Cornelius a Lapide, S.J.

Prooemium et Encomium Sacrae Scripturae

(Proemio ed Encomio della Sacra Scrittura)


Sezione Prima

Dell'origine, dignità, oggetto, necessità, frutto, ampiezza, difficoltà, esempi, metodo e disposizioni.

Quel celebre teologo egiziano, quasi contemporaneo di Mosè, Mercurio, secondo l'opinione dei Gentili detto Trismegisto, a lungo meditando fra sé con quale metodo potesse descrivere nel modo più adeguato l'universo, infine proruppe in queste parole: «L'universo,» disse, «è un libro della divinità, e quest'epoca fiocamente illuminata è uno specchio delle cose divine.» In verità, da questo libro egli aveva appreso la propria teologia con lunga meditazione. «Poiché i cieli narrano la gloria di Dio, e il firmamento annuncia le opere delle sue mani;» e: «Dalla grandezza della bellezza delle creature, si può scorgere il loro Creatore, e la sua eterna e invisibile potenza e divinità;» cosicché in queste grandi tavole dei cieli, nelle pagine degli elementi e nei volumi del tempo, si può, con occhio perspicace, leggere apertamente, per così dire, la dottrina dell'istruzione divina: così infatti dai primordi stessi del mondo e dall'impresa di crearlo dal nulla, misuriamo l'onnipotente potenza ed energia del suo Autore; dalla molteplice, discordante eppure variegata armonia delle cose create, il suo benefico abisso; dall'ampio abbracciare tutti gli altri spiriti, corpi, moti e tempi, l'eternità e l'immensità del Creatore, e in qualche misura le percepiamo. Così dal peso, dal numero e dalla misura di queste stesse cose, si può ammirare e venerare la sapientissima provvidenza di questo grande Architetto, e la numerosa e mirabilmente concorde armonia e il disegno di ogni natura in esso, la quale originariamente legò ciascuna parte di questo universo in misure fisse e del tutto immobili, sia a sé stessa sia ad ogni altra parte corrispondente nel modo più amichevole, e preserva e protegge indissolubilmente questo vincolo amichevole con il suo influsso continuo, affinché con costante fedeltà variassero concordemente i loro corsi. L'eterna Sapienza in persona, proclamando pubblicamente ciò di sé stessa, dice in Proverbi 8,22: «Quando preparava i cieli, io ero presente; quando circondava gli abissi con una legge fissa e un circolo; quando rendeva saldo il cielo in alto e pesava le sorgenti delle acque; quando circondava il mare con il suo confine e poneva una legge alle acque perché non oltrepassassero i loro limiti; quando gettava le fondamenta della terra, io ero con lui disponendo tutte le cose,» come per significare che aveva inscritto certi segni di sé stessa in questa composizione.

2. Ma in verità, sebbene questo bel microcosmo riveli l'archetipo dal quale fu plasmato dal suo Autore, cioè la sacra potenza divina e la sfera increata dell'altissima divinità, e lo ponga davanti ai nostri occhi, tuttavia per molti aspetti questo libro è imperfetto, e fornisce soltanto elementi rudimentali, vestigia, dico, piuttosto con le quali, come dall'unghia si riconosce il leone, che non una chiara e completa descrizione del suo scrittore. Inoltre, essendo scritto nel solo carattere della natura, non detta nulla di ciò che trascende i confini della natura, per mezzo del quale potremmo essere elevati al cielo della Santissima Trinità e al nostro bene eterno, che inseguiamo con tutti i nostri desideri attraverso la vita e la morte.

3. Parve dunque bene alla bontà divina e infinita — cioè allo scriba sapientissimo, che scrive velocemente e con mirabile condiscendenza — adoperare un'altra penna, porci dinanzi altre tavole, dipingere caratteri di sé ben diversi: i quali inserissero non una muta somiglianza, ma voci distinte per gli occhi, suoni per le orecchie, significati per le menti, e immagini viventi delle cose divine, con i quali descrivesse sia sé stesso, sia le menti celesti e tutte le cose create, e tutto ciò che ci guida per mano a vivere bene e beatamente, con tanta chiarezza quanta benevolenza e sapienza. Questo è ciò che Mosè, in procinto di dettare la legge di Dio a Israele, ammirava, Deuteronomio 4,7: «Ecco,» esclama, «un popolo saggio e intelligente, una grande nazione; né vi è altra nazione così grande che abbia dèi che le si avvicinino: qual è infatti un'altra nazione così rinomata da avere cerimonie, e giusti giudizi, e l'intera legge, che io oggi porrò davanti ai vostri occhi?»

In verità, quanto è meraviglioso avere sempre a portata di mano i sacri libri della divina Scrittura — le lettere stesse, dico, scritte da Dio per noi, e i testimoni indubitabili della volontà divina — leggerli più e più volte, voltarli e rivoltarli! Quanto è soave, quanto pio, quanto salutare, ricevere un oracolo domestico che si possa consultare, dove si oda non Apollo dal suo tripode, ma Dio stesso, che parla assai più chiaramente e certamente che dall'antica arca e dai Cherubini!

Questo pensava San Carlo Borromeo quando era solito leggere la Sacra Scrittura, quasi fossero gli oracoli di Dio, solo a capo scoperto e ginocchio piegato, reverentemente leggendo.

Per questa ragione vi erano un tempo nelle chiese due armadi sacri, posti a destra e a sinistra dell'abside: in uno dei quali si conservava la sacra Eucaristia, e nell'altro i sacri volumi della divina Scrittura. Onde San Paolino (come egli stesso attesta nella lettera 42 a Severo) nella chiesa di Nola da lui edificata, ordinò che questi versi fossero iscritti a destra:

Qui è il luogo, il venerando tesoro dove si ripone, e dove
Si colloca la nutriente pompa del sacro ministero;

e a sinistra questi:

Se qualcuno è preso dal santo desiderio di meditare la legge,
Qui potrà sedere e attendere ai sacri libri.

Così ancora oggi gli Ebrei nelle loro sinagoghe custodiscono la legge di Mosè, come un oracolo, magnificamente in un tabernacolo, proprio come noi facciamo con la Sacra Eucaristia, e la espongono pubblicamente; si guardano dal toccare la Bibbia con mani non lavate; la baciano ogni volta che la aprono e la chiudono; non si siedono sulla panca sulla quale è posata la Bibbia; e se essa cade a terra, digiunano un'intera giornata, il che rende tanto più stupefacente che queste cose siano trattate con più negligenza da alcuni cristiani.

San Gregorio, nel libro IV, lettera 84, rimprovera Teodoro, benché fosse medico, per aver letto con negligenza la Sacra Scrittura: «L'imperatore del cielo, il Signore degli angeli e degli uomini, ti ha inviato le sue lettere per la tua vita, e tu trascuri di leggerle con ardore! Che cos'è infatti la Sacra Scrittura, se non una sorta di lettera di Dio onnipotente alla sua creatura?» Perciò tratterò con alquanta maggiore ampiezza delle Sacre Lettere: primo, della loro eccellenza, necessità e frutto; secondo, della loro materia e ampiezza; terzo, della loro difficoltà; quarto, addurrò i giudizi e gli esempi dei Padri su questo argomento; quinto, mostrerò con quale preparazione dell'animo e con quale impegno questo studio debba essere intrapreso.


Capitolo I: Dell'eccellenza, necessità e frutto della Sacra Scrittura

I. I filosofi insegnano che i princìpi delle dimostrazioni e delle scienze devono essere conosciuti prima di quelle stesse scienze e dimostrazioni. Vi è infatti nelle scienze, come in tutte le altre cose, un ordine; e ogni verità è o primaria e ovvia a tutti, o scaturisce da una verità primaria attraverso determinati canali, i quali se si recidono, come tagliando i canali di una sorgente, si distruggeranno tutti i rivoli di verità che ne nascono. Ora, la Sacra Scrittura contiene tutti i princìpi della Teologia. La Teologia infatti non è altro che una scienza di conclusioni tratte da princìpi certi per fede, e perciò è la più augusta di tutte le scienze, nonché la più certa: ma i princìpi della fede e la fede stessa sono contenuti nella Sacra Scrittura: donde segue evidentemente che la Sacra Scrittura getta le fondamenta della Teologia, dalle quali il teologo, mediante il ragionamento della mente, come una madre genera la prole, produce e partorisce nuove dimostrazioni. Pertanto chiunque pensi di poter separare con serio studio la Teologia scolastica dalla Sacra Scrittura, si immagina una prole senza madre, una casa senza fondamenta e, come una terra sospesa in aria,

Ciò fu visto da quel divino Dionigi, che tutta l'antichità riguardò come il vertice dei teologi e l'«uccello del cielo», il quale ovunque, disputando di Dio e delle cose celesti, professa di procedere sostenuto dalla Sacra Scrittura come da un principio e una fiaccola risplendente. Valga per tutti l'esempio tratto dall'esordio stesso della sua opera Dei Nomi divini, capitolo 1, dove premette presso a poco così: «Per nessuna ragione,» dice, «si deve presumere di dire o pensare alcunché della divinità supersostanziale e segretissima, oltre a ciò che i sacri eloqui ci hanno tramandato: poiché la suprema e divina scienza di quella ignoranza (del mistero divino, s'intende) è da attribuirsi ad essa, ed è lecito aspirare a cose più alte solo nella misura in cui il raggio dei divini eloqui si degna di insinuarsi, mentre le altre cose devono essere onorate con casto silenzio come ineffabili: come ad esempio che la deità primordiale e fontale è il Padre, e che il Figlio e lo Spirito Santo sono, per così dire, germogli piantati divinamente dalla feconda deità, e quasi fiori e luci supersostanziali — ciò lo abbiamo ricevuto dalle sacre Scritture. Poiché quella Mente è inaccessibile a tutte le sostanze, ma da essa, nella misura in cui le piace, con mano protesa, siamo portati in alto dalle sacre Lettere ad attingere quei supremi fulgori, e da questi siamo indirizzati agli inni divini e formati alle sacre lodi.» E nuovamente nel libro Della Teologia mistica, insegna che la teologia spirituale e mistica, la quale giunge al mistero nascosto supersostanziale e alla caligine di Dio trascendendo tutte le cose create mediante la negazione, senza simboli, è stretta e così compressa da terminare nel silenzio: ma la teologia simbolica, la quale, discendendo Dio alle nostre parole nella Scrittura, ci presenta le sue figure sensibili, si estende ad un'ampiezza conveniente, e per questa ragione San Bartolomeo era solito dire che la Teologia è al tempo stesso grandissima e piccolissima, e il Vangelo è ampio e grande, e tuttavia conciso: misticamente, cioè, e ascendendo, piccolo e conciso; simbolicamente, e discendendo, grande e ampio.

In verità, se fossimo privi della teologia simbolica, se nei sacri libri Dio non avesse dato alcuna immagine di sé e dei suoi attributi, quanto mai muta, quanto silenziosa sarebbe tutta la nostra Teologia! Se la Scrittura avesse taciuto della Santissima Trinità — una e medesima monade ed essenza — non vi sarebbe forse un profondo e perpetuo silenzio fra gli Scolastici, in una materia così vasta, sulle relazioni, l'origine, la generazione, la spirazione, le nozioni, le persone, il Verbo, l'immagine, l'amore, il dono, la potenza e l'atto nozionale, e tutto il resto? Se i divini eloqui non ponessero la nostra beatitudine nella visione di Dio, quale dei teologi avrebbe potuto, non dico sperarla, ma anche solo fiutarla da lontano? Se i sacri profeti e gli scrittori del nuovo testamento avessero passato sotto silenzio la fede, la speranza, la religione, il martirio, la verginità e ogni altra catena di virtù trascendenti la natura e divine — chi le avrebbe perseguite con l'ingegno, chi con i desideri e la volontà? Certamente, queste cose rimasero nascoste agli antichi sapienti, benché dotati di una forza d'intendere quasi prodigiosa e miracolosa; l'accademia di Platone nulla seppe di queste cose, qui tace tutta la scuola di Pitagora, qui Socrate, Pimandro, Anassagora, Talete e Aristotele sono fanciulli. Tralascio come le divine Lettere trattino più chiaramente e più certamente di qualsiasi Etica le virtù affini alla natura, la legge e i doveri degni dell'uomo in quanto dotato di ragione, e i vizi ad esse opposti, e l'intero campo della Filosofia morale — cosicché ad esse sole quelle lodi di Cicerone rivolte alla Filosofia, ossia all'Etica, si adattano nel modo più appropriato, e possono a buon diritto essere chiamate «luce della vita, maestra dei costumi, medicina dell'anima, norma del ben vivere, nutrice della giustizia, fiaccola della religione.»

Ciò lo apprese, e lo sperimentò con grande suo bene, San Giustino filosofo e martire. Come egli stesso testimonia all'inizio del dialogo contro Trifone, avido di Filosofia e di quella vera sapienza che conduce a Dio, errò invano per le più illustri sette dei Filosofi con un percorso circolare degno di nota, come un'odissea di errori, finché da ultimo trovò riposo nell'Etica cristiana delle Sacre Lettere, come nell'unico terreno solido. Dapprima si aggregò come discepolo a un certo Stoico, ma poiché da lui non udiva nulla intorno a Dio, scelse un maestro Peripatetico, che disprezzò perché vendeva la sapienza a prezzo; poi cadde presso un Pitagorico, ma poiché non era né Astrologo né Geometra (arti che quel maestro richiedeva come prerequisiti per la vita beata), da costui scivolò verso un Platonico, deluso da tutti con una vana e fugace speranza di sapienza; finché inaspettatamente s'imbatté in un certo divino Filosofo, uomo o angelo che fosse, il quale subito lo persuase a rinunziare a tutto quell'apprendimento circolare e a leggere i libri dei Profeti, la cui autorità era superiore a qualsiasi dimostrazione e la cui sapienza era quanto mai salutare — ad affilare su di essi tutto il suo desiderio di conoscenza. E quello si allontanò e non fu più da lui veduto, ma un così ardente desiderio di questo sacro studio e della lettura dei divini volumi fu gettato in lui, che subito, dato l'addio a ogni altro sapere, perseguì questo solo con somma avidità e lo seguì con somma costanza, con frutto così abbondante da produrre per noi Giustino al tempo stesso cristiano, filosofo e martire. Vale bene la pena che noi tutti seguiamo questo medesimo consiglio di quel divino Filosofo, se desideriamo assorbire e imbeverci del vero senso di Dio e della pietà, dei costumi cristiani e dello spirito della vita santa.

Fallace è infatti quell'opinione che abbaglia l'acume mentale di molti, cioè che le Sacre Lettere siano da imparare non per sé stessi ma solo per gli altri, per fare il dottore o il predicatore — vale a dire per frodare sé stessi del bene che si cerca per gli altri, e come un mercenario scavare o estrarre un tesoro così nobile non per sé ma per altri. Non così pensano quei divini eloqui medesimi: «Abbiamo,» dice il Beato Pietro, prima Epistola, capitolo 1, versetto 19, «la più ferma parola profetica, alla quale fate bene a prestare attenzione come a una lampada che brilla in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e la stella del mattino sorga nei vostri cuori.» Conviene dunque che tu per primo ti rivolga a questa fiaccola, che la segua, affinché la stella del mattino sorta nel tuo cuore risplenda poi ad altri.

Il Salmista regale chiama beato non colui che riversa sugli altri le parole di Dio, ma colui che medita la sua legge giorno e notte; costui, dice, è come un albero piantato lungo corsi d'acqua, che darà il suo frutto a suo tempo. A questo fine soprattutto Dio volle che i sacri libri fossero scritti per noi, e propose la sua parola come lampada ai nostri piedi e luce ai nostri sentieri, affinché passeggiando fra questi giardini della più fulgida delizia — più che i giardini di Alcinoo — fossimo nutriti dalla dolcissima vista dei frutti celesti e godessimo del loro gusto. E in verità, come in un paradiso, fra i verdi virgulti di alberi e fiori, o le splendenti facce dei pomi, è inevitabile che chi passa sia ristorato almeno dalla fragranza e dal colore; e come vediamo che colui che passeggia al sole, anche per diletto, nondimeno si riscalda e assume un colorito rosso: così le menti, i sensi, i consigli, i desideri e i costumi di coloro che con devozione e costanza leggono, ascoltano e apprendono le divine Lettere sono necessariamente tinti, per così dire, di un certo colore di divinità, e accesi di santi affetti.

Chi infatti non si rivestirebbe della casta purezza dell'anima, quando ascolta le caste parole del Signore, come argento provato al fuoco, che la esaltano con tante lodi e la raccomandano con premi così grandi? Quale cuore è così freddo da non accendersi di carità, quando ascolta Paolo ardente d'amore, che scaglia ovunque le fiamme di fuoco dell'amore divino? A quale mente non balzerebbe il cuore alla lettura dei beni celesti nelle Scritture, così da disprezzare e sdegnare questi beni infimi? Chi, con questa speranza dei cittadini del cielo, non bramerebbe emulare la loro vita in un corpo umano, e vivere come un uomo-angelo? Chi non fortificherebbe il petto virile per la fede e la pietà anche contro le onde più poderose dei mali, e cercherebbe una bella morte fra le ferite, quando con orecchie e cuori protesi attinge e riceve questi sacri squilli di tromba che risuonano con tanta soavità e vigore la fortezza e la costanza? Così appunto i Maccabei, 1 Maccabei 12,9, avendo per unica consolazione i santi libri, si gloriano di resistere con virtù invinta, impenetrabili a tutti i nemici. E l'Apostolo, armando i fedeli per ogni avversità e tribolazione, Romani 15,4: «Tutte le cose,» dice, «che furono scritte, furono scritte per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione delle Scritture, abbiamo la speranza.» In verità, non so quale spirito vitale le parole divine infondano nei lettori con un occulto influsso, cosicché se le si confrontino con gli scritti degli uomini più dotti e più santi, per quanto ardenti, si giudicherebbero questi inanimati e quelli viventi e spiranti vita.

Una sola voce del Vangelo poté — «Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto ciò che hai, e dallo ai poveri» — incendiare il grande Antonio, allora giovane illustre per nobiltà e ricchezze, di tale amore per la povertà evangelica che immediatamente si spogliò di tutti quei beni dietro i quali i ciechi mortali tanto avidamente sospirano, e abbracciò una vita celeste in terra mediante la professione monastica. Così scrive Sant'Atanasio nella sua Vita. La divina Scrittura poté convertire Vittorino, allora tronfico retore della città, dalla superstizione pagana e dall'orgoglio alla fede cristiana e all'umiltà. La lettura di Paolo poté non solo congiungere l'eretico Agostino agli ortodossi, ma anche, avendolo strappato dalla più turpe voragine della lussuria quotidiana, spingerlo e innalzarlo alla continenza e alla castità — non dico maritale, ma religiosa, interamente celibe e intatta. Si veda Confessioni VIII, 11; VII, 21. Una sola lettura del Vangelo poté — «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli; beati quelli che piangono, perché saranno consolati!» — convertire immediatamente Simeone lo Stilita, e farlo progredire a tal punto che per ottant'anni continui stette su un piede solo in cima a una colonna, che si dedicò alla preghiera giorno e notte, vivendo quasi senza cibo e senza sonno, così da sembrare un prodigio del mondo, e non tanto un uomo quanto un angelo caduto nella carne. Perché dunque, dirai, noi che così spesso leggiamo la Sacra Scrittura non sentiamo questi fervori, questi mutamenti di vita? Perché le leggiamo con negligenza e sbadigliando, cosicché possiamo giustamente applicare quel detto di San Marciano in Teodoreto, nel Filoteo, il quale, pregato dai Vescovi di dire una parola di salvezza, rispose: Dio ci parla quotidianamente per mezzo delle sue creature e per mezzo della Sacra Scrittura, e tuttavia da esse ricaviamo poco profitto: come dunque io, parlando a voi, vi gioverò, io che perdo questo profitto insieme agli altri?

Un tempo il più misterioso fra tutti i profeti, Ezechiele, vide un grande fiume che usciva da sotto la soglia della casa del Signore, che non poté attraversare, «poiché le acque del torrente profondo si erano gonfiate,» dice, «che non possono essere guadate: e quando mi voltai, ecco sulla riva del torrente da entrambi i lati, alberi in grandissima quantità.» Ma che cosa erano questi? Certamente tutti i Santi, sia antichi che nuovi, sia della legge che del Vangelo, i quali, sedendo presso le correnti degli Evangelisti, degli Apostoli e dei Profeti, come alberi bellissimi sono sempre verdeggianti, e abbondano di una piacevole e soave profusione di ogni genere di frutto. Poiché il medesimo fiume nutre e alimenta entrambe le rive; il medesimo, dico, Spirito Santo, autore della Scrittura, tessé una sola e medesima Scrittura che si estende attraverso diverse epoche, e instillò linfa vitale in tutti i pii mediante tanto il nuovo quanto l'antico testamento, purché noi vogliamo attingerla.


Capitolo II: Dell'oggetto e dell'ampiezza della Sacra Scrittura

II. Ora dunque, per riprendere queste cose da un principio più alto, vediamo quale e quanto grande sia l'argomento della Sacra Scrittura, e quale la sua materia. Vuoi che lo dica in una parola? La Sacra Scrittura ha per oggetto tutto ciò che è conoscibile, abbraccia nel suo seno tutte le discipline e tutto ciò che si può sapere: e perciò è una sorta di università delle scienze, che contiene tutte le scienze o formalmente o eminentemente. Origene, commentando il capitolo 1 di San Giovanni, dice: La divina Scrittura è un mondo intelligibile, costituito dalle sue quattro parti, come da quattro elementi; la cui terra è, per così dire, nel mezzo come un centro, cioè la storia; attorno alla quale, a somiglianza delle acque, si versa l'abisso dell'intelligenza morale; attorno alla storia e all'etica, come attorno a due parti di questo mondo, si aggira l'aria della scienza naturale; ma al di là di tutto e al di sopra, quell'ardore etereo e igneo del cielo empireo, cioè la contemplazione superiore della natura divina che chiamano Teologia, è abbracciato: così Origene. Dal che a tua volta, come adatti il senso storico alla terra e il tropologico all'acqua, così giustamente puoi adattare l'allegorico all'aria, e l'anagogico al fuoco e all'etere.

