Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del Capitolo VI
Tutti gli uomini, e soprattutto i giganti, si corrompono con le dissolutezze e ogni sorta di delitto; di qui, in secondo luogo, al versetto 7, Dio minaccia al mondo la distruzione mediante il diluvio, e di conseguenza, al versetto 14, comanda a Noè di costruire un'arca, nella quale tanto lui stesso quanto una coppia di animali di ciascuna specie siano conservati come seme della posterità.
Qui termina la prima età del mondo e la prima parte della Genesi, e ha inizio la seconda, che tratta di Noè e del diluvio e si conclude in Abramo al capitolo XII.
Testo della Vulgata: Genesi 6:1-22
1. Cumque coepissent homines multiplicari super terram, et filias procreassent; 2. videntes filii Dei filias hominum, quod essent pulchrae, acceperunt sibi uxores ex omnibus quas elegerant. 3. Dixitque Deus: Non permanebit spiritus meus in homine in aeternum, quia caro est: eruntque dies illius centum viginti annorum. 4. Gigantes autem erant super terram in diebus illis: postquam enim ingressi sunt filii Dei ad filias hominum, illaeque genuerunt; isti sunt potentes a saeculo viri famosi. 5. Videns autem Deus, quod multa malitia hominum esset in terra, et cuncta cogitatio cordis intenta esset ad malum omni tempore, 6. poenituit eum quod hominem fecisset in terra. Et tactus dolore cordis intrinsecus: 7. Delebo, inquit, hominem, quem creavi, a facie terrae, ab homine usque ad animantia, a reptili usque ad volucres coeli; poenitet enim me fecisse eos. 8. Noe vero invenit gratiam coram Domino. 9. Hae sunt generationes Noe: Noe vir justus atque perfectus fuit in generationibus suis, cum Deo ambulavit. 10. Et genuit tres filios, Sem, Cham et Japhet. 11. Corrupta est autem terra coram Deo, et repleta est iniquitate. 12. Cumque vidisset Deus terram esse corruptam (omnis quippe caro corruperat viam suam super terram), 13. dixit ad Noe: Finis universae carnis venit coram me, repleta est terra iniquitate a facie eorum, et ego disperdam eos cum terra. 14. Fac tibi arcam de lignis laevigatis: mansiuncula in arca facies, et bitumine linies intrinsecus et extrinsecus. 15. Et sic facies eam. Trecentorum cubitorum erit longitudo arcae, quinquaginta cubitorum latitudo, et triginta cubitorum altitudo illius. 16. Fenestram in arca facies, et in cubito consummabis summitatem ejus: ostium autem arcae pones ex latere: deorsum, coenacula, et tristega facies in ea. 17. Ecce ego adducam aquas diluvii super terram, ut interficiam omnem carnem, in qua spiritus vitae est subter coelum. Universa quae in terra sunt, consumentur. 18. Ponamque foedus meum tecum: et ingredieris arcam tu, et filii tui, uxor tua, et uxores filiorum tuorum, tecum. 19. Et ex cunctis animantibus universae carnis bina induces in arcam, ut vivant tecum: masculini sexus et feminini. 20. De volucribus juxta genus suum, et de jumentis in genere suo, ex omni reptili terrae secundum genus suum: bina de omnibus ingredientur tecum, ut possint vivere. 21. Tolles igitur tecum ex omnibus escis, quae mandi possunt, et comportabis apud te: et erunt tam tibi quam illis in cibum. 22. Fecit igitur Noe omnia quae praeceperat illi Deus.
Versetto 1: Gli uomini cominciarono a moltiplicarsi
1. QUANDO GLI UOMINI COMINCIARONO A MOLTIPLICARSI. — Giuseppe Flavio e Teodoreto ritengono che queste cose siano accadute intorno alla settima generazione da Adamo, cioè ai tempi di Enoc. Vi è dunque qui una ricapitolazione: Mosè infatti ricapitola e ritorna da Noè ai tempi anteriori, che diedero occasione al diluvio.
Versetto 2: I figli di Dio
2. I FIGLI DI DIO, VEDENDO CHE LE FIGLIE DEGLI UOMINI ERANO BELLE. — Si domanda: chi siano i figli di Dio e chi le figlie degli uomini?
Prima opinione. Alcuni rispondono che i figli di Dio siano gli angeli, poiché gli angeli sarebbero corporei, e qui avrebbero per la prima volta commesso in un corpo il loro peccato di lussuria, per il quale sarebbero stati scacciati dal cielo. Così la pensano Giuseppe Flavio, Filone nel libro Sui Giganti; san Giustino, Apologia I; san Clemente, Stromata III; Tertulliano nel libro Sull'abbigliamento delle donne (dove insegna che i demoni qui insegnarono alle donne a preparare l'antimonio, i braccialetti e altri artifici cosmetici); Lattanzio, libro II, cap. XV. Né c'è da meravigliarsi che essi la pensassero così: poiché anche in questo secolo il Gaetano ritenne probabile che gli angeli possedessero corpi propri.
Seconda opinione. In secondo luogo, altri rispondono che i figli di Dio (cioè quanto alla natura) siano i demoni, i quali avrebbero generato da sé stessi e dalla loro propria natura e corpo come gli uomini, come vollero i Platonici e Francesco Giorgio, tomo I, problema 74; oppure piuttosto, come sostengono il Burgense e Francesco Valesio, Filosofia Sacra cap. VIII, sarebbero demoni, dapprima succubi, che ricevettero il seme più vigoroso dagli uomini più potenti, e poi i medesimi come incubi lo trasfusero nelle donne più robuste, generando così i giganti. Sebbene Pererio dubiti che da demoni incubi possa in tal modo essere generato un uomo, e lo stesso neghi san Cirillo, tuttavia Cardano, il Gaetano lo affermano, e Delrio lo dimostra validamente, libro II delle Disquisizioni magiche, questione XV.
Terza opinione. Ma dico in verità: «figli di Dio» sono qui chiamati i figli di Set, in primo luogo per la loro santità, giustizia, temperanza e le altre virtù, per le quali l'immagine di Dio risplendeva in essi, come in suoi figli. Così la pensano san Giovanni Crisostomo, san Cirillo, Teodoreto, Ruperto e sant'Ilario, nel Salmo CXXXII. In secondo luogo, come nota Oleaster, è una locuzione ebraica: gli Ebrei infatti chiamano tutte le cose forti, grandi, eccelse «di Dio»: così i monti di Dio, i cedri di Dio sono chiamati cedri e monti altissimi e grandissimi. Allo stesso modo i «figli di Dio» sono chiamati i figli di Set, perché robusti; perché eminenti per forza, bellezza, avvenenza e statura: al contrario i figli e le figlie di Caino sono chiamati «figli e figlie degli uomini», in primo luogo perché erano perversi e attaccati alla terra; in secondo luogo perché avevano debilitato e ridotto la robustezza, la bellezza e la statura del corpo. Donde, come nota Pererio, dei Cainiti si dice che generarono non figli, ma figlie, poiché indebolita la forza generativa dalla sfrenata lussuria, non poterono generare figli, ma quasi soltanto figlie. Aggiungono in terzo luogo Teodoreto e Suida che Set fu detto Dio per la sua pietà e sapienza: di qui i suoi figli sono chiamati figli di Dio.
