Cornelius a Lapide

Numeri XXIII


Indice


Sinossi del Capitolo

Balaam, intendendo maledire gli Ebrei, li benedice contro la propria intenzione; poi, al versetto 14, cambia luogo per maledirli, ma li benedice nuovamente, e li loda per la loro religione, il loro valore e l'aiuto di Dio, e predice le loro vittorie; perciò cambia luogo ancora una volta, al versetto 27.


Testo della Vulgata: Numeri 23,1-30

1. E Balaam disse a Balak: Costruiscimi qui sette altari, e prepara altrettanti tori e lo stesso numero di arieti. 2. E avendo egli fatto secondo la parola di Balaam, posero insieme un toro e un ariete su ciascun altare. 3. E Balaam disse a Balak: Fermati per un poco accanto al tuo olocausto, finché io vada a vedere se forse il Signore mi verrà incontro, e qualunque cosa mi comandi, te la riferirò. 4. E quando se ne fu andato in fretta, Dio gli venne incontro. E Balaam, parlandogli, disse: Ho eretto sette altari e ho posto un toro e un ariete su ciascuno. 5. E il Signore gli pose una parola sulla bocca e disse: Ritorna da Balak, e queste cose gli dirai. 6. Ritornando, trovò Balak in piedi accanto al suo olocausto, con tutti i principi dei Moabiti. 7. E prendendo il suo oracolo, disse: Dall'Aram Balak, re dei Moabiti, mi ha condotto, dai monti d'Oriente: Vieni, mi disse, e maledici Giacobbe; affrettati e detesta Israele. 8. Come maledirò colui che Dio non ha maledetto? Come detesterò colui che il Signore non detesta? 9. Dalle rocce più alte lo vedrò, e dalle colline lo contemplerò. Questo popolo abiterà solo e non sarà annoverato tra le nazioni. 10. Chi può contare la polvere di Giacobbe, e conoscere il numero della stirpe d'Israele? Muoia l'anima mia della morte dei giusti, e il mio fine sia simile al loro. 11. E Balak disse a Balaam: Che cosa fai? Ti ho chiamato per maledire i miei nemici, e tu al contrario li benedici. 12. Egli rispose: Posso forse dire altro se non ciò che il Signore ha comandato? 13. Balak dunque disse: Vieni con me in un altro luogo da cui potrai vedere una parte d'Israele ma non il tutto, e di là maledicilo. 14. E quando lo ebbe condotto in un luogo elevato, sulla cima del monte Pisga, Balaam costruì sette altari, e avendo posto un toro e un ariete su ciascuno, 15. disse a Balak: Fermati qui accanto al tuo olocausto, mentre io vado incontro a Lui. 16. E quando il Signore gli venne incontro e gli pose una parola sulla bocca, disse: Ritorna da Balak, e queste cose gli dirai. 17. Ritornando, lo trovò in piedi accanto al suo olocausto, e i principi dei Moabiti con lui. Balak gli disse: Che cosa ha detto il Signore? 18. Ed egli, prendendo il suo oracolo, disse: Alzati, Balak, e ascolta; porgi l'orecchio, figlio di Sippor. 19. Dio non è un uomo che possa mentire, né un figlio d'uomo che possa mutare. Ha forse detto e non farà? Ha forse parlato e non adempirà? 20. Sono stato condotto a benedire; non posso trattenere la benedizione. 21. Non vi è idolo in Giacobbe, né si vede immagine scolpita in Israele. Il Signore suo Dio è con lui, e il grido di vittoria del Re è in lui. 22. Dio lo trasse dall'Egitto; la sua forza è simile a quella di un rinoceronte. 23. Non vi è augurio in Giacobbe, né divinazione in Israele. A suo tempo sarà detto a Giacobbe e a Israele ciò che Dio ha operato. 24. Ecco, il popolo si leverà come una leonessa, e si ergerà come un leone: non si coricherà finché non avrà divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi. 25. E Balak disse a Balaam: Non maledirlo e neppure benedirlo. 26. Ed egli disse: Non ti ho detto che qualunque cosa Dio mi comandi, quella io farò? 27. E Balak gli disse: Vieni, e ti condurrò in un altro luogo; se forse piacerà a Dio che di là tu li maledica. 28. E quando lo ebbe condotto sulla cima del monte Peor, che guarda verso il deserto, 29. Balaam gli disse: Costruiscimi qui sette altari, e prepara altrettanti vitelli, e lo stesso numero di arieti. 30. Balak fece come Balaam aveva detto, e pose vitelli e arieti su ciascun altare.


Versetto 1: Costruiscimi Qui Sette Altari

1. E BALAAM DISSE A BALAK: COSTRUISCIMI QUI SETTE ALTARI, E PREPARA ALTRETTANTI VITELLI. — Balaam ordinò che questi altari fossero eretti, primo, per sacrificare, non al vero Dio degli Ebrei, come sostiene Eugubino: poiché Balak non lo avrebbe permesso; ma a Baal, ossia al demonio: poiché questi erano i luoghi alti di Baal, come precede nel capitolo precedente, ultimo versetto. Secondo, per la superstizione della divinazione, e per cercare auguri attraverso di essi, come si dirà nel capitolo seguente, versetto 1; perciò ordinò precisamente sette altari da costruire, e su ciascuno due vittime da bruciare, ossia un vitello e un ariete, con la cooperazione di Balak re idolatra: perciò anche al versetto 3, chiama questo il suo olocausto; sebbene al versetto 4, quando contro la sua aspettativa l'angelo gli venne incontro, finge di aver eretto questi altari in onore del Signore, per conciliarsi l'angelo.

Inoltre eresse sette altari, o a causa dei sette pianeti: poiché egli stesso sembra essere stato un astrologo genetliaco, che divinava dagli oroscopi e dall'ispezione delle stelle, dice l'Abulense; oppure perché il numero sette è simbolo di perfezione, e perciò è usato nelle cose sacre; perciò ordinò anche che sette vitelli e arieti fossero sacrificati, affinché potesse divinare dalle loro viscere, cioè dall'ispezione degli organi interni: poiché questo è l'ufficio di un indovino, quale era questo Balaam, come è evidente dal capitolo 22, versetto 5. Oppure infine lo fece per superstizione. Poiché i maghi e gli stregoni osservano particolarmente certi numeri, perciò non fanno nulla con numero pari, ma tutto con numero dispari. Perciò Virgilio, Egloga 8:

Questi nastri prima, divisi in triplice colore, tre volte attorno a te avvolgo, e per tre volte attorno a questi altari conduco la tua immagine: il dio si compiace del numero dispari.


Significato Allegorico: Balak e Balaam

Allegoricamente, Balak, che in ebraico significa lo stesso che leccare e divorare, rappresenta il diavolo; Balaam, cioè popolo di vanità, rappresenta gli Scribi e i Farisei, che per impulso del diavolo vollero maledire e distruggere Cristo e i Cristiani, che sono i veri Israeliti; ma Dio convertì la loro maledizione e la morte di croce in benedizione e gloria. Così Rabano.

Inoltre, l'imperatore Gioviano disse giustamente che «gli adulatori (quale era questo Balaam) non adorano Dio, ma la porpora: e sono molto simili all'Euripo, che ora è portato da una parte, ora dall'altra;» lo attesta Socrate, libro III, capitolo XXI.

Bione, interrogato su «quale fosse l'animale più nocivo di tutti —» il più nocivo di tutti: «Se chiedi delle bestie selvatiche,» disse, «il tiranno; se di quelle domestiche, l'adulatore.» Così Laerzio, libro I, capitolo V.

