Cornelius a Lapide (Cornelius Cornelissen van den Steen, 1567–1637)
(La violazione di Dina)
Indice
Sinossi del capitolo
Dina viene rapita e violata da Sichem. Pertanto, al versetto 13, i figli di Giacobbe stringono con lui un'alleanza ingannevole, esigendo che egli e il suo popolo si circoncidano, e così sposi Dina. Per cui, al versetto 25, Simeone e Levi assalgono e massacrano i Sichemiti che soffrivano a causa della circoncisione. Questa è la quarta prova e croce di Giacobbe.
Testo della Vulgata: Genesi 34,1-31
1. Egressa est autem Dina, filia Liae, ut videret mulieres regionis illius. 2. Quam cum vidisset Sichem, filius Hemor Hevaei, princeps terrae illius, adamavit eam: et rapuit, et dormivit cum illa, vi opprimens virginem. 3. Et conglutinata est anima ejus cum ea, tristemque delinivit blanditiis. 4. Et pergens ad Hemor patrem suum: Accipe, inquit, mihi puellam hanc conjugem. 5. Quod cum audisset Jacob, absentibus filiis, et in pastu pecorum occupatis, siluit donec redirent. 6. Egresso autem Hemor, patre Sichem, ut loqueretur ad Jacob, 7. ecce filii ejus veniebant de agro: auditoque quod acciderat, irati sunt valde eo quod foedam rem operatus esset in Israel, et violata filia Jacob, rem illicitam perpetrasset. 8. Locutus est itaque Hemor ad eos: Sichem filii mei adhaesit anima filiae vestrae: date eam illi uxorem: 9. et jungamus vicissim connubia: filias vestras tradite nobis, et filias nostras accipite. 10. Et habitate nobiscum; terra in potestate vestra est, exercete, negotiamini, et possidete eam. 11. Sed et Sichem ad patrem et ad fratres ejus ait: Inveniam gratiam coram vobis, et quaecumque statueritis, dabo: 12. augete dotem, et munera postulate, et libenter tribuam quod petieritis: tantum date mihi puellam hanc uxorem. 13. Responderunt filii Jacob Sichem et patri ejus in dolo, saevientes ob stuprum sororis: 14. Non possumus facere quod petitis, nec dare sororem nostram homini incircumciso: 15. Sed in hoc valebimus foederari, si volueritis esse similes nostri, et circumcidatur in vobis omne masculini sexus; 16. tunc dabimus et accipiemus mutuo filias vestras, ac nostras; et habitabimus vobiscum, erimusque unus populus; 17. si autem circumcidi nolueritis, tollemus filiam nostram, et recedemus. 18. Placuit oblatio eorum Hemor, et Sichem filio ejus: 19. nec distulit adolescens quin statim quod petebatur expleret: amabat enim puellam valde, et ipse erat inclytus in omni domo patris sui. 20. Ingressique portam urbis, locuti sunt ad populum: 21. Viri isti pacifici sunt, et volunt habitare nobiscum: negotientur in terra, et exerceant eam, quae spatiosa et lata cultoribus indiget, filias eorum accipiemus uxores, et nostras illis dabimus. 22. Unum est, quo differtur tantum bonum: si circumcidamus masculos nostros, ritum gentis imitantes. 23. Et substantia eorum, et pecora, et cuncta quae possident, nostra erunt: tantum in hoc acquiescamus, et habitantes simul, unum efficiemus populum. 24. Assensique sunt omnes, circumcisis cunctis maribus. 25. Et ecce, die tertio, quando gravissimus vulnerum dolor est, arreptis, duo filii Jacob, Simeon et Levi fratres Dinae, gladiis, ingressi sunt urbem confidenter: interfectisque omnibus masculis, 26. Hemor et Sichem pariter necaverunt, tollentes Dinam de domo Sichem sororem suam. 27. Quibus egressis, irruerunt super occisos caeteri filii Jacob, et depopulati sunt urbem in ultionem stupri. 28. Oves eorum, et armenta, et asinos, cunctaque vastantes quae in domibus et in agris erant; 29. parvulos quoque eorum et uxores duxerunt captivas. 30. Quibus patratis audacter, Jacob dixit ad Simeon et Levi: Turbastis me, et odiosum fecistis me Chananaeis et Pherezaeis, habitatoribus terrae hujus. Nos pauci sumus: illi congregati percutient me, et delebor ego, et domus mea. 31. Responderunt: Numquid ut scorto abuti debuere sorore nostra?