Quarta opinione. In quarto luogo, «figli di Dio» possono essere intesi come «figli dei potenti», come traducono Simmaco, il Caldeo e Pagnino, cosicché le «figlie degli uomini» sarebbero le plebee, delle quali i potenti abusarono con la forza e la tirannide. Poiché infatti Dio, come attesta il Damasceno, è così chiamato dal provvedere e dal prevedere, di conseguenza i governanti e i potenti, il cui compito è provvedere agli altri, sono chiamati dèi. Donde quelle parole di Dio a Mosè: «Ti ho costituito dio del Faraone.» Così Molina. Tuttavia il primo significato, essendo più piano e comune, è anche il più vero.
Versetto 3: Il mio spirito non resterà nell'uomo
3. NON RESTERÀ. — In ebraico è lo iadon, che Simmaco, Aria e altri derivano dalla radice dun e traducono: non giudicherà, non contenderà, come se Dio dicesse: Non permetterò che questa contesa tra la mia misericordia e la mia giustizia duri così a lungo; inoltre, non voglio più lottare con l'ostinazione degli uomini. Sono stanco, mi affliggono e mi tormentano tanti conflitti di affetti contrastanti: porrò dunque fine alla contesa, e gli uomini incorreggibili e totalmente dediti alla carne li cancellerò del tutto. Dio parla in modo antropopatico. Così legge anche san Girolamo nelle Questioni, ossia Tradizioni sulla Genesi: «Nell'ebraico,» dice, «è scritto: Il mio spirito non giudicherà questi uomini in eterno, perché sono carne, cioè, poiché la condizione dell'uomo è fragile, non li riserverò a tormenti eterni, ma renderò loro qui ciò che meritano. Dunque non severità, come si legge nei nostri codici, ma clemenza di Dio suona, quando il peccatore è qui visitato per il suo delitto.»
In secondo luogo, meglio Pagnino e il Gaetano con san Giovanni Crisostomo, per iadon con altri punti leggono iiddon, dalla radice neden, cioè guaina, come se dicesse: Non resterà più il mio spirito nel corpo dell'uomo, come in una guaina; estrarrò dalla guaina, ossia toglierò l'anima dal corpo. Donde i Siri chiamano il corpo nidne, poiché è come la guaina dell'anima.
In terzo luogo, e nel modo più piano, si può dire con Leone Castro, libro III dell'Apologia, che nell'ebraico per iadon si debba leggere ialon, dalla radice lun, cioè dimorò, si trattenne, fu ospitato; poiché tanto i Settanta e il Caldeo quanto la nostra Vulgata traducono «non resterà», cioè lo spirito nel corpo, come nel suo alloggio.
IL MIO SPIRITO. — L'anima e la vita inspirata all'uomo da me, Gn 2; perciò Dio tiene nella sua mano il nostro alito, la nostra vita e la nostra anima, Dn 5,23.
IN ETERNO. — Per un lungo tempo, quale ebbero gli uomini da Adamo fino ad ora, perché, come segue, dopo 120 anni li distruggerò tutti con il diluvio.
PERCHÉ È CARNE. — Perché è carnale e per propria colpa sprofondato nei vizi della carne. Così san Giovanni Crisostomo e sant'Ambrogio.
E I SUOI GIORNI SARANNO CENTOVENTI ANNI. — Alcuni ritengono che qui Dio stabilisca il termine della vita per ciascun uomo, come se i singoli uomini d'ora in poi dovessero vivere soltanto 120 anni. Così Giuseppe Flavio, Filone, Ruperto, l'Abulense. Ma si sbagliano: consta infatti che dopo questi tempi gli uomini vissero non 120, ma 400 anni, come risulta da Gn 11.
Dico dunque che Dio qui stabilisce il termine della vita per l'intero genere umano, come se dicesse: Gli uomini carnali mi hanno offeso gravissimamente: potrei cancellarli in questo stesso istante; ma poiché sono clemente, concedo loro un tempo di penitenza, e ampio, cioè 120 anni: se lo trascureranno, dopo 120 anni li cancellerò completamente con il diluvio che manderò sul mondo. Così il Caldeo, san Girolamo, san Giovanni Crisostomo e sant'Agostino, libro XV della Città di Dio, cap. XXIV. Dunque, come giustamente osservano sant'Agostino e Salviano, libro degli Antichimeni dalla Genesi, Dio pronunciò queste parole nell'anno 480 della vita di Noè, 20 anni prima della nascita di Sem, che avvenne nell'anno 500 di Noè, così come il diluvio avvenne nell'anno 600: sebbene san Girolamo, san Giovanni Crisostomo e Ugo vogliano che queste cose siano state dette nell'anno 500 di Noè, 100 anni prima del diluvio: in modo tale che da questi 120 anni Dio, a causa dei delitti degli uomini, ne avrebbe tolti e abbreviati 20. Qui dunque Dio stabilisce per il mondo un tempo di penitenza di 120 anni e lo rivela a Noè, affinché egli stesso lo annunci al mondo. Donde segue che Noè è qui implicitamente costituito da Dio come araldo della penitenza e della minaccia del diluvio: che egli vi abbia adempiuto diligentemente e fedelmente presso gli uomini non v'è dubbio, e che in questa missione abbia avuto come colleghi Matusalemme, suo nonno, e il padre Lamec, è assai verosimile. Donde Beroso il Caldeo, libro I, così dice: «Allora molti predicavano e profetizzavano, e incidevano nelle pietre circa la distruzione del mondo che sarebbe venuta; ma quelli, assuefatti, disprezzavano ogni cosa, poiché l'ira e la vendetta celeste li incalzava per la loro empietà e i loro delitti.»
Moralmente, si noti qui che, come l'empietà e la malvagità estinguono le famiglie, anche le più antiche e nobili, come è evidente nel caso di Caino e dei giganti, così la pietà e la probità le perpetuano, come è evidente nel caso di Set e Noè; è ciò che si dice nel Salmo XXXVI: «I giusti invece erediteranno la terra: ma gli ingiusti periranno, e le reliquie degli empi insieme saranno distrutte.»