Diogene chiamava un discorso dolce e adulatorio una trappola di miele. Lo stesso soleva dire: «È meglio cadere tra i corvi che tra gli adulatori.» Così Laerzio.

Epitteto soleva dire: «I corvi cavano gli occhi ai morti; ma gli adulatori, corrompendo le menti dei vivi, li privano di ogni vista.»

Favorino soleva dire: «Come Atteone fu distrutto dai propri cani da lui allevati, così i parassiti rovinano coloro dai quali sono nutriti.»

«Come il cane è per natura ostile alla lepre, così l'adulatore lo è al suo amico,» dice Antonio nella Melissa, parte I, sermone 52.

Perciò Aristotele, libro IX dell'Etica: «Chi finge di essere amico e non lo è, è peggiore di chi fabbrica moneta falsa.»


Versetto 3: Fermati un Poco, Se Forse il Signore Mi Verrà Incontro

3. FERMATI PER UN POCO, SE FORSE IL SIGNORE MI VERRÀ INCONTRO. — «Il Signore», cioè Baal, ossia il demonio: poiché a lui Balak con Balaam aveva offerto questo olocausto; poiché Balaam qui cercava l'augurio, come si dice nel capitolo seguente, versetto 1, cioè la divinazione, ossia il demonio stesso, col quale era solito parlare in segreto, e dal quale avrebbe udito risposte da riferire a Balak. Così Cirillo, libro VI Sull'adorazione, foglio 113, Teodoreto, Questione XL, Sant'Agostino, sermone 103 Sui tempi, Ambrogio, libro VI, epistola 37, Nisseno, Sulla vita di Mosè, verso la fine, Procopio e Rabano qui.

Si obietterà: Per «il Signore» l'ebraico ha Jahvè, che è un nome ebraico. Rispondo che Balaam non disse Jahvè (poiché non aveva mai udito questo nome), ma usò un altro nome col quale i Moabiti erano soliti chiamare Dio (che per loro non era il vero Dio, ma Baal, ossia il demonio); ma Mosè, poiché scrisse non in moabita ma in ebraico, vi sostituì il nome ebraico Jahvè.


Versetto 4: Dio Gli Venne Incontro

4. E QUANDO SE NE FU ANDATO IN FRETTA. — Vatablo e gli Ebrei traducono: quando se ne fu andato sui luoghi alti; poiché è anche ciò che la parola ebraica scephi significa. Altri traducono: quando se ne fu andato da solo.

DIO GLI VENNE INCONTRO. — «Dio», cioè un angelo buono inviato da Dio, oppure «Dio», non in persona, ma attraverso il Suo angelo; poiché sebbene Balaam non cercasse Lui ma il proprio demonio, tuttavia l'angelo buono di propria iniziativa si presentò e gli venne incontro, e questo per promuovere la gloria sia di Dio sia degli Ebrei; proprio come alla Pitonessa, che consultava il demonio per Saul, si presentò non uno spirito malvagio, ma lo spirito buono di Samuele.

Inoltre l'angelo gli venne incontro in forma visibile, e, come segue, «gli si fece dinanzi,» in un corpo assunto; vedendolo, Balaam dapprima lo salutò per rispetto e gli si rivolse dicendo: «Ho eretto sette altari;» non dice a chi: forse perché dubitava se colui che gli era venuto incontro fosse il demonio o Dio; tuttavia sottintende tacitamente che aveva eretto questi altari per colui che gli era venuto incontro, nella qual cosa mentì. Giustamente dice Sant'Agostino nel Salmo LXIII: «La rettitudine simulata è doppia iniquità.»


Versetto 5: Il Signore Gli Pose una Parola sulla Bocca

5. MA IL SIGNORE GLI POSE UNA PAROLA SULLA BOCCA — vale a dire che l'angelo gli suggerì e gli insegnò ciò che doveva dire a Balak. Si noti: L'angelo qui non rimprovera la menzogna, l'ipocrisia e l'idolatria di Balaam, ma le trascura, perché lo sapeva idolatra, mago, malvagio e incorreggibile; perciò gli dice soltanto quelle cose che riguardavano la questione presente, ossia la missione di Balak e la causa degli Ebrei.


Versetto 7: Prendendo il Suo Oracolo

7. E PRENDENDO IL SUO ORACOLO DISSE. — Chiama parabola una profezia grave, bella e acuta. Poiché la parola ebraica mashal, che il nostro traduttore rende spesso come parabola, significa qualsiasi detto eminente e illustre, e, per così dire, un principe tra i detti, quali sono le massime, i proverbi e le parabole dei sapienti, e parimenti gli oracoli dei Profeti. Poiché la radice mashal significa governare e primeggiare. Perciò sono chiamati mishle, cioè i Proverbi di Salomone, i suoi detti gravi e morali. Si aggiunga che in questa profezia di Balaam sono intercalate molte similitudini e parabole propriamente dette.

DALL'ARAM (dalla Mesopotamia, che in ebraico è chiamata Aram Naharaim, come dissi al capitolo 20, versetto 5) BALAK MI HA CONDOTTO.


Versetto 8: Come Maledirò Colui Che Dio Non Ha Maledetto?

8. COME MALEDIRÒ COLUI CHE DIO NON HA MALEDETTO? — Si noti che non solo la lingua, ma anche la mente di Balaam, almeno per il tempo durante il quale profetizzava queste cose, fu mutata da Dio, cosicché, mentre prima aveva voluto maledire gli Ebrei, ora li benediceva. Poiché Balaam qui non era posseduto come lo erano le Sibille, e la fanciulla nel tempio di Apollo a Delfi, nella quale Febo stesso, cioè il demonio, entrava, e rotolandola a terra e costringendola a schiuma, rispondeva per bocca sua a tutte le domande poste; ma la fanciulla stessa non comprendeva nulla di queste cose, ed era come fuori di sé e in preda al delirio, e dopo che cessava il suo delirio non ricordava ciò che era stato detto. Si veda Virgilio, libro VI dell'Eneide. Ma Balaam comprendeva tutte queste cose, anzi le aveva già concepite e affidate alla memoria tutte quante, ossia quando da solo le udì dall'angelo che gli venne incontro, versetto 5. Poiché non si legge che l'angelo gli abbia poi parlato o abbia parlato per suo tramite nella profezia stessa. Inoltre, che dicesse queste cose dalla sua mente e seriamente è chiaro dal fatto che aggiunge: «Muoia l'anima mia della morte dei giusti.» Dio dunque non mosse la bocca di Balaam come mosse la bocca dell'asina parlante; poiché Balaam fu mosso come uomo, non come animale bruto. Dio dunque ne spinse la volontà e ne illuminò l'intelletto, affinché dicesse queste cose piamente e volentieri, e dal cuore. L'Abulense, tuttavia, sostiene il contrario, ossia che Balaam, perseverando nella sua empia volontà di maledire, benedisse contro la propria volontà e per costrizione, perché Dio mosse la sua bocca, sebbene egli fosse riluttante, e formò in essa queste parole con le quali benedisse Israele, e lo prova da ciò che Balaam dice al versetto 12: «Posso forse dire altro se non ciò che il Signore ha comandato?» Ma ciò non obbliga: poiché «non posso» lì significa «non è lecito», «non è permesso». Perciò ciò che ho detto prima è più vero, ed è confermato al capitolo 24, versetto 1, dove si dice: «E quando Balaam ebbe visto che piaceva al Signore benedire Israele, ecc., lo spirito di Dio irrompendo su di lui, disse.» Ma subito dopo la profezia, Balaam tornò alla sua natura, e cercò modi per soddisfare Balak e per maledire gli Ebrei: e questo soltanto è ciò che intende San Gregorio, parte III della Regola Pastorale, Ammonizione 13, quando dice che Balaam mutò la voce, non la mente. Poiché nel modo che ho descritto, San Gregorio spiega sé stesso nel libro XXXIII dei Morali, capitolo XXVII. Similmente Saul tra i Profeti profetizzava e cantava lodi a Dio; ma allontanatosi da essi, tornò alla sua natura e continuò a perseguitare Davide: perciò sia Saul sia Balaam rimasero nella durezza e nell'empietà abituale dei loro cuori, che ciascuno di essi, ritiratosi il buon Spirito di Dio, poco dopo manifestò proprio come prima.