Ma io sostengo inoltre che la Sacra Scrittura, nel suo senso — non solo quello mistico, ma persino nel solo senso letterale, il quale tiene il primo posto e il quale sopra tutti bisogna perseguire — abbraccia ogni conoscenza e tutto ciò che è conoscibile.

Per dimostrarlo, pongo un triplice ordine di cose, al quale i Filosofi e i Teologi riferiscono tutte le cose: il primo è quello della natura, ossia delle cose naturali; il secondo, delle cose soprannaturali e della grazia; il terzo, dell'essenza divina con i suoi attributi, sia essenziali che nozionali. Il primo ordine della natura è indagato dalla Fisica e dalle altre discipline della filosofia naturale; il secondo e il terzo, in questa vita, dalla dottrina rivelata, che appartiene alla fede e alla Teologia; nell'altra vita, dalla visione della divinità, che beatifica i Santi e gli Angeli. Ora San Tommaso insegna che la Sacra Scrittura tratta anche il primo ordine delle cose naturali, proprio sulla soglia della Somma Teologica: poiché nell'articolo 1 della prima questione, dove domanda se, oltre alle discipline filosofiche, sia necessaria un'altra dottrina, risponde con una duplice conclusione. La prima è: «È necessaria per la salvezza umana una certa dottrina rivelata da Dio oltre le discipline filosofiche,» cioè per conoscere quelle cose che eccedono l'intelletto e le forze naturali dell'uomo; la seconda: «La stessa dottrina rivelata è necessaria anche in quelle cose che possono essere investigate dalla luce naturale attraverso la filosofia.» Aggiunge la ragione: perché questa verità si acquista mediante la filosofia da pochi, in lungo tempo, e con una mescolanza di molti errori; è dunque necessaria una dottrina rivelata che diriga, corregga e facilmente e certamente trasmetta a tutti la filosofia.

Ne danno illustre esempio i prìncipi dei filosofi, Platone e Aristotele, i quali con insigne ingegno raggiunsero molte cose invero, ma ne lasciarono anche molte così ambiguamente, così oscuramente, che l'industria dei commentatori greci, latini e arabi si è affaticata per molti secoli nello spiegarle. Tralascio gli errori e le favole, «ma non come la tua legge.» Questa vera e solida sapienza «non è stata udita in Canaan, né vista in Teman,» dice Baruc III, 22; «anche i figli di Agar, che cercano la prudenza che è della terra, i mercanti di Merrà e di Teman, e i favoleggiatori, e i cercatori di prudenza e d'intelligenza, non hanno conosciuto la via della sapienza, né hanno ricordato i suoi sentieri; ma Colui che sa ogni cosa la conosce, Colui che preparò la terra per ogni tempo, che manda la luce ed essa va: questo è il nostro Dio; Egli ha trovato ogni via della scienza, e l'ha data a Giacobbe suo servo, e a Israele suo diletto; dopo ciò:» cioè, affinché insegnasse a fondo questa scienza, «è stato visto sulla terra, e ha conversato con gli uomini.»

Chiederai dunque in quale luogo la Fisica, l'Etica e la Metafisica sono insegnate nella Sacra Scrittura. Dico che la Fisica, anche nella sua forma primordiale e dalla sua stessa origine, è tramandata nella Genesi, nell'Ecclesiaste, in Giobbe; l'Etica, attraverso brevissime massime e sentenze nei Proverbi, nella Sapienza, nell'Ecclesiastico; la Metafisica, soprattutto in Giobbe e nei Salmi, nei quali mediante inni si celebrano la potenza, la sapienza e l'immensità di Dio, insieme alle sue opere — cioè gli angeli e tutte le altre cose. La Storia e la Cronologia dall'inizio stesso del mondo fino quasi ai tempi di Cristo, non le potresti cercare da alcun'altra fonte più certe, più dilettevoli o più varie che dalla Genesi, dall'Esodo, dai libri di Giosuè, dei Giudici, dei Re, di Esdra e dei Maccabei. Che la Sacra Scrittura condanni la sofistica, e faccia uso di argomentazione solida e logica, lo insegna Sant'Agostino nel libro II del De Doctrina Christiana, capitolo 31. Riguardo alla matematica ricavata dai numeri, il medesimo insegna nel libro III del De Doctrina Christiana, capitolo 35. La Geometria è evidente nella costruzione del tabernacolo e del tempio, sia quello di Salomone sia quello così mirabilmente misurato in Ezechiele. Giustamente perciò Sant'Agostino disse alla fine del libro II del De Doctrina Christiana: «Quanto la quantità di oro, argento e vesti che il popolo ebreo portò con sé dall'Egitto è inferiore alle ricchezze che poi conseguì a Gerusalemme, massimamente sotto Salomone: altrettanto grande è tutta la scienza, anche quella utile, raccolta dai libri dei Gentili, se la si confronti con la scienza delle divine Scritture: poiché tutto ciò che un uomo ha appreso altrove, se è nocivo, lì è condannato; e quando chiunque avrà trovato lì tutte le cose che utilmente ha appreso altrove, troverà assai più abbondantemente lì ciò che non si trova in nessun altro luogo, ma si apprende soltanto nella mirabile altezza e mirabile umiltà di quelle Scritture.»

Poiché tutte le discipline liberali, tutte le lingue, tutte le scienze e arti — le quali sono ciascuna contenute entro certi limiti — servono la Sacra Scrittura come ancelle servono la loro signora e regina. Ma questa scienza sacra abbraccia tutte le cose, comprende l'intera realtà, e per diritto rivendica a sé l'uso di tutte: cosicché, essendo per così dire la più perfetta di tutte, il fine e lo scopo di tutte, viene per ultima nell'ordine dell'apprendimento.

Così dunque le Sacre Lettere trattano il primo ordine delle cose — cioè l'ordine della natura — specialmente in quanto tocca Dio e gli attributi di Dio, l'immortalità e la libertà dell'anima, le pene, i premi e tutte le cose create, più certamente e solidamente di quanto le scienze naturali le perseguano, e le riconduce sulla retta via ovunque esse errino.

Invero, i più grossolani errori di Platone sono otto: ad esempio, che Platone insegna che Dio è corporeo; che Dio è l'anima del mondo, che si mescola con il suo grande corpo; che alcuni dèi sono più giovani e minori; che le anime preesistettero al corpo, e nel corpo come in un carcere espiano i delitti di una vita anteriore; che la nostra conoscenza è soltanto reminiscenza; che nella Repubblica le mogli devono essere in comune; che della menzogna si deve talvolta fare uso come di un rimedio, quasi un elleboro; che vi sarà una rivoluzione di uomini, animali, secoli e tutte le cose, cosicché dopo diecimila anni i medesimi sederanno qui come studenti, docenti e uditori: così vi sarà un ritorno e una palingenesi delle anime, come dice:
«Quando hanno girato la ruota per mille anni,
Tornano a voler rientrare nei corpi.»

Anzi, come dalla medesima fonte riteneva Pitagora, le anime migrano da corpo a corpo, ora di uomo, ora di bestia; onde egli era solito dire di sé: Io stesso, me ne ricordo — chi non lo crederebbe? Egli stesso lo disse! — fra gli spettatori ammessi, potreste trattenere il riso? —
«Io stesso, me ne ricordo, al tempo della guerra di Troia,
Ero Euforbo figlio di Pantoo, nel cui petto un tempo
Si conficcò la pesante lancia del minore degli Atridi.»

Non è forse verissimo qui il noto proverbio ebraico: ascher ric core lemore lo omen lebore, cioè «Chi facilmente e temerariamente crede al maestro, non crede al Creatore»?

Ma Aristotele — nel cui ingegno la natura mostrò l'estremo limite della sua potenza, come dice Averroè — fissa il Primo Motore all'Oriente; asserisce che Egli muove per fato e per necessità naturale; che questo mondo è eterno; che non vi è verità determinata dei futuri contingenti; che Dio non li conosce in modo determinato; e quanto all'immortalità dell'anima, alla provvidenza di Dio sugli uomini e sulle cose sublunari, alle pene e ai premi futuri, o li nega recisamente o li oscura al punto che, come una seppia avvolta nelle proprie spire, non possono essere riconosciuti né districati — e per questo fu detto e reputato da molti il carnefice degli ingegni, a causa della sua affettata oscurità.

Scorgendo attraverso queste tenebre della luce naturale, Democrito ed Empedocle confessarono francamente che nulla può essere veramente conosciuto da noi. Socrate era solito dire che sapeva soltanto questo: di non saper nulla; Arcesilao, che neppure questo si poteva sapere; Anassagora con i suoi seguaci ritenne che tutta la nostra conoscenza è mera opinione, che le cose ci sembrano soltanto così — anzi, che non si può sapere con certezza se la neve sia bianca, ma soltanto che così ci sembra — poiché tutti i sensi possono essere ingannati, come è ingannata la vista, la più certa di tutti, quando vede il collo della colomba, a causa dei raggi di luce rifratti, variegato di colori celesti, quando in realtà nessun tale colore esiste nella colomba.

In questa notte, dunque, della nostra vista offuscata, in questo mare e abisso, abbiamo bisogno della lanterna della dottrina rivelata come di un faro. «Lampada ai miei piedi è la tua parola,» dice il Salmista regale, Salmo 118,105, «e luce ai miei sentieri: mi hanno raccontato gli empi le loro favole, ma non come la tua legge.»

8. Quanto al secondo ordine, quello della grazia, e al terzo, quello della divinità, tutti vedono con San Tommaso che questi furono ignoti ai filosofi (poiché trascendono la luce della natura), e non possono essere conosciuti senza la rivelazione di Dio, senza la Parola di Dio. Vedi dunque come la Sacra Scrittura abbracci tutti gli ordini delle cose, si insinui in tutti, e come un sole di sapienza diffonda da sé i raggi di ogni verità?

Aristotele, o chiunque ne sia l'autore, nel suo libro Del Mondo, domandando che cosa sia Dio, dice: «Dio è nel mondo ciò che il timoniere è nella nave, l'auriga nel carro, il direttore del coro nel coro, la legge nella città, il comandante nell'esercito» — se non che in quelli l'autorità è laboriosa, turbata e ansiosa; in Dio è facilissima, liberissima e ordinatissima.

Lo stesso diresti della Sacra Scrittura, la quale è guida, legge, principe e moderatrice di tutte le altre scienze. Empedocle invero, interrogato su che cosa fosse Dio, rispose: Dio è una sfera incomprensibile il cui centro è ovunque e la cui circonferenza in nessun luogo. Così, a chi domandasse che cosa sia la Sacra Scrittura, diresti giustamente: È una sfera incomprensibile di sapere il cui centro è ovunque e la cui circonferenza in nessun luogo — poiché la Sacra Scrittura è la Parola di Dio. Pertanto, come la parola della nostra mente riflette la mente stessa e tutte le sue idee, così la Sacra Scrittura, essendo la Parola della mente divina, unica in sé stessa e, per così dire, commisurata all'intelletto e alla conoscenza divina (con la quale Dio vede sé stesso e tutte le cose, naturali e soprannaturali, in un solo sguardo della sua mente), esprime molte e varie cose, per instillare gradualmente nelle angustie delle nostre menti — le quali non possono afferrare quell'unica realtà smisuratamente vasta — il tutto, ma per così dire a pezzetti come a fanciulli, attraverso varie sentenze, esempi e similitudini.

E poi da questo come da un mare, gli Scolastici traggono i rivoli delle conclusioni teologiche. Togli la Sacra Scrittura dalla Teologia scolastica, e produrrai non teologia, ma filosofia; sarai un filosofo, non un teologo. Congiungi le due, intrecciate fra loro, e otterrai ogni merito sia di teologo che di filosofo.

9. Così le cose che vengono trattate nella Prima Parte riguardo all'essenza e agli attributi di Dio, alla predestinazione, agli angeli, all'uomo e all'opera dei sei giorni (tutto ciò che chiaramente deriva dal capitolo 1 della Genesi) da San Tommaso e dagli Scolastici, sono state attinte e derivate da ciò che abbiamo appreso attraverso la rivelazione della Sacra Scrittura. Perciò San Dionigi, col dito rivolto alle fonti, apre la sua Gerarchia celeste così: «Procediamo con tutte le nostre forze a intendere le Sacre Scritture, come le abbiamo ricevute dai Padri per contemplarle, e speculiamo, per quanto possiamo, sulle distinzioni e gli ordini degli spiriti celesti, che essi ci hanno tramandato o attraverso segni o attraverso i misteri di un'intelligenza più sacra.» Poiché se le Sacre Scritture non ci dipingessero gli angeli, quale Apelle, quale occhio, quale acume investigativo avrebbe potuto tracciarne i contorni?

Del medesimo parere è San Clemente, compagno e discepolo del beato Pietro, nella Lettera 5.

Ciò che viene trattato nella Terza Parte riguardo all'Incarnazione è stato tutto tratto dai quattro Vangeli, che narrano la vita di Cristo; ciò che riguarda gli antichi Sacramenti, dal Levitico; ciò che riguarda i Sacramenti della nuova legge, dal Nuovo Testamento in vari luoghi. Ciò che viene trattato nella Prima Secundae riguardo alla beatitudine, agli atti umani, alla libertà, al volontario, alle passioni, al peccato originale, veniale e mortale, alla grazia, ai meriti e ai demeriti — da dove, domando, deriva, se non dalla rivelazione di Dio? Ciò che viene disputato nella Secunda Secundae riguardo alla fede, alla speranza e alla carità poggia così interamente sulla Sacra Scrittura che tutta la loro intelligenza si riferisce a queste tre cose, dice Sant'Agostino, libro II del De Doctrina Christiana, capitolo 40. «Poiché il fine del precetto,» dice l'Apostolo, «è la carità da un cuore puro, e una buona coscienza, e una fede non finta.» «Fede non finta» — ecco la fede sincera; «buona coscienza» — ecco la speranza, poiché la buona coscienza spera e la cattiva dispera; «carità da un cuore puro» — ecco la carità.

Ciò che i teologi insegnano riguardo alla giustizia, alla fortezza, alla prudenza, alla temperanza e alle virtù ad esse connesse, Mosè pure lo copre nell'Esodo e nel Deuteronomio con i suoi precetti giudiziali, con i quali rende giustizia a ciascuno; come pure Salomone nei Proverbi, nell'Ecclesiaste e nella Sapienza; e l'Ecclesiastico abbraccia anch'esso questi argomenti — onde fu detto Panaretos, come se si dicesse «ogni virtù».

Poiché la Sacra Scrittura è stata così armoniosamente intessuta dallo Spirito Santo che si adatta a tutti i luoghi, tempi, persone, difficoltà, pericoli, malattie, a scacciare i mali, a richiamare i beni, a distruggere gli errori, a stabilire i dogmi, a instillare le virtù e a respingere i vizi; cosicché San Basilio giustamente la paragona a un'officina fornitissima, che fornisce rimedi di ogni genere per ogni malattia. Così, dalla Scrittura la Chiesa attinse la sua costanza e fortezza quando i tempi erano quelli dei Martiri; le luci della sapienza e i fiumi dell'eloquenza quando i tempi erano quelli dei Dottori; i baluardi della fede e l'abbattimento degli errori quando i tempi erano quelli degli eretici; nella prosperità, da essa imparò l'umiltà e la modestia; nell'avversità, la magnanimità; nella tiepidezza, il fervore e la diligenza; e infine, ogni volta che nel corso di tanti anni trascorsi si sfigurava per vecchiaia, macchie e difetti, da questa fonte otteneva il rinnovamento dei costumi perduti e il ritorno alla pristina dignità e condizione.

Così San Bernardo, su quelle parole di Cristo, «Se vuoi essere perfetto, va', vendi tutto ciò che hai, e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo,» dice: «Queste sono le parole che persuasero tutto il mondo al disprezzo del mondo e alla povertà volontaria; queste sono le parole che riempiono i chiostri per i monaci e i deserti per gli eremiti.»

Così anche il santo Concilio di Trento inizia la riforma della Chiesa dalla Sacra Scrittura, e nel suo intero primo decreto Sulla Riforma, prescrive con tanta sollecitudine quanto ampiezza che la lettura della Sacra Scrittura sia o istituita o restaurata ovunque.

10. Quanto sia utile, anzi necessaria, questa stessa disciplina della Sacra Scrittura per coloro che non vivono per sé soli, ma condividono una parte della loro vita a vantaggio degli altri — e specialmente per coloro che occupano le sacre cattedre — il fatto stesso parla anche senza che io lo dica, e l'universale consuetudine di tutti gli ecclesiastici lo conferma. E questa non è cosa recente: chiunque esamini gli antichi percepirà una conoscenza assai più piena delle sacre scritture in quei primi tempi, e così abbondante che spesso il loro intero discorso sembra non tanto inframmezzato dalla Scrittura, quanto intessuto da essa in una sorta di elegante catena; né si meraviglierà se leggerà che Origeni, Antoni e Vincenzi furono chiamati oracoli, templi e arche del testamento.

San Gregorio spiega splendidamente, nel libro XVIII dei Moralia, capitolo 14, quel passo di Giobbe, «L'argento ha i princìpi delle sue vene»: «L'argento,» dice, «è lo splendore della parola o della sapienza; le vene sono la Sacra Scrittura, come se dicesse apertamente: Chi si prepara alle parole della vera predicazione deve trarre le origini dei suoi argomenti dalle sacre pagine; affinché riconduca tutto ciò che dice al fondamento dell'autorità divina, e su di esso edifichi saldamente l'edificio del suo discorso.»

E Sant'Agostino, scrivendo a Volusiano: «Qui le menti depravate sono salutarmente corrette, le piccole menti sono nutrite, e le grandi menti sono dilettate; è nemica di questa dottrina quell'anima che o per errore non la conosce come quanto mai salutare, o, essendo malata, odia la medicina.»

È dunque giustamente deplorevole che anche nella nostra epoca si veda ciò che San Girolamo nel Prologo Galeato rimprovera agli uomini del suo secolo: che mentre in tutte le altre arti gli uomini sono soliti imparare prima di insegnare, nella Sacra Scrittura i più vogliono insegnare ciò che non hanno mai imparato. «La sola arte delle Scritture,» dice, «è quella che tutti ovunque rivendicano a sé, e quando hanno accarezzato le orecchie del popolo con un discorso forbito, qualunque cosa abbiano detto, la considerano legge di Dio; né si degnano di sapere che cosa abbiano pensato i Profeti e gli Apostoli, ma adattano al proprio sentire testimonianze incongrue — come se fosse gran cosa, e non la più viziosa specie d'insegnamento, stravolgere le sentenze e trascinare la Scrittura, riluttante, secondo la propria volontà.»

Invero, molti sono presi dall'incurabile prurito di insegnare e pochi dall'amore di imparare, e questo amore è scarso: onde accade che piegano la Scrittura come cera in ogni direzione, la trasformano in ogni forma con una mirabile metamorfosi, e come giocatori d'azzardo con le parole divine giocano con essa come cade la sorte, facendole spesso violenza, e torcendo in sensi estranei — contro i gravissimi decreti dei santi Padri, dei Canoni, dei Concili, e specialmente del Concilio di Trento — ciò che nel caso di Virgilio i poeti non avrebbero tollerato. Ma da dove viene tutto questo? Credo, da una certa sonnolenza e da un'ignavia fin troppo comune: hanno imparato male le lettere, rincresce loro imparare diligentemente ciò che devono insegnare, e la loro stessa pigrizia stende tenebre sulle loro menti, cosicché considerano la Sacra Scrittura facile e accessibile a chiunque per il proprio ingegno, e pensano di sapere ciò che non sanno, e non sanno di non sapere. Questa è la radice di tutto il male che deve essere estirpata — un contagio che, strisciando lontano e in lungo, ha infettato molti e si è sparso nel modo più ampio.


Capitolo III: Della difficoltà della Sacra Scrittura

21. III. Esaminiamo ora, come fu proposto in terzo luogo, quanto siano facili i libri divini. E per anticipare brevemente ciò che penso e ciò che mi sforzo di dimostrare: sostengo che la Sacra Scrittura è assai più difficile da intendere di tutti gli scritti profani — greci, latini, ebraici e qualsivoglia altri. Se ciò sia vero, vediamo.

La Sacra Scrittura supera tutte le altre, per consenso universale, sotto molti aspetti, ma particolarmente in questo: che mentre gli altri scritti esprimono un solo significato in una sola frase, questa ne esprime almeno quattro. Poiché ha significato non solo delle parole, ma anche delle cose significate da esse; onde ne consegue che il senso letterale offre l'intelligenza del fatto storico o della cosa immediatamente espressa dalle sacre parole; ma questa stessa storia o evento inoltre, nel senso allegorico, preannuncia qualcosa di profetico riguardo a Cristo Signore; nel senso tropologico, raccomanda qualcosa adatto alla formazione dei costumi; e innalzandosi ancora più in alto in un terzo modo, mediante l'anagogia propone i misteri celesti da contemplare in enigma.

E di questi a stento puoi raggiungerne anche uno solo genuino; come dunque prometterai così facilmente e temerariamente gli altri tre?

Ma, dirai, il senso storico predomina; io cerco questo solo, e lo raccolgo e misuro sufficientemente dai princìpi scolastici; quanto al senso simbolico, che è incerto e che chiunque potrebbe facilmente inventare, non me ne preoccupo ansiosamente. Ma bada, che non accada che, come quel Neottolemo di Ennio, il quale «diceva di voler filosofare, ma solo un poco, poiché nell'insieme non gli piaceva,» tu faccia il teologo solo di nome o alla superficie.

