorga», e affrontare le difficoltà: se qualcuna trascurasse queste cose, o le facesse in modo errato, ucciderebbe il neonato.

Si può domandare: Perché il Faraone ordinò di uccidere i maschi degli Ebrei, ma di conservare le femmine? Rispondo, primo, perché temeva i maschi, che un giorno avrebbero potuto unirsi ai suoi nemici, versetto 10. Secondo, perché le donne ebree, come erano indifese, così erano belle: voleva dunque abusare di loro per la lussuria. Terzo, voleva che fossero conservate per il servizio delle sue mogli, e per essere serve degli Egiziani. Quarto, le donne ebree eccellevano nella lavorazione della lana, nella tessitura, nella tintura e in altre arti, e perciò erano molto utili agli Egiziani, i quali per loro indole erano intenti al guadagno — cosa che Platone attribuisce al clima del luogo.

Si ascolti ciò che egli dice, riportato da Celio Rodigino, libro XVIII, capitolo 18: «Tra gli insegnamenti di Platone si osserva che dalle varie regioni e aspetti del cielo si generano diverse disposizioni o temperamenti del carattere. Per tale ragione, nella regione della Grecia gli uomini sembrano di gran lunga più adatti ad acquisire il sapere che altrove. Ma coloro che si volgono verso la Fenicia e l'Egitto sono ritenuti mirabilmente sagaci nell'accumulare denaro, avendo un ingegno particolarmente adatto a ciò. Inclini alla furia e all'ira si trovano quanti sono nutriti tra i barbari bellicosi. E coloro che abitano le parti del mondo bruciate dal sole tendono a degenerare nella timidezza e in una natura più effeminata. Il calore interno infatti si dissipa quando i canali del corpo si rilassano e, per così dire, si aprono per l'intemperanza dell'astro vicino. Prova ne è la pelle che si scurisce, per l'abbondanza del calore nativo attratto in superficie. Ma coloro che abitano le parti fredde e gelide del mondo eccellono oltremisura in audacia, con la superficie dei loro corpi che risplende. Inoltre le regioni meridionali, temperate da un lato dal calore e dall'altro dal freddo, producono ingegni sia più saggi sia più prudenti, e popoli specialmente nati e fatti per il dominio — il che Vitruvio giudica essere approssimativamente il carattere della posizione dell'Italia.»

Quinto, perché, come dice Euripide, i figli maschi sono l'immagine delle colonne — colonne delle case sono i figli maschi: poiché il maschio moltiplica, propaga e rafforza la sua famiglia e la sua nazione.

Tropologicamente, le femmine sono le opere della carne, i maschi sono le opere della mente e dello spirito. Di nuovo, le femmine sono anime molli, deboli e imperfette; i maschi sono forti, nobili e perfetti. «Per la femmina», dice San Girolamo nel capitolo 2 dell'Ecclesiaste, «si significa il sesso più debole e la materia: nessun santo, se non molto raramente, si narra abbia generato femmine; e soltanto Selofcad, che morì nei suoi peccati, generò tutte figlie. Giacobbe, tra i suoi 12 figli, fu padre di una sola figlia, cioè Dina, e a causa di lei fu posto in pericolo.» Si veda anche Sant'Ambrogio, Su Caino e Abele, capitolo 10.

La virtù, dice Cicerone nelle Tusculane II, prende il suo nome dall'uomo (vir). E la fortezza è la qualità più propria dell'uomo, i cui due più grandi compiti sono il disprezzo della morte e del dolore. E Lattanzio, Sull'opera di Dio, capitolo 12: «L'uomo (vir)», dice, «è così chiamato perché vi è in lui maggiore forza (vis) che nella donna, e da ciò la virtù (virtus) ha ricevuto il suo nome.» E Sant'Agostino, nella Lettera a Macedonio: «La virtù», dice, «è amare ciò che deve essere amato. Amare rettamente è prudenza; non esserne distolti da nessuna tribolazione è fortezza; da nessuna lusinga è temperanza; da nessuna superbia è giustizia.» Perciò Ovidio: La virtù tende verso le cose ardue. E Virgilio, Eneide VI: Facile è la discesa all'Averno, ma richiamare il passo e risalire alla luce, questo è il compito, questa è la fatica: pochi, che il benigno Giove ha amato, o che l'ardente virtù ha innalzato alle stelle, figli degli dei, hanno potuto farlo.