Simili a Balaam e Saul sono quei Cristiani che vivono nel concubinaggio, negli odi, nell'ubriachezza, nel possesso di beni ingiustamente acquisiti, e a Pasqua o in punto di morte si pentono e propongono di emendarsi; ma presto, liberi dalla festa o dal pericolo, tornano alle loro concubine, odi, coppe e possessi ingiusti: temano per sé stessi e si aspettino un fine e una catastrofe come quelli di Saul e Balaam.


Versetto 9: Il Popolo Abiterà Solo

9. DALLE ROCCE PIÙ ALTE LO VEDRÒ — vale a dire: da questo monte scosceso contemplerò gli accampamenti d'Israele, e mi compiacerò nel guardare quei bei accampamenti di Dio, splendidamente distribuiti e disposti per tribù, schiere e stendardi, e ne godrò piacevolmente.

IL POPOLO ABITERÀ SOLO — vale a dire: Israele sarà separato, sia nel dominio sia nella vita comune, da tutti gli altri popoli, in quanto Gentili e idolatri, e solo veramente servirà le proprie leggi e i propri riti, perché essi sono del tutto diversi dalle leggi e dai costumi di tutti gli altri popoli; per cui «fra» di essi «non sarà annoverato,» cioè non sarà contato, perché non sarà numerato tra i Gentili, né considerato tra loro. Il Caldeo (che qui e altrove frequentemente giudaizza) traduce: ecco, il popolo da solo possederà l'era; poiché i Giudei si aspettano questo sotto il Messia, che essi soli domineranno su tutta la terra.


Versetto 10: Chi Può Contare la Polvere di Giacobbe?

10. CHI PUÒ CONTARE LA POLVERE DI GIACOBBE (cioè, come traduce il Caldeo: Chi potrà contare i piccoli figli della casa di Giacobbe? dei quali fu detto in Genesi 13,16 che «saranno moltiplicati come la polvere della terra;» per cui spiegando aggiunge) E CONOSCERE IL NUMERO DELLA STIRPE D'ISRAELE? — In ebraico è: e conoscere il numero della quarta parte d'Israele. Poiché in questo poema, come in altri, alla maniera ebraica, la stessa cosa è ripetuta e spiegata nel secondo emistichio che era stata detta nel primo.


Muoia l'Anima Mia della Morte dei Giusti

MUOIA L'ANIMA MIA DELLA MORTE DEI GIUSTI, E IL MIO FINE SIA SIMILE AL LORO. — «L'anima mia», cioè io stesso: poiché l'anima è presa per la persona, come la parte per il tutto, per sineddoche. Così si intende anche di Sansone, quando dice: «Muoia l'anima mia con i Filistei;» poiché l'anima in sé non può morire, ma tuttavia sembra come morire al corpo e alla persona quando ne è separata. Così è detto in I Maccabei 2,38: «Colpirono mille anime,» cioè mille uomini, e in III Re, capitolo 1,11: «Salva l'anima tua,» cioè te stesso, e la tua vita, affinché tu conservi l'anima nel corpo. Vi sono molti passi simili nella Scrittura.

Si noti: Gli accampamenti d'Israele sono chiamati accampamenti dei giusti, dalla parte migliore e più degna, sebbene in essi vi fossero più malvagi che giusti. In modo simile la Chiesa è chiamata santa, sebbene in essa vi siano più malvagi. Il senso, dunque, è questo, come dice Balaam: Volesse il cielo che mi toccasse di morire una morte così gioiosa e felice come quella che i fedeli e giusti Israeliti morranno, sapendo di passare a una vita migliore, ossia alla beata immortalità!

Gli empi, gli atei e i politici dicono lo stesso oggi, quando considerano seriamente e sinceramente lo stato presente e futuro dell'uomo; tanto è grande la forza della verità. Tutti gli empi, dunque, desiderano una buona morte, ma fuggono da una buona vita, perché morire bene è felicità, ma vivere bene è faticoso: eppure l'uno senza l'altro non è concesso. L'eternità dipende dalla morte, e la morte da una vita buona o cattiva; scegli: essere periti una volta è eterno.

Recentemente un certo principe eretico, o piuttosto un Politico, di buon carattere e intelligenza nondimeno, interrogato su cosa pensasse dei Cattolici e dei Calvinisti, e quale fede fosse più vera, rispose astutamente che preferiva vivere con i Calvinisti, ma morire con i Cattolici, perché la morte di questi ultimi è più gioiosa e sicura, mentre la vita dei primi è più licenziosa e piacevole. Ma avrebbe parlato più saggiamente e più adeguatamente per la sua salvezza se avesse detto: Poiché preferisco morire con i Cattolici, preferisco anche vivere con loro; poiché una buona morte dipende da una buona vita, ed è impossibile che chi vive ereticamente o malvagiamente muoia bene e felicemente. Più saggiamente, dunque, e più utilmente per sé stesso, Balaam avrebbe detto: «Viva l'anima mia la vita dei giusti, affinché muoia la morte dei giusti.» Poiché chiunque vive la vita dei pii morirà certamente la morte dei pii: e chiunque vive la vita degli empi morirà certamente la morte degli empi, e ciò una volta per tutte.

Il centurione Lamaco rimproverava un soldato per una colpa commessa; e quando l'uomo riconobbe la sua colpa e disse che d'ora in poi non avrebbe più fatto nulla del genere, egli rispose: «In guerra non è permesso sbagliare due volte.» Così Plutarco nei Detti Laconici. Ma nella morte non è permesso sbagliare neppure una volta. Poiché questo errore è irrevocabile: una volta morto, sei morto per sempre; una volta morto male, sei dannato; per tutta l'eternità non potrai correggere questa morte, non potrai scrollarti di dosso questa dannazione. Ificrate soleva dire allo stesso proposito che la parola più vergognosa per un generale è: «Non ci ho pensato!» Per un Cristiano questo detto è imprudente e stolto: «Non ci ho pensato» che vi fosse una differenza così grande tra una buona e una cattiva vita e morte; non ci ho pensato che un'eternità così grande ne dipendesse; non ci ho pensato che sarei morto in tal modo e così presto.