Poiché in primo luogo, quanto al senso mistico — che questo sia il senso principale della Scrittura, lo proclama l'intero Antico Testamento, il quale più direttamente narra i fatti di quel tempo, o le cose da compiere, ma soprattutto significa simbolicamente Cristo ovunque. Il medesimo giudizio vale per gli altri sensi.

E come Gionata in 1 Re capitolo 20, per considerare la cosa con un esempio familiare, stava per dare segretamente a Davide il segnale di fuggire: scagliando una freccia secondo il loro accordo e ordinando al ragazzo che doveva raccoglierla di andare più avanti, significava due cose — la prima immediatamente, che il ragazzo raccogliesse la freccia; la seconda più remotamente, ma che desiderava assai più comunicare, cioè che Davide, avvertito da questo segnale, si desse alla fuga. Proprio così stanno le cose in questo caso: il senso storico della Scrittura è quello anteriore, ma il mistico è il più importante; e da questo ultimo, come dal primo, il teologo può trarre l'argomento più valido per stabilire la sua dottrina, purché sia certo che quello è il senso genuino, così come Cristo Signore e gli Apostoli molto spesso ne traggono conclusioni efficacissime. Ma se non è certo, bensì ambiguo, se il senso mistico di un dato passo sia quello vero — che meraviglia se da una premessa dubbia si trae una conclusione dubbia? Poiché anche dal senso storico che aderisce alla lettera, se è incerto e dubbio, non si produrrà mai nulla di certo.

22. Inoltre, ritenere che i sensi spirituali siano mere invenzioni, e che chiunque possa con la propria fantasia adattarli a qualsiasi passo — come se qualcuno imitasse Proba Falconia (che fu la Saffo latina) nell'adattare l'Eneide di Virgilio, o l'imperatrice Eudocia nell'adattare l'Iliade di Omero, a Cristo, e accomodasse la Sacra Scrittura alla propria pia invenzione — è opinione perniciosa da sostenere, e più pericolosa ancora da mettere in pratica.

Poiché se il senso mistico è un vero senso della Scrittura, se lo Spirito Santo volle in modo tutto particolare dettarlo, con quale diritto sarà lecito a chiunque interpretarlo come gli piace? Con quale improntitudine qualcuno chiamerà l'invenzione del proprio cervello il pensiero dello Spirito Santo, e spaccerà sé stesso e le sue mercanzie come un fanatico dello Spirito Santo?

Lo videro e se ne guardarono con cura quei Padri che più si occuparono dell'allegoria; ripieni del medesimo Spirito, non la imposero temerariamente ovunque essa sembrasse sorrider loro, o per puntellare le proprie idee, né, come si suol dire, adattarono goffamente un gambale alla fronte o un elmo alla gamba; ma la legarono così alla realtà che concordasse adeguatamente in ogni aspetto.

Poiché come nel senso storico le parole denotano i fatti accaduti, così nel senso allegorico i fatti significano altre realtà più nascoste: cosicché se l'allegoria non corrisponde alla storia, essa è del tutto falsa e vuota. Per questa ragione, San Girolamo, scrivendo su Osea capitolo 10, insegna che applicare tropologicamente a Cristo ciò che comunemente si dice del re d'Assiria — cosa che egli stesso una volta aveva imprudentemente fatto — è empio; e nel prologo all'Abdia, rimprovera sé stesso per aver un tempo spiegato allegoricamente quel profeta senza averne ancora colto il significato storico.

23. Ma quanto al senso storico, anche se quello solo bastasse per te, quanti e quanto grandi sono gli aiuti necessari! Quanto spesso è nascosto! Quanto profondamente celato nell'espressione ebraica o greca, in uno stile di discorso nuovo e diverso da tutti gli altri! Quanto spesso si libra altissimamente verso le più grandi altezze!

Né ciò è sorprendente. Poiché se le parole dei sapienti esprimono i pensieri di una mente sapiente, e il discorso corrisponde alla concezione della mente, allora dove questa concezione è celeste e divina, quanto necessariamente deve l'espressione essere parimenti celeste e divina? Nessuno dubita che i sacri libri racchiudano nelle loro parole i pensieri dello Spirito Santo e la sapienza del Verbo eterno: cosicché non si deve strisciare per terra, ma elevarsi in alto, se si vuole volare attraverso questi divini eloqui verso i divini pensieri e la Prima Verità.

Riconosco liberamente che i Dottori scolastici traggono molte cose sottilmente dalle Scritture e le discutono in vari punti; ma essi pongono a sé stessi i propri limiti nelle questioni teologiche, le quali forniscono loro abbondantemente la materia e l'opera più utile e invero necessaria per un teologo, così che non hanno occasione di perseguire altro professionalmente — proprio come chi commenta la Sacra Scrittura talvolta svolge con maggior cura le conclusioni teologiche avvolte nei sacri passi, ma, per non andare oltre la propria competenza, immediatamente si ritira nel proprio ambito.

Ma una cosa è assaggiare qualcosa, ben altra è tessere insieme la medesima materia in un ordine certo e continuo; una cosa è esaminare una sentenza particolare, altra svolgere un intero volume e tutti i suoi passi con un'indagine diligente ed esatta di ciò che precede e di ciò che segue, con ricerca nelle fonti ebraiche e greche, e con lettura dei santi Padri, per assorbire la sua fraseologia e muoversi in esso come in casa propria. Chiunque trascuri ciò, contento di certi passi più difficili scelti e spiegati qua e là, non penetrerà mai nel sacro santuario — cioè nel significato nascosto delle sante parole — ma facilmente si allontanerà dalla verità e dalla mente dell'autore.

Lo si può vedere in certi scrittori più antichi, uomini peraltro non indotti, i quali in materia teologica talvolta così negligentemente afferrano e usano male qualche assioma sacro che provocano il riso dai nostri eretici e la bile dai cattolici.

24. San Gregorio splendidamente avverte il lettore nella prefazione ai Libri dei Re che egli talvolta spiega la storia diversamente da come fecero i Padri: poiché, dice, se essi dovessero esporre in sequenza tutto ciò che toccarono in parte, non avrebbero potuto in alcun modo mantenere la continuità del discorso che sembravano seguire. Molte cose, beninteso, sono inserite, precedono o seguono che devono essere confrontate con il passo che stai trattando; il modo dell'espressione sacra deve essere investigato anche in altri luoghi, e la fraseologia deve essere esaminata. Se queste non concordano con l'interpretazione, in nessun modo quello è il senso genuino del passo, in nessun modo quella è la forza, la potenza e il significato del discorso: cosicché spesso puoi essere in dubbio se sia maggiore l'oscurità della cosa stessa o dell'espressione.

Tralascio in silenzio la varia e, per così dire, onnicomprensiva ampiezza della materia: poiché che cosa vi è nell'intero Antico e Nuovo Testamento che non sia trattato o toccato?

25. Come esempio, per comprendere i libri dei Re, dei Maccabei, di Esdra, di Daniele e degli altri Profeti, quanta storia dei Gentili di vario genere bisogna conoscere! Quante monarchie — degli Assiri, dei Medi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani — devono essere apprese a fondo! Quanti costumi di nazioni, riti di alleanze, guerre, sacrifici e matrimoni devono essere indagati! Quanti siti di città, fiumi, monti e regioni dall'antichissima corografia e cosmografia universale devono essere esplorati!


Capitolo IV: Giudizi ed esempi dei Padri

IV. Ma affinché non rimanga alcuno scrupolo su questo punto, orsù, tracciamo la questione dalla sua stessa origine e vediamo come in ogni epoca la difficoltà non meno che la dignità della Sacra Scrittura abbiano sia acuito la reverenza verso di essa sia acceso lo zelo dei Santi.

Fra gli Ebrei vi è una tradizione ampiamente diffusa, alla quale fra i nostri scrittori danno il loro assenso Sant'Ilario nel commento al Salmo 2 e Origene nell'Omelia 5 sui Numeri, secondo la quale Mosè ricevette sul monte Sinai da Dio non solo la legge ma anche la spiegazione della legge, e gli fu comandato di mettere per iscritto la legge, ma di rivelare i suoi misteri e significati nascosti a Giosuè, e Giosuè ai sacerdoti, e questi a loro volta ai loro successori in carica, con il rigoroso sigillo del segreto.

Di qui Anatolio, citato da Eusebio nel libro VII della sua Storia, capitolo 28, riferisce che i Settanta Traduttori risposero alle molte domande di Tolomeo Filadelfo, re d'Egitto, sulla base delle tradizioni di Mosè. E Esdra, o chiunque sia l'autore del IV di Esdra (il quale, benché non canonico, ha la sua autorità confermata dall'essere annesso ai libri canonici), nel capitolo 14, riferisce il comando dato a Mosè: «Queste parole le pubblicherai apertamente, e queste le terrai nascoste.» A lui stesso poi — cioè a Esdra — dopo che ebbe dettato 204 libri per ispirazione di Dio, fu dato un comando simile: «Gli scritti precedenti che hai composto,» dice, «mettili in pubblico, e li leggano sia i degni sia gli indegni; ma gli ultimi settanta conservali, affinché tu li consegni ai sapienti del tuo popolo; poiché in essi è la sorgente dell'intelligenza, e la fonte della sapienza, e il fiume della conoscenza — e così feci.»

Per questa ragione Mosè ripetutamente — specialmente nel Deuteronomio — dispose che ogni questione dubbia e difficile del popolo riguardante la legge fosse deferita ai sacerdoti; poiché, come dice Malachia 2,7: «Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza, e dalla sua bocca cercheranno la legge (cioè i punti dubbi della legge di cui è questione, dice San Bernardo).» Per questa ragione pure, quando il Signore nel Levitico ingiungeva lo studio ai sacerdoti, li apostrofa nel capitolo 10 con queste parole: «Affinché abbiate la scienza di distinguere tra il sacro e il profano, tra il contaminato e il puro, e insegniate ai figli d'Israele tutti i miei statuti, che il Signore ha parlato loro per mano di Mosè.» E affinché ricordasse soprattutto questo dovere al sommo sacerdote, Dio volle che portasse sul pettorale delle vesti pontificali «dottrina e verità», o come è in ebraico, urim vetummim — «illuminazione e integrità» — le due glorie della vita sacerdotale, segnate con certi simboli, da portare e tenere sempre davanti ai propri occhi. Ma proseguiamo oltre.

26. Il Profeta regale, grande parte degli scrittori sacri — quel divino strumento dello Spirito Santo, dico — riconoscendo quelle sublimi e nascoste ombre persino all'interno di quegli stessi scritti, prega con parole sempre nuove nel Salmo 118: «Svela i miei occhi, e contemplerò le meraviglie della tua legge,» dove l'ebraico legge, gal enai veabbita — «rimuovi dai miei occhi (il velo delle tenebre, cioè), e chiaramente contemplerò le meraviglie della tua legge.» «Se un così grande profeta,» dice San Girolamo a Paolino, «confessa le tenebre della propria ignoranza, di quale notte d'ignoranza pensi che siamo circondati noi, che siamo piccoli e praticamente ancora lattanti? E questo velo è posto non solo sul volto di Mosè, ma anche sugli Evangelisti e sugli Apostoli; e se tutte le cose che sono scritte non sono aperte da Colui che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre, da nessun altro saranno dischiuse.»

Geremia ode nel capitolo 1: «Prima che ti formassi nel seno materno, ti ho conosciuto, e prima che uscissi dal grembo, ti ho santificato, e ti ho costituito profeta delle nazioni;» e tuttavia esclama: «Ah, ah, ah, Signore Iddio, ecco, non so parlare, perché sono un fanciullo.»

Isaia, nel capitolo 6, vide un Serafino che volava verso di lui, e con un carbone ardente gli apriva la bocca per profetare.

Ezechiele, nel capitolo 2, avendo contemplato la forma della creatura dalle quattro facce e la gloria del Signore, cade prostrato sulla sua faccia, e una volta sollevato dallo spirito, tace finché la sua bocca non viene parimenti aperta.

Daniele, nel capitolo 7 versetto 8, custodisce la parola di Dio nel suo cuore, ma è turbato nei suoi pensieri, e il suo volto è mutato, e resta stupefatto della visione perché non vi è interprete. E noi ci prometteremo un'intelligenza più facile di quelle stesse profezie, parabole, enigmi e simboli di quella che ebbero i loro stessi autori, o una più eloquente facilità nell'esporli, come fosse cosa naturale e congenita in noi?

27. In spirito ben diverso, l'Ecclesiastico, raffigurando il sapiente, gli richiede uno studio instancabile congiunto alla devota preghiera: «Il sapiente ricercherà la sapienza di tutti gli antichi, e si occuperà dei Profeti (o, come ha la fonte greca, 'delle profezie'); conserverà il discorso (in greco diegesis — la narrazione, l'esposizione) degli uomini illustri, e penetrerà nelle sottigliezze e nell'acume delle parabole; ricercherà i significati nascosti dei proverbi, e dimorerà fra i segreti delle parabole; aprirà la sua bocca in preghiera, e farà supplica per i suoi peccati. Poiché se il gran Signore lo vorrà, lo riempirà dello spirito di intelligenza, ed egli effonderà le parole della sua sapienza come piogge, renderà nota la disciplina del suo insegnamento, e si glorierà nella legge dell'alleanza del Signore.»

Gli antichi Rabbini degli Ebrei erano interamente dediti alla Sacra Scrittura; e da ciò furono chiamati sopherim, grammateis e Scribi. Dopo Cristo, poi, nessuno ignora che i Rabbini degli Ebrei non si occupano d'altro che della Sacra Scrittura e sono ignari di tutto il resto.

Ben noto è il racconto del Rabbino il quale, interrogato da un nipote avido di sapere se gli fosse lecito, o se gli consigliasse, di dedicarsi anche agli autori greci, rispose ironicamente che poteva — purché non lo facesse né di giorno né di notte: poiché sta scritto che si deve meditare la legge del Signore giorno e notte.

28. Passiamo al nuovo strumento della nuova alleanza: San Pietro, avendo menzionato le epistole di San Paolo, aggiunge che in esse vi sono certe cose «difficili da intendere, che gli indotti e gli instabili stravolgono, come fanno anche delle altre Scritture, a loro propria perdizione» (2 Pietro 3); e precedentemente nel capitolo 1: «Nessuna profezia della Scrittura è frutto di interpretazione privata; poiché la profezia non fu mai recata dalla volontà dell'uomo, ma i santi uomini di Dio parlarono, ispirati dallo Spirito Santo.»

Il suo fratello nell'ufficio e nell'alloro del martirio, San Paolo, attribuisce la capacità non alle forze naturali dell'intelletto ma alle distribuzioni delle grazie del medesimo Spirito, il fatto che «a uno è data per mezzo dello Spirito la parola di sapienza, a un altro la parola di scienza, ad un altro la fede, ad un altro la grazia delle guarigioni, ad un altro l'operazione delle virtù, ad un altro la profezia, ad un altro il discernimento degli spiriti, ad un altro i generi delle lingue, ad un altro infine l'interpretazione dei discorsi» (1 Corinzi 12), e che Dio perciò pose nella Chiesa alcuni come Apostoli, altri come Profeti, altri come Dottori. Altrove si gloria di essere stato istruito nella legge ai piedi di Gamaliele; altrove ammonisce i Pastori e i Vescovi a mostrarsi come operai che non hanno da vergognarsi, maneggiando rettamente la parola della verità, affinché siano capaci di esortare nella sana dottrina e di confutare quelli che contraddicono. Ma perché indugiamo?

29. Ascoltiamo Cristo: «Scrutate le Scritture,» dice. Anzi, Cristo sigillò questo dono, insieme al potere taumaturgico e dei miracoli di ogni genere, nel suo testamento alla sua Chiesa, quando, in procinto di salire al cielo e congedandosi dagli Apostoli, aprì la loro intelligenza perché comprendessero le Scritture.

Con questo disegno, in quella stessa epoca, San Marco istituì ad Alessandria questo studio cristiano delle sacre Lettere. Si può vedere in Filone il Giudeo, testimone oculare, nel suo libro Sulla vita contemplativa, e in Eusebio, libro 14 della sua Storia degli Esseni, con quanta assiduità gli Esseni — i primi, dico, di quei cristiani alessandrini — dall'alba alla notte spendevano l'intera giornata nel leggere, ascoltare e ricercare i più sublimi sensi allegorici nei volumi sacri dai commentari dei loro padri. Da quel momento furono gettati i primordi della scuola alessandrina, la quale in seguito crebbe e mirabilmente si accrebbe a poco a poco, e nei secoli seguenti produsse schiere di Martiri, un illustre coro di Dottori e Prelati, e luci del mondo; e affinché dal solo esempio di uno misuriamo il resto e vediamo con quanta avidità e instancabilità percorsero lo stadio della divina eloquenza, riguardo a Origene, Eusebio attesta che fin dalla fanciullezza aveva iniziato questa pratica, e che era solito rendere e recitare a suo padre ogni giorno parecchie sentenze sacre a memoria, come lezione quotidiana, e non contento di queste, cominciò anche a investigare e indagare i più profondi significati e sensi di esse. E quando era divenuto più adulto e gli fu data una cattedra, proseguendo la sua impresa giorno e notte, per questa sola ragione apprese a fondo la lingua ebraica, e raccolse da tutto il mondo le versioni di vari traduttori, e fu il primo con un nuovo esempio a comporre con immensa fatica gli Esapla e gli Ottapla, e a illuminarli con scoli.

Seguirono costoro in Oriente parimenti quella coppia d'oro dei Dottori della Grecia, Basilio e Gregorio il Teologo, i quali fuggendo nella solitudine, nella quiete e nel ritiro di un monastero, per tredici anni interi, messi da parte tutti i libri dei Greci profani, si dedicarono unicamente alla divina Scrittura, e «i divini volumi,» dice Rufino, libro XI della sua Storia, capitolo IX, «li studiarono per mezzo del commento non per propria presunzione, ma dagli scritti e dall'autorità dei maggiori, i quali sapevano aver parimenti ricevuto per successione apostolica la regola dell'interpretazione.» Conveniva dunque a uomini così grandi, dotati di tanta sapienza, ingegno ed eloquenza, impiegare tanti anni nei rudimenti della Sacra Scrittura; e per noi le Sacre Lettere sono ritenute così facili che ci annoia dedicarvi tre o quattro anni, o, se ne occorrano di più, riteniamo di aver del tutto perduto il nostro olio e la nostra fatica?

Contemporaneo di San Basilio fu Sant'Efrem il Siro, e quanto fosse studioso della Sacra Scrittura lo attestano i suoi scritti.

Riguardo alle scuole di Sacra Scrittura istituite a Nisibi al tempo dell'imperatore Giustiniano, ne è testimone Giunilio Africano, vescovo, nel suo libro a Primasio. Le medesime scuole sotto il medesimo Imperatore, il Pontefice Agapeto si adoperò per introdurle a Roma, come narra Cassiodoro nella prefazione al suo libro delle Letture divine: «Mi sforzai,» dice, «insieme al beatissimo Agapeto della città di Roma, affinché, come si tramanda che l'istituzione sia esistita a lungo ad Alessandria, e si dice sia ora diligentemente praticata nella città di Nisibi presso i Siri Ebrei, così mettendo insieme le risorse nella città di Roma, Dottori accreditati fossero piuttosto accolti in una scuola cristiana, donde l'anima ricevesse la salvezza eterna, e la lingua dei fedeli fosse nutrita con un'eloquenza casta e purissima.»

Così San Dionigi, il discepolo dell'Apostolo Paolo, e Clemente, il discepolo di San Pietro, insegnano che le Scritture furono loro tramandate, affinché anch'essi le insegnassero ai propri discepoli, e le trasmettessero ai posteri in una successione continua ricevuta di mano in mano.

Fra i Latini, il primo ad essere giustamente annoverato è San Girolamo, fenice della sua epoca, il quale così interamente vi si dedicò che in queste Lettere invecchiò fino all'estrema canizie, e consegnò alla Chiesa una versione latina della Bibbia dall'ebraico, la quale perciò lo designa come il massimo Dottore nell'esposizione delle sacre Scritture. Celebre è anche quel detto di San Girolamo: «Impariamo sulla terra quelle cose la cui conoscenza perdurerà con noi in cielo;» e: «Studia come se dovessi vivere sempre; vivi come se dovessi morire sempre.» Per questa ragione apprese a fondo l'ebraico, come Catone apprese le lettere greche in vecchiaia; per questa ragione si recò a Betlemme e nei luoghi santi; per questa ragione aveva letto tutti gli antichi commentatori greci e latini, come attesta Sant'Agostino, e nei prologhi di quasi tutti i suoi commentari espone quali di essi intende seguire; e severamente rimprovera coloro che, senza la grazia di Dio e l'insegnamento dei maggiori, rivendicano a sé la conoscenza delle Scritture.

D'altra parte, Sant'Agostino, che aveva quell'acutezza d'ingegno con la quale aveva padroneggiato da solo le Categorie di Aristotele, ed era solito afferrare immediatamente qualunque cosa leggesse; tuttavia subito dopo la sua conversione, su consiglio di Sant'Ambrogio, libro IX delle Confessioni, capitolo 5, prendendo in mano il profeta Isaia, immediatamente spaventato dalla profondità dei suoi eloqui, e non comprendendo la prima lettura, indietreggiò e lo differì finché non fosse più esercitato nel linguaggio del Signore. E in verità molto dopo, scrivendo a Volusiano, Lettera 1: «Tanta è,» dice, «la profondità delle lettere cristiane, che in esse farei progressi ogni giorno, se mi adoperassi ad apprenderle sole dal principio della vita (nota queste parole) fino alla vecchiaia decrepita, con il massimo agio, il sommo studio e un migliore ingegno. Poiché oltre la fede, tante cose, avvolte in così molteplici ombre di misteri, restano da intendere per quelli che progrediscono, e una tale profondità di sapienza giace nascosta non solo nelle parole ma anche nelle cose stesse, che ai più anziani, ai più acuti e ai più ardenti nel desiderio di imparare, accade ciò che la medesima Scrittura dice in un certo luogo: Quando l'uomo ha terminato, allora comincia.»