Aristotele, nell'Inno in lode della virtù: «O virtù, ardua e laboriosa per il genere umano, bellissima scoperta della vita! Per la tua bellezza, o vergine, anche morire — in Grecia la morte è considerata desiderabile — e sopportare fatiche violente e indefesse. Un tale frutto immortale, più prezioso dell'oro, tu impianti nel cuore. Per la tua grazia Ercole, nato da Giove, e i figli di Leda molto sopportarono, dichiarando con le loro imprese di che cosa fossero capaci.» E Socrate disse: «Come una statua deve essere immobile sulla sua base, così lo studioso della virtù deve essere immobile nel suo buon proposito.» E Plinio, libro XXXVI, capitolo 9: «Come immensi obelischi vengono eretti con grande sforzo per il loro peso, ma una volta collocati durano per secoli infiniti, così anche la virtù.» Pertanto il Faraone, cioè il diavolo, dice Origene, Cirillo, Agostino e Ruperto, cerca soprattutto di abbattere i maschi, cioè gli eroi e i perfetti, attraverso due levatrici, cioè attraverso la carne e il mondo — cioè attraverso i piaceri della carne e attraverso le ricchezze e gli onori mondani. Per vincere questi, dobbiamo temere Dio e con il timore di Dio crocifiggere la nostra carne. Le donne egiziane hanno bisogno dell'aiuto delle levatrici, perché gli imperfetti sono mossi alle opere della virtù o dalla speranza dell'onore e del guadagno, o dal timore della perdita e del disonore: di questo non hanno bisogno le donne ebree, cioè i perfetti, perché sono spinti dalla forza dello Spirito Santo a ogni bene e a ogni cosa santa, per quanto ardua, dal puro amore di Dio e dal desiderio di piacere a Lui solo.


Versetto 17: Temettero Dio

In ebraico è: temettero Elohim, cioè Dio giudice, che governa tutte le cose, punisce, premia; questo è infatti Elohim, e perciò è sommamente da temere e adorare.


Versetto 19: Esse hanno la conoscenza dell'ostetricia

In ebraico è nunchaiot, che significa vivaci o vivificanti, e ciò in un triplice senso: Primo, come se dicessero: Poiché esse stesse sono di ingegno vivace e sagace, e, come traduce il Caldeo, poiché sono sapienti, e perciò da sé e con la propria accortezza hanno la conoscenza dell'ostetricia, come rende il nostro Traduttore. Secondo, poiché esse stesse sono vigorose ed energiche, e perciò prima che la levatrice possa arrivare da loro, partoriscono il bambino, e questo è vivace e forte. Così dice Vatablo. Perciò il Targum di Gerusalemme traduce: poiché esse stesse vivificano prima che arrivi da loro la levatrice; pregano davanti al loro Padre celeste, ed Egli le esaudisce, e così partoriscono. Terzo, perché esse stesse sono vivificatrici, cioè levatrici: poiché è compito delle levatrici aiutare le partorienti affinché il neonato riceva la vita, e così in idioma ebraico si dice che esse vivificano il neonato. Alcuni Rabbini traducono rozzamente: Esse sono simili alle bestie (poiché l'ebraico chaiot significa anche bestie), le quali quando partoriscono non hanno bisogno di levatrici. Evidentemente queste rozze levatrici potevano dare questa rozza risposta, come connaturale a loro, ai rozzi Egiziani. Poiché così il rozzo volgo, ostile ai Giudei, direbbe naturalmente: «I Giudei partoriscono come animali e cavalle».