Tropologicamente, San Bernardo, sermone 52 sul Cantico dei Cantici: «Volesse il cielo che io cadessi frequentemente per questa morte, per sfuggire ai lacci della morte, per non sentire le lusinghe di una vita lussuosa, per non essere intorpidito dal senso della lussuria, dall'ardore dell'avarizia, dai pungoli dell'ira e dell'impazienza, dalle ansie delle preoccupazioni e dai tormenti delle cure! Muoia l'anima mia della morte dei giusti, e nessuna frode la insidi, nessuna iniquità la diletti. Buona è la morte che non toglie la vita, ma la trasferisce in qualcosa di migliore. Buona, in cui il corpo non cade, ma l'anima si innalza. Ma questa è la morte degli uomini. Ma muoia l'anima mia anche della morte (se così si può dire) degli angeli, affinché, oltrepassando la memoria delle cose presenti, si spogli non solo dei desideri, ma anche delle immagini delle cose inferiori e corporee, e abbia una conversazione pura con coloro con i quali ha una somiglianza di purezza. Tale estasi, come credo, è chiamata contemplazione, o esclusivamente o principalmente. Poiché non essere trattenuti dai desideri delle cose durante la vita è cosa della virtù umana: ma non essere impigliati nelle immagini dei corpi durante la contemplazione è cosa della purezza angelica. Tuttavia entrambe sono un dono divino.»


La Morte dei Giusti

Vuoi sapere com'è la morte dei giusti? Ascolta e meravigliati. San Nicola da Tolentino, come narra la sua Vita nei capitoli XI e XIII, per sei mesi interi prima della sua morte, poco prima delle preghiere notturne, ogni singola notte udiva il dolcissimo concerto degli angeli, che gli offriva quasi un pregustamento della vita futura. E dunque con quale desiderio di quella vita crediamo che egli ardesse, alla cui delizia era così dolcemente invitato? Lo dichiarò egli stesso, che frequentemente aveva sulle labbra quel detto dell'Apostolo: «Desidero essere sciolto e stare con Cristo.» Anzi, quando giunse il tempo della sua dissoluzione, nel suo ultimo respiro cominciò a proferire le parole di chi si rallegra e gioisce: e quando i Frati presenti gli domandarono la causa della sua gioia insolita, egli, stupito e quasi fuori di sé davanti alla grandezza della cosa, disse: «Il mio Signore, Gesù Cristo, appoggiandosi alla sua santissima Madre e al nostro padre Agostino, mi dice: Bene, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore;» e con queste parole spirò.

Sant'Arnolfo, Vescovo di Soissons, predisse il giorno della sua morte, e il giorno prima la sua cella fu scossa tre volte con un grande fragore; mentre gli altri erano spaventati, egli disse che era chiamato in cielo. «Poiché al primo scuotimento,» disse, «il beato Pietro Apostolo venne a me, significandomi che i miei peccati erano perdonati e che la porta della vita era aperta; era presente una numerosa compagnia di Beati, che cantavano incessantemente le lodi divine. Al secondo scuotimento, San Michele mi visitò con molti spiriti angelici, promettendo che, con lui come guida, sarei entrato nella vita beata. Al terzo scuotimento, Nostra Signora, vera madre di misericordia, accompagnata da molte schiere di sante vergini, con voce benignissima mi assicurò che la mia anima sarebbe stata trasferita in cielo tra le gioie della sua Assunzione.» Così avvenne; poiché morendo proprio nel giorno dell'Assunzione della Beata Vergine, andò in cielo, come registra il Martirologio; così narra Giovanni Lisiard, terzo dei suoi successori, nella sua Vita, e da lui Baronio, volume XI, anno di Cristo 1087.

San Gregorio, libro IV dei Dialoghi, capitolo XI, descrivendo la morte del sacerdote Ursino, parla così: «Con grande gioia cominciò a gridare, dicendo: Benvenuti, signori miei, benvenuti, signori; perché vi siete degnati di venire da un servo così piccolo? Vengo, vengo. Ringrazio, ringrazio. E quando ripeteva ciò con voce reiterata, i suoi conoscenti che stavano intorno gli domandarono a chi stesse parlando; ed egli rispose con meraviglia, dicendo: Non vedete i santi Apostoli qui riuniti? Non scorgete i beati Pietro e Paolo, principi degli Apostoli? E rivolgendosi di nuovo a loro, disse: ecco, vengo, ecco, vengo; e tra queste parole rese l'anima. E poiché veramente vedeva i santi Apostoli, lo attestò anche seguendoli. Questo comunemente accade ai giusti, che nella loro morte contemplano visioni dei Santi più eccellenti, affinché non temano la sentenza penale della propria morte; ma mentre la compagnia dei cittadini celesti è mostrata alle loro menti, sono sciolti dal vincolo della carne senza la stanchezza del dolore e della paura.»

Nello stesso luogo, capitolo X, narra dell'Abate Spes, che dopo essere stato cieco per 40 anni, poco prima della morte riacquistò la vista, e che, dando ai suoi seguaci consigli di salvezza, ricevendo la comunione, cantando salmi e pregando, rese l'anima a Dio, che i Frati videro portata in cielo sotto forma di colomba.

Nel capitolo XII, narra di Probo, Vescovo di Rieti, che San Giovenale e Sant'Eleuterio Martiri, vestiti di bianco, gli vennero incontro mentre moriva e lo invitarono al banchetto celeste.

Nel capitolo XIII, narra di Santa Galla, che vedendo San Pietro chiese: «I miei peccati sono perdonati?» e San Pietro rispose: «Perdonati; vieni.» Perciò il terzo giorno ella morì insieme a un'altra sorella che San Pietro aveva nominato.

Nel capitolo XIV, narra la vita e la morte meravigliosa del santo Servulo, un uomo povero e paralitico, che mentre moriva udì gli angeli cantare, invitandolo e conducendolo in cielo, lasciando dietro di sé un mirabile profumo.

Nel capitolo XV, narra il transito di Santa Romula e le esequie celesti; poiché alla sua morte si udì apertamente un coro di uomini e donne che cantavano salmi, che condusse la sua anima in cielo; e più in alto salivano i cori dei cantori, più dolcemente si udiva la salmodia.

Nel capitolo XVI, narra il transito di sua zia, la vergine Tarsilla, che, chiamata dal suo trisavolo San Felice in cielo, si ammalò, e morendo esclamò: «Allontanatevi, viene Gesù.»


La Morte degli Empi

Al contrario, vuoi sapere com'è la morte degli empi? Ascolta e rabbrividisci. L'empia Gezabele, per ordine di Ieu, fu gettata dalla finestra, calpestata dagli zoccoli dei cavalli e divorata dai cani, IV Re 9,33. Baldassarre, bevendo a dismisura, vide una mano che scriveva: Mane, tekel, phares, e fu atterrito; e quella stessa notte fu spogliato della vita e del regno da Ciro, Daniele 5. Antioco, che aveva torturato molti, soffrendo un terribile dolore alle viscere, fetore e vermi, morì di una morte miserabile sulle montagne, II Maccabei 9,9. Simile fu la morte di Erode Ascalonita.

Unerico, re dei Vandali e persecutore scelleratissimo dei Cattolici, dice Vittore di Utica, libro III dei Vandali, «tenne il dominio del regno per sette anni e dieci mesi, consumando la morte dei propri meriti; poiché non il corpo, ma le parti del suo corpo, putrefatte e brulicanti di vermi, sembravano essere sepolte.» Gregorio di Tours, libro II Delle Gesta dei Franchi, capitolo III, dice che fu afferrato da un demonio e si dilaniava coi propri morsi, e il sole apparve oscurato, cosicché a stento ne risplendeva un terzo: così il miserabile Unerico morì nell'anno di Cristo 484.