Simbolicamente, i Cabalisti, e fra essi Pietro Bongo, nel trattato Sui misteri dei numeri, al seimila, intendono questi 120 anni come grandi e mosaici, cioè giubilari, cosicché ciascun anno qui comprenda cinquant'anni comuni: e di conseguenza questi 120 costituiscano seimila anni comuni (moltiplica infatti 120 per cinquanta e avrai seimila), per i quali durerà questo mondo, e la vita e l'età degli uomini, di cui ho parlato al capitolo II, versetto 2.
Versetto 4: I giganti sulla terra
4. C'ERANO I GIGANTI. — Dalla parola «c'erano» sembra che i giganti già esistessero prima: tuttavia in questo tempo furono moltiplicati, dalla commistione dei figli di Dio con le figlie degli uomini. Donde l'ebraico per «poiché dopo» ha «e anche dopo»; e i Settanta chiaramente così traducono: «C'erano i giganti sulla terra in quei giorni, e dopo ciò, dopo che i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini.» Così sant'Agostino, Vatablo e altri.
Nota: I giganti in ebraico sono chiamati nephilim, cioè cadenti (dalla radice naphal, cioè cadde), in senso attivo, come a dire: coloro che irrompono, opprimono, e a guisa di procella tutto abbattono e spingono alla rovina e alla caduta: donde Aquila traduce «quelli che irrompono con violenza»; di qui quel passo di Gb 16,15: «Si scagliò contro di me come un gigante.» I giganti erano infatti uomini enormi, altissimi, fortissimi e violentissimi. Gli stessi, dai capostipiti Rafa ed Enac, sono chiamati Refaim ed Enachim: in greco sono chiamati gigantes, quasi gegenes, cioè nati dalla terra, quasi figli del ventre e della terra, dice sant'Ambrogio e Filone.
Il Burgense ritiene che i giganti fossero demoni rivestiti di sembianze umane: Valesio ritiene che i giganti fossero figli di demoni incubi; Filone ritiene che uomini scelleratissimi fossero chiamati giganti. Ma è certo che i giganti furono uomini di statura mostruosa, insigni per robustezza, rapine e tirannide.
Donde i giganti, con i loro delitti, furono la causa massima e principale del diluvio, come risulta da Sap 14,6; Gb 26,5. Lo stesso insinua qui Mosè: poiché per questo motivo, accingendosi a descrivere il diluvio, premette i giganti come causa del diluvio. Così insegnano comunemente gli interpreti.
Da questo passo, e ancor più dalla costruzione della torre di Babele, di cui al capitolo XI, i Gentili trassero la favola dei giganti e dei Titani, come dopo sant'Ambrogio e Eusebio, libro V della Preparazione Evangelica, cap. IV, insegna Pererio. L'antichità credette infatti che i giganti fossero uomini di statura elevatissima e con piedi di drago, generati dalla terra adirata per la rovina degli dèi, affinché cioè muovessero guerra agli dèi e cacciassero Giove dal possesso del cielo, ma temerariamente e invano: furono infatti schiacciati da Giove, il che Ovidio così riassume in pochi versi: Narrano che i giganti tentarono di conquistare il regno celeste, / e ammassando monti li innalzarono fino alle stelle. / Allora il Padre onnipotente spezzò l'Olimpo / col fulmine scagliato, e scosse il Pelio da sotto l'Ossa.
POICHÉ DOPO, — cioè soprattutto dopo. Nota: I giganti furono generati soprattutto dai figli di Set (questi infatti sono chiamati figli di Dio), i quali possedevano forze integerrime e, già degenerando dalla primitiva integrità, con sommo ardore amoroso e lussuoso, totalmente proiettati verso la terra e il ventre, si unirono alle figlie di Caino (queste infatti sono chiamate figlie degli uomini), in quanto bellissime. La lussuria fece sì che la natura in essi dispiegasse tutta la sua forza e l'estremo della sua potenza, e così nacquero uomini enormi e robustissimi. Tommaso Fazello, nel De Rebus Siculis, libro I, decade I, cap. VI, riporta molti esempi di giganti quasi di questo secolo, dei quali alcuni avevano 18, altri 20, altri ancora più cubiti in altezza.
Si veda qui come la forza al pari della virtù, o del vizio, dei genitori si trasfonda nella prole. Giustamente il Poeta: Dai forti nascono i forti. / È nei giovenchi, è nei cavalli la virtù / dei padri; né le aquile feroci / generano la timida colomba.
Versetto 5: Ogni pensiero rivolto al male
5. OGNI PENSIERO. — In ebraico kol ietser machsebot, ogni plasmazione dei pensieri; ietser infatti è la plasmazione, ovvero l'opera plasmata dal vasaio. Donde Illirico vaneggia quando da questo passo, anzi dalla sua mostruosa officina di vasaio, forma e plasma il peccato originale non come un accidente, ma come sostanza e forma sostanziale dell'uomo. Tale sostanza, dice, è l'opera plasmata dal vasaio. Ma egli non avverte che questa plasmazione non è di Dio, ma «dei pensieri»; ora il pensiero dell'uomo non plasma per sé una sostanza, ma l'immagine della sostanza desiderata: questa immagine poi è un accidente, non una sostanza. Donde Calvino traduce «ogni immaginazione». Come infatti il vasaio plasma i suoi idoli, così l'immaginazione e la concupiscenza dell'uomo plasma per sé le proprie immagini, quasi idoli (sulla qual cosa si veda san Cipriano nel prologo del libro sulle Opere Cardinali), e di essi non per costrizione, ma liberamente si pasce e si diletta, e perciò è giustamente punita, come questi furono puniti con il diluvio.
ERA RIVOLTA AL MALE. — Calvino ne deduce che dunque tutte le nostre opere, anche le sante, siano inquinate da qualche occulto peccato di concupiscenza, anzi siano interamente sordide. Poiché l'ebraico aggiunge rac, cioè soltanto rivolta al male.