La difficoltà è accresciuta dagli idiotismi ebraici e greci sparsi ovunque, per intendere i quali è necessaria la conoscenza di entrambe le lingue, come insegna Sant'Agostino, libro II del De Doctrina Christiana, capitolo 10. Poiché ciò che è scritto non si comprende per due ragioni: se è coperto da segni o parole o ignoti o ambigui. Nessuna delle due cose è rara in qualsiasi traduzione con cui qualcosa è trasferito da una lingua in un'altra. Inoltre, «contro i segni ignoti,» dice Agostino, capitoli 11 e 13, «un grande rimedio è la conoscenza delle lingue.» Vi sono infatti certe parole che non possono passare nell'uso di un'altra lingua mediante la traduzione; e per quanto dotto sia il traduttore, per non discostarsi dal senso dell'autore, quale sia l'effettivo pensiero non appare se non lo si esamina nella lingua dalla quale si traduce. Fra gli altri esempi offre questo: «I tralci bastardi non metteranno radici profonde» (Sapienza 4,3); poiché il traduttore usa una costruzione greca, e deriva, per così dire, da moschos (vitello) la parola moschevmata, cioè da «vitello» «vitulamina»; ma mischevmata sono in realtà stoloni, ossia propaggini, nuovi virgulti tagliati da un albero e piantati nel terreno. In verità quanto i codici sacri latini abbondino di idiotismi ebraici e greci è più chiaro della luce, cosicché non senza ragione il medesimo Agostino, II Retractationes 5, 54, ricorda di aver raccolto in sette opuscoli, che ancora esistono, le forme delle frasi della Sacra Scrittura. Ciò fu in seguito imitato da Eucherio di Lione nel suo libro Delle forme spirituali, e dopo di lui da parecchi altri anche in questo stesso secolo.

San Giovanni Crisostomo concorda con Sant'Agostino, quando, scrivendo sulla Genesi, omelia 21, non esita ad asserire che non vi è una sillaba, nemmeno un solo apice nelle sacre Lettere, nelle cui profondità non giaccia nascosto qualche grande tesoro; e che perciò abbiamo bisogno della grazia divina, e che, illuminati dallo Spirito Santo, ci accostiamo agli eloqui divini.

Gregorio Magno, al tempo stesso Pontefice e Dottore, si spinge oltre: poiché commentando Ezechiele, riconosce tanti e così nascosti misteri nei sacri volumi, che dichiara che certe cose non ancora rivelate ai mortali sono aperte soltanto agli spiriti celesti.

Ci meraviglieremo dunque che Gregorio, Agostino, Ambrogio, Eusebio, Origene, Girolamo, Cirillo e l'intero coro dei santi Padri abbiano faticato così intensamente sui sacri libri notte e giorno? Ci meraviglieremo che siano invecchiati come principi e campioni in questa disciplina, e che non abbiano posto altro termine a questi studi se non il termine della loro vita? Ci meraviglieremo che Girolamo abbia studiato sotto Gregorio Nazianzeno e Didimo, Ambrogio sotto Basilio, Agostino sotto Ambrogio, Crisostomo sotto Eusebio, e altri sotto i loro maestri? Ci meraviglieremo che fin dalla nascita stessa della Chiesa siano state erette scuole di sacre Lettere? Poiché riguardo alla scuola alessandrina, madre di tanti Dottori e Prelati, nessuno dubita; riguardo alle altre, gli scritti dei Padri lo provano a sufficienza, i quali, composti nel corso di molti secoli prima che la Teologia fosse insegnata con metodo scolastico, sono occupati quasi interamente di questo argomento, di questa sola materia.

A Costantinopoli vi era un tempo un celebre monastero che prese il nome di Studios dal suo fondatore e dallo studio delle sacre Lettere e di una vita più perfetta. San Platone ne fu a capo; dopo di lui Teodoro Studita, intorno all'anno del Signore 800, lasciò tanti monumenti del suo ingegno e della sua pietà dalle sacre Lettere, occupando i suoi discepoli a copiarle alla maniera degli antichi monaci; e sia assente che presente, combattendo in forte agone e duello con gli imperatori iconoclasti Costantino Copronimo e Leone l'Isaurico, uccise l'eresia e consacrò alla memoria eterna i trofei palmiferati della santa fede.

Dall'Inghilterra, ascolta il Venerabile Beda nella sua Storia inglese: «Io,» dice, «entrai nel monastero all'età di sette anni, e lì dedicai tutto il mio impegno a meditare le Scritture per tutta la vita, e fra l'osservanza della disciplina regolare e la cura quotidiana del canto in chiesa, trovai sempre dolce o imparare, o insegnare, o scrivere.» Di qui sopravvivono i commentari di Beda su quasi tutti i libri della Sacra Scrittura, e in verità neppure la malattia lo fermò; anzi, nella sua ultima infermità lavorò sul Vangelo di San Giovanni, e quasi in punto di morte, per terminarlo, chiamò uno scriba: «Prendi,» disse, «la penna, e scrivi in fretta,» e infine: «È ben compiuto,» disse; e cantando il suo canto del cigno: «Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo,» spirò pacificamente, per essere beatificato dalla visione di Dio in ricompensa della sua fatica per la fede, nell'anno dalla nascita della Vergine 731.

Contemporaneo del Venerabile Beda fu Albino, o Alcuino Flacco, che fu o il maestro o piuttosto il familiare di Carlo Magno. Egli insegnava pubblicamente le sacre Lettere a York in Inghilterra; onde San Ludgero venne dalla Frisia a York per udirlo, e profittò talmente che, tornato ai suoi, meritò il nome di apostolo dei Frisoni. Ne sono testimoni gli Annali della Frisia e l'autore della Vita di San Ludgero.

Presso i Belgi, San Bonifacio insieme ai suoi compagni, propagando la legge di Cristo, portava continuamente con sé un codice del santo Vangelo, al punto che non lo lasciò neppure nel martirio; anzi, quando nell'anno del Signore 755 i Frisoni vibrarono la spada sul suo capo, egli oppose questo codice come scudo spirituale, e per un insigne miracolo, sebbene il libro fosse tagliato per il mezzo dalla spada affilata, nondimeno nessuna lettera fu distrutta da quel taglio.

Presso i Franchi, il Re e Imperatore Carlo Magno, o piuttosto tre volte massimo — nell'erudizione, nella pietà e nella gloria militare — istituì scuole di sacre Lettere sia altrove sia a Parigi (così antica è questa accademia, che è madre di Colonia e nonna di Lovanio). Anzi Carlo stesso, come dice Eginardo nella sua Vita, corresse con la massima diligenza la disciplina della lettura e del canto. Così dedito fu alle sacre Lettere che morì su di esse. Tegano nella Vita di Ludovico attesta che Carlo prossimo alla morte, incoronato suo figlio Ludovico ad Aquisgrana, si diede interamente alle preghiere, alle elemosine e alle sacre Lettere — cioè corresse splendidamente i quattro Vangeli confrontandoli con i testi greci e siriaci mentre era quasi in punto di morte. A ragione dunque il codice di Carlo è reverentemente conservato ad Aquisgrana, come io stesso ho visto.

Pertanto ciò che fu decretato al Concilio Lateranense sotto Innocenzo III riguardo alla cattedra delle sacre Lettere è da considerare non come un decreto nuovo, ma come uno che rinnova e conferma un'antica consuetudine. Allo stesso modo, il Concilio Tridentino provvide con tanta sollecitudine affinché quella consuetudine non vacillasse in nessun luogo, che nella Sessione V decretò e sanzionò ampiamente riguardo alla lettura della Sacra Scrittura, e ordinò che in tutte le assemblee dei Canonici, dei Monaci anche e dei Regolari, e in tutte le pubbliche accademie la stessa fosse stabilita, dotata e promossa; e che sia i docenti sia i discenti, fregiati di benefici ecclesiastici, potessero godere in assenza la percezione dei redditi concessa dal diritto comune. E in verità, poiché tutta l'industria dei nostri nemici settari si adopera a questo, che non proclamino altro che le Scritture, si vergogni il teologo cristiano e ortodosso di conceder loro anche la minima cosa, si vergogni di essere vinto e superato da essi; anzi, non solo proclamino le parole della Sacra Scrittura, ma ne ricerchino anche il genuino significato. Così rivolgeranno le armi degli eretici contro di essi, e dalla Scrittura confuteranno e annienteranno tutte le eresie. Ciò fece solidamente ed esattamente l'illustrissimo Bellarmino, campione della fede e sterminatore di eresie, nelle sue Controversie — opera dunque impenetrabile e incomparabile, né la Chiesa dal tempo di Cristo fino ad ora ha visto la sua pari in questo genere, cosicché può giustamente essere chiamata il muro e l'antemurale della verità cattolica.


Capitolo V: Delle disposizioni richieste per questo studio

V. E da tutte queste cose è facile percepire con quanto ardente e costante diligenza ci si debba applicare, e di quali aiuti ci si debba munire. La prima disposizione, dunque, perché chiunque raccolga frutto da questo studio, è la lettura frequente della Sacra Scrittura, l'ascolto frequente, la viva voce del maestro, e la costanza in queste cose: poiché la divinazione è sulle labbra del maestro, nell'insegnamento la sua bocca non errerà. Plutarco, nel suo libro Sull'educazione dei fanciulli, insegna che la memoria è il magazzino del sapere. Platone nel Teeteto asserisce che la memoria è la madre delle Muse, e che la sapienza è figlia della memoria e dell'esperienza. Ciò vale sia altrove sia specialmente nella Sacra Scrittura, come attesta Sant'Agostino, libro II del De Doctrina Christiana, capitolo 9, la quale consta di tanta varietà di argomenti, di tanti libri e sentenze. Per questa ragione la Chiesa, per soccorrere la nostra memoria in ciò, ha distribuito le porzioni della Bibbia nel nostro ufficio quotidiano, sia del Sacrificio della Messa sia delle Ore canoniche, cosicché ne completiamo l'intero ogni anno. Al medesimo fine servono, fra le altre cose, quel pio costume degli ecclesiastici e dei religiosi, che a cena e a pranzo a tavola si legga ad alta voce un capitolo della Bibbia, e che all'antico modo dei Padri il cibo sia condito con le sacre Lettere. Così il Concilio di Trento all'inizio stesso della Sessione II comanda che la lettura delle divine Scritture sia mescolata alle mense dei Vescovi. Inoltre, i teologi non tralascino ciò che è prescritto dalle leggi dei più dotti, di rendere familiari a sé stessi le Scritture mediante la lettura quotidiana.

Così Sant'Agostino, libro II del De Doctrina Christiana, capitolo 9: «In tutti questi libri,» dice, «coloro che temono Dio e sono mansueti nella pietà cercano la volontà di Dio; la prima osservanza di quest'opera o fatica è, come abbiamo detto, conoscere questi libri, e se non ancora quanto all'intelligenza, tuttavia con la lettura o affidarli alla memoria, o almeno non averli del tutto ignoti; poi più abilmente e diligentemente investigare i sensi di ciascuno.» E San Basilio nel prologo a Isaia: «Si richiede,» dice, «un esercizio assiduo nella Scrittura, affinché la maestà e il mistero delle parole divine siano impressi nell'animo dalla perpetua meditazione.»

In secondo luogo, una disposizione insigne per il medesimo studio è l'umile modestia dell'animo, riguardo alla quale Sant'Agostino, Lettera 56 a Dioscoro: «Non devi munire altra strada,» dice, «per raggiungere e ottenere la verità e la sacra sapienza, se non quella che è stata munita da Colui che, come Dio, vede la debolezza dei nostri passi. Essa è dunque: prima l'umiltà, seconda l'umiltà, terza l'umiltà; e quante volte me lo chiederai, direi la stessa cosa. E così, come Demostene diede il primo, il secondo e il terzo posto nell'eloquenza alla pronuncia, così io nella sapienza di Cristo darò il primo, il secondo e il terzo posto all'umiltà, che il Signore nostro, per insegnarla, si umiliò» — nascendo, vivendo e morendo.

Il medesimo, libro II del De Doctrina Christiana, capitolo 41: «Consideri lo studioso della Scrittura,» dice, «quel detto apostolico: La scienza gonfia, ma la carità edifica, e quel detto di Cristo: Imparate da me, perché sono mite e umile di cuore, affinché, radicati e fondati nella carità umile, possiamo comprendere con tutti i Santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità — cioè la Croce del Signore — con il cui segno di Croce è descritta ogni azione cristiana: operare bene in Cristo, e perseverantemente aderire a Lui e sperare le cose celesti. Purificati da questa azione, potremo conoscere anche la sovraeminente scienza della carità di Cristo, per la quale è uguale al Padre, per mezzo del quale tutte le cose furono fatte, affinché siamo ripieni di tutta la pienezza di Dio.» Poiché «dove c'è umiltà, c'è sapienza,» dice Salomone, Proverbi 11; e Cristo stesso: «Ti confesso, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti, e le hai rivelate ai piccoli: sì, Padre, perché così è piaciuto al tuo cospetto.»

E davvero, se conoscessi te stesso, conosceresti un abisso d'ignoranza. E che cos'è, domando, in confronto alla sapienza di Dio, in confronto alla sapienza di un angelo, la scienza dell'uomo, che ha appreso poco da Dio e ignora infinite cose? Aristotele, e sulla sua scia Seneca, era solito dire che nessun grande ingegno è mai esistito senza un'ammistione di pazzia, né può, dice, qualcuno parlare alcunché di grande e al di sopra degli altri se la sua mente non è agitata; e per questo loda l'ebbrezza, purché rara. Ecco per te la mente resa folle, sia di Aristotele sia di qualsivoglia insigne ingegno, per filosofare nel modo più profondo. Perciò San Bernardo dice bellamente, sermone 37 sul Cantico: «È necessario,» dice, «che la conoscenza di Dio e di sé stessi preceda la nostra scienza; seminate per voi a giustizia e mieterete la speranza della vita, e allora infine la luce della scienza vi illuminerà; a questo dunque non è giustamente prodotta se il seme della giustizia non precede nell'anima, dal quale si formi il grano della vita, non la pula della gloria.» E San Gregorio nella prefazione ai libri dei Moralia, capitolo 41: «Il divino discorso della Sacra Scrittura,» dice, «è un fiume piano e profondo, in cui l'agnello può camminare e l'elefante può nuotare.»

Da questa umiltà segue la mansuetudine e la pace dell'animo, capacissima di ogni sapienza; poiché come le acque, se non sono agitate da nessun soffio di vento o di aria, ma restano immobili, sono limpidissime, e ricevono chiarissimamente qualunque immagine loro presentata, e offrono a chi guarda, per così dire, uno specchio perfettissimo: così la mente, libera da tempeste e passioni, in questo tranquillo silenzio della pace, limpidamente vede con acutezza, e concepisce ogni verità nel modo più chiaro, e con giudizio acuto percepisce le cose imperturbata. Sant'Agostino, Sul discorso del Signore sulla montagna, su quel testo, Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio: «La sapienza,» dice, «si addice ai pacifici, nei quali tutte le cose sono ormai ordinate, e nessun moto è ribelle alla ragione, ma tutte le cose obbediscono allo spirito dell'uomo, poiché egli stesso obbedisce a Dio.»

Compagna della pace è la purezza della mente, che è la terza disposizione, adattissima a questa disciplina. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio!» Se Dio, perché dunque non anche le parole di Dio? Al contrario, «nella malvagia anima non entrerà la sapienza, né abiterà in un corpo soggetto ai peccati. Poiché il Santo Spirito della disciplina fuggirà dall'uomo finto, e si ritirerà dai pensieri che sono senza intelligenza, e sarà ripreso dal sopraggiungere dell'iniquità» (Sapienza 1,4). Sant'Agostino aveva detto nei Soliloqui: Dio, che volle che solo i puri di cuore conoscessero la verità; lo ritratta in I Retractationes, capitolo 4. Poiché molti, dice, che sono impuri di cuore conoscono molte cose veramente; ma tuttavia se fossero puri di cuore, le conoscerebbero più pienamente, più chiaramente, più facilmente; e nessuno se non i puri di cuore raggiungerà la vera sapienza, la quale da una conoscenza saporosa si effonde nell'affetto e nella prassi, che è la scienza dei Santi.

Sant'Antonio, come riferisce Atanasio: Se qualcuno, dice, è preso dal desiderio di conoscere anche le cose future, abbia il cuore puro; perché credo che un'anima che serve Dio, se avrà perseverato in quell'integrità nella quale fu rigenerata, possa sapere più dei demoni; onde allo stesso Antonio tutte le cose che desiderava conoscere gli venivano subito rivelate da Dio.

La stessa cosa insegnò con la sua parola e il suo esempio quel grande San Giovanni l'Anacoreta, come riferisce Palladio nella Storia Lausiaca, capitolo 40.

San Gregorio Nazianzeno, come riferisce Rufino, mentre si dedicava agli studi ad Atene, vide in sogno che, mentre sedeva e leggeva, due belle donne si erano sedute alla sua destra e alla sua sinistra; guardandole con occhio alquanto severo per istinto di castità, chiese chi fossero e che cosa volessero; ma esse, abbracciandolo più intimamente e ardentemente, dissero: Non prendertela a male, giovane; noi ti siamo ben note e familiari: una di noi si chiama Sapienza, l'altra Castità; e siamo state mandate dal Signore ad abitare con te, perché ci hai preparato una dimora piacevole e pulita nel tuo cuore. Ecco per te le sorelle gemelle, castità e sapienza.

Questa purezza consacrò San Tommaso Dottore Angelico; egli stesso vi alludeva quando, in punto di morte, disse al suo Reginaldo: «Muoio pieno di consolazione, perché tutto ciò che chiesi al Signore, lo ottenni: primo, che nessun attaccamento alle cose carnali o temporali infettasse la purezza della mia mente, o ne ammollisse la fortezza; secondo, che da uno stato di umiltà non fossi innalzato a prelature o a mitre; terzo, che potessi conoscere lo stato di mio fratello Reginaldo, così crudelmente ucciso: poiché lo vidi nella gloria, e mi disse: Fratello, le tue cose sono in buon luogo; verrai da noi, ma una gloria più grande è preparata per te.»

San Bonaventura riferisce che San Francesco, benché illetterato, eppure di mente purissima, interrogato di tanto in tanto da Cardinali e altri sulle più profonde difficoltà della Sacra Scrittura e della Teologia, rispondeva così appropriatamente e sublimemente da superare di gran lunga i dottori teologi.

Poiché ciò che si dice nella Vita di San Zenobio è verissimo: «Soprattutto fra tutti sono vigorosi gli ingegni dei Santi, e la stessa purezza dell'anima, anche per congetturare le cose future, raccoglie esiti dai minimi indizi.» Poiché, come giustamente dice Filone, benché ebreo: «I legittimi adoratori di Dio eccellono nell'intelletto; il vero sacerdote di Dio è al tempo stesso anche veggente: perciò non ignora nulla; poiché ha in sé il sole intelligibile» — cioè, come giustamente dice Boezio, «quello splendore dal quale il cielo è governato e prospera, rifugge le oscure rovine dell'anima, e segue la mente risplendente.»

Così il Cardinale Osio, presidente del Concilio di Trento, uomo di somma integrità e insigne flagello di Lutero, tra le altre cose, quando Andrea Dudicio, Vescovo di Tinnin, faceva da legato del clero ungherese al Concilio di Trento, ed era oggetto di venerazione e ammirazione per gli altri a causa della sua eloquenza, egli solo fu sospetto ad Osio; poiché Osio andava dicendo che il pericolo dell'apostasia dalla fede lo minacciava, e che sarebbe divenuto eretico. E così avvenne: quell'apostata fuggì nel campo di Calvino. Quando fu chiesto ad Osio da dove lo avesse preveduto, rispose: Dalla sola superbia dell'uomo; poiché il suo animo, percependolo tenace del proprio giudizio, presentiva che sarebbe caduto in questa fossa.

In quarto luogo, è qui necessaria la preghiera, come un condotto e strumento celeste con il quale possiamo attingere il senso della parola di Dio da Dio stesso. Sant'Agostino scrisse un libro Sul maestro, nel quale insegna che quel detto di Cristo è verissimo: «Uno solo è il vostro maestro, Cristo,» e nelle I Retractationes, capitolo 4, ritratta ciò che aveva detto altrove, cioè che vi sono molte vie alla verità, essendovene una sola, cioè Cristo, via, verità e vita. La scienza e la predizione dei Profeti era dunque divina; e poiché divina, di conseguenza certissima, sublimissima, amplissima, provvedentissima.

San Gregorio riferisce, II Dialoghi, capitolo 35, che il Beato Benedetto, pregando una sera a una finestra, vide una luce così grande che superava il giorno e metteva in fuga ogni tenebra, e in questa luce, dice, il mondo intero, come radunato sotto un solo raggio di sole, fu portato davanti ai suoi occhi; e fra le altre cose, nello splendore di questa luce sfavillante, vide l'anima di Germano, Vescovo di Capua, portata in cielo dagli angeli in una sfera di fuoco. Pietro allora chiede come il mondo intero potesse essere stato visto dai suoi occhi.

Che lo Spirito Santo si posasse su San Gregorio Magno in forma di colomba — la cui prima lode è nella tropologia — mentre commentava e scriveva, lo attesta il testimone oculare Pietro Diacono.