Ben nota è la morte di Crisaorio che gridava: «Una tregua fino al mattino,» come attesta San Gregorio, omelia 12 sui Vangeli. Ascolta di un altro caso simile, che Gregorio di Tours narra, libro V della Storia dei Franchi, capitolo 36, e da lui Baronio, anno di Cristo 583: «Per una morte funesta, Nantino, Conte di Angoulême, fu strappato da questa vita, il quale, avendo perpetrato molti mali contro i luoghi sacri e i ministri di Dio, fu colpito da malattia: consumato da febbre eccessiva, gridava, dicendo: Ahimè, ahimè, sono bruciato dal Vescovo Eraclio; sono torturato da lui; sono chiamato da lui al giudizio. Riconosco il mio delitto, ricordo di aver inflitto ingiustamente offese al Vescovo; prego per la morte, affinché non sia più a lungo torturato da questo tormento. Mentre gridava queste cose nella febbre altissima, venendo meno le forze del corpo, effuse la sua misera anima, lasciando tracce indubitabili che ciò gli era accaduto come vendetta dell'uomo beato; poiché il corpo esanime divenne così nero che lo si sarebbe creduto posto sui carboni e bruciato. Perciò tutti ne rimangano stupefatti, ammirino e temano, per non infliggere ingiurie ai sacerdoti, poiché il Signore è il vendicatore dei suoi servi che sperano in Lui.»

Calvino, miseramente tormentato da varie malattie, come attesta Beza, fu inoltre divorato dai pidocchi, come riferisce Girolamo Bolsec, medico di Lione e suo antico discepolo, nella sua Vita, capitolo 22. Dove si noti che coloro che perseguitano la Chiesa sono, per giusto giudizio di Dio, divorati dai vermi. Così infatti accadde a Unerico, Erode, Antioco, all'imperatore Massimiano, all'imperatore Arnolfo, successore di Carlo il Grosso, e a Calvino.


Impara a Morire

Ebbene, vuoi morire la morte non degli empi, ma dei giusti? «Impara a morire;» rifletti costantemente che morirai: mentre sei sano, preparati alla morte.

Così San Bernardo consiglia il papa Eugenio, nella sua lettera 237: «In tutte le tue opere ricorda che sei un uomo, e il timore di Colui che toglie lo spirito ai principi sia sempre davanti ai tuoi occhi. E il breve tempo del loro dominio ti annunci la scarsità dei tuoi giorni. Perciò con costante meditazione tra le lusinghe di questa gloria presente, ricordati dei tuoi novissimi, perché coloro ai quali sei succeduto nella sede, senza dubbio li seguirai nella morte.»

Quando un tempo si incoronava un imperatore, quattro o cinque costruttori di sepolcri gli portavano pezzi di marmo di vari colori, chiedendo da quale volesse che il suo sepolcro fosse costruito: con ciò gli si ricordava la sua mortalità, e che doveva governare saggiamente. Così riferisce Leonzio nella Vita di San Giovanni l'Elemosiniere, dove similmente narra che San Giovanni si fece costruire un sepolcro, ma lo lasciò incompiuto, e mentre sedeva a tavola ordinava ai suoi servi di suggerirgli: «Il tuo sepolcro è ancora incompiuto fino a oggi, Signore; comanda dunque che sia completato; poiché è incerto a quale ora il ladro entrerà,» ossia la morte.

San Gregorio Taumaturgo, come attesta il Nisseno nella sua Vita, imparò così a morire, poiché per tutta la vita si considerò pellegrino in questo mondo, né volle essere possessore di alcun luogo: anzi, anche in punto di morte non volle avere un proprio sepolcro, ma desiderò essere sepolto in uno altrui.

Sant'Agostino, come attesta Possidio, si preparò alla morte leggendo costantemente i Salmi Penitenziali, piangendo abbondantemente, pregando incessantemente, cosicché negli ultimi dieci giorni della sua vita non ammetteva nessuno presso di sé tranne un medico o qualcuno che portasse ristoro; e soleva dire che anche i Cristiani lodati non dovevano lasciare il corpo senza degna e conveniente penitenza.

Così San Fulgenzio si preparò alla morte mortificandosi, piangendo, rifiutando i bagni, e pregando nelle sue malattie: «Signore, dammi ora la pazienza, e poi il perdono.»

Ferdinando, re cattolico e casto di Castiglia e León, nell'anno del Signore 1065, come narra Luca di Tuy e da lui Baronio, sentendo che stava venendo meno, fu portato dai vescovi e dai religiosi alla chiesa in veste regale; là, in ginocchio all'altare, disse: «Tua è la potenza, o Signore, tuo è il regno. Il regno che, con Te come padrone, ricevetti, e che, finché piacque alla Tua volontà, governai — ecco, lo restituisco a Te: solo ti prego di accogliere la mia anima, strappata dal vortice di questo mondo.» E dicendo queste cose, si tolse il manto regale di cui il suo corpo era vestito, e depose la corona tempestata di gemme che gli cingeva il capo, e con lacrime, prostrato a terra, implorò più intensamente il Signore per il perdono delle sue offese. Poi, ricevuta la penitenza dai vescovi e unto col sacramento dell'Estrema Unzione, fu vestito di un cilicio al posto dell'ornamento regale, e fu cosparso di cenere al posto del diadema d'oro; a lui, che rimaneva vivo in penitenza davanti al suddetto altare, furono concessi da Dio due giorni di vita. Il giorno seguente, tuttavia, che era la festa di San Giovanni Evangelista, tra le mani dei Vescovi, rese lo spirito al cielo, nell'anno di Cristo 1065.

L'imperatore Carlo V, memore della sua condizione umana, molto prima della morte si ritirò volontariamente dall'amministrazione dello Stato; e avendo trasferito le cure al figlio, già forte per età e per spirito, si ritirò in Spagna, e nel monastero di San Giusto, a sette miglia da Placencia, si recluse con soli dodici compagni, per dedicarsi a Dio e alla quiete; proibì inoltre che lo si chiamasse altrimenti che Carlo, spogliando dalla mente i nomi di Cesare e di Augusto insieme alle realtà, e disprezzando ogni tale onore. Anzi, narrano ancora di più: che molto prima della sua abdicazione dall'impero, aveva ordinato che gli fosse costruito un sarcofago, da portare con sé con gli arredi funebri, ma segretamente, ovunque andasse, e che lo aveva tenuto con sé per cinque anni, dovunque si trovasse. Alcuni dei suoi cortigiani credevano che lì fosse custodito e conservato qualche tesoro; altri pensavano che contenesse alcuni antichi libri di storia; altri qualcos'altro di grande valore: ma Cesare, consapevole dello scopo per cui lo portava con sé, tacendo, soleva dire che lo portava per l'uso di qualcosa a lui carissima sopra ogni altra; così costantemente si poneva la morte dinanzi agli occhi, e volle sempre avere una bara funebre accanto a sé, affinché il pensiero perpetuo della morte rimuovesse dal suo cuore la vana pompa di questo mondo, e lo ammonisse a compiere sante azioni mentre era in vita. Così tra gli altri riferisce Lipsio, libro II degli Ammonimenti, capitolo 14.

Lo stesso fece il nonno di Carlo, l'imperatore Massimiliano I, il quale inoltre dispose nel suo testamento che il suo corpo esanime, avvolto in ruvido lino, senza alcun imbalsamamento, fosse posto nel sarcofago che aveva fatto preparare quattro anni prima della morte, con le narici, la bocca e le orecchie riempite di calce viva. Perché questo? Voleva avere quel monumento costantemente davanti agli occhi, che gli dicesse: Massimiliano, pensa a morire; perché indugi e ti estendi? Colui che tanti regni non possono contenere, questa piccola cassa lo conterrà. Ma perché vuoi essere conservato non con aromi, ma con calce? Affinché io ritorni più rapidamente alla terra dalla quale fui tratto. «Ricordati, o uomo, che sei polvere, e in polvere ritornerai.» Così riferisce Lipsio nello stesso luogo.