PRIMA CHE ARRIVIAMO DA LORO, PARTORISCONO. — Mentono; poiché esse stesse conservavano i maschi degli Ebrei, come è detto al versetto 17. Ruperto giudica che questa loro menzogna fosse lecita, sia perché procedeva dalla carità, sia perché Dio la ricompensò edificando loro delle case. Così Cassiano, Conferenze XVII, dal capitolo 17 al 25, insegna che è lecito mentire o per evitare il male o per acquisire un bene — per esempio, per acquisire l'umiltà. Lo stesso insegna Beda, su 1 Re 21, e Clemente, libro VII degli Stromati, e Origene, libro IV Contro Celso, i quali sembrano aver tratto questo errore dalla scuola di Platone, il cui insegnamento è questo, nel libro III della Repubblica: «La menzogna, benché sia cosa cattiva, deve tuttavia talvolta essere impiegata, come si usa l'elleboro e la medicina; perciò i principi delle città, e chiunque altri a cui ciò sia concesso, devono talvolta mentire o contro i nemici, o per la patria e i cittadini; ma da tutti gli altri che non sanno usare la menzogna, ogni falsità deve essere tolta.» San Giovanni Crisostomo sembra sostenere la stessa opinione, nell'Omelia 53 sulla Genesi, e San Girolamo nel commento a Galati capitolo 2; ma questi due vanno piamente scusati, in quanto per menzogna intendono la simulazione o la dissimulazione.

È ormai certo, e anzi materia di fede, che ogni menzogna è peccaminosa e illecita; ciò risulta da Proverbi 12,22: «Le labbra menzognere sono in abominio al Signore.» Anzi, la Scrittura spesso con la menzogna significa ogni empietà e trasgressione, come in Geremia 8,6 e 10; Osea 7,1. Così al contrario, con la verità significa ogni dovere e obbligo di virtù, come risulta da Giovanni 8,44; Efesini 4,15; Salmo 119,30.86.160. In secondo luogo, perché questa dottrina è stata definita da Innocenzo III, nel titolo Sull'usura, capitolo Super eo. La ragione è che la menzogna è intrinsecamente malvagia, sia perché è contraria alla verità, o piuttosto alla veracità; sia perché è in sé cosa turpe per l'uomo ingannare e parlare contro la propria mente. Si veda Sant'Agostino, nel suo libro Sulla menzogna, e nel libro Contro la menzogna, che tutti i teologi costantemente seguono.

Si dirà: Questa menzogna procedeva dalla carità. Rispondo: La carità non detta mai che si debba fare il male, e di conseguenza neppure che si debba mentire per giovare al prossimo; poiché la carità e la verità sono sorelle. Questa menzogna dunque non procedette dalla vera carità, ma dall'amore disordinato o dal timore delle levatrici.

Si dirà, in secondo luogo: Dio ricompensò questa loro menzogna edificando loro delle case. Sant'Agostino risponde, nel libro Contro la menzogna, capitolo 19 e seguenti, che questa ricompensa fu data loro «non perché avevano mentito, ma perché erano state misericordiose verso gli uomini di Dio; non fu dunque ricompensata in loro la frode, ma la benevolenza — la benignità della mente, non l'iniquità della mentitrice; e in virtù di quel bene Dio perdonò anche questo male.» Lo stesso dico di Raab, Giosuè 2,5. San Gregorio insegna lo stesso, nel libro XVIII dei Moralia, capitolo 2, dove aggiunge che a causa di questa menzogna, la loro ricompensa eterna fu convertita in temporale.

Ma ciò è poco probabile: poiché un peccato veniale, quale era questa menzogna officiosa, non può invertire un atto di carità e il merito della vita eterna.

Calvino dunque erra, anzi bestemmia, quando da ciò insegna che Dio tiene in pregio e orna con ricompensa le virtù anche quando macchiate da qualche mescolanza di sozzura, come se fossero pure; il che egli deduce da un altro suo principio, non meno empio — che nessuna opera è così santa e perfetta che qualche macchia non vi aderisca. Poiché Dio non approvò né ricompensò qui l'atto peccaminoso della menzogna, cosa che sarebbe blasfemo pensare; anzi, inoltre esse ebbero un vero atto di timore di Dio, con il quale riverirono Dio, e per amore di Dio si esposero al pericolo di morte; e questo atto di timore è soprannaturale e meritorio della vita eterna. Ciò è vero, ma non pertinente a questo passo; poiché «edificare case» non significa nella Scrittura dare la ricompensa della vita eterna.