Per la qual cosa quel divino catechista di Giustino Martire, raccomandandogli la lettura dei Profeti, gli diede anche questo metodo: «Ma tu, con preghiere e suppliche sopra ogni cosa, desidera che le porte della luce ti siano aperte: poiché queste cose non sono percepite e intese da nessuno, se Dio e Cristo non gli abbiano concesso l'intelligenza.» Non è dunque senza ragione che San Tommaso, principe della Teologia scolastica e versatissimo nelle Scritture, nell'esporre i sacri libri, ponesse tanta speranza nel propiziare la Divinità, che per intendere qualsiasi passo più difficile della Scrittura, oltre alla preghiera, si tramanda fosse solito impiegare anche il digiuno. Perciò dobbiamo affidarci soprattutto alle preghiere e a Dio, affinché Egli stesso ci introduca in questo suo santuario, e si degni di dischiudere i sacri oracoli.

E da ciò seguirà in ultimo ciò che è più opportuno per questa disciplina: che la nostra mente, purgata dalle scorie terrene, e disperse le nebbie delle passioni, resa santa e sublime, sia adatta e idonea ad attingere questi celesti insegnamenti. Poiché, come dice bellamente il Nisseno, nessuno può contemplare il divino e quella luce affine, che è discernita dalla mente stessa, con senso libero e sgombro, quando rivolge il proprio sguardo, per qualche perverso e ignorante pregiudizio, a cose basse e fangose. Perciò, per penetrare le vene e il midollo delle sentenze celesti e contemplare limpidamente i loro profondi e nascosti misteri, l'occhio del cuore deve essere elevato e santo.

San Bernardo non esita ad asserire (nella sua lettera ai Fratelli di Monte Dieu) che nessuno entrerà nel senso di Paolo se prima non ne abbia imbevuto lo spirito, né intenderà i cantici di Davide se prima non ne abbia rivestito i santi affetti dei Salmi; e che assolutamente le Sacre Lettere devono essere intese nel medesimo spirito nel quale furono scritte. E ammirevolmente nel suo commento al Cantico dei cantici: «Questa vera e genuina sapienza,» dice, «non si insegna con la lettura, ma con l'unzione; non con la lettera, ma con lo spirito; non con l'erudizione, ma con la pratica dei comandamenti del Signore. Errate, errate, se pensate di trovare presso i maestri del mondo ciò che solo i discepoli di Cristo, cioè i disprezzatori del mondo, conseguono per dono di Dio.»

Cassiano narra che Teodoro, monaco santo, così illetterato da non conoscere neppure l'alfabeto, ma così esperto nei divini volumi da essere consultato dagli uomini più dotti, era solito dire: Più fatica si deve porre nello sradicare i vizi che nel consultare i libri; poiché una volta espulsi questi, gli occhi del cuore, ammettendo la luce celeste, tolto il velo delle passioni, cominciano naturalmente a contemplare i misteri della Scrittura. Anzi, questa santità di vita insegnò ai Franceschi, agli Antoni e ai Paoli — uomini illetterati — gli altissimi misteri e segreti delle parole di Dio sopra tutti gli altri.

In modo simile San Bernardo, meditando, conseguì l'intelligenza delle Sacre Lettere, e di lì quella sapienza e quella faconda eloquenza di miele; e perciò egli stesso era solito dire ripetutamente che nello studio della Sacra Scrittura non aveva avuto altri maestri che i faggi e le querce, fra le quali, naturalmente, pregando e meditando, gli sembrava di vedere tutta la Sacra Scrittura proposta e disposta dinanzi a sé, come dice l'autore della sua Vita, libro III, capitolo 3, e libro I, capitolo 4.

La stessa cosa accadde chiaramente ai Profeti. Vi è quel noto detto di Giamblico: che la dottrina di Pitagora, poiché fu divinamente tramandata (come egli stesso aveva ingannevolmente persuaso ai suoi discepoli), non poteva essere intesa se non con un dio che la interpretasse; e perciò il discepolo deve implorare l'aiuto di Dio, del quale tanto grandemente ha bisogno.

Gli Ebrei, banditi da Dio, strisciano per terra, e aderiscono così fermamente all'arida corteccia dei sacri libri che non gustano nulla della soavità del midollo — meri mercanti di inezie e fabbricatori di favole. Gli eretici, poiché attraversano un mare così vasto e incerto, affidandosi ai remi e alle vele del proprio ingegno, senza alcuno sguardo fisso sulla Cinosura o su qualsiasi stella celeste, non raggiungono mai il porto, e sono sempre sballottati in mezzo alle onde; e le cose che leggono fino alla nausea non le comprendono, se non ciò che — da schiavi del ventre — afferrano e invero rapiscono riguardo alla libertà dello stomaco e ai piaceri subventrali. Non è dunque un nuotatore delio che occorre qui, ma la guida dello Spirito Santo e degli eserciti celesti, e bisogna intraprendere questa navigazione con gli occhi fissi su Maria, Stella del Mare che lo illumina: ella ci porterà la fiaccola dinanzi.

Daniele, uomo dei desideri, raggiunse i sogni del re caldeo, e il numero dei 70 anni dell'esilio d'Israele annotato presso Geremia, mediante la preghiera, e fu istruito da Gabriele.

Ezechiele, a bocca aperta (rivolta, naturalmente, a Dio), fu nutrito da Dio con un libro nel quale lamentazioni, un cantico e guai erano scritti dentro e fuori.

Gregorio, soprannominato Taumaturgo, devoto della Beata Vergine, per suo ammonimento e comando in sogno, ricevette da San Giovanni una spiegazione dell'inizio del suo Vangelo, in un credo divinamente emanato che potesse opporre agli Origenisti; ne è garante il Nisseno nella sua Vita, che riferisce anche questo credo.

A San Giovanni Crisostomo, la cui devozione verso San Paolo era così grande, mentre dettava commentari sulle sue epistole, qualcuno apparso in sembianza di San Paolo fu visto stargli accanto, sussurrandogli all'orecchio ciò che doveva scrivere.

Ambrogio, se crediamo a San Paolino nel racconto delle sue gesta, quando trattava le Scritture in un sermone, fu visto assistito da un angelo.

Pertanto, se con anima santa, se affidandoti alle preghiere e fiducioso in Dio ti accosterai a quest'opera, e se vi sia presente una diligente operosità cosicché nessun giorno passi nel quale (come San Girolamo riferisce di Cipriano che leggeva Tertulliano ogni giorno) tu non dica: «Dammi il Maestro!» — con celere facilità supererai qualunque difficoltà vi sia qui, e ciò che risplende sulla corteccia della sapienza ti ristorerà, ma ciò che è nel midollo della ricchezza celeste ti nutrirà più soavemente. Né temerai infine neppure il più ignavo degli eretici, quand'anche egli sappia a memoria l'intera opera biblica: poiché questo è pressoché tutto il loro studio, con il quale ci assalgono. È conveniente andar loro incontro con le medesime armi, e rivendicare il nostro da questi ingiusti possessori; cosicché, venendo audacemente alle mani con loro in questo modo, li disarmiamo con le loro stesse armi. Né di nuovo temerai la cattedra professorale, per quanto dotta e celebre, ma sicuro e fiducioso, copiosamente fornito di sentenze erudite e solidamente e genuinamente equipaggiato di sacre dottrine, farai il Predicatore. Inoltre, la Teologia scolastica in nessun modo considererà ciò a proprio danno, ma volentieri, come ricevendo un'aiutante per la sorella, porgerà la destra e dividerà le fatiche a vantaggio di entrambe.


Il metodo dell'Autore (paragrafo 48)

48. Per quanto mi riguarda, so e sento qual peso porto, e quanto impervio sia il cammino che devo percorrere: poiché una cosa è, di gran lunga, svolgere prolissi commentari, spesso con frutto incerto; ben altra rendere brevemente il senso dai Padri, congiungere lo storico con l'allegorico, e distinguere l'uno dall'altro. So, sulla scorta del Nazianzeno (Orazione 2, Sulla Pasqua), che si deve procedere per una via di mezzo fra coloro che, con un intelletto più grossolano, si arrestano alla lettera, e coloro che si dilettano eccessivamente della sola speculazione allegorica: poiché l'una cosa è giudaica e abietta, l'altra inetta e degna di un interprete di sogni, e ambedue ugualmente meritevoli di censura. E come insegna Sant'Agostino (Città di Dio, libro XVII, capitolo 3), mi sembrano audacissimi coloro che sostengono che tutto nelle Scritture sia avvolto in significati allegorici, come eccedette in quest'estremo Origene, il quale, fuggendo — anzi, distruggendo — la verità storica, spesso sostituisce al suo posto qualcosa di simbolico: quando vuole che la formazione di Eva dalla costola di Adamo sia presa spiritualmente; gli alberi del paradiso come fortezza angelica; le tuniche di pelle come corpi umani; e interpreta molte cose simili misticamente, e «fa del proprio ingegno» — anzi, troppo eminente — «i Sacramenti della Chiesa,» come dice Girolamo, libro V su Isaia. E perciò incorse in quella censura: «Dove Origene è buono, nessuno è migliore; dove è cattivo, nessuno è peggiore.» Così Cassiodoro. Ma chi sarà il nostro Edipo per distinguere e definire queste cose? Ciò che San Girolamo disse dei sacerdoti — «Molti sacerdoti, pochi veri sacerdoti» — io lo direi qui veramente degli interpreti: Molti interpreti, pochi veri interpreti. Ambrogio e Gregorio rendono quasi esclusivamente il senso mistico; Agostino, Crisostomo, Girolamo e gli altri Padri tessono ora lo storico, ora il mistico nel medesimo corso del discorso, cosicché più di una pietra di paragone lidia è necessaria per rintracciare il senso storico — che serve da fondamento — nei Padri. E quanti interpreti si possono trovare che, imbevuti nelle fonti greche ed ebraiche, ne abbiano reso la genuina fraseologia e li abbiano interamente conciliati con la nostra edizione? Che fare dunque? Vedo che qui bisogna faticare e adoperarsi, cosicché leggendo molto e indagando molto, imitando le piccole api, produca, da un esame selettivo, una raccolta di miele dai fiori più adatti allo scopo: cosicché dapprima rintracci il senso storico con esatta investigazione; dove esso sarà diverso presso diversi autori, lo indicherò; e in una così grande moltitudine di opinioni, che spesso tiene confusi e perplessi gli uditori ansiosi e fluttuanti, preferirò e sceglierò quella più consonante al testo. In questa materia ho sempre ritenuto che l'edizione Vulgata debba essere difesa, per decreto del Concilio di Trento. Ma dove l'ebraico sembra differire, mi adopererò a mostrare che concorda con la Vulgata, affinché rispondiamo agli eretici; e se suggeriscano qualche altra interpretazione pia o erudita non contraria alla nostra, la addurrò — ma in modo tale da rendere l'ebraico in parole latine, cosicché coloro che non conoscono l'ebraico possano comprenderlo, e coloro che lo conoscono possano consultare le fonti; ma tutto ciò con parsimonia, e solo dove la materia lo richiede.

Quanto ai Rabbini, non avrò commercio con loro, se non nella misura in cui concordano con i dottori cattolici, o seguono i cristiani — e specialmente San Girolamo — tacitamente sotto un nome nascosto, come è stato scoperto in molti casi. Per il resto, questa classe di uomini è comune, abietta, ottusa, e priva di ogni erudizione dopo la distruzione di Gerusalemme, con la quale l'intera nazione giace spogliata e abbandonata di regno, città, governo, tempio e lettere, secondo la profezia di Osea: senza re, senza principe, senza sacrificio, senza altare, senza efod, senza terafim. Quanto al senso mistico, non lo inventerò mai io stesso al punto che sempre lo attribuirò ai suoi autori, e dove sarà più illustre, lo abbraccerò brevemente; altrimenti indicherò col dito rivolto alle fonti dove lo si possa cercare. Inoltre, farò tutte queste cose con maggiore brevità di quella che usai nelle Epistole paoline, affinché in pochi anni e volumi (se Dio concederà forza e grazia) conduca a termine l'intero corso biblico. Ma quanta instancabile fatica e studio si richieda qui, con acuto giudizio, per consultare le lezioni greche, ebraiche, latine, siriache, caldee e le varianti dei manoscritti; per svolgere i Padri greci, i latini, gli interpreti più recenti che divergono nelle direzioni più disparate, e così prolissi; per formulare un giudizio su ciascuno; che cosa sia errore, che cosa di fede, che cosa certo, che cosa probabile, che cosa improbabile, che cosa letterale, che cosa sia nel modo più genuino il senso, che cosa allegorico, tropologico, anagogico; e distillare il tutto e comprimerlo in tre parole; spesso scoprire da sé il genuino senso letterale ed essere il primo a rompere il ghiaccio — non lo creda nessuno se non chi ne ha fatto esperienza.


Perorazione e conclusione della Sezione Prima

Felice l'uditore e il lettore che gode di tutta questa fatica nel compendio del dottore. Il dottore desideri il martirio, e per il sangue consacri e versi a Dio le sue più nobili facoltà, e con esse gli occhi, il cervello, la bocca, le ossa, le dita, le mani, il sangue, ogni goccia di vitalità e la vita stessa, e con un lento martirio la restituisca a Colui che per primo diede il suo, Dio, per noi poveri mortali. «La mia forza la custodirò per te»: non inseguirò il guadagno, né l'applauso, né il fumo della gloria; che biasimino, lodino, applaudano o fischino — non mi fermerò. Non sono così stolto, né di spirito così piccolo, da vendere le mie fatiche e la mia vita per una vanità così vile. Chi, se come San Tommaso avendo detto addio al mondo, e da Cristo in croce ode: «Hai scritto bene di me, Tommaso; quale dunque sarà la tua ricompensa?» non risponderebbe subito con lui: «Nessun'altra se non Te, Signore» — ricompensa mia oltremodo grande? Il mondo è crocifisso per me, e io per il mondo; le mie opere non sono mie, ma tuoi doni; ti restituisco ciò che è tuo; tu hai istruito la mia infanzia, hai mostrato la via dove non c'era via, hai corroborato la debolezza tanto della mente quanto del corpo, hai dissipato le tenebre con la tua luce: poiché le cose deboli del mondo tu scegli, per confondere le forti; e le cose ignobili del mondo, e le spregevoli, e quelle che non sono, per distruggere quelle che sono, affinché nessuna carne si glori al tuo cospetto, ma chi si gloria si glori in te solo. Che dunque? Tutti i frutti, nuovi e vecchi, o mio diletto, li ho conservati per te: io sono del mio diletto, e il mio diletto è mio, egli che si pasce fra i gigli; ponimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, poiché forte come la morte è l'amore, dura come l'inferno è la gelosia; un fascicolo di mirra è il mio diletto per me, fra i miei seni dimorerà; e dopo questa mirra, un grappolo di Cipro è il mio diletto per me, nelle vigne di Engaddi. Affinché conceda ciò abbondantemente, pregherò incessantemente tutti i Santi, e specialmente i miei patroni, la Vergine Madre dell'eterna Sapienza, San Girolamo, e Mosè che ho fra le mani, affinché come San Paolo assistette San Crisostomo, così egli stesso mi stia accanto come maestro angelico, e sia per me nello scrivere, per gli altri nel leggere, per entrambi nell'intendere, e nell'avere la medesima sapienza, volendo, compiendo, e insegnando e persuadendo altri in queste cose, guida e maestro, per il perfezionamento dei santi, per l'opera del ministero, per l'edificazione del corpo di Cristo, affinché tutti arriviamo all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all'uomo perfetto, alla misura dell'età della pienezza di Cristo — che è il nostro amore, il nostro fine, il nostro scopo, e la meta di tutto il nostro corso, studio, vita ed eternità.

Amen.


Sezione Seconda: Dell'uso e del frutto del Pentateuco e dell'Antico Testamento

Vi sono alcuni che ritengono che l'Antico Testamento sia, per così dire, proprio dei Giudei e non ugualmente utile o necessario ai Cristiani; e che basti al teologo conoscere i Vangeli, leggere e comprendere le Epistole, di ciò si persuadono. Questa persuasione, poiché è pratica, è un errore pratico; se infatti fosse speculativa, sarebbe eresia; entrambi sono dannosi, entrambi devono essere eliminati.


Eresie che proscrivono l'Antico Testamento

51. Fu eresia di Simon Mago e dei suoi seguaci, poi di Marcione, e di Curbico il Persiano (che i suoi chiamarono Mane e Manicheo, quasi versatore di manna, a titolo d'onore), e degli Albigesi, e recentemente dei Libertini, e anche di certi Anabattisti, i quali proscrissero l'Antico Testamento insieme a Mosè — ma per ragioni diverse. Simone, i Manichei e i Marcioniti insegnarono che l'Antico Testamento era stato prodotto da una potenza sinistra e da angeli malvagi: questo Testamento, dicono, descrive un certo Dio che abitò nelle tenebre dall'eternità prima della luce, che proibì all'uomo di mangiare dell'albero della scienza del bene e del male, che si nascose in un angolo del paradiso, che ebbe bisogno di angeli custodi per il paradiso, che era turbato da ira, zelo e perfino gelosia — iracondo, vendicativo, ignorante, e che domandava: «Adamo, dove sei?» I Libertini stabilirono come guida della fede e dei costumi non la lettera, ma la propria ragione e inclinazione. Gli Anabattisti si vantano di essere mossi e istruiti dall'entusiasmo dello spirito. La nostra epoca — che ha visto ogni genere di mostruosità — ha visto un fanatico che portò alla luce un triumvirato di bestemmia sui tre impostori del mondo: Mosè, Cristo e Maometto (rabbrividisco a proseguire).

Più tollerabile è la persuasione di quelli fra i nostri che adducono a pretesto la mancanza di tempo, o la fatica, o l'inutilità, per trascurare l'Antico Testamento; ma in realtà errano, e l'errore di tutti alla fine si riduce alla stessa cosa — un errore, dico, perché contrasta con Mosè, con i Profeti, con gli Apostoli, con il senso della Chiesa, con i Padri, con la ragione, con Cristo, con Dio Padre e con lo Spirito Santo.


Argomenti a favore dell'Antico Testamento

Con Mosè, Deuteronomio 17,8: «Se,» dice, «vedrai sorgere presso di te un giudizio difficile e ambiguo, ecc., farai tutto ciò che diranno coloro che presiedono nel luogo scelto dal Signore, e ciò che ti insegneranno secondo la sua legge.» Chi non vede qui che le controversie sulla fede, sui costumi e sui riti, tanto nuove quanto antiche, devono essere giudicate dalla legge di Dio, e che i sacerdoti e i teologi, per dirimere tali questioni, devono servirsi della legge come di una pietra lidia? Devono dunque applicarsi alla legge, tanto antica quanto nuova.

Con i Profeti. Isaia infatti, capitolo 8, versetto 20, esclama: «Alla legge piuttosto, e alla testimonianza.» E Malachia, capitolo 2, versetto 7: «Le labbra del sacerdote custodiranno la scienza, e dalla sua bocca si cercherà la legge.» E Davide, Salmo 118,2: «Beati coloro che scrutano le sue testimonianze.» E il versetto 18: «Apri i miei occhi, e considererò le meraviglie della tua legge.»

Con gli Apostoli. «Abbiamo,» dice San Pietro, Seconda Epistola, capitolo 1, versetto 19, «la parola profetica resa più salda, alla quale fate bene a prestare attenzione, come a lampada che brilla in luogo oscuro.» E Paolo loda Timoteo, Seconda Epistola, capitolo 3, versetto 14, perché fin dall'infanzia aveva appreso le Sacre Lettere (quelle antiche, naturalmente, che sole esistevano a quel tempo), «le quali,» dice, «possono istruirti a salvezza, mediante la fede che è in Cristo Gesù. Ogni Scrittura divinamente ispirata è utile a insegnare, a redarguire, a correggere, a formare nella giustizia, affinché l'uomo di Dio sia perfetto, preparato a ogni opera buona.»

Con Cristo. «Scrutate le Scritture,» dice, Giovanni 5,39. Non disse, commenta il Crisostomo, «Leggete le Scritture,» ma «Scrutate» — cioè, con fatica e diligenza scavate i tesori nascosti delle Scritture, come coloro che diligentemente cercano l'oro e l'argento nelle vene metallifere.

53. Con il senso della Chiesa. Essa infatti, nei sacri riti, a mensa, nelle biblioteche, nelle cattedre, espone e propone l'Antico Testamento al pari del Nuovo, quale fedelissima custode di entrambi. Essa, nel Concilio di Trento, nell'intero primo capitolo Sulla Riforma, comanda che ovunque si ristabilisca e si istituisca la lettura perpetua della Sacra Scrittura. Essa obbliga i Vescovi, come futuri presuli della Chiesa, a impegnarsi prima della consacrazione di conoscere sia l'Antico sia il Nuovo Testamento — risposta e impegno che, sebbene Silvestro e altri addolciscano con un'interpretazione più mite, tuttavia iniettarono scrupolo in alcuni uomini più saggi, che pesavano attentamente le parole stesse, cosicché per questo motivo rifiutarono l'episcopato, per non vincolarsi con una falsa promessa.

Con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. A qual fine infatti la Santissima Trinità conservò l'Antico Testamento per quattromila anni, così integro e intatto, attraverso tante tempeste di guerre e di regni — se non perché volle che fosse letto da noi, come in Giosuè capitolo 1, versetto 8: «Il libro di questa legge,» dice, «non si allontani dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte.» A qual fine punì con così aspra vendetta coloro che lo profanarono?

Giuseppe Flavio e Aristea riferiscono, nel libro Sui Settanta Interpreti, che l'illustre Teopompo, volendo abbellire qualcosa dai sacri volumi ebraici con lo stile greco, fu colpito da agitazione e turbamento della mente, e fu costretto a desistere dalla sua impresa. E quando, pregando Dio, cercò di sapere perché ciò gli fosse accaduto, ricevette un oracolo divino: che aveva profanato le divine Lettere. E che Teodette, scrittore di tragedie, volendo trasferire sulla scena alcune cose dalle Scritture giudaiche, pagò questa temerità con la cecità: fu infatti subito colpito, e privato e spogliato della vista — finché, riconoscendo la colpa della loro audacia, entrambi fecero penitenza di ciò che avevano compiuto e ottennero il perdono da Dio, e l'uno fu restituito alla vista, l'altro alla mente.