Rispondo: la parola rac né i Settanta, né il Caldeo, né la nostra Vulgata la tradussero, poiché videro che nell'ebraico è aggiunta per pleonasmo e iperbole, ed è sufficientemente inclusa in ciò che si dice «ogni pensiero e in ogni tempo rivolto al male». Rispondo in secondo luogo: la Scrittura qui non parla dei giusti, ma dei peccatori, a causa dei quali fu mandato il diluvio. Subito dopo infatti eccettua il giusto Noè al versetto 8, il cui pensiero era quasi interamente rivolto non al male, ma al bene. Rispondo in terzo luogo: vi è qui un'iperbole; poiché i peccatori, anche i più grandi, compiono tuttavia alcune opere buone, quando obbediscono ai genitori, soccorrono i prossimi, mantengono la parola data ad altri, ecc.; «ogni» dunque, cioè la maggior parte e frequentissima, «pensiero». Così comunemente diciamo: Quest'uomo non sogna altro (cioè spesso non pensa ad altro) che il suo ventre. Un'iperbole simile si trova nel Sal 13,3; Rm 3,12.
Aggiungi che Mosè parla propriamente dei peccatori, non di tutti, ma soltanto di quelli che vivevano al tempo di Noè, ed erano pessimi e scelleratissimi: anche se concedessimo che essi non fecero nulla di buono, ma tutto di male, e ciò per la loro libera malizia, da ciò tuttavia non ne consegue né che essi non potessero agire diversamente, né che gli altri peccatori, che vivono in altri tempi, non compiano nulla di buono, ma tutto di male.
Da questo passo Pererio ritiene con probabilità che a quel tempo soltanto Noè con i suoi figli fosse giusto, e tutti gli altri fossero empi, e perciò, come furono sommersi nelle acque del diluvio, così anche nell'inferno siano stati precipitati, eccettuati tuttavia i fanciulli che furono rigenerati mediante il sacramento di quel tempo. Ma è più probabile il contrario, cioè che anche alcuni adulti, vedendosi avvolgere e a poco a poco sommergere dalle acque, si pentirono, furono giustificati e salvati. Così insegnano san Girolamo e Ruperto, e lo stesso insinua sufficientemente san Pietro, nella prima lettera, cap. 3, versetto 19; così infatti nei pericoli del naufragio, anche i più scellerati, con grande slancio di pietà si rifugiano in Dio, promettono emendazione, chiedono e ottengono perdono, affinché, perendo il corpo, l'anima sia salva.
Versetto 6: Si pentì
6. SI PENTÌ. — I Settanta traducono: riconsiderò. Poiché chi si pente di un fatto, spesso lo rivolta e riconsidera: Perché ho fatto questo? Oh, non l'avessi mai fatto! L'uomo si pente quando con dolore revoca e ritratta le proprie parole o azioni, a causa di un esito triste, che non aveva previsto, conseguitone. Dio prevede tutto e non può provare dolore; dunque propriamente nulla lo fa pentire: si dice tuttavia in modo antropopatico che si pente e soffre, quando a causa dei delitti degli uomini decide e decreta di revocare i suoi doni e le sue grazie; quando i peccatori da lui creati e colmati di benefici, a causa dei loro peccati, li uccide e li punisce. Donde Simmaco traduce: provò avversione; si pentì dunque Dio, cioè Dio, adirato e indignato per i peccati degli uomini, decretò di ritrattare e cancellare l'uomo che aveva creato.
Versetto 7: Cancellerò l'uomo
7. CANCELLERÒ L'UOMO, ECC., FINO AGLI ANIMALI. — Nota: Il peccato dissolve l'armonia dell'intero universo, poiché non soltanto l'uomo, ma anche gli elementi e tutte le creature contamina e distorce. Lo mostrerò percorrendo le singole opere della creazione dei singoli giorni: il primo giorno fu creata la luce: il peccato la mette in fuga e la ottenebra. Donde dice Geremia, cap. 4: «Guardai i cieli, e non v'era luce.» Il secondo giorno fu creato il firmamento e gli orbi celesti: ora a causa dei peccati «i cieli si avvolgeranno come un libro», dice Isaia, cap. 34, versetto 4, affinché cioè non coprano e nascondano i peccati e i peccatori. Il terzo giorno furono prodotte le piante: di queste ascolta Geremia, cap. 4: «Guardai la terra, ed ecco era vuota e nulla.» Il quarto giorno fu fatto il sole: il peccato lo eclissa, come insegna Isaia, cap. 13, versetto 10. Il quinto giorno furono prodotti i pesci e gli uccelli: di questi dice Geremia, cap. 4, versetto 25, che a causa del peccato ogni volatile si allontanò. Il sesto giorno furono creati i quadrupedi e l'uomo: il peccato li toglie dai monti e dalle selve, come risulta da Osea, cap. 4, versetto 3. Tutte le cose dunque sono punite insieme all'uomo peccatore, perché gli servirono per il peccato: o piuttosto l'uomo stesso è punito in tutte le cose, quando viene privato di tutte le cose di cui abusò.
Versetto 9: Noè, uomo giusto
9. «NOÈ, UOMO GIUSTO.» — «Noè,» dice sant'Ambrogio, libro Sull'arca e su Noè, cap. IV, «è lodato non per la stirpe, ma per la giustizia: la stirpe di un uomo provato è l'ascendenza della virtù; poiché come la stirpe degli uomini sono gli uomini, così la stirpe delle anime sono le virtù.» Donde, perendo il mondo, il solo Noè è preservato, come ceppo incorrotto, affinché sia l'origine del nuovo mondo e il vivaio dei nuovi uomini, come dice sant'Ambrogio.
La vera nobiltà, lode e gloria consiste dunque nella giustizia, nella religione e nella virtù. Così la pensarono gli antichi Cristiani, nobili e Martiri. Così il martire Romano — quando l'imperatore Galerio e Asclepiade, prefetto di Antiochia, aggredivano i Cristiani — percosso con flagelli e palle di piombo, non volle che gli fosse risparmiata la pena in nome della nobiltà: «Lungi da me,» disse, «che il sangue dei miei genitori o la legge della curia mi rendano nobile: il generoso seguire Cristo nobilita gli uomini.» Asclepiade ordinò dunque che i suoi fianchi fossero lacerati con le spade; ed egli: «Ti ringrazio, o prefetto, che mi hai aperto più ampie bocche attraverso le quali possa predicare Cristo: ecco, tante bocche lo lodano quante sono le ferite.» Lo attesta Prudenzio negli inni del Peristephanon. Così anche sant'Agata, quando il prefetto Quinziano le obiettava: «Non ti vergogni, tu che sei nata di stirpe nobile, di condurre l'umile e servile vita dei Cristiani?» rispose: «Molto più eccellente è l'umiltà e la servitù cristiana delle ricchezze e della superbia dei re.»
Il beato Gregorio Nazianzeno, orazione 11: «La vera nobiltà,» dice, «è la conservazione dell'immagine divina e l'imitazione dell'archetipo, che la ragione e la virtù producono.»