Versetto 21: Edificò loro delle case

Così l'ebraico, il Caldeo e il latino, e anche i Settanta: poiché hanno epoiesen autais oikias. Ma un tempo si leggeva epoiesan, cioè «fecero», come legge Agostino, traducendo «fecero a sé stesse delle case fortificate», nelle quali proteggersi dall'assalto degli Egiziani, i cui comandi avevano disprezzato: ma non è probabile che lo abbiano fatto. Dunque «edificò» — non il Faraone, ma Dio che esse temevano — «per loro» — non per gli Ebrei, come vorrebbe Calvino, ma per le levatrici che temettero Dio: poiché ciò esige la sequenza del discorso, che è occupata a descrivere la ricompensa delle levatrici, e i Settanta che traducono autais, e il Caldeo, che traduce lahen, al femminile; poiché sebbene nell'ebraico il pronome sia maschile lahem, tuttavia per un'enallage familiare agli Ebrei è usato per il femminile lahen, come avviene anche al capitolo 15,20, e altrove: e al contrario, il femminile è usato per il maschile, Rut 1,13, e 2 Re 4,6. Mosè usa qui il maschile per il femminile, perché le donne e le famiglie ricevono il loro nome dai mariti, dice Vatablo.

Quali erano queste case? Gli Ebrei, come ho detto al versetto 15, pensano che Maria avesse sposato Caleb e ricevuto la casa reale, mentre Iochebed avesse ricevuto la casa sacerdotale; ma ciò è insensato. Poiché Giuseppe Flavio dice che Maria sposò non Caleb ma Cur, e la casa reale era nella famiglia di Davide, che discendeva non da Caleb ma da un'altra linea.

Secondo, R. Kimchi: «Fece loro delle case», cioè, dice, le nascose dal Faraone e le pose in sicurezza.

Terzo, Lira: «Fece loro delle case», cioè le unì in matrimonio a eminenti Ebrei, e tra loro diede loro illustre prole e famiglie. Ma ciò è detto gratuitamente e per congettura: poiché la Scrittura non dice che Dio fece loro case degli Ebrei, o tra gli Ebrei, ma semplicemente case.

Quarto, Ruperto e San Girolamo su Isaia 65 intendono per «case» le dimore nel cielo, delle quali Cristo dice, Giovanni capitolo 14: «Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore.» Questi Padri dunque ritengono che queste levatrici meritarono la ricompensa della vita eterna: lo stesso ritiene San Tommaso, II-II, Questione 110, ultimo articolo.

Quinto, più probabilmente Sant'Agostino e Teodoreto spiegano così: «Edificò loro delle case», cioè accrebbe le loro sostanze domestiche, diede loro ricchezze e abbondanza di beni temporali; così infatti Giacobbe disse a Labano, Genesi 30: «È giusto che a un certo punto provveda anche alla mia casa», per il quale l'ebraico ha: Quando farò anch'io una casa per me?

Sesto e nel modo migliore: «Edificò loro delle case», cioè diede loro prole e progenie numerosa — ricca, onorata, illustre, longeva e duratura. Poiché queste cinque qualità in modo particolare nobilitano la prole; in ebraico infatti figlio è chiamato ben, dalla radice bana, cioè «edificò», perché il figlio è, per così dire, l'edificio e la casa del padre, e perché i figli, per sé stessi e attraverso i figli che generano, edificano la famiglia del padre come una casa. Si veda quanto detto al versetto 1. Nota: Questa fu una ricompensa adeguata, affinché coloro che avevano preservato i figli degli Ebrei fossero benedette con figli propri.

Di nuovo, anche queste levatrici meritarono la vita eterna, come ho detto; ma nell'Antico Testamento Dio non suole esprimere quella ricompensa celeste, perché ai Giudei, che erano rozzi e carnali, propone generalmente soltanto ricompense temporali, e queste di cinque tipi. Primo, lunghezza di vita; secondo, una posterità ampia e illustre; terzo, ricchezza; quarto, potenza e dominio; quinto, vittoria sui nemici. Poiché la promessa esplicita del regno celeste e della vita eterna è propria del Nuovo Testamento e del Vangelo di Cristo, dice San Girolamo a Dardano.