San Gregorio sulla Perseveranza

E IL MIO FINE SIA SIMILE AL LORO. — Da questo esempio di Balaam, San Gregorio insegna bellamente, libro XXXIII dei Morali, capitolo 27, che «la preghiera non ha peso di virtù, se la perseveranza di un amore continuo non la sostiene in alcun modo. Poiché Balaam, quando il tempo della compunzione fu passato, diede consiglio contro la vita di coloro ai quali aveva chiesto di essere reso simile anche nel morire, e quando trovò un'occasione di avarizia, dimenticò immediatamente qualunque cosa avesse desiderato per sé riguardo all'innocenza.»


L'Efficacia della Grazia Divina

Si noti qui la mirabile efficacia della grazia e dell'ispirazione divina, la quale, finché fu presente, mutò l'animo di Balaam e lo rese superiore alla terra e al cielo. Poiché, come dice San Cipriano, nella sua lettera a Donato, libro II, lettera 2: «Come il sole irradia spontaneamente, come il giorno illumina, come la fonte irriga, come la pioggia bagna: così lo spirito celeste si infonde, dopo che l'anima, guardando al cielo, ha riconosciuto il suo Autore; più alto del sole, e più sublime di ogni potenza, comincia ad essere ciò che crede di essere.» Donde inferisce: «Vi sia per te o la preghiera assidua o la lettura; ora parla con Dio, ora Dio parli con te; Egli ti istruisca con i suoi precetti, Egli ti diriga: colui che Egli ha reso ricco e sazio, nessuno lo renderà povero o affamato;» e prima: «Colui che è più grande del mondo non può più desiderare né volere alcunché dal mondo.»

Vedi dunque qui come improvvisamente lo Spirito Santo converta il cuore e la lingua di un uomo malvagio. Veramente San Gregorio dice: «Considero i padri del Nuovo e dell'Antico Testamento, Davide, Daniele, Amos, Pietro, Paolo e Matteo, e con gli occhi della fede aperti contemplo: poiché lo Spirito Santo riempie un ragazzo che suona la cetra, e lo fa salmista: riempie un ragazzo astinente, e lo fa giudice degli anziani: riempie un pastore di armenti, e lo fa Profeta: riempie un pescatore, e lo fa principe degli Apostoli: riempie un persecutore, e lo fa Dottore delle Genti: riempie un pubblicano, e lo fa Evangelista; quanto insensati siamo dunque noi, che non cerchiamo questo Spirito!»


La Triplice Morte

Simbolicamente, la morte dei giusti è la mortificazione delle passioni, che essi acquisiscono attraverso la contemplazione e la vita celeste. Questa desiderava San Bernardo, sermone 52 sul Cantico dei Cantici, dicendo: «Quando l'anima esce, se non dalla vita, certamente dal senso della vita, è necessario anche che la tentazione della vita non sia sentita. Chi mi darà ali come di colomba, e volerò, e riposerò? Volesse il cielo che per questa morte io cadessi frequentemente, e sfuggissi ai lacci della morte, per non sentire le lusinghe mortifere di una vita lussuosa, per non essere intorpidito dalla sensazione della lussuria, dall'ardore dell'avarizia, dai pungoli dell'ira e dell'impazienza, dall'angoscia delle ansie e dai tormenti delle cure! Muoia l'anima mia della morte dei giusti, affinché nessun inganno la insidi, nessuna iniquità la diletti. Buona è la morte che non toglie la vita, ma la trasferisce in qualcosa di migliore.»

«Vi è una triplice morte,» dice Ugo il Cardinale: «di natura, di colpa e di grazia; nella prima muore la carne; nella seconda, l'anima; nella terza, l'uomo intero. La prima separa l'anima dalla carne; la seconda divide la grazia dalla mente; la terza separa l'uomo intero dalle cure del mondo. La prima appartiene a tutti; la seconda ai malvagi; la terza ai buoni. I morti della prima morte sono sepolti nel mondo; quelli della seconda nell'inferno con il ricco epulone; quelli della terza in cielo con Lazzaro. Della prima è detto, Siracide 41: O morte, com'è amaro il tuo ricordo! Della seconda: La morte dei peccatori è la peggiore. Della terza: Muoia l'anima mia della morte dei giusti.»


Versetto 13: Vieni con Me in un Altro Luogo

13. BALAK DUNQUE DISSE: VIENI CON ME IN UN ALTRO LUOGO, DA CUI POTRAI VEDERE UNA PARTE D'ISRAELE, MA NON IL TUTTO: DI LÀ MALEDICILO. — Balak superstiziosamente attribuì la benedizione di Balaam su Israele al luogo e alla vista più ampia, come se avesse benedetto Israele perché ne aveva visto l'intero popolo, o che quel luogo fosse più fortunato degli altri, sia per l'influsso del cielo e delle stelle, sia per qualche altra causa. Similmente i Siri, sconfitti dagli Israeliti, dissero: «I loro dèi sono dèi delle montagne, perciò ci hanno vinto; ma è meglio che combattiamo contro di loro in pianura, e li sconfiggeremo,» III Re 20,33.


Versetto 14: La Cima del Monte Pisga

14. E QUANDO LO EBBE CONDOTTO IN UN LUOGO ELEVATO. — In ebraico, in un campo, cioè un luogo di vedette, cioè un punto di osservazione.

BALAAM COSTRUÌ SETTE ALTARI — simili a quelli di cui si è detto al versetto 1.


Versetti 18-19: Dio Non È Come un Uomo Che Possa Mentire

18 e 19. ALZATI, BALAK, E ASCOLTA, ECC.: DIO NON È COME UN UOMO CHE POSSA MENTIRE; NÉ COME UN FIGLIO D'UOMO CHE POSSA MUTARE — vale a dire: Non pensare, o Balak, che io ritratterò la precedente benedizione d'Israele che ho ricevuto da Dio: poiché Dio, che governa la mia mente e la mia lingua, non è uno che muta. In ebraico: non vi è chi si penta, cioè che revochi e muti le Sue parole e promesse. Poiché Egli è per la Sua stessa essenza immutabile, «e restando stabile dà a tutte le cose il loro moto,» come dice Boezio. Donde segue: HA DUNQUE DETTO (Dio, cioè, che io non maledica Israele), E NON LO FARÀ? — vale a dire: Certamente farà ciò che ha detto, ossia farà in modo che io non maledica Israele.

Si noti: Un uomo solitamente nega una promessa per quattro ragioni: primo, quando promette qualcosa con inganno e mente; secondo, quando si pente della promessa stessa; terzo, quando è offeso da colui al quale ha promesso qualcosa; quarto, quando non è in suo potere adempiere la promessa. Queste sono remotissime da Dio. Poiché primo, Egli non mente come un uomo; secondo, non si pente come un figlio d'uomo; terzo, non guarda al merito o al demerito dell'uomo, ma alla Sua propria bontà e alla Sua promessa e fedeltà; quarto, ha la forza di un rinoceronte, perciò può compiere ciò che promette; e poiché può, di fatto lo compie.