La traduzione dei Settanta e i traduttori greci

A qual fine, 250 anni prima di Cristo, ispirò a Tolomeo Filadelfo, figlio di Tolomeo Lago (che era succeduto al fratello Alessandro Magno nel regno d'Egitto), di scegliere, tramite il sommo sacerdote Eleazaro, sei uomini fra i più dotti di ciascuna tribù degli Ebrei — cioè 72 interpreti — per tradurre l'Antico Testamento dall'ebraico in greco, e li assistette in modo tale che nello spazio di 70 giorni, con il pieno consenso di tutti, portarono a termine l'opera, e concordarono non soltanto negli stessi significati ma persino nelle stesse parole — e ciò, se crediamo a Giustino, Cirillo, Clemente Alessandrino e Agostino, quando ciascuno forgiava la propria versione separatamente in una cella diversa? A qual fine Filadelfo fece sì che questa versione dei Settanta, per mezzo di Demetrio prefetto della biblioteca di Alessandria, fosse depositata insieme ai manoscritti ebraici nella sua biblioteca, e accuratamente conservata? Tertulliano nell'Apologetico attesta invero che essa vi fu conservata fino ai suoi tempi. Chiaramente Dio volle che queste cose fossero affidate alle nazioni greche, e per mezzo di esse ai Latini — a noi, dico, e ai nostri teologi — e distribuite per tutte le parti del mondo, nelle accademie e nelle città.

54. A qual fine, dopo Cristo, diede o procurò tanti altri interpreti, testimoni e custodi della medesima antica Scrittura? Il secondo interprete della Sacra Scrittura dall'ebraico dopo i Settanta, secondo Epifanio, fu Aquila del Ponto, che nell'anno XII dell'imperatore Adriano tradusse la Scrittura ebraica in greco; ma poiché passò dai Cristiani ai Giudei, la sua fedeltà non è sufficientemente degna di fede.

Dopo di lui, con maggiore fedeltà, venne Teodozìone, proselita giudeo già marcionita, sotto l'imperatore Commodo, la cui versione di Daniele la Chiesa ricevette e segue. Quarto, sotto l'imperatore Severo, fu Simmaco, dapprima Ebionita, poi Giudeo. Quinto fu un traduttore anonimo, la cui versione fu trovata in alcune giare nella città di Gerico, nell'anno VII di Caracalla, che successe al padre Severo. Sesto fu parimenti un traduttore anonimo, trovato similmente in giare a Nicopoli, sotto l'imperatore Alessandro, figlio di Mammea. Questi due sono comunemente designati come la quinta e la sesta edizione.

Origene le raccolse tutte e da esse compose i suoi Tetrapla, Esapla e Ottapla; corresse anche la Settanta corrotta, e così bene che la sua edizione fu ricevuta da tutti e considerata e chiamata «comune». Settimo fu San Luciano, sacerdote e martire, sotto Diocleziano, che intraprese una nuova edizione dall'ebraico in greco.

Infine San Girolamo, sole della Chiesa latina, per ordine del Beato Damaso, tradusse l'antica Scrittura dall'ebraico in latino, e la sua versione, chiamata ormai Vulgata da mille anni, la Chiesa pubblicamente segue e approva, con poche eccezioni. A qual fine, domando, Dio provvide a tutte queste cose con tanta fatica e tanto studio, se non per consegnare a noi questo sacro tesoro dei libri antichi, incontaminato, da leggere, insegnare e studiare?


La difesa dei Padri a favore dell'Antico Testamento

55. Questa persuasione contrasta con i Padri; scrisse infatti Sant'Agostino, a difesa della verità e dell'utilità del Pentateuco e dell'Antico Testamento, non meno di 33 libri Contro Fausto, e ancora due libri Contro l'Avversario della Legge e dei Profeti. Tertulliano scrisse per la medesima causa quattro libri Contro Marcione. Tutti senza eccezione si adoperarono nello svolgere e nello spiegare i suoi libri. Basilio, e il suo seguace o interprete Sant'Ambrogio, scrissero libri sull'Esamerone, sulla Genesi, sui Salmi e su Isaia. Origene scrisse 46 libri sulla Genesi, il Crisostomo 32 omelie.

Sul Pentateuco Cirillo scrisse 17 libri Sull'Adorazione in Spirito e Verità; dal medesimo Sant'Agostino, Teodoreto, Beda, Procopio e Girolamo pubblicarono questioni e locuzioni. E a ragione: poiché, come dice Sant'Ambrogio nell'Epistola 44, la divina Scrittura è un mare, avente in sé significati profondi, e la profondità degli enigmi profetici, cioè dell'Antico Testamento.

San Girolamo, nella Prefazione all'Epistola agli Efesini, Sullo Studio della Sacra Scrittura: «Mai,» dice, «dalla mia giovinezza cessai di leggere, o di interrogare gli eruditi su ciò che non sapevo; mai feci me stesso (come fanno i più) mio maestro. Infine, assai di recente, soprattutto per questa ragione andai ad Alessandria, per vedere Didimo e consultarlo su tutti i dubbi che avevo nelle Scritture.» Sant'Agostino, nel libro II della Dottrina Cristiana, capitolo 6, insegna che fu divina provvidenza che lo studio di una Sacra Scrittura così intricata e difficile richiamasse l'uomo sia dalla superbia sia dalla noia. «Mirabile,» dice il medesimo, libro XII delle Confessioni, capitolo 14, «è la profondità delle tue parole, o Signore, la cui superficie, ecco, è davanti a noi, attraente per i piccoli, ma mirabile è la profondità, Dio mio, mirabile profondità; è tremendo guardarvi dentro: un tremore di riverenza e un tremito d'amore.» Donde anche nell'Epistola 119: «Io,» dice, «nelle Sacre Scritture stesse, so assai meno di quanto non so.»

E per concludere questo argomento, San Tommaso, principe degli Scolastici, ci diede un illustre esempio, affinché congiungiamo inseparabilmente la Teologia Scolastica con la Sacra Scrittura, quasi fossero sorelle. Tutti sapete quale fu il suo amore per la Scrittura, quale lo studio, quali le preghiere, quale il digiuno, quali i commentari sui Profeti, sul Cantico dei Cantici, su Giobbe e sugli altri libri dell'Antico Testamento: fra i quali quelli sulla nostra Genesi (se davvero sono suoi, cosa di cui parlerò in seguito) sono insigni e dotti.


Santi esempi di studio della Scrittura

E il primo della sua famiglia, Sant'Antonio di Padova, mentre lo stesso San Francesco era ancora in vita e assisteva, insegnò queste lettere, uomo così versato nella Scrittura tanto antica quanto nuova, che quando predicò al cospetto del Sommo Pontefice, fu da lui salutato come Arca del Testamento. Tralascio San Bernardo, il quale, qualunque cosa dica, parla con le parole della Scrittura; tralascio il Beato Alfonso Tostado, Vescovo di Avila, il quale su questo Decateuco e sui singoli libri della storia dell'Antico Testamento compose singoli volumi, veramente grandiosi, con acuto giudizio e diligenza, cosicché per me, che un tempo li sfogliai e ora li rileggo con maggiore cura, essi apportano non meno fatica che aiuto.

Sant'Edmondo, Arcivescovo di Canterbury, nell'anno di grazia 1247, trascorreva giorni e notti nelle sacre Lettere, passando le notti stesse in veglia, con tale riverenza che ogniqualvolta apriva la Santa Bibbia, prima la onorava con un bacio. Di lui si narra questo fatto memorabile: mentre in un'ambasceria leggeva di notte la Santa Bibbia, come era suo costume, fu vinto dal sonno; la candela cadde sul libro e la fiamma lo afferrò. Svegliatosi, sospirò, credendo il libro bruciato, soffiò via le ceneri rimaste attaccate al libro, ed ecco, con meraviglia trovò il codice del tutto intatto e illeso.

San Carlo Borromeo dimorava continuamente nella Sacra Scrittura come in un paradiso di delizie, e soleva dire che un Vescovo non aveva bisogno di un giardino, ma che il suo giardino era la Santa Bibbia.

56. Né questo fu il sentimento soltanto dell'antica età dei Padri, ma anche di questi secoli, quando già la Teologia Scolastica fioriva e prosperava. San Domenico, Dottore di Sacra Teologia, studiò frequentemente sia l'Antico sia il Nuovo Testamento: a Roma e altrove insegnò pubblicamente molti dei suoi libri: per questo fu creato primo Maestro del Sacro Palazzo; e da quel tempo questa dignità rimase all'Ordine dei Predicatori. Odi l'autore della sua Vita, libro IV, capitolo IV, in stile semplice ma serio: «Poiché,» dice, «senza la conoscenza delle Scritture nessuno può essere predicatore perfetto, esortava i Frati a studiare sempre l'Antico e il Nuovo Testamento: poiché teneva in poco conto le finzioni dei filosofi; perciò i Frati mandati a predicare portavano con sé soltanto la Bibbia, e convertirono molti a penitenza.»

Quel San Vincenzo Ferreri, che nella memoria dei nostri bisnonni, viaggiando per l'Italia, la Francia, la Germania, l'Inghilterra e la Spagna, convertì almeno centomila persone, portava con sé soltanto un Breviario e la Bibbia per predicare.

San Giordano, dottore invero, secondo Maestro Generale del suo Ordine dopo San Domenico, interrogato dai suoi predicatori «se fosse meglio dedicarsi alla preghiera o allo studio della Sacra Scrittura,» rispose argutamente al suo solito modo: «È meglio bere sempre o mangiare sempre? Certo, come in alternanza c'è bisogno di entrambi, così conviene pregare e studiare la Sacra Scrittura a vicenda;» e, come dice San Basilio: «La lettura segua la preghiera, e la preghiera segua la lettura.»

57. Similmente San Francesco, richiesto dai suoi, concesse loro lo studio delle sacre Lettere, a condizione tuttavia che non si estinguesse lo spirito di preghiera e di devozione.


Gli scrittori sacri come calami dello Spirito Santo

58. Infine la ragione ci persuade dell'utilità e della necessità dell'Antico Testamento. Mosè, Davide, Isaia, così come Pietro, Paolo e Giovanni, ammessi per così dire nell'assemblea degli angeli, attinsero la sapienza dalla fonte stessa della verità; e, come giustamente dicono il Beato Gregorio e Teodoreto, le lingue e le mani di questi sacri Scrittori non furono altro che i calami del medesimo Spirito Santo, al punto che non sembrano tanto essere stati diversi scrittori, quanto diversi calami di un solo scrittore: pertanto la medesima verità, autorità, riverenza, zelo e diligenza devono essere attribuiti a Mosè come a Paolo, o piuttosto allo Spirito Santo che parla per mezzo di Mosè e per mezzo di Paolo; poiché tutto ciò che fu scritto da Lui, fu scritto per nostra istruzione. Anzi, Egli racchiuse tutta la sua sapienza necessaria o utile al genere umano, che volle comunicarci dall'abisso della sua divinità, in entrambi i Testamenti, tanto nell'Antico quanto nel Nuovo. Questo libro è il libro di Dio, il libro del Verbo, il libro dello Spirito Santo, nel quale nulla è superfluo, nulla è ridondante, ma come nella varietà degli scrittori, così anche nella varietà degli argomenti, e nella bellissima armonia di tutte le sue parti, tutto concorda reciprocamente, e completa e perfeziona quest'intera opera di Dio; cosicché, se ne togli una parte, mutili il tutto. Pertanto, come il filosofo deve volgere e rivolgere tutto Aristotele, il medico Galeno, l'oratore Cicerone, il giurista tutto Giustiniano, così a maggior ragione il Teologo deve volgere, esaminare e consumare quest'intero libro di Dio; e, come chi mutila la Metafisica mutila la Filosofia, così chi mutila la Sacra Scrittura mutila la Teologia: poiché come la Metafisica dà alla Filosofia i suoi princìpi, così la Sacra Scrittura dà alla Teologia i suoi princìpi. Questo è precisamente ciò che Cristo volle dire quando disse: «Ogni scriba,» cioè ogni Dottore, ogni Teologo, «istruito nel regno dei cieli, cava dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.»


Le sei utilità dell'Antico Testamento

I. L'Antico Testamento stabilisce la fede

59. Ma per porre la questione chiaramente davanti agli occhi, e per enumerare alcuni dei frutti più illustri dell'Antico Testamento: anzitutto, l'Antico Testamento, come il Nuovo, stabilisce la fede. Da dove, domando, conosciamo l'inizio del mondo, la creazione e il Creatore, se non perché per fede crediamo che i secoli furono formati dalla parola di Dio? Con quale parola? Certo con quella della Genesi, capitolo primo: «Sia la luce, siano i luminari, facciamo l'uomo,» ecc. Da dove apprendemmo dell'anima immortale, della caduta dell'uomo, del peccato originale, dei Cherubini, del paradiso, se non dalla stessa Genesi che narra queste cose? Eusebio nell'intero libro XI della Preparazione Evangelica insegna che Platone, che Sant'Agostino e tutti i Padri prima di lui seguirono come divino al di sopra di Aristotele e di tutti gli altri — Platone, dico, attinse i suoi insegnamenti su Dio, sul Verbo di Dio, sull'inizio del mondo, sull'immortalità dell'anima, sulla futura risurrezione e giudizio, sulle pene e i premi, da Mosè. Da dove riconoscemmo la provvidenza di Dio, se non dalla successione di tante età? Da dove traemmo la propagazione dei popoli, dei re e dei regni, il diluvio universale del mondo, la risurrezione e la speranza della vita eterna, se non dall'antica storia, e dalla pazienza di Giobbe e degli antichi, dal perpetuo pellegrinaggio dei patriarchi? «Per fede,» dice l'Apostolo, «Abramo dimorò nella terra della promessa come in terra straniera, abitando in tende con Isacco e Giacobbe, coeredi della stessa promessa: poiché aspettava la città che ha i fondamenti, il cui architetto e costruttore è Dio.» E da ciò si acuisce la nostra speranza, si eleva il nostro animo, cosicché, ricordando che qui si è ospiti e pellegrini, si aspiri alla patria celeste, nulla si desideri in questo mondo, nulla si ammiri, ma tutto si calpesti e si reputi come spazzatura, e con San Girolamo si canti di continuo a sé stessi quel detto socratico: «Cammino per l'aria e dall'alto guardo il sole.» Ascendo ai cieli; disprezzo questa terra, anzi il cielo stesso e il sole. Non della terra, ma del cielo sono iscritto come erede e signore; là tendo con la mente, con la speranza, con ogni pensiero, e volo sopra le stelle; sono cittadino dei Santi, familiare di Dio, abitante del paradiso: tutto il resto, come infimo, indegno di me, abietto e vile, calpesto sotto i piedi.

Chi in tutta la Scrittura stabilisce più chiaramente la natura, l'ufficio, la custodia e l'invocazione degli angeli del libro di Tobia? Chi stabilisce più espressamente il Purgatorio e le preghiere per i defunti dei libri dei Maccabei? Al punto che i nostri Novatori, non vedendo altra via di scampo, disperando della vittoria, e certi di essere vinti piuttosto che vincitori, spinti dal furore della necessità, li espulsero dal canone sacro.

Ma al contrario, quante eresie cercano riparo in questi libri? I Giudei, da quel passo del Deuteronomio 23,19, «Non presterai a interesse al tuo fratello, ma allo straniero,» sostengono ostinatamente di poter lecitamente praticare l'usura contro i Cristiani. I maghi, a difesa della magia, citano e lodano come testimoni i maghi del Faraone, che con l'improvviso potere della magia trasformarono serpenti in verghe e verghe in serpenti, come fece Mosè. A difesa della negromanzia citano la pitonessa che risuscitò Samuele dai morti, il quale colpì Saul con un vero oracolo di morte e rovina imminente. A difesa della chiromanzia adducono quel passo di Giobbe 37: «Egli pone un sigillo nella mano di ogni uomo, affinché tutti conoscano le sue opere.»

Calvino, da quel detto di Davide: «Il Signore gli comandò (a Semei) di maledire Davide,» 2 Re 16,10, prova (a suo avviso) che Dio è l'autore, anzi il mandante, delle azioni malvagie; da quel passo dell'Esodo: «Io indurirò il cuore del Faraone, e: Per questo ti ho suscitato, per mostrare in te la mia potenza,» costruisce il fato ineluttabile della sua riprovazione; stabilisce la servitù della volontà dal fatto che Geremia ci pone come argilla nella mano di Dio, come di un vasaio (Geremia 18,6).

I luteranologi e ciarlatani sassoni, pochi anni fa, nella disputa di Ratisbona, posero tutto il peso della loro causa — per proscrivere le tradizioni e stabilire la sola parola di Dio come giudice ultimo delle controversie di fede — su quel passo del Deuteronomio 4,2: «Non aggiungerete alla parola che io vi dico, né toglierete da essa;» e capitolo 12,32: «Ciò che io ti comando, questo soltanto farai per il Signore; non aggiungerai nulla, né diminuirai nulla.»

Che farai qui, se qui non sei di casa? Come ti renderai ludibrio davanti a loro, con scandalo della Chiesa, se qui esiti, se queste cose non le leggi, non le ascolti, non le impari, se non consulti spesso le fonti stesse? Poiché Sant'Agostino insegna che ciò è necessario. Anzi, chiunque non sappia cosa significhi l'ebraico tsava, cioè «Dio comandò a Semei», ecc., non sfuggirà ai lacci di Calvino; ma chiunque conosca l'ebraismo, ossia che tsava significa ordinare, provvedere, disporre, e indica tutta la provvidenza di Dio, tanto positiva quanto negativa e permissiva, dissiperà quest'arma come una tela di ragno. Indicherò spesso simili ebraismi nei singoli capitoli, che non comprenderai mai se non dalla lingua ebraica.

II. La ricchezza dell'Antico Testamento

60. Questa prima utilità dell'antica Scrittura è duplice: la seconda non le è inferiore, vale a dire che l'Antico Testamento è di gran lunga più ricco del Nuovo. Si può vedere un'abbondante etica nei Proverbi, nell'Ecclesiaste e nell'Ecclesiastico: una politica mirabile nelle gesta e nelle leggi giudiziarie e cerimoniali di Mosè, dalla quale la Chiesa ha mutuato molto, e gli autori del Diritto Canonico; e anche alcune materie del Diritto Civile: oracoli nei Profeti; omelie nel Deuteronomio e nei Profeti; e, ciò che fa al caso presente, una storia dalla fondazione del mondo fino ai tempi dei Giudici, dei Re e di Cristo — certissima, ordinatissima, variatissima e dilettevolissima — si può vedere nel Decateuco.

Vi è una quadruplice legge: d'innocenza, di natura, mosaica ed evangelica: le prime tre e le loro storie sono comprese nel Pentateuco. «La Genesi,» dice San Girolamo nel Prologo Galeato, «è il libro nel quale leggiamo la creazione del mondo, l'origine del genere umano, la divisione della terra, la confusione delle lingue e dei popoli, fino alla partenza degli Ebrei.»

Gli storici latini e greci dei pagani favoleggiarono sul diluvio di Deucalione, su Prometeo, su Ercole; e in tutta la storia profana, tutto ciò che precede le Olimpiadi è pieno di tenebre d'ignoranza e di favole. Ma le Olimpiadi ebbero inizio o all'inizio del regno di Iotam, o alla fine del regno di Ozia, cioè dopo il terzo millennio dalla creazione del mondo e oltre: cosicché per tremila anni non si ha alcuna storia certa del mondo se non questa sola di Mosè e degli Ebrei. La storia è veramente maestra, guida e luce della vita umana, nella quale si possono discernere come in uno specchio l'ascesa, la caduta e il declino dei regni, delle repubbliche e della vita umana, le virtù e i vizi, e apprendere ogni prudenza e la via alla felicità dall'esempio altrui, sia di buona sia di avversa fortuna.

A ciò si aggiunga che in nessuna storia, anzi neppure nel Nuovo Testamento, esistono tanti, così vari e così eroici esempi di ogni genere di virtù, quanti nel Pentateuco e nell'Antico Testamento.

61. I Romani lodano quei famosi mercanti di gloria, le cui ceree ombre — intendo le loro maschere ritratto — l'edera avvolge, mentre i corpi e le anime sono lambiti e consumati dal fuoco eterno. Lodano i Manlii Torquati, che trafissero con la spada i figli che avevano combattuto il nemico contro gli ordini del comandante e del padre, sebbene avessero riportato la vittoria, per imporre la disciplina militare. Ma chi amerebbe i comandi manliani? Lodano Giunio Bruto, vendicatore della libertà romana, primo Console, che fece battere con le verghe e poi decapitare con la scure i propri figli e quelli del fratello, perché avevano congiurato con gli Aquillii e i Vitellii per riammettere i Tarquini in città: padre infelice e infame con tale prole. Chi non loderebbe piuttosto Abramo e Isacco, quegli innocenti, che decisero di sigillare l'obbedienza dovuta a Dio con l'immolazione e il sacrificio del padre, e la madre dei Maccabei, che offrì sé stessa con i suoi sette figli a Dio per le leggi della patria?

Lodano i tre fratelli Orazi, che vinsero i tre Curiazi di Alba in combattimento singolare, con l'astuzia più che con la forza, e trasferirono il dominio di Alba a Roma. Chi non loderebbe piuttosto il coraggio e la forza di Davide, che in duello singolare abbatté con la fionda quella torre di carne e d'ossa, Golia, e assicurò il dominio d'Israele sui Filistei?