San Tommaso, II-II, Questione 110, ultimo articolo: Essi ritennero impossibile e contrario alla natura delle cose che una virtù macchiata dal vizio fosse, o fosse giudicata e considerata virtù da quell'occhio chiarissimo di Dio. Pertanto Dio ricompensò non la menzogna, ma gli altri atti di pietà, misericordia e timore di Dio, come espressamente dice Mosè al versetto 20, i quali erano chiaramente distinti dal precedente atto di menzogna; poiché queste levatrici, in questa protezione degli infanti, esercitarono molti atti — alcuni buoni, altri cattivi.

Si obietterà: Che cosa dovevano dunque fare queste levatrici; che cosa dovevano rispondere al Faraone che le incalzava? Rispondo: O dovevano fuggire dal suo cospetto e nascondersi; o la verità doveva essere celata con qualche stratagemma, non negata; o certamente, come dice Sant'Agostino, capitolo 17 del libro Contro la menzogna, «avrebbero dovuto rifiutare con la massima libertà, e piuttosto morire per la verità più innocente.»


Versetto 22: Comandò a tutto il popolo

Questo comando di infanticidio fu emanato soltanto contro i maschi degli Ebrei, come risulta da quanto precede; perciò è sorprendente che il Gaetano lo estenda anche agli Egiziani. Questo fu il terzo grado della tirannide, ormai pubblicamente imperversante contro gli Ebrei. È verosimile che gli Egiziani inorridirono per questo editto così disumano, e che di conseguenza fu a malapena messo in pratica, e poco dopo fu trascurato e abolito. Torniello pensa che fu revocato subito dopo la morte di Amenofi, che lo aveva emanato; morte che, seguendo Eusebio, egli assegna al quarto anno di Mosè.

Tropologicamente, Origene, omelia 1, e da lui Sant'Agostino, sermone 84 Sui tempi: «La nostra anima», dice, «o è governata da un re legittimo, o è devastata da un tiranno.» Il Faraone che nutrì Giuseppe e gli Israeliti rappresenta il re; il Faraone che non conosceva Giuseppe, e che afflisse gli Ebrei con opere di mattoni e fango, rappresenta il tiranno. «Poiché se, con l'aiuto di Dio, viviamo piamente; se pensiamo alla carità, alla misericordia, alla pazienza, alla penitenza, ecc.: benché siamo ancora in Egitto, cioè nella carne, tuttavia siamo governati da Cristo Re; ed Egli ci governa nel fango e nei mattoni, ma non ci consuma, né ci logora e affligge con cure terrene o ansie eccessive. Ma se la nostra anima comincia ad allontanarsi da Dio e a perseguire cose disonorevoli, allora sottomette il collo al tiranno (il diavolo), che si rivolge al suo popolo, cioè ai piaceri del corpo, per uccidere i maschi degli Ebrei e conservare le femmine. Poiché il diavolo vuole estinguere in noi il senso razionale che vede Dio, e conservare ciò che pertiene alla concupiscenza della carne.

«Questo Faraone dunque ti costringe a servire le sue opere, non di giustizia ma di iniquità: ti farà lavorare mattoni e fango per lui; egli, sotto sorveglianti, aguzzini e guardiani, ti spingerà con colpi e percosse a opere terrene e lussuriose; è lui che ti fa correre per il mondo, essere turbato dagli elementi del mare e della terra per cupidigia; è lui il re d'Egitto che ti fa importunare i tribunali con liti, e stancare i tuoi vicini con dispute per un piccolo pezzo di terra; è lui che ti persuade attraverso la lussuria a tramare contro la castità, a ingannare l'innocenza; a commettere nella tua casa ciò che è turpe, fuori ciò che è crudele, dentro la tua coscienza ciò che è vergognoso. Se dunque vedi che le tue azioni sono di questo genere, sappi che servi il re d'Egitto, cioè sei spinto non dallo spirito di Cristo, ma del diavolo.»

Allegoricamente, riguardo ai Santi Innocenti uccisi da Erode — i quali, come preziosi grani che furono seminati e morirono, produssero un grande raccolto per la Chiesa — si veda Prospero, Sulla promessa e la predicazione di Dio, Parte I, capitolo 32.

Infine, anagogicamente, Ruperto dice: Con il vessillo della Croce e con la tribolazione, diveniamo più forti del diavolo, siamo aggiunti agli angeli, usciamo dalla terra, perché il cielo ci attende.