«PERFETTO.» — Di una perfezione non di patria, ma di vita, che esclude ogni peccato non veniale, ma mortale, e che consiste nell'assiduo studio e progresso delle virtù. Si veda sant'Agostino, libro Sulla perfezione della giustizia. Donde di Noè canta la Sibilla, libro I: Solo fra tutti era giustissimo e verace, / Noè fedelissimo e dedito alle buone opere; e il Siracide, cap. 44, versetto 17: «Noè fu trovato perfetto, giusto, e nel tempo dell'ira fu fatto riconciliazione.» E Paolo, Eb 11,7: «Per fede Noè costruì l'arca, per mezzo della quale condannò il mondo, e fu costituito erede della giustizia che si ottiene per la fede.»
«NELLE SUE GENERAZIONI.» — Tra gli uomini della sua età e del suo secolo, e dunque al di sopra degli uomini della sua età. L'astratto è posto per il concreto, cioè «le sue generazioni» per gli uomini generati nel suo secolo. Così dice il Sapiente, Qo 1,4: «Una generazione passa, una generazione viene», cioè un'età e una progenie di uomini passa, e subito un'altra di figli e nipoti le succede. Allo stesso modo la Beata Vergine è detta benedetta fra le donne, cioè al di sopra di tutte le donne. Donde alcuni deducono che Noè fosse anche più perfetto dello stesso Enoc e di tutti i suoi antenati che vissero in quella prima età. Ma non è necessario affermarlo; non è infatti necessario estendere il secolo di Noè fino a Enoc, che già seicento anni prima era stato rapito in paradiso; e anche se estendessimo il secolo di Noè fino a quel punto, basta per la verità di queste parole dire che Noè fu più perfetto non dello stesso Enoc, né di tutti gli uomini in assoluto, ma della maggior parte.
In secondo luogo, Delrio per «generazioni» intende le azioni; queste infatti sono come i figli che partorisce l'anima; la progenie e la nobiltà è la virtù.
L'uomo per l'intero corso della propria vita, come a dire: In tutto il corso della sua vita, nelle sue azioni, Noè fu perfetto. Questo senso è più ristretto e sottile. Il primo senso è dunque più piano, semplice e genuino.
«CAMMINÒ CON DIO» — come Enoc, di cui ho parlato al capitolo V, versetto 22. Egregiamente Ugo di San Vittore, libro I del Chiostro dell'anima: «Come,» dice, «non c'è alcun momento in cui l'uomo non usi o goda della bontà e misericordia di Dio, così non deve esserci alcun momento in cui non lo abbia presente nella memoria. Tutto il tempo infatti in cui non pensi a Dio, considera di averlo perduto.» San Basilio, interrogato: chi si adira frequentemente? chi è pigro nelle buone opere? chi non promuove la gloria di Dio? rispondeva quest'unica cosa a ciascuna domanda: «Chi non pensa sempre che Dio è l'osservatore delle sue azioni. Questa sola memoria, se fosse assidua, fornirebbe il rimedio contro tutti i vizi.»
Versetto 10: Sem, Cam e Iafet
10. «SEM, CAM E IAFET.» — «Sem» in ebraico, dice san Cirillo qui, omelia 3, significa perfezione, ovvero piantagione; «Cam», scaltrezza; «Iafet», ampliamento. Più esattamente «Sem» in ebraico significa nome, ovvero fama; «Cam», calore e nerezza; «Iafet», ampiezza, come apparirà al capitolo IX, versetto 26. Ora gli astratti sono posti per i concreti: nome e fama, cioè nominato e famoso; calore e nerezza, cioè caldo e nero; ampiezza, cioè ampio.
Versetto 11: La terra era corrotta
11. «LA TERRA ERA CORROTTA.» — Gli abitanti della terra erano a tal punto corrotti da sembrare aver contaminato e corrotto la terra stessa con i loro delitti: è una metonimia con iperbole.
12. «OGNI CARNE» — ogni uomo: è una sineddoche; la carne infatti equivale all'uomo; ed è un'iperbole, poiché «ogni» equivale a «la maggior parte»: si eccettua infatti il giusto Noè con i suoi.
«AVEVA CORROTTO LA SUA VIA» — il proprio modo di vivere: così le vie dell'uomo sono chiamate le opere, il comportamento, le abitudini dell'uomo; le vie di Dio sono chiamate le opere di Dio, Pr 8,22. Sant'Ambrogio osserva, nel libro Su Noè e l'arca, cap. V, che il diluvio della carne generò il diluvio delle acque. «La carne,» dice, «fu la causa della corruzione anche dell'anima, la quale è come l'origine e la sede della voluttà, dalla quale, come da una fonte, erompono i fiumi delle concupiscenze e delle cattive passioni, e dilagano ampiamente; dai quali viene sommerso, per così dire, il timone dell'anima, quando il timoniere è sbalzato fuori, mentre la mente stessa, vinta come da certe tempeste e procelle, cede il proprio posto.» E al cap. IX: «La corruzione è la causa del diluvio: quando essa si è insinuata, si aprono le acque, ribollono tutte le fonti delle concupiscenze, cosicché l'intero corpo sia sommerso in un così grande e profondo diluvio di vizi.» Come dunque Noè, rinchiudendosi con gli animali nell'arca, sfuggì al diluvio, così anche tu trattieni i tuoi sensi e le tue passioni sotto il dominio della mente, e potrai liberare te e le tue cose da ogni pericolo di diluvio.
Versetto 13: La fine di ogni carne
13. «LA FINE DI OGNI CARNE È VENUTA DAVANTI A ME» — è imminente il giorno da me decretato per la distruzione degli uomini e degli animali; ho stabilito di porre fine ormai e di distruggere il mondo con il diluvio: lo dimostra ciò che segue.
«PER CAUSA LORO» — per mezzo di essi, da essi. Così i Settanta. Il Caldeo traduce: a causa delle loro opere malvagie.
Versetto 14: Fatti un'arca
14. «FATTI UN'ARCA.» — L'ebraico תבה teba indica che la forma dell'arca non era a guisa di nave, la cui carena è arcuata e la sommità o è aperta o è voltata a cupola; ma a guisa di cassa chiusa da ogni parte e quadrangolare, che nella parte inferiore è piana e uguale in ogni direzione, e nella parte superiore è piana, ma in modo tale che si innalza leggermente verso un culmine e un leggero pendio. Così sant'Agostino, libro XV della Città di Dio, cap. XXVII; e ciò si deduce sufficientemente dalle dimensioni che Mosè indica nel versetto seguente.