Lodano la continenza di Alessandro, che, vinto Dario, rifiutò di guardare la sua moglie prigioniera e le bellissime figlie, ripetendo che le donne persiane erano un dolore per gli occhi. Chi non loderebbe piuttosto Giuseppe, già afferrato in privato dalla padrona che lo sollecitava, che fuggì lasciando il mantello, e volontariamente si gettò in ogni pericolo di carcere, fama e vita, per conservare la sua castità?

62. Lodano Lucrezia, casta dopo la violenza, eppur tarda vendicatrice del crimine — e uccisora di sé stessa: noi celebriamo Susanna, campionessa assai più valorosa tanto della castità quanto della vita e della reputazione.

Ammirano Virginio il centurione, il quale, non potendo sottrarre la figlia Claudia Virginia al potere e alla libidine di Appio Claudio decemviro, chiedendo un ultimo colloquio con lei, segretamente la uccise, preferendo una figlia morta a una violata. Ammirano i Decii, padre e figlio, che per l'esercito romano, con solenne preghiera per mezzo dei pontefici Valerio e Liberio, votarono i nemici Latini e Sanniti insieme a sé stessi agli dèi infernali, e suggellarono la vittoria con la propria morte. Chi non ammirerebbe piuttosto Iefte, il condottiero, che per la vittoria del suo popolo votò al vero Dio la sua unica figlia vergine e la sua verginità, e immolò colei che aveva promesso? Chi non ammirerebbe Mosè, che votava sé stesso non a una distruzione temporale ma eterna per il popolo?

63. Lodano la fortezza militare e il successo di Giulio Cesare, Pompeo, Publio Cornelio Scipione, Annibale e Alessandro. Ma quanto più grandi furono Sansone, Gedeone, Davide, Saul, i Maccabei e Giosuè, i quali, dotati non di forza umana ma celeste, e di divino successo, con pochi contro molti, anche i più potenti, sbaragliarono; ai quali il sole, la luna e le stelle obbedirono come soldati, e combatterono contro il nemico? A chi, domando, se non forse a Teodosio, ma piuttosto a Giuda Maccabeo e a Giosuè, canteresti quel verso?

O troppo amato da Dio, per cui dai suoi antri
Eolo schiera le tempeste armate, per cui combatte il cielo,
e i venti congiurati vengono al suono della tromba.

64. E questi sono per noi perpetui stimoli a ogni altezza di virtù, a ogni santità e innocenza, affinché come loro emuli, quasi angeli terreni e uomini celesti, camminiamo nella luce evangelica davanti agli occhi della divina Maestà, che di continuo ci osserva, e Lo serviamo nella santità e nella giustizia. Poi, affinché nelle nostre e nelle pubbliche sventure, in queste tempeste belgiche ed europee, avendo come consolazione, insieme ai Maccabei, i santi Libri, per mezzo della pazienza e della consolazione delle Scritture possiamo avere speranza, e sollevare i nostri animi, sapendo che Dio ha cura di noi, e fortificati dal suo amore e dall'amore delle cose celesti, nulla temiamo, disprezziamo anche la morte e i tormenti, e se pure il mondo si dovesse frantumare e crollare, le rovine ci colpiscano impavidi.

Così l'Apostolo nell'intero capitolo 11 della Lettera agli Ebrei, con l'esempio dei padri, li accende con una mirabile orazione alla sopportazione e al martirio, affinché con una misura di sangue acquistino la beata eternità: «Furono lapidati,» dice — Mosè certo, Geremia e altri Santi dell'Antico Testamento — «furono segati, furono tentati, morirono per il taglio della spada; andarono errando in pelli di pecora, in pelli di capra, bisognosi, afflitti, tormentati, dei quali il mondo non era degno, vagando per i deserti, per i monti e le caverne, e nelle grotte della terra;» e ciò, «affinché trovassero una risurrezione migliore; e perciò anche noi, avendo una così grande nube di testimoni, corriamo con pazienza alla gara che ci è proposta.»

III. Il Nuovo Testamento non può essere compreso senza l'Antico

65. La terza utilità è che senza l'Antico Testamento il Nuovo non può essere compreso: gli Apostoli e Cristo lo citano frequentemente, e ancora più frequentemente vi alludono, anche nel dare l'ultimo saluto ai suoi. «Queste sono,» dice, Luca ultimo capitolo, versetto 44, «le parole che vi dissi: che dovevano compiersi tutte le cose scritte nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi riguardo a Me; allora aprì loro l'intelletto, affinché comprendessero le Scritture.»

Anzi, la Lettera agli Ebrei per questa sola ragione è gravissima e oscurissima, poiché è interamente tessuta dall'Antico Testamento e dalle sue allegorie.

IV. L'Antico Testamento supera il Nuovo in ricchezza allegorica

66. La quarta utilità è questa: poiché Cristo è il fine della legge, tutte le cose dette nell'Antico Testamento si riferiscono a Cristo e ai Cristiani, sia nel senso letterale sia in quello allegorico; e in ciò l'Antico Testamento supera il Nuovo, perché l'Antico ovunque possiede, oltre al senso letterale, un senso allegorico, e spesso anche anagogico e tropologico: il Nuovo è quasi privo di quello allegorico. «I nostri padri,» dice l'Apostolo, 1 Corinzi 10,1, «furono tutti sotto la nube, e tutti attraversarono il mare, e tutti furono battezzati in Mosè, nella nube e nel mare, e tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, ecc. Ora queste cose avvennero come figure per noi: e furono scritte per noi, sui quali sono venuti i fini dei secoli.» Donde di nuovo il medesimo Apostolo insegna che l'intelligenza dell'Antico Testamento fu tolta ai Giudei e passò a noi. «Fino ad oggi,» dice, «il medesimo velo rimane non sollevato nella lettura dell'Antico Testamento, il qual velo in Cristo è tolto via; ma fino ad oggi, quando si legge Mosè, il velo è posto sul loro cuore,» 2 Corinzi 3,14.

Lo Spirito Santo infatti, consapevole e presciente di tutti i secoli, temperò così la Sacra Scrittura che potesse servire non ai soli Giudei, ma ai Cristiani di ogni età. Anzi, Tertulliano nel libro Sull'Abbigliamento delle Donne, capitolo 22, ritiene che non vi sia alcun pronunciamento dello Spirito Santo che possa essere diretto e ricevuto soltanto per la materia presente, e non per ogni occasione di utilità.

Veramente Sant'Agostino, Contro Fausto, libro XIII, alla fine: «Noi,» dice, «leggiamo i libri Profetici e Apostolici per il ricordo della nostra fede, la consolazione della nostra speranza, e l'esortazione della nostra carità, con voci concordi tra loro; e con quell'armonia, come con una tromba celeste, sia svegliandoci dal torpore della vita mortale, sia protendendoci verso il premio della vocazione celeste.»

Per questa ragione la Chiesa nella Sacra Liturgia ovunque sceglie letture dall'Antico Testamento, e nel sacro tempo del digiuno congiunge sempre con il Vangelo un'Epistola dall'Antico Testamento, in modo appropriato, così che l'ombra risponda al corpo, l'immagine al prototipo. Io stesso un tempo vidi celebri predicatori, nelle loro omelie, esporre nella prima parte una storia o qualcosa di simile dall'Antico Testamento, e nella seconda qualcosa dal Nuovo, con grande concorso, plauso e frutto fra il popolo.

Infine, non soltanto gli eretici, ma anche uomini ortodossi di grande autorità, che sono impegnati in concili, cause e giudizi, volgono e consumano le sacre Lettere, tanto antiche quanto nuove, secondo l'antico costume.

Francesco Petrarca riferisce che 250 anni or sono Roberto, Re di Sicilia, era così deliziato dalle lettere, specialmente sacre, che gli disse sotto giuramento: «Ti giuro, Petrarca, che le lettere mi sono assai più care del mio regno, e se dovessi essere privato dell'uno o delle altre, più serenamente mi separerei dalla corona che dalle lettere.»

Il Panormitano riferisce che Alfonso, Re d'Aragona, era solito vantarsi che, anche in mezzo agli affari del suo regno, aveva letto per intero la Bibbia con glosse e commentari quattordici volte. Non è dunque cosa nuova se ora principi, consiglieri e altri dignitari ovunque a tavola, nei banchetti e nelle conversazioni sollevino questioni dall'Antico e dal Nuovo Testamento; dove il Teologo, se tace, sarà tenuto per fanciullo: se risponde inettamente, sarà giudicato ignorante o stolto.

V. Figure, esempi e sentenze dall'Antico Testamento

67. Quinto, per l'abbondanza di letture, dispute e predicazioni, Dio provvide che dall'Antico Testamento si potesse attingere una così grande varietà di figure, esempi, sentenze e oracoli, non soltanto per la fede, ma per ogni istruzione di una vita onesta. Così Cristo sprona i negligenti alla vigilanza con l'esempio di Noè e della moglie di Lot, Luca 17,32: «Ricordatevi,» dice, «della moglie di Lot;» e ancora spaventa e colpisce le menti ostinate dei Giudei ricordando Sodoma, i Niniviti e la Regina del Mezzogiorno. Così richiama alla penitenza gli imitatori di quel ricco sepolto nell'inferno, con le parole di Abramo che dice, Luca 16,27: «Hanno Mosè e i Profeti, li ascoltino.» E Paolo dice, 1 Corinzi 10,6 e 11: «Tutte le cose avvennero loro in figura, cioè come esempi per noi; affinché non desideriamo cose malvagie, né siamo idolatri,» né fornicatori, né golosi, né mormoratori, né tentatori di Dio, per non perire come perirono coloro che sotto l'antica legge per tali delitti furono puniti.

VI. L'Antico Testamento come precursore del Nuovo

68. E da ciò nasce la sesta utilità: l'Antico Testamento fu infatti preludio del Nuovo, e gli rese testimonianza, così come San Giovanni Battista al Signore Cristo: egli infatti, come pure Mosè e gli altri profeti, «precedette dinanzi al volto del Signore, per preparare le sue vie, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza; per illuminare coloro che siedono nelle tenebre e nell'ombra della morte, per dirigere i nostri passi nella via della pace.» A simbolo di ciò, nella Trasfigurazione di Cristo, apparvero Mosè ed Elia, sia per renderGli testimonianza, sia per parlare dell'esodo che stava per compiere a Gerusalemme. Chi infatti avrebbe creduto in Cristo, chi nel Vangelo, se non fosse stato confermato, predetto e prefigurato da tante testimonianze dei Padri, da tanti oracoli, da tante figure? Come convincerai i Giudei, come li condurrai a Cristo, se non dalle profezie di Mosè e dei Profeti? Presso i politici, i pagani, i Saraceni e tutti gli uomini, una grande dimostrazione della verità del Vangelo è, dice Eusebio, che per l'intero Antico Testamento, attraverso tanti secoli, esso fu promesso e prefigurato.

Per questa ragione Cristo così spesso si appella a Mosè, Giovanni 1,17: «La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.» Giovanni 5,46: «Vi è chi vi accusa, Mosè: poiché se credeste a Mosè, forse credereste anche a Me: di Me infatti egli scrisse; ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?» Luca 24,27: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, interpretava loro in tutte le Scritture le cose che Lo riguardavano.» Donde anche Filippo a Natanaele, Giovanni 1,45: «Colui del quale scrisse Mosè nella legge, e i profeti, lo abbiamo trovato: Gesù.» Poiché la concordanza di entrambi i Testamenti — cioè l'accordo di Mosè e di Cristo, dei Profeti e degli Apostoli, della Sinagoga e della Chiesa — rende grande testimonianza a Cristo e alla verità, come insegna ovunque Tertulliano contro Marcione. E per concludere, apprendi dallo stesso Mosè quanto grande e molteplice sia la sapienza che qui si trova.


Sezione Terza: Chi, e quanto grande, fu Mosè?

I tre periodi di quarant'anni di Mosè

71. Dico il vero: per molte migliaia di anni il sole non ha guardato un uomo più grande; egli fin dalla più tenera età fu allevato alla corte reale, come figlio di re e destinato erede, educato in tutta la sapienza degli Egiziani, per ben quarant'anni: poi, negando di essere figlio della figlia del Faraone, preferendo soffrire afflizione con il popolo di Dio piuttosto che godere del piacere di un regno temporale e del peccato, fuggì in Madian; qui, pascendo le pecore, avendo parlato con Dio nel roveto ardente, attinse per contemplazione tutta la sapienza divina per ben quarant'anni; infine, scelto come condottiero del popolo, lo governò per un terzo periodo di quarant'anni come sommo pontefice, comandante supremo, legislatore, dottore, profeta, simillimo a Cristo e suo antitipo. «Un profeta,» dice il Signore, Deuteronomio 18,15, «susciterò per loro di mezzo ai loro fratelli, uno simile a te;» e «Un profeta dalla tua nazione e dai tuoi fratelli, simile a me, il Signore Dio tuo susciterà per te: lui ascolterai,» cioè Cristo.

Qui l'ufficio mostrò l'uomo, quando guidò tre milioni di persone — cioè trenta volte centomila — di così dura cervice, attraverso aridi deserti per quarant'anni, li nutrì con cibo celeste, li istruì nel timore e nel culto di Dio, li mantenne nella pace e nella giustizia, fu arbitro e mediatore di tutte le contese, e li protesse contro tutti i nemici.


Le virtù di Mosè

72. Ammireresti le innumerevoli virtù di Mosè; fu musico e salmista: san Girolamo attesta, volume III, lettera a Cipriano, che Mosè compose undici salmi, cioè dal Salmo 89, il cui titolo è «Preghiera di Mosè, servo di Dio», fino al Salmo 100, che è preceduto dalla dicitura «Nella confessione».

Mosè fu ritenuto degno di ricevere da Dio le tavole della legge. Mosè ebbe come guida nel cammino una colonna di nube, anzi un arcangelo che presiedeva alla colonna. Nella preghiera, Mosè sembrava nutrirsi e vivere come un angelo. Stando per ricevere le tavole della legge sul Sinai, stette per due volte quaranta giorni e quaranta notti digiunando e conversando con Dio: dove anche gli furono affisse corna di luce; alla porta del tabernacolo trattava quotidianamente e familiarmente con Dio tutte le questioni del popolo. «Il mio servo Mosè,» dice il Signore, Numeri 12,7, «è il più fedele in tutta la mia casa: poiché io gli parlo bocca a bocca, e apertamente, e non per enigmi e figure egli vede il Signore.» Poiché il Signore gli mostrò ogni bene, Esodo capitolo 33, versetto 17. Potresti chiamare Mosè il segretario dei segreti di Dio, il segretario, dico, della sapienza divina, e che meraviglia se Amalec fu sconfitto non dalle armi di Giosuè ma dalle preghiere di Mosè? E che meraviglia «se non sorse più in Israele un profeta simile a Mosè, che il Signore conobbe faccia a faccia?» Deuteronomio 34,10. Che meraviglia se, con l'aiuto e la potenza di Dio, come taumaturgo, quasi rovesciò l'Egitto con piaghe e prodigi, e il Mar Rosso, fece discendere carne e manna dal cielo, precipitò Core, Datan e Abiram vivi nell'inferno, e superò con le sue gesta ogni singolo taumaturgo?

73. Chi non vede l'eccellente prudenza politica e domestica dell'ottimo principe, in tanta destrezza nel governare un popolo così grande, dalla fronte di bronzo, anzi di diamante? La sua notevole carità e sollecitudine per il popolo risplendette, sia nello zelo con cui si consacrò come anatema, offerta espiatoria e vittima propiziatoria per il suo Israele; sia in quella fervida orazione dell'intero Deuteronomio, con la quale, chiamando a testimoni il cielo e la terra, le potenze celesti e infernali, spinse il popolo ad osservare la legge di Dio; cosicché a ragione disse: «Perché, Signore, hai posto il peso di tutto questo popolo su di me? Ho forse concepito io tutta questa moltitudine, o l'ho generata, perché tu mi dica: Portali nel tuo seno, come la nutrice suole portare un lattante, e conducili alla terra che hai giurato ai loro padri?» Numeri capitolo 11, versetto 11. Giustamente san Giovanni Crisostomo disse, omelia 40 sulla Prima Lettera a Timoteo: «Il vescovo deve essere un angelo, non soggetto ad alcuna perturbazione o vizio umano;» e altrove: «Conviene che colui che si assume il governo degli altri eccella in tale gloria di virtù che, come il sole, oscuri nel suo splendore tutti gli altri, simili a scintille di stelle.» Se dunque un Vescovo, un Prelato, un Principe deve essere nel popolo come un uomo tra i bruti, come un angelo tra gli uomini, come il sole tra le stelle: considera quale e quanto grande fu Mosè, che tra tanti uomini adempì più che abbondantemente questo compito — che fu trovato degno dal giudizio di Dio, o piuttosto fu reso degno dalla vocazione e dalla grazia di Dio, che fu posto non sopra Cristiani, ma sopra Giudei ostinati e di dura cervice, non semplicemente come Vescovo, ma come Pontefice e Principe insieme.


L'umiltà e la mansuetudine di Mosè

E per tacere il resto, in un così grande e divino culmine di autorità, ammiro soprattutto la sua profonda umiltà e mansuetudine: spesso assalito dal mormorio del popolo, da calunnie, insulti, apostasia e pietre, stette con volto immobile e mite, vendicandosi non con minacce ma con preghiere a Dio effuse per il popolo. A ragione dunque Dio lo celebra con questo elogio, Numeri 12,3: «Poiché Mosè era l'uomo più mite sulla faccia della terra.» Donde così mite? Perché, dimorando magnanimo nel cielo, disprezzava tutti gli oltraggi e le ingiurie degli uomini come cose terrene e insignificanti. «Il saggio,» dice Seneca nell'opera Sul Saggio, «è stato allontanato da una distanza ben maggiore dal contatto con gli inferiori, di quanta ne sia necessaria perché una forza nociva porti fino a lui la propria potenza: come un dardo scagliato da qualche stolto verso il cielo e il sole ricade prima di raggiungere il sole. Pensi che Nettuno possa essere toccato da catene calate nel profondo? Come le cose celesti sfuggono alle mani umane, e da coloro che fondono templi o immagini nessun danno è arrecato alla divinità: così tutto ciò che è fatto contro il saggio in modo insolente, impudente o superbo, è tentato invano.»


Mosè e la visione beatifica

74. A motivo di questa mansuetudine, molti ritengono che a Mosè sia stata concessa in questa vita la visione dell'essenza divina; sulla qual cosa e su altre cose pertinenti a Mosè, si dirà più ampiamente in Esodo capitoli 2, 32 e seguenti.

È certo che Mosè, morto, fu sepolto dagli angeli sul monte Abarim; onde «nessun uomo conobbe il suo sepolcro,» Deuteronomio 34,6. E questa fu la ragione per cui l'arcangelo Michele disputò con il diavolo intorno al corpo di Mosè, come dice san Giuda nella sua lettera.


Lodi di Mosè dalla Scrittura e dai Padri

Infine, vuoi conoscere Mosè? Ascolta il Siracide, Ecclesiastico capitolo 45: «Amato da Dio e dagli uomini fu Mosè, la cui memoria è in benedizione. Lo rese simile alla gloria dei santi; lo magnificò nel timore dei nemici, e con le sue parole placò i prodigi; lo glorificò al cospetto dei re,» cioè del re Faraone (al quale il Signore disse di lui, Esodo capitolo 7, versetto 1: «Ecco, ti ho costituito dio per il Faraone»), «e gli diede comandamenti davanti al suo popolo, e gli mostrò la sua gloria; nella sua fede e mansuetudine lo santificò, e lo elesse da ogni carne. Poiché udì la sua voce, e lo introdusse nella nube, e gli diede faccia a faccia i comandamenti, e la legge di vita e di scienza, per insegnare a Giacobbe il suo patto e a Israele i suoi giudizi.»

75. Ascolta santo Stefano, Atti capitolo 7, versetti 22 e 30: «Mosè era potente nelle sue parole e nelle sue opere; gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in una fiamma di fuoco nel roveto; quest'uomo Dio lo mandò come principe e redentore, con la mano dell'angelo che gli era apparso; costui li condusse fuori, compiendo prodigi e segni nella terra d'Egitto; costui è colui che fu nell'assemblea nel deserto con l'angelo che gli parlava sul monte Sinai, che ricevette le parole di vita per darle a noi.»

Ascolta sant'Ambrogio, libro I del De Cain et Abel, capitolo 11: «In Mosè,» dice, «vi fu la figura del dottore che doveva venire, che avrebbe predicato il Vangelo, adempiuto l'Antico Testamento, stabilito il Nuovo, e dato nutrimento celeste ai popoli: perciò Mosè superò la dignità della condizione umana a tal punto da essere chiamato con il nome di Dio: "Ti ho costituito," dice, "dio per il Faraone." Infatti egli fu vincitore di tutte le passioni, né fu catturato da alcuna lusinga del mondo, egli che aveva ricoperto tutta questa dimora secondo la carne con la purezza di una condotta di vita celeste, reggendo la mente, assoggettando la carne e castigandola con una sorta di autorità regale; fu chiamato con il nome di Dio, alla cui somiglianza si era formato con l'abbondanza di virtù perfetta; e perciò non leggiamo di lui, come degli altri, che morì venendo meno, ma morì per la parola di Dio: poiché Dio non soffre né cedimento né diminuzione; onde si aggiunge anche: "Perché nessuno conosce la sua sepoltura," lui che fu piuttosto assunto che abbandonato, cosicché la sua carne ricevette riposo piuttosto che rogo.» Ambrogio sembra qui suggerire che Mosè non morì, ma fu assunto come Elia ed Enoch; sulla qual cosa parlerò all'ultimo capitolo del Deuteronomio.