Versetto 1: L'occasione della caduta di Dina
1. ORA DINA USCÌ — L'occasione della caduta di Dina fu questa uscita. Poiché è compito delle donne restare in casa, e là occuparsi a filare, tessere e ricamare. Gli antichi facevano così, e per questa ragione nelle nozze, quando la sposa veniva condotta in corteo solenne dalla casa del padre alla casa dello sposo, subito una conocchia adornata con fuso e filo l'accompagnava presso i Romani, come insegna Brissonio da Plutarco e Plinio nel Rito delle nozze. Inoltre Plinio, libro 8, capitolo 48, assegna la causa e l'origine di questo rito, quando dice: «M. Varrone attesta che la lana con fuso e filo di Tanaquilla, che fu anche chiamata Cecilia, durò nel tempio di Sango, e la toga regale ondulata fatta da lei nel tempio della Fortuna, che Servio Tullio aveva usato; e da ciò avvenne che una conocchia adornata con fuso e filo accompagnava le spose.» Dina, poiché oziosamente depose la conocchia, uscì e rovinò sé stessa e i Sichemiti. Sulla clausura delle donne ho trattato a Tito 2,5.
Giustamente Marziale cantò di Levina, casta e severa, ma data al vagabondare: «Mentre ora si affida al Lucrino, ora all'Averno, ecc. Cadde nelle fiamme, e seguendo un giovane, abbandonato il marito, venne come Penelope e se ne andò come Elena.»
Versetto 1: Lezione morale sulla fuga dagli uomini
Moralmente, le vergini imparino qui quanto debbano fuggire gli sguardi degli uomini, così da non desiderare né di essere viste né di vedere. Sofronio riferisce nel Prato Spirituale, capitolo 179, di una certa vergine che, fuggendo un pretendente per non scandalizzarlo, si ritirò nel deserto, e là visse per 17 anni; la quale per questa fuga ricevette da Dio un duplice privilegio: primo, che mentre ella poteva vedere tutti, ella stessa non era vista da nessuno; secondo, che sebbene avesse portato con sé poche provviste nel deserto, e ne mangiasse continuamente, esse tuttavia non diminuivano.
Lo stesso autore nel capitolo 60 riferisce un esempio mirabile di una monaca che, fuggendo un pretendente, dopo avergli chiesto per mezzo di messaggeri perché la inseguisse tanto, e che cosa in lei più ammirasse, e quegli avesse risposto di essere affascinato dai suoi occhi: ella immediatamente si cavò gli occhi e glieli mandò, perché si saziasse di essi. Sbalordito da questo atto, il giovane mutò il suo desiderio in pentimento e compunzione, e rinunciando alle lusinghe, abbracciò la vita monastica. Volete esempi più recenti? Ascoltate.
Sant'Egidio, uno dei primi compagni di San Francesco, in un'assemblea dei frati chiese loro: Che cosa fate contro le tentazioni della carne? Rufino rispose: Mi raccomando a Dio e alla Beata Vergine, e mi prostro a terra supplice. Ma Ginepro disse: Quando sento tali pensieri, dico subito: Via, via, poiché l'alloggio è occupato. Al quale Egidio disse: Sono d'accordo con te; poiché è meglio fuggire: la castità infatti è uno specchio limpido, che si appanna con un solo sguardo e un solo alito.
Dalla stessa famiglia, fra Ruggiero, uomo santo, non guardava in faccia alcuna donna, nemmeno sua madre, e per giunta vecchia. Interrogato sul perché, rispose: «Perché quando un uomo fa ciò che è in suo potere, Dio a sua volta fa ciò che è Suo, e preserva l'uomo dalla caduta; ma se un uomo si espone al pericolo, specialmente in materia così scivolosa, Dio lo abbandona alle sue proprie forze, con le quali non può resistere a lungo.» Come infatti il magnete attira il ferro, così la sua Agnese attira l'uomo.
San Saverio soleva dire che ci si avvicina alle donne con maggior pericolo per la castità o per la reputazione che con profitto. Di qui quella prudente e rigorosa regola della nostra Compagnia che non ci è permesso visitare le donne neppure per ragioni di pietà, eccetto le malate e le morenti, e ciò soltanto con un compagno che possa essere testimone di tutto ciò che avviene.
Infine, ascoltate ciò che una meretrice insegnò a Sant'Efrem: egli andava dal deserto alla città, per trarre qualche pia istruzione dagli incontri: gli si fece incontro una meretrice, che lo fissava intensamente; quando Efrem ne chiese la ragione, la meretrice rispose: Che meraviglia se io ti guardo, dato che la donna fu fatta dall'uomo? Ma tu, fissa i tuoi occhi sulla tua madre, cioè la terra dalla quale fosti formato. Si veda di più in Numeri 25, alla fine.
Saggiamente dunque San Martino disse: «La donna si tenga entro la protezione delle mura, la cui prima virtù e corona della vittoria è non essere vista,» come riferisce Sulpizio, Dialogo 2.
L'età di Dina al tempo del suo rapimento
DINA. — Dina aveva circa quindici anni quando fu rapita. Ciò risulta dal fatto che Dina nacque quasi nello stesso tempo di Giuseppe, come appare da Genesi 30,21 e 24. Ora Giuseppe, che fu venduto poco dopo questi fatti, aveva sedici anni, come appare dal capitolo 37, versetto 2.