Versetto 20: Sono Stato Condotto a Benedire

20. SONO STATO CONDOTTO A BENEDIRE, NON POSSO TRATTENERE LA BENEDIZIONE. — Giustamente dice non «sono venuto», ma «sono stato condotto»; poiché egli stesso veniva con l'intenzione di maledire. Ma Dio lo conduceva a benedire. Il nostro traduttore legge, come i Settanta, passivamente nel Pual lukachti, cioè sono stato preso, condotto; mentre nel Qal leggono lacachti, cioè ho ricevuto. Donde Vatablo traduce letteralmente: ecco, ho ricevuto una benedizione, ed Egli benedisse, ossia Dio, non la revocherà, ossia la benedizione, ma il senso è lo stesso.

NON POSSO TRATTENERE LA BENEDIZIONE. — Non come se Balaam avesse detto queste cose per costrizione, contro la sua volontà, e Dio avesse formato queste parole nella sua bocca contro i suoi desideri, come sostiene l'Abulense; ma perché la sua mente era così illuminata da Dio, e la sua volontà così mossa alla lode e alla benedizione d'Israele, che a stento e con difficoltà poteva maledirli; anzi, difficilmente poteva non benedirli. Si veda quanto detto al versetto 7.


Versetto 21: Non Vi È Idolo in Giacobbe

21. NON VI È IDOLO IN GIACOBBE, ECC., IL SIGNORE SUO DIO È CON LUI, E IL GRIDO DI VITTORIA DEL RE È IN LUI. — Bellamente e chiaramente il Caldeo rende così: Vedo che non vi sono servitori degli idoli nella casa di Giacobbe, né artefici di falsità (falsi dèi, cioè immagini di falsi dèi) in Israele. La parola del Signore loro Dio è in loro aiuto, e la maestà del loro re è tra essi. Si noti: Gli idoli e le immagini sono qui in ebraico, come spesso presso i Profeti, chiamati aven e amal, cioè dolore e fatica, o iniquità e fatica, perché sono causa dei più grandi travagli e dolori ai loro adoratori. Da questo passo è chiaro che gli Ebrei in quel tempo, ossia nel quarantesimo anno dopo l'uscita dall'Egitto, non adoravano idoli, almeno pubblicamente. Che in precedenza avessero adorato idoli in Egitto e nel deserto — il vitello d'oro e altri idoli — è chiaro da Amos 5,25 e Atti 7,42 e 43.


Il Grido di Vittoria del Re

E IL GRIDO DI VITTORIA DEL RE È IN LUI. — Allude alle due trombe d'argento fatte per ordine del Signore, al cui suono Dio aveva comandato agli Ebrei di andare in guerra, e aveva promesso di essere presente con loro e di dare loro la vittoria, capitolo 10, versetto 9, come a dire: Israele è inespugnabile e invincibile, in quanto porta con sé la vittoria; poiché ha Dio come condottiero, nel condottiero un re, nel re un forte, nel forte la vittoria. Dio dunque è il loro re, che al suono delle trombe dà loro la vittoria.

Vedi qui come Dio disperda i consigli dei principi empi, e li rivolga contro le loro stesse teste, e ciò per mezzo delle stesse persone che essi hanno cercato di trascinare nella loro empietà. Poiché coloro che sono infedeli a Dio sono anche infedeli agli uomini. Perciò saggiamente Teodorico, re dei Goti, sebbene ariano, quando amava un certo diacono ortodosso e costui, per piacere di più al re, si era fatto ariano, presto ordinò che fosse decapitato, dicendo: «Se non hai mantenuto la fede con Dio, come manterrai una coscienza sincera verso un uomo?» Così riferisce Teodoro Lettore nelle sue Raccolte, libro II. Così per volontà di Dio, Balaam, sollecitato da Balak all'infedeltà, gli fu infedele e avversario, e profetizzò la vittoria contro di lui per i suoi nemici, gli Ebrei.


Versetto 22: Dio Lo Trasse dall'Egitto — Il Rinoceronte

22. DIO LO TRASSE DALL'EGITTO, LA CUI FORZA È SIMILE A QUELLA DI UN RINOCERONTE. — Il Caldeo, R. Salomone e Eugubino traducono: la cui forza è alta ed elevata. Poiché leggono ram, cioè alto, non reem; ma il nostro traduttore con i Settanta qui e altrove legge reem, cioè rinoceronte; oppure, come traducono i Settanta, monoceronte, cioè, come il nostro traduttore rende altrove, unicorno. E sebbene sia Tertulliano, libro Contro i Giudei, capitolo 10, sia San Gregorio, XXXI Morali 13, Isidoro, XII Etimologie II, e Beda su Giobbe 39, insegnino che entrambi questi animali sono lo stesso, e dicano che è un animale con un solo corno in mezzo alla fronte, di quattro piedi, così acuto e forte che qualunque cosa colpisca con esso, o la scaglia o la trafigge, tuttavia è più vero che il rinoceronte, ovvero il nasicorno, deve essere distinto dal monoceronte ovvero unicorno.

Poiché Plinio li distingue, e da lui generalmente i naturalisti; poiché il rinoceronte, come insegna Plinio, libro VIII, capitolo 20, è di colore del bosso, e ha un corno che sporge dal naso, non dritto, ma curvo e adunco, e perciò è chiamato rinoceronte dal greco per naso e corno, e con esso è potentissimo, e combatte con l'elefante, al quale è quasi pari in lunghezza, ma con zampe molto più corte; avendo affilato il corno sulle rocce si prepara alla battaglia, e in essa attacca specialmente il ventre, che sa essere più molle, e avendolo trapassato, rapidamente vince l'elefante. Così Emanuele, re del Portogallo, nell'anno 1515, diede a Lisbona un notevole spettacolo di un elefante che combatteva con un rinoceronte, nel quale l'elefante fu sconfitto. Perciò il rinoceronte è simbolo di forza, e conseguentemente di Dio, che è il più forte. Ancora, il rinoceronte è simbolo di un'ira lenta ma terribile. Poiché ha bisogno di una grande provocazione, ma quando comincia ad adirarsi, è ferocissimo: così anche Dio compensa la lentezza del castigo con la sua severità; donde il proverbio: Gli dèi hanno piedi di lana, ma mani di ferro. Per questa ragione, il primo che condusse un rinoceronte nell'arena contro un toro e un orso, l'imperatore Domiziano nella dedicazione dell'anfiteatro, ordinò che fosse coniata una moneta con l'immagine del rinoceronte, per significare che egli, come il rinoceronte, era, primo, magnanimo e dotato di forza regale; secondo, lento all'ira ma, una volta suscitata, implacabile. Ciò fu spiegato con un doppio epigramma da Marziale, che era un favorito di Domiziano. Nel primo spiega la forza incomparabile del rinoceronte, che scaglia un toro come una palla in un duello, e dice:

Il rinoceronte, esibito nell'arena intera per te, o Cesare, compì le battaglie che non aveva promesso. Oh come terribilmente divampò, precipitandosi in avanti nell'ira! Quanto grande era il suo corno, per il quale il toro era una palla!

Nell'altro epigramma insegna che è lento all'ira, ma quando si adira, è furiosissimo, e colpisce il nemico non con uno, ma con due corni. Poiché dice:

Mentre i tremanti custodi provocano il rinoceronte, e l'ira della grande belva a lungo si raccoglie, si disperava delle promesse battaglie di Marte: ma tuttavia quel furore, prima conosciuto, ritornò. Poiché col suo duplice corno così sollevò il pesante orso, come il toro scaglia verso le stelle le palle poste sopra di sé.