Ascolta l'Apostolo, Ebrei 11,24: «Per fede Mosè, divenuto grande, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del Faraone, preferendo soffrire afflizione con il popolo di Dio piuttosto che godere del piacere passeggero del peccato; stimando il vituperio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto: poiché guardava alla ricompensa. Per fede abbandonò l'Egitto, non temendo l'ira del re: poiché sostenne come vedendo l'Invisibile; per fede celebrò la Pasqua e l'effusione del sangue, affinché colui che sterminava i primogeniti non li toccasse; per fede attraversarono il Mar Rosso come per terra asciutta, ciò che tentando gli Egiziani furono inghiottiti.»

Ascolta san Giustino nella sua Esortazione, ossia Parenetica ai Greci, nella quale insegna per intero che i Greci attinsero dagli Egiziani, e questi da Mosè, la loro sapienza e la conoscenza di Dio. In particolare: «Quando un tale,» dice, «come voi stessi ammettete, consultò l'oracolo degli dèi, per sapere quali uomini dediti alla religione vi fossero mai stati, voi dite che questa fu la risposta data: "La sapienza ha ceduto solo ai Caldei: gli Ebrei adorano con la mente il Re Ingenerato e Dio."»

Aggiunge: «Mosè scrisse la sua storia in ebraico, quando le lettere dei Greci non erano ancora state inventate. Poiché Cadmo fu il primo a portarle successivamente dalla Fenicia e a trasmetterle ai Greci. Per questo anche Platone scrisse nel Timeo che Solone, il più sapiente dei sapienti, tornato dall'Egitto, disse a Crizia di aver udito un sacerdote egiziano che gli diceva: "O Solone, voi Greci siete sempre fanciulli; non c'è vecchio tra i Greci." E ancora: "Siete tutti giovani nelle vostre menti; poiché non avete in esse alcuna antica opinione trasmessa da tradizione antichissima, né alcuna disciplina canuta per età."» E poco più avanti, citando Diodoro, insegna che Orfeo, Omero, Solone, Pitagora, Platone, la Sibilla e altri, essendo stati in Egitto, mutarono la loro opinione sulla pluralità degli dèi, poiché da Mosè attraverso gli Egiziani appresero che vi è un solo Dio, che in principio creò il cielo e la terra. Perciò Orfeo cantò:

Giove è uno, Plutone, Sole, Bacco sono uno,
Vi è un solo Dio in tutte le cose: perché te lo dico due volte?

Lo stesso di nuovo: Ti chiamo a testimone, o cielo, origine del grande Sapiente,
E te, Verbo del Padre, la prima cosa che proferì dalla sua bocca,
Quando creò la macchina del mondo con il suo proprio disegno.

Infine aggiunge che Platone apprese da Mosè la conoscenza di Dio, onde parimenti lo chiamò «to on», cioè «ciò che è», così come Mosè lo chiama «ehyeh», cioè «colui che è», ovvero «io sono colui che sono». Ancora, dalla medesima fonte apprese la creazione delle cose, il Verbo divino, la risurrezione dei corpi, il giudizio, le pene degli empi e i premi dei giusti, e lo Spirito Santo, che Platone suppose essere l'anima del mondo; poiché non comprese sufficientemente Mosè, ma lo distorse secondo le proprie fantasie; onde cadde in errori.

E parimenti san Cirillo, nel libro I Contro Giuliano, mostra che Mosè fu più antico dei primi eroi dei Gentili, che essi stessi consideravano i più antichi.

Ascolta la sua dotta cronologia di Mosè e dei Gentili: «Discendendo dunque dai tempi di Abramo fino a Mosè, ricominciamo di nuovo con nuovi punti di partenza degli anni, ponendo la nascita di Mosè per prima nel computo. Nell'anno settimo di Mosè dicono che nacquero Prometeo ed Epimeteo, e Atlante, fratello di Prometeo, e inoltre Argo che tutto vedeva. Nel trentacinquesimo anno di Mosè regnò per primo ad Atene Cecrope, soprannominato Difue: dicono che fu il primo tra gli uomini a sacrificare un bue, e nominò Giove dio supremo presso i Greci. Nel sessantasettesimo anno di Mosè dicono che vi fu il diluvio di Deucalione in Tessaglia; e inoltre in Etiopia il figlio del Sole, come dicono, Fetonte, fu consumato dal fuoco. Nel settantaquattresimo anno di Mosè un tale chiamato Elleno, figlio di Deucalione e Pirra, diede ai Greci la denominazione del suo nome, mentre prima erano chiamati Greci. Nel centesimo ventesimo anno di Mosè Dardano fondò la città di Dardania, regnando tra gli Assiri Aminta, tra gli Argivi Stenelo, e tra gli Egiziani Ramesse; egli stesso era chiamato anche Egitto, fratello di Danao. Nel centesimo sessantesimo anno dopo Mosè Cadmo regnò a Tebe, la cui figlia fu Semele, dalla quale nacque Bacco, come dicono, da Giove. Vi erano anche a quel tempo Lino di Tebe e Anfione, musicisti. In quel tempo anche Finees, figlio di Eleazaro, figlio di Aronne, assunse il sacerdozio presso gli Ebrei, essendo morto Aronne. Nel centonovantacinquesimo anno dopo Mosè dicono che la vergine Proserpina fu rapita da Aidoneo, cioè Orco, re dei Molossi; si dice che egli allevò un cane grandissimo di nome Cerbero, che catturò Piritoo e Teseo quando vennero per il rapimento di sua moglie: ma essendo perito Piritoo, giunse Ercole e liberò Teseo dal pericolo di morte negli inferi, come favoleggiamo. Nel duecentonovantesimo anno Perseo uccise Dioniso, cioè Libero, il cui sepolcro dicono sia a Delfi presso l'aureo Apollo. Nel quattrocentodecimo anno dopo Mosè fu espugnato Ilio, essendo giudice presso gli Ebrei Esebon, tra gli Argivi Agamennone, tra gli Egiziani Vafre, e tra gli Assiri Teutamo.»

«Si calcolano dunque dalla nascita di Mosè fino alla distruzione di Troia 410 anni.»

76. Ascolta sant'Agostino, libro XXII Contro Fausto, capitolo 69: «Mosè,» dice, «servo fedelissimo di Dio, umile nel rifiutare un così grande ministero, sottomesso nell'assumerlo, fedele nel conservarlo, vigoroso nell'eseguirlo, vigilante nel governare il popolo, veemente nel correggere, ardente nell'amare, paziente nel sopportare; il quale in favore di coloro sui quali era preposto, si interpose con Dio quando lo consultava, e gli si oppose quando era irato: lungi da noi giudicare un tale e così grande uomo dalla bocca maldicente di Fausto, ma piuttosto dalla bocca veramente veridica di Dio.»

Ascolta san Gregorio, Parte II della Regola Pastorale, capitolo 5: «Perciò Mosè frequentemente entra ed esce dal tabernacolo, e colui che dentro è rapito nella contemplazione, fuori è pressato dagli affari degli infermi; dentro considera i segreti di Dio, fuori porta i pesi dei carnali, offrendo ai rettori l'esempio, affinché quando fuori sono incerti su che cosa disporre, consultino il Signore per mezzo della preghiera.»

Lo stesso, nel libro VI su I Re capitolo 3, dice che Mosè fu così pieno di spirito che il Signore prese dal suo spirito e lo condivise con i settanta anziani del popolo. Lo stesso, nell'omelia 16 su Ezechiele, pone Mosè al di sopra di Abramo nella conoscenza di Dio. Né ciò sorprende. Poiché a Mosè Dio dice: «Apparvi ad Abramo, Isacco e Giacobbe, e il mio nome Adonai (Geova) non lo manifestai loro,» il quale a te, o Mosè, manifesto e rivelo.


Mosè e Cristo: diciannove paralleli

Inoltre Mosè fu segno espresso e tipo di Cristo; e perciò, come il sole illumina il giorno e la luna la notte, così Cristo illuminò i Cristiani nella nuova legge, e Mosè i Giudei nell'antica. Per questo Ascanio paragona bellamente Cristo al sole e Mosè alla luna (Martinengo sulla Genesi, tomo I, pagina 5). Poiché in primo luogo, Mosè fu il legislatore del Pentateuco, Cristo del Vangelo; in secondo luogo, Mosè ebbe due singolari incontri con Dio: il primo quando ricevette le prime tavole della legge da Dio sul Sinai, il secondo quando ricevette le seconde tavole, e allora tornò con il volto raggiante e quasi cornuto. Queste testimonianze Dio gli diede. Due simili le diede a Cristo: la prima nel battesimo, quando lo Spirito Santo discese su di lui in forma di colomba, e si udì una voce dal cielo; la seconda, quando fu trasfigurato sul Tabor, e Mosè ed Elia gli resero testimonianza, cioè la legge e i profeti. Terzo, Mosè operò stupende piaghe e miracoli in Egitto: Cristo ne operò di maggiori. Quarto, Mosè parlò con Dio, ma nella caligine, e lo vide da tergo; Cristo invece faccia a faccia. Quinto, Mosè udì da Dio: «Hai trovato grazia presso di me, e ti ho conosciuto per nome;» Cristo udì dal Padre: «Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo.»

78. Ascolta Eusebio, libro III della Dimostrazione Evangelica, che dalle gesta di Mosè e di Cristo costruisce una mirabile antitesi, le cui prolisse parole condenserò in poche:

1. Mosè fu il legislatore della nazione giudaica, Cristo dell'intero universo. 2. Mosè tolse gli idoli agli Ebrei, Cristo li cacciò da quasi ogni regione del mondo. 3. Mosè stabilì la legge con meravigliosi portenti, Cristo fondò il Vangelo con portenti ancora maggiori. 4. Mosè riscattò il suo popolo alla libertà, Cristo scosse il giogo del genere umano. 5. Mosè aprì una terra stillante latte e miele, Cristo dischiuse la più eccellente terra dei viventi. 6. Mosè, infante minutissimo, appena nato, affrontò pericolo mortale per la crudeltà del Faraone, che aveva condannato a morte i maschi del popolo giudaico; Cristo infante, adorato dai Magi, fu costretto a ritirarsi in Egitto per la ferocia di Erode che massacrava i bambini. 7. Mosè giovane fu rinomato per la sua erudizione in tutte le discipline; Cristo a dodici anni colpì di stupore i più dotti dottori della legge. 8. Mosè, digiunando per quaranta giorni, fu nutrito dalla parola divina; per quaranta giorni parimenti Cristo, né mangiando né bevendo, si dedicò alla contemplazione divina. 9. Mosè nel deserto offrì manna e quaglie agli affamati; Cristo nel deserto saziò cinquemila uomini con cinque pani. 10. Mosè passò illeso attraverso le acque del golfo arabico; Cristo camminò sulle onde del mare. 11. Mosè con la verga distesa divise il mare; Cristo rimproverò il vento e il mare, e si fece una grande bonaccia. 12. Mosè apparve splendido sul monte con il volto raggiante; Cristo fu trasfigurato sul monte con aspetto fulgentissimo, e il suo volto risplendette come il sole.

13. I figli d'Israele non potevano fissare lo sguardo dei loro occhi su Mosè; davanti a Cristo i discepoli caddero atterriti bocconi. 14. Mosè restituì la lebbrosa Maria alla sua pristina salute; Cristo lavò Maria Maddalena, sommersa dalle macchie dei peccati, con la grazia celeste. 15. Gli Egiziani chiamarono Mosè dito di Dio; Cristo disse di sé stesso: «Ora, se io scaccio i demoni per il dito di Dio,» ecc.

16. Mosè scelse 12 esploratori; Cristo pure elesse 12 Apostoli. 17. Mosè costituì 70 Anziani; Cristo 70 Discepoli. 18. Mosè designò Giosuè figlio di Nun come suo successore; Cristo elevò Pietro al sommo pontificato dopo di sé. 19. Di Mosè è scritto: «Nessun uomo conobbe il suo sepolcro fino al giorno presente;» di Cristo gli angeli attestarono: «Cercate Gesù il crocifisso? È risorto, non è qui.»

Ascolta san Basilio, omelia 1 sull'Esamerone: «Mosè, anche mentre pendeva al seno della madre, era amato e gradito a Dio; egli stesso scelse di sperimentare calamità e tribolazioni con il popolo di Dio, piuttosto che godere di un piacere temporaneo con il peccato. Fu amantissimo e osservantissimo della giustizia e dell'equità, acerrimo nemico della malvagità e dell'ingiustizia; in Etiopia (in Madian) consacrò quarant'anni alla contemplazione; a ottant'anni vide Dio, per quanto un uomo può vederlo; onde Dio dice di lui: "Bocca a bocca gli parlerò in visione, e non per enigmi."»

Ascolta san Gregorio Nazianzeno, orazione 22, nella quale paragona san Basilio e suo fratello Gregorio di Nissa a Mosè e Aronne: «Chi fu il più illustre dei legislatori? Mosè. Chi il più santo dei sacerdoti? Aronne. Fratelli non meno nella pietà che nel corpo: o piuttosto, l'uno fu il Dio del Faraone, e il rettore e legislatore degli Israeliti, e colui che entrò nella nube, e l'ispettore e giudice dei misteri divini, e il costruttore di quel vero tabernacolo che fu edificato da Dio, non dall'uomo; egli fu il principe dei principi, e il sacerdote dei sacerdoti, usando Aronne come sua lingua, ecc. Entrambi affliggendo l'Egitto, dividendo il mare, governando Israele, sommergendo i nemici, traendo il pane dall'alto, calpestando le acque, indicando la via alla terra promessa. Mosè fu dunque il principe dei principi, e il sacerdote dei sacerdoti,» ecc.

Ascolta san Girolamo, che all'inizio del suo Commentario alla Lettera ai Galati insegna che Mosè fu non solo Profeta ma anche Apostolo, e ciò secondo l'opinione comune degli Ebrei.

Ascolta Filone, il più dotto degli Ebrei: «Questa è la vita, questa è la morte di Mosè, re, legislatore, pontefice, profeta,» libro III della Vita di Mosè, alla fine.

Ascolta i Gentili. Numenio, citato da Eusebio nel libro IX della Preparazione Evangelica, capitolo 3, afferma che Platone e Pitagora seguirono gli insegnamenti di Mosè, e pertanto che cos'è Platone, dice, se non un Mosè attico?


Mosè come il più antico teologo, filosofo, poeta e storico

A questi aggiungi Eupolemo e Artapano, i quali (citati da Eusebio nel medesimo luogo, capitolo 4) dicono che Mosè trasmise le lettere agli Egiziani, e stabilì molte altre cose per il bene comune, e a motivo della sua interpretazione delle Sacre Scritture fu chiamato Mercurio, e da ciò derivò che fu venerato da essi come un dio.

Tolomeo Filadelfo (come attesta Aristea nella sua opera sui 72 Traduttori), avendo udito la legge di Mosè, disse a Demetrio: «Perché nessuno storico o poeta ha fatto menzione di un'opera così grande?» Al che Demetrio rispose: «Perché quella legge è di cose sacre, data divinamente; e perché alcuni che tentarono, atterriti da un flagello divino, desistettero dalla loro impresa.» E immediatamente aggiunge gli esempi di Teopompo lo storico e di Teodette il poeta tragico, che ho menzionato sopra.

Diodoro, il più stimato di tutti gli storici, dice san Giustino nella sua Esortazione ai Greci, elenca sei antichi legislatori, e primo fra tutti Mosè, del quale dice che fu uomo di grande animo, e celebre per la sua vita rettissima, del quale inoltre soggiunge: «Presso i Giudei invero Mosè, che chiamano Dio, sia per la mirabile e divina cognizione che egli giudica giovevole alla moltitudine degli uomini, sia per l'eccellenza e la potestà per cui il popolo obbedisce più volentieri alla legge ricevuta. Ricordano che il secondo tra i legislatori fu un egiziano di nome Saucnide, uomo di notevole prudenza. Il terzo dicono sia stato il re Sesoncosi, il quale non soltanto primeggiò tra gli Egiziani negli affari bellici, ma anche frenò un popolo bellicoso con l'imposizione di leggi. Il quarto designano Bacoride, anch'egli re, del quale tramandano che diede precetti agli Egiziani sul modo di governare e sull'amministrazione domestica. Il quinto fu il re Amasi. Si dice che il sesto, Dario, padre di Serse, aggiunse alle leggi egizie.»

Infine, Giuseppe Flavio, Eusebio e altri tramandano che Mosè fu il primo fra tutti coloro i cui scritti oggi sopravvivono, o il cui nome è stato registrato negli scritti dei Gentili, ad essere teologo, filosofo, poeta e storico. Perciò la venerazione di Mosè fu straordinaria non solo presso i Giudei ma anche presso i Gentili. Giuseppe Flavio racconta, nel libro XII, capitolo 4, che un certo soldato romano lacerò i libri di Mosè, e immediatamente i Giudei accorsero dal governatore romano Cumano, chiedendo che vendicasse non la loro offesa, ma l'offesa arrecata alla Divinità. Per questo Cumano colpì con la scure il soldato che aveva violato la legge.

Inoltre Mosè fu più antico, e precedette di gran lunga nel tempo tutti i sapienti della Grecia e dei Gentili, cioè Omero, Esiodo, Talete, Pitagora, Socrate, e quelli più antichi di loro — Orfeo, Lino, Museo, Ercole, Esculapio, Apollo, e persino lo stesso Mercurio Trismegisto, che fu il più antico di tutti. Poiché questo Mercurio Trismegisto, dice sant'Agostino, nel libro XVIII della Città di Dio, capitolo 39, fu nipote del Mercurio maggiore, il cui avo materno fu Atlante l'astrologo, e contemporaneo di Prometeo, e fiorì al tempo in cui visse Mosè. Qui si noti che Mosè scrisse il Pentateuco semplicemente, a modo di diario o di annali; Giosuè tuttavia, o qualcuno simile, dispose questi stessi annali di Mosè in ordine, li organizzò, e aggiunse e intrecciò certe affermazioni. Così infatti alla fine del Deuteronomio la morte di Mosè, essendo egli certamente morto, fu aggiunta e descritta da Giosuè o da qualche altra persona. Parimenti, non da Mosè ma da qualche altra persona, come sembra, fu intrecciata la lode della mansuetudine di Mosè in Numeri 12,3. Parimenti, in Genesi 14,15, la città di Lais è chiamata Dan, benché fosse stata chiamata Dan molto dopo i tempi di Mosè, e perciò il nome Dan fu ivi sostituito a Lais, non da Giosuè, ma da un altro che visse posteriormente. Parimenti in Numeri 21, i versetti 14, 15 e 27 furono similmente aggiunti da un altro. Allo stesso modo la morte di Giosuè fu aggiunta da un altro, nell'ultimo capitolo di Giosuè, versetto 29. Allo stesso modo la profezia di Geremia fu ordinata e disposta da Baruc, come mostrerò nella prefazione a Geremia. Parimenti i proverbi di Salomone non furono raccolti e disposti da lui, ma da altri dai suoi scritti, come è chiaro da Proverbi 25,1.

Inoltre Mosè apprese e ricevette queste cose in parte per tradizione, in parte per rivelazione divina, in parte per osservazione oculare: poiché le cose che narra nell'Esodo, nel Levitico, nei Numeri e nel Deuteronomio, egli stesso vi fu presente, le vide e le compì.

Inoltre questa venerazione fu illustrata sia da martìri sia da miracoli. Quando Massimiano e Diocleziano ordinarono per editto che i libri di Mosè e gli altri libri della Sacra Scrittura fossero loro consegnati per essere bruciati, i fedeli resistettero, preferendo morire piuttosto che consegnarli. Perciò molti affrontarono un glorioso combattimento per i libri sacri, e ottennero la trionfale corona del martirio.

Ma quando Fundano, già Vescovo di Alutina, per timore della morte ebbe consegnato i libri sacri, e il magistrato sacrilego li destinava al fuoco, improvvisamente una pioggia si riversò da un cielo sereno, il fuoco che era stato accostato ai libri sacri fu spento, seguì la grandine, e tutta la regione stessa fu devastata dagli elementi infuriati in difesa dei libri sacri, come riferiscono gli atti di san Saturnino, che si trovano in Surio sotto l'11 febbraio.


Preghiera a Mosè

Guarda verso di noi, ti preghiamo, santo Mosè, tu che da lontano sul Sinai fosti un tempo spettatore della gloria di Dio, e da vicino sul Tabor della gloria di Cristo, ma ora godi dell'una e dell'altra faccia a faccia. Stendi la tua mano dall'alto, incanala i fiumi della tua sapienza verso di noi, e col tuo aiuto, le tue preghiere e i tuoi meriti donaci anche solo una scintilla di quella luce eterna. Ottieni dal Padre dei lumi che guidi noi, suoi vermicelli, a questi sacri recinti del Pentateuco; concedi che nelle sue Scritture lo riconosciamo; concedi che lo amiamo tanto quanto lo conosciamo: poiché non desideriamo conoscerlo se non per amarlo, e affinché, accesi dal suo amore, come fiaccole, accendiamo anche gli altri e il mondo intero. Questa è infatti la scienza dei santi; poiché Egli stesso è il nostro amore e il nostro timore, a Lui solo guardano tutte le nostre sollecitudini, a Lui consacriamo noi stessi e tutto ciò che è nostro. Infine, conducici a Cristo, che è il fine della tua legge; affinché Egli stesso regga, secondi e conduca a compimento tutti i nostri studi e i nostri sforzi, per la gloria di Colui al quale ogni creatura dà lode — gloria da proclamarsi nel regno della sua Chiesa ora militante, e un giorno da cantarsi insieme soavissimamente e felicissimamente nel coro trionfante dei beati in cielo, da tutti noi a te devoti, con te, per tutta l'eternità, come spero. Là staremo sul mare di cristallo, tutti noi che abbiamo vinto la bestia, «cantando il cantico di Mosè e il cantico dell'Agnello, dicendo: Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere sono le tue vie, o Re dei secoli; chi non ti temerà, o Signore, e magnificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo,» Apocalisse 15,3; poiché ci hai eletti, poiché ci hai fatti re e sacerdoti, e regneremo nei secoli dei secoli.

Amen.