Di nuovo, ciò risulta dal fatto che Simeone e Levi avevano allora circa vent'anni, come dirò poco più avanti: ma essi erano di cinque anni maggiori di Dina e Giuseppe. Dunque questo rapimento di Dina e la distruzione di Sichem avvennero circa nove anni dopo la partenza di Giacobbe da Carran e il suo arrivo in Canaan, quando Giacobbe era nel suo 106º anno di vita, ossia un anno prima della morte di Rachele e della nascita di Beniamino, di cui si parla nel capitolo seguente, versetto 18.
Versetto 1: Per vedere le donne
PER VEDERE LE DONNE. — In ebraico banot, cioè figlie, vale a dire vergini sue coetanee di quella regione, le quali si erano allora radunate in gran numero e adornate per una festa solenne, se crediamo a Giuseppe Flavio; questa fu la curiosità di Dina, che ella pagò con il suo rapimento e con una così infame violenza. Poiché, come dice Tertulliano: «L'esposizione pubblica di una buona vergine è il patimento della violenza.»
Lo stesso, ahimè, vediamo ogni giorno: vergini che escono a passeggiare con giovani, escono come Penelopi e ritornano come Elene; escono come vergini e ritornano come donne, anzi come meretrici.
Versetto 2: Principe della terra
2. PRINCIPE DELLA TERRA, — figlio del principe Emor.
Versetto 5: La sua anima si unì a lei
5. LA SUA ANIMA SI UNÌ A LEI, — l'amò con veemenza e perdutamente: poiché l'anima dell'amante è più dove ama che dove dà la vita.
Versetto 7: In Israele
7. IN ISRAELE, — contro Israele, padre di Dina.
Versetto 11: Al padre e ai fratelli di lei
11. AL PADRE (cioè di Dina, vale a dire a Giacobbe) E AI FRATELLI DI LEI, — cioè a Ruben, Simeone, Levi e agli altri fratelli di Dina.
Versetto 12: Aumentate la dote
12. AUMENTATE LA DOTE, — come per dire: Non pretendo che Dina come sposa porti una dote, ma io stesso la doterò quanto vorrete, e ciò in compenso dell'ingiuria inflitta a lei e a voi con il mio rapimento.
Versetto 13: Con inganno
13. CON INGANNO, — perché fingono la pace mentre tramano la strage dei Sichemiti. San Tommaso chiede (q. 105, a. 3) se sia lecito usare stratagemmi, cioè inganni in guerra. E risponde che è lecito, purché non si agisca contro la giustizia e la fede data.
Versetto 15: In questo potremo stringere alleanza
15. Ma in questo potremo stringere alleanza. — Non che essi proponessero la propria circoncisione, ma la imponevano ai Sichemiti per indebolirli in tal modo.
Versetto 17: Se non vorrete circoncidervi
17. Ma se non vorrete circoncidervi. — Non che i figli di Giacobbe volessero davvero che i Sichemiti appartenessero alla loro religione, ma esigevano la circoncisione per indebolirli, e così massacrarli più facilmente.
Versetto 19: Né indugiò
19. NÉ INDUGIÒ — Si noti l'ardore e la veemenza dell'amore di Sichem, che non poté sopportare alcun indugio.
Versetto 21: Questi uomini sono pacifici
21. QUESTI UOMINI SONO PACIFICI. — Da qui risulta chiaro che Emor e i Sichemiti si circoncisero non per amore della pietà e della religione giudaica, ma per speranza di guadagno e di matrimoni con gli Israeliti.
LA COLTIVINO. — Mediante la pratica dell'agricoltura e della pastorizia.
Versetto 23: Saranno nostri
23. SARANNO NOSTRI, — attraverso matrimoni e commerci reciproci.
Versetto 25: Il terzo giorno
25. IL TERZO GIORNO, QUANDO IL DOLORE DELLE FERITE È PIÙ ACUTO. — Giuseppe Flavio dice erroneamente che i Sichemiti furono attaccati a tradimento da Simeone e Levi mentre si abbandonavano a banchetti e al vino.
In secondo luogo, Calvino nega a torto che il terzo giorno il dolore delle ferite sia il più acuto: il contrario infatti insegna, non Simeone e Levi, dal cui punto di vista e intendimento Calvino pensa che ciò si dica, bensì Mosè stesso, e la Sacra Scrittura stessa qui: poiché queste sono le sue parole.
Lo stesso insegna Ippocrate, nel suo libro Sulle fratture, e la ragione è che il primo giorno si avverte soltanto la divisione nella ferita stessa, che dura appena; il secondo giorno affluisce al luogo della ferita la flemma, che è un umore dolce e mite; il terzo giorno affluisce nello stesso luogo la bile, che essendo acre e calda provoca il dolore: poi