«DI LEGNI LEVIGATI.» — In ebraico di legni gopher, che i Settanta traducono «squadrati»; la nostra Vulgata «levigati», cioè piallati e ben lavorati, sia per una giuntura più adatta e stretta, sia per l'eleganza, sia perché fossero più comodamente spalmati di bitume. Oleaster traduce «di legni di pino»; il Caldeo, e così Aben Ezra e i Rabbini, traducono «di legni di cedro». Il cedro infatti abbonda in Siria, è incorruttibile e fornisce tavole lunghissime, leggere e galleggianti. Che l'arca fosse fatta di cedro lo insegnano anche sant'Ambrogio, libro Sull'arca, cap. VII, e sant'Agostino, trattato 6 su Giovanni. San Girolamo traduce «di legni bituminati» (cosicché gopher equivalga a copher), cioè bituminosi, ossia resinosi: il bitume infatti in senso lato sta per resina; ora il pino e il cedro sono resiniferi, e così tutte queste versioni convergerebbero in una sola.
«FARAI DELLE STANZETTE NELL'ARCA.» — L'ebraico e i Settanta: farai dei nidi nell'arca, cioè dividerai e distribuirai l'arca in piccoli ricoveri, non soltanto perché gli uccelli, ma affinché anche gli altri animali abbiano le loro dimore distinte. Donde la nostra Vulgata chiaramente ha esposto questi nidi con «stanzette».
Simbolicamente sant'Ambrogio, libro Su Noè, cap. VI: «Tutto il nostro corpo,» dice, «è intessuto come un nido, affinché lo spirito vitale penetri tutte le parti delle viscere. Nidi sono i nostri occhi, nei quali si inserisce la vista. Nidi sono le cavità delle nostre orecchie, attraverso le quali si infonde l'udito. Nido è la cavità delle narici, che attrae a sé l'odore. Il quarto nido, più grande degli altri, è l'apertura della bocca, nella quale il gusto è nutrito finché cresca, e dalla quale la voce spicca il volo, nella quale si cela la lingua. Lo spirito che respiriamo e del quale ci nutriamo, il suo nido è il polmone; del sangue poi e dello spirito il nido è il cuore. Anche le ossa più robuste hanno dei nidi. Sono infatti scavate all'interno, in certi forami v'è il midollo. Nelle viscere stesse più molli vi sono nidi della concupiscenza o del dolore.» E prosegue: «Già in questo corpo vi è il nido della pudicizia, laddove vi era il nido dell'irrazionale concupiscenza.»
«BITUME.» — Pece: il bitume era più adatto alla cementazione e al consolidamento delle tavole, e a disperdere il fetore proveniente dallo sterco di tanti animali.
Versetto 15: Le dimensioni dell'arca
15. «LA LUNGHEZZA DELL'ARCA SARÀ DI TRECENTO CUBITI, LA LARGHEZZA DI CINQUANTA CUBITI E L'ALTEZZA DI TRENTA CUBITI.» — Il cubito comprende un piede e mezzo, ovvero sei palmi; anticamente, come i piedi degli uomini e i palmi, anche i cubiti erano più grandi di quanto siano ora. Origene qui intende il cubito non come comune, di cui ho appena detto, ma come comprendente sei cubiti comuni e ordinari. Origene è seguito da Isidoro Clario e Delrio. Così infatti gli animali avrebbero potuto vivere nell'arca non strettamente e ammassati, ma comodamente e in modo salubre. Ma in tal caso l'arca sarebbe stata di un'immensa vastità, tale da poter essere a stento riunita in un'unica fabbrica, e a stento sostenuta e mossa dalle acque. Aggiungi che altrove la Scrittura intende i cubiti non geometrici, ma comuni, come quando dice che Golia era alto sei cubiti e un palmo; chi crederebbe infatti che Golia fosse alto 36 cubiti comuni? Dunque anche qui vanno intesi cubiti comuni. Così Torniello.
Nota: La lunghezza dell'arca era dieci volte la sua altezza e profondità; tale è infatti la proporzione di 300 a 30; poiché dieci volte trenta sono trecento. Inoltre la lunghezza dell'arca era sei volte la sua larghezza; tale è infatti la proporzione di 300 a 50; poiché sei volte 50 sono 300. La medesima è la proporzione delle dimensioni nel corpo umano ben formato, affinché cioè la sua lunghezza, che si misura dal vertice fino ai piedi, sia sei volte la sua larghezza, che si misura dal lato destro al sinistro, passando per il centro del petto. Inoltre, la lunghezza del corpo umano è dieci volte la sua profondità, che si misura dal petto, e penetrando attraverso il petto fino al dorso. Così sant'Agostino, libro XV della Città di Dio, cap. XXVI, e sant'Ambrogio, libro Sull'arca, cap. VI.
Ne consegue che la capacità interna dell'arca era di 450.000 cubiti. Poiché se geometricamente moltiplichi i 300 cubiti di lunghezza dell'arca per i cinquanta di larghezza, avrai quindicimila cubiti quadrati; e se questi li moltiplichi ancora per i 30 cubiti di altezza dell'arca, avrai i suddetti 450 mila cubiti solidi. Questa era dunque la dimensione e la capacità interna dell'arca, che certamente fu immensa e sufficiente per tutti gli animali e le cose contenute nell'arca; cosicché non sia necessario intendere con Origene i cubiti qui non comuni, ma geometrici: in tal caso infatti l'arca sarebbe stata sei volte più grande e capiente.
Versetto 16: La finestra e i piani
16. «UNA FINESTRA.» — Una principale, più grande e trasparente, di vetro, cristallo o pietra speculare (questo infatti significa l'ebraico צהר tsohar, e il greco diaphanes [«trasparente»], come traduce Simmaco). Nulla vieta dunque che altre finestre più piccole siano state fatte tutt'intorno nel terzo piano, per ricevere la luce da ogni parte. Questa finestra poteva essere aperta: donde Noè per essa fece uscire la colomba e il corvo.
«E IN UN CUBITO COMPIRAI LA SUA SOMMITÀ.» — Cioè: farai la sua altezza, cioè della finestra, di un cubito. Così Vatablo, Oleaster, Delrio. In secondo luogo, Torniello spiega così, come se dicesse: Tieni e adopera sempre la misura del cubito a portata di mano, affinché secondo di essa tu costruisca le singole parti dell'arca, conformemente alla misura da me prestabilita. In terzo luogo e più genuinamente (come risulta dall'ebraico), «la sua», cioè dell'arca, sommità ovvero altezza farai di un cubito, come se dicesse: Farai il tetto dell'arca non del tutto, ma quasi piano, in modo tale cioè che si innalzi lentamente e gradualmente fino all'altezza di un cubito: così che questo cubito sia l'altezza mediana del culmine dell'arca, per tutta la sua lunghezza. Così Giovanni Buteo e Pererio, secondo il comune parere dei Dottori; Mosè infatti descrive qui il tetto dell'arca e la sua forma arcuata al culmine.