Il Monoceronte o Unicorno

Il monoceronte invero, dice Plinio, libro VIII, capitolo 21, è una bestia ferocissima, nel resto del corpo simile a un cavallo, nella testa a un cervo, nei piedi a un elefante, nella coda a un cinghiale, con un cupo muggito, con un solo corno nero che sporge dal mezzo della fronte, lungo due cubiti; dicono che questa bestia non possa essere catturata viva. Cose simili ha Eliano, libro XVI Sugli Animali, capitolo 20, e libro XVII, capitolo 44, il quale fa il monoceronte dalla criniera scura e dal pelo scuro, veloce di piede, col corno nero, mansueto verso le altre bestie, ma feroce con quelle del suo branco. Pierio nel suo geroglifico del rinoceronte lo chiama alicorno, e pensa che sia quello che i Settanta qui traducono come monoceronte, e il nostro traduttore altrove come unicorno. Poiché la parola ebraica reem significa sia il monoceronte sia il rinoceronte, così come molti altri nomi di animali presso gli Ebrei sono comuni a vari animali.

Il monoceronte dunque, dicono San Gregorio e Isidoro sopra citati, è di tale e tanta forza che non può essere catturato da alcuna abilità dei cacciatori; ma, come asseriscono i naturalisti, gli si pone davanti una vergine fanciulla, che apre il suo grembo alla bestia che si avvicina: essa, deposta ogni ferocia, posa il capo, e così addormentata, viene catturata come disarmata.

Ruperto e Pierio sopra citati, e Alberto Magno, libro XXII Sugli Animali, tramandano la stessa cosa, e se questa storia è vera, il monoceronte rappresenterà opportunamente Cristo; donde Ruperto dice: «Dio, il più forte degli spiriti, come un unicorno, cioè di singolare potenza, Dio incomprensibile e di virtù invincibile, attratto dal profumo di un seno verginale, vi fu racchiuso, e da esso solo poté essere afferrato e ucciso.» Perciò anche Tertulliano, Contro i Giudei, libro X, e Giustino, Contro Trifone, pagina 71, prendono quelle parole di Deuteronomio 33,17: «Le corna del monoceronte (poiché così hanno i Settanta al posto di rinoceronte), le sue corna,» come dette delle corna della croce di Cristo, ossia allegoricamente; poiché le corna di Cristo, cioè la forza e la potenza con la quale disperse il diavolo e trapassò il peccato e la morte, fu la croce.

Ma Marco Polo veneziano, libro III, capitolo 15, Gesner sul monoceronte, e altri uomini dotti, chiamano questa storia sull'addomesticamento del monoceronte per mezzo di una vergine una favola, e Gesner asserisce che nacque dal fatto che il monoceronte, sebbene sia ferocissimo, diventa mansueto solo quando si accoppia con la sua femmina. Andrea Bacci medico, nel suo trattato Sull'Alicorno, pagina 67, dove da Eliano insegna che l'alicorno è così feroce che odia persino la propria femmina, e così allontanandosi da lei vaga solitario per i deserti, finché, acceso d'amore quando è tempo dell'accoppiamento, deposta la ferocia, si avvicina dolcemente a lei, e si pasce e si accoppia con lei. Ma presto, quando sente che essa ha concepito e il ventre si gonfia, ritorna alla primitiva ferocia, avversione e solitudine.

Infine Teodoreto, Questione XLIV, pensa che lo stesso popolo ebraico sia qui chiamato monoceronte, perché adorava un solo Dio, e perciò era da Lui rafforzato, e diventava forte come il monoceronte. Meglio tuttavia Procopio, Rabano, Ruperto e altri giudicano che Dio sia qui chiamato rinoceronte o monoceronte, secondo il senso che ho dato poco prima. Poiché anche altrove la Scrittura misura la forza di Dio dalla forza del rinoceronte, come è chiaro da Giobbe 39,12. Dio invero comunicò e comunica questa Sua forza, e conseguentemente anche il nome di rinoceronte, agli Ebrei e agli altri suoi seguaci.


Versetto 23: Non Vi È Augurio in Giacobbe

23. NON VI È AUGURIO IN GIACOBBE, NÉ DIVINAZIONE IN ISRAELE. — Sotto questi intende ogni incantamento e stregoneria, come un genere sotto la specie più comune. Balaam qui loda Israele, perché come non adora idoli, così non ha neppure auguri; ma poiché adora il vero Dio, perciò riceve da Lui vere profezie e risposte, sia per mezzo di Mosè, sia per mezzo del Pontefice Eleazaro, rivestito dell'Urim e del Tummim, sia per mezzo di altri Profeti, e che Dio protegge Israele e combatte per esso; donde aggiunge: «A suo tempo (ossia nelle età seguenti), sarà detto a Giacobbe e a Israele (cioè alla posterità degli Israeliti), ciò che (e quanto grandi cose) Dio ha operato per esso.»


Versetto 24: Il Popolo Si Leverà Come una Leonessa

24. ECCO IL POPOLO SI LEVERÀ COME UNA LEONESSA, E SI ERGERÀ COME UN LEONE. — Paragona Israele a un leone e a una leonessa, la quale quando allatta ed è affamata per i suoi cuccioli, è più feroce e più selvaggia del leone. Si veda quanto detto a Genesi 29,9.

NON SI CORICHERÀ FINCHÉ NON AVRÀ DIVORATO LA PREDA E BEVUTO IL SANGUE DEGLI UCCISI. — Persiste nella metafora del leone, come a dire: Israele non si fermerà finché non avrà schiacciato i nemici Cananei, diviso il bottino da essi e afferrato e spartito la loro terra a lui promessa; anzi, finché come un leone non avrà bevuto il sangue degli uccisi: non come se ciò dovesse avvenire alla lettera, o come se Israele avesse poi fatto realmente qualcosa del genere, ma che riporterà una vittoria perfetta e gioiosissima sui Cananei e gli altri nemici, nella quale verserà il loro sangue così facilmente, così piacevolmente e senza strage dei propri, come se stesse vuotando e bevendo una coppa; o piuttosto, che in quella vittoria verserà un sangue così copioso dei nemici che esso, scorrendo come un torrente, potrà offrire da bere ai vincitori, e così saziare abbondantemente il loro desiderio, e quasi la loro sete. Poiché soltanto questo significano per catacresi e metalessi queste e simili espressioni, come nel Salmo 57,10: «Laverà le mani nel sangue del peccatore;» Isaia 63,3: «Li ho calpestati nel mio furore, e il loro sangue è spruzzato sulle mie vesti;» Salmo 67,24: «Affinché il tuo piede sia immerso nel sangue;» Salmo 109, ultimo versetto: «Berrà dal torrente lungo la via.» Poiché tutte queste non significano altro che una insigne, piena e perfetta vittoria sui nemici.


Versetto 27: Vieni in un Altro Luogo — Il Monte Peor

27. E BALAK GLI DISSE: VIENI, E TI CONDURRÒ IN UN ALTRO LUOGO, SE FORSE PIACERÀ A DIO CHE DI LÀ TU LI MALEDICA. — Questo è il secondo cambiamento di luogo, col quale il superstizioso Balak sperava che Balaam maledicesse gli Ebrei: donde per tre volte da tre luoghi diversi, Balaam al contrario benedisse gli Ebrei, ossia: primo, dal monte Abarim e dal tempio di Baal, capitolo 22,41; secondo, dalla cima del Pisga, capitolo 23,14; terzo, qui dal monte Peor, come è chiaro dai versetti seguenti. Inoltre Fogor o Peor era un idolo, dal quale fu chiamato Beelpeor, come pure questo monte, del quale si veda il capitolo 25,3.