I quattro piani dell'arca
«IN BASSO, CENACOLI E SOLAI FARAI IN ESSA.» — Leggi e congiungi così queste parole, e non riferire «in basso» alla porta, di cui si è parlato prima. Ora il senso è, come se dicesse: In basso un cenacolo, ovvero un piano sotto l'altro si costituisca, dice Delrio. In secondo luogo, più adeguatamente all'ebraico: «in basso», cioè i piani infimi; «cenacoli», cioè i piani medi: in questi infatti si sogliono fare i cenacoli; e tristega, cioè i terzi ovvero i piani supremi, farai nell'arca. L'ebraico infatti ha: inferiori, secondi e terzi farai; e il Caldeo: dimore inferiori, seconde e terze farai in essa. Donde risulta che l'arca aveva tre piani, ovvero tavolati; questi infatti sono chiamati dai Greci tristega, nei quali in parte gli animali, in parte il cibo e altro corredo erano riposti e distribuiti. A questi aggiungi un quarto infimo, per la sentina.
Ora Giovanni Buteo, nel libro Sull'arca, descrive e distribuisce ogni singola cosa nel modo seguente. In questa parte infima vi era il luogo della zavorra, ovvero della sabbia, necessaria alla nave affinché nelle acque non oscilli, non penda da una parte o dall'altra, ma col suo peso e con il giusto equilibrio si mantenga dritta nelle acque; in questa parte vi era anche la sentina che raccoglieva le sozzure dai piani superiori attraverso canali, e le scaricava fuori nelle acque attraverso fori di scolo. Questi fori tuttavia non si trovavano in questa parte infima (questa infatti era tutta sott'acqua), ma nel piano seguente, ovvero nella seconda struttura, nella quale l'acqua e le sozzure erano sollevate dalla parte infima mediante una pompa: a meno che non si preferisca dire con Torniello che le sozzure venivano sollevate con funi fino al primo e più alto piano, alla finestra dell'arca, affinché per essa, essendo grande, fossero gettate fuori.
Nel secondo piano, ovvero tavolato, vi era il luogo di tutti gli animali tanto striscianti quanto ambulanti attraverso le celle, diviso in moltissime (Delrio ne conta 300) celle, ovvero stanzette, più grandi o più piccole, secondo la grandezza degli animali, distinte su entrambi i lati: nelle celle vi erano mangiatoie e altri recipienti contenenti cibo e bevanda; nel pavimento delle celle vi erano finestrelle attraverso le quali le deiezioni degli animali venivano scaricate nella sentina; al centro delle celle da entrambi i lati vi era un passaggio, ovvero una via, per la quale gli uomini con le lucerne potessero correre alle singole celle, per ispezionarle e provvedere a ciascun animale il necessario. In questo piano vi era la porta dell'arca, di cui al versetto 16, e grande e ampia, tale cioè da permettere il passaggio degli elefanti, dei cammelli e di tutti gli animali introdotti nell'arca.
Nel terzo piano vi erano magazzini distinti, contenenti sia le provviste degli animali e degli uomini, cioè fieno, paglia, frutti, grano, semi, legumi; sia barili di acqua dolce, per bere e per lavarsi. Da questo terzo piano, attraverso fori e tubi, il cibo e la bevanda venivano immessi in ciascuna mangiatoia del secondo piano: qui era anche riposto tutto il corredo, tanto urbano quanto rustico, destinato all'uso dopo il diluvio.
Nel quarto e più alto piano vi era il luogo degli uomini e degli uccelli. In primo luogo, dunque, vi era qui la stanza di Noè e dei figli, distinta dal gineceo, ovvero dall'abitazione delle donne (poiché gli uomini, durante il diluvio, si astennero da esse, come insegnano sant'Ambrogio, Rabano, Anselmo di Laon, san Girolamo su Zaccaria XII, Delrio e altri); a questa stanza dava luce la finestra dell'arca. In secondo luogo, vi era qui la cucina con il camino e il focolare; in terzo luogo, il forno, la panetteria e le macine a braccio; in quarto luogo, la legnaia con la legna e i carboni; in quinto luogo, la dispensa delle provviste tanto di cibo quanto di bevanda. Dall'altra parte vi erano le gabbie e i nidi dei singoli uccelli, con il loro becchime. In questi cenacoli vi erano scale, per le quali si saliva e si scendeva dall'uno all'altro.
Inoltre, come insegna Buteo, in questo quarto piano vi erano sfiatatoi per ricevere e rinnovare l'aria. Questi sfiatatoi erano come certi camini, che si estendevano fino alla sommità dell'arca, affinché attraverso certe aperture, fabbricate opportunamente da entrambi i lati sotto lo sporto del tetto (in modo da essere al riparo dalle piogge e più lontane dai flutti delle acque), i fetori potessero esalare e l'aria racchiusa potesse traspirare, affinché l'aria infettata dal fetore delle sozzure non infettasse e uccidesse gli stessi animali.
Su tutto questo era imposto il tetto, piano ma alquanto acclive, che si innalzava fino all'altezza di un cubito (come si è visto prima), affinché da entrambi i lati la pioggia caduta defluisse fuori dall'arca, nelle acque.
Ora Buteo ripartisce i trenta cubiti di altezza dell'arca attraverso i quattro piani suddetti nel modo seguente: la sentina aveva quattro cubiti di altezza; il secondo piano, in cui si trovavano gli animali, ne aveva nove; il terzo, dei viveri, ne aveva otto; il quarto, degli uomini e degli uccelli, ne aveva nove cubiti di altezza.
Inoltre Noè, con la guida di Dio, nell'arca, così come distinse sapientissimamente le dimore e i luoghi degli animali affinché in nessun modo potessero nuocersi a vicenda, così anche con mirabile giudizio collocò e dispose tutti i pesi all'interno dell'arca in modo tale che l'arca stessa, come equilibrata da giusti contrappesi, potesse mantenersi e navigare sulle acque in posizione diritta.
Di quest'arca e del diluvio fecero menzione tutti gli scrittori profani, come attesta Giuseppe Flavio, libro I delle Antichità, cap. IV, dove aggiunge che anche ai suoi tempi i resti dell'arca erano soliti essere mostrati presso gli Armeni.
Interpretazione allegorica
Allegoricamente, l'arca è la Chiesa, Noè è Cristo salvatore e consolatore del mondo; gli animali mondi e immondi in essa sono i giusti e gli empi; chi è fuori di quest'arca di Cristo, come l'eretico e l'infedele, perirà regnando il diluvio, dice san Girolamo. Così anche sant'Agostino, libro XV della Città di Dio, cap. XXVI, e san Gregorio, omelia 16 su Ezechiele, dove tra le altre cose dice: «In un solo cubito l'arca è portata a compimento, poiché uno solo è l'autore e redentore della Santa Chiesa senza peccato, al quale tutti progrediscono coloro che riconoscono di essere peccatori.» Si veda Fero qui, alla fine del capitolo.
Interpretazione tropologica
Tropologicamente, l'arca è l'anima santa, attraverso le croci e le fatiche piallata con l'eliminazione dei vizi, squadrata e da ogni parte equilibrata. Inoltre, l'arca è il segreto della coscienza; Noè è la mente; la lunghezza dell'arca è la fede; la larghezza, la carità; l'altezza, la speranza, e parimenti l'orazione e la contemplazione; l'inondazione delle acque è l'impeto delle tentazioni; i monti dell'Armenia sui quali l'arca si posa sono la quiete dell'anima nella contemplazione delle cose divine; gli uccelli dell'arca sono i pensieri celesti; gli animali sono le opere e le cure intorno alle cose terrene; il corvo emesso e non ritornato significa i falsi Cristiani, che si rallegrano fuori nella fluttuazione delle cose temporali, e non ritornano alla quiete della mente; la colomba ritornata significa i buoni Cristiani, i quali, emessi per le opere di carità, subito ritornano alla quiete della mente, ma con un ramo d'ulivo, poiché hanno compiuto opere di misericordia. Tutto ciò si trova in Ugo di San Vittore, libro Allegorie sulla Genesi, cap. XVIII, e in Origene qui.
Versetto 18: Entrerai nell'arca
18. «ENTRERAI NELL'ARCA TU E I TUOI FIGLI, TUA MOGLIE E LE MOGLI DEI TUOI FIGLI.» — Qui gli uomini sono separati dalle donne, per indicare che nell'arca ci si doveva astenere dall'uso coniugale, trattandosi del tempo del diluvio, cioè di lutto e di penitenza, per propiziarsi la Divinità. Perciò nell'arca nessuno risulta generato, e lo stesso insinua Mosè dicendo al cap. 10,1: «Nacquero loro figli dopo il diluvio.» E al cap. 11,10: «Sem generò Arfaxad due anni dopo il diluvio.» Ne dà la ragione il Damasceno, libro IV della Fede, cap. XXV: «Li separò,» dice, «dalle mogli, affinché con la castità sfuggissero il mare e quel comune naufragio.» Per questo motivo gli Ebrei e san Girolamo nel cap. XII di Zaccaria, a quelle parole: «La famiglia della casa di Davide a parte, e le loro donne a parte»; e l'Abulense qui al cap. VII, e Remigio, nel cap. 2 di Gioele, a quelle parole: «Esca lo sposo dal talamo»; ritengono che per tutto il tempo in cui durò il diluvio e la distruzione universale del mondo, né Noè né i suoi figli si dedicarono alla procreazione, poiché era tempo di piangere e pregare e placare Dio.
Versetto 19: Due di ogni animale
19. «DI TUTTI GLI ESSERI VIVENTI, NE INTRODURRAI DUE NELL'ARCA.» — Intendi degli animali terrestri; dunque anche le fiere, come leoni, lupi, tigri, furono introdotte a coppie nell'arca, le quali allora, mansuete quasi come miti agnelli, obbedivano a Noè, uomo innocentissimo, come obbedirono ad Adamo nel paradiso. Si veda san Giovanni Crisostomo, omelia 25. Nessun pesce entrò nell'arca, né gli anfibi, poiché questi vivono continuativamente tanto nell'acqua quanto sulla terra. Invano dunque e temerariamente alcuni presso Ugo, libro I dell'Arca morale, cap. III, assegnano a questi anfibi delle cavità ovvero nidi che Noè avrebbe fatto all'esterno nella parete esterna dell'arca, rivolta verso le acque; poiché se vi sono anfibi che non possono stare tanto a lungo senza terra, o per il nutrimento, o perché di notte si ricoverano sulla terra, questi furono accolti e conservati dentro l'arca con gli altri.
Parimenti non furono introdotti nell'arca gli animali che nascono dalla putrefazione, come topi, vermi, api, scorpioni; né quelli che nascono dall'accoppiamento di specie diverse, come il mulo dall'asina e dalla cavalla. Degli animali terrestri che entrarono nell'arca, Aria Montano, nel libro Sull'arca, ne conta 450 specie, esclusi i serpenti. Ora Pererio conta 23 specie di serpenti e rettili. Perciò complessivamente vi sarebbero state circa 175 specie di animali terrestri nell'arca; tra le quali soltanto sei sono più grandi del cavallo, poche uguali, molte più piccole anche delle pecore. Pererio paragona tutti questi animali terrestri a 250 buoi, e ritiene che nell'arca non abbiano occupato più spazio di quanto ne occupino 250 buoi.
Delle specie di uccelli ne troverai a malapena 150 presso Gesnero e Aldrovandi; tra le quali poche sono più grandi dei cigni, e la maggior parte più piccole. Poté dunque facilmente quest'arca contenere tutto ciò, essendo la sua capacità di 450.000 cubiti, come ho detto al versetto 15.
Versetto 20: Entreranno con te
20. «ENTRERANNO CON TE.» — In ebraico יבאו אליך iabon elecha, verranno a te, cioè spontaneamente, anche se sono feroci, e ciò o per istinto divino o per impulso degli angeli, come prima ad Adamo, cap. 2,19, gli stessi animali furono condotti. Così sant'Agostino, libro XV della Città di Dio, cap. XXVII. Non fu dunque Noè a cercare questi animali e a condurli all'arca, come vuole Filone; né gli animali stessi, intensificandosi il diluvio, fuggirono nuotando verso l'arca, come vuole Ugo di San Vittore presso Buteo.
Versetto 21: Di ogni cibo
21. «DI OGNI CIBO CHE SI PUÒ MANGIARE.» — In ebraico «di ogni cibo che si suole mangiare», cioè tanto dall'uomo quanto dalle bestie. Donde è più vero ciò che afferma Giovanni Buteo (sebbene Pererio sostenga il contrario), cioè che gli animali carnivori nell'arca mangiarono non erbe, ma carni, depositate da Noè nell'arca a questo fine (il leone, per esempio, si nutre soltanto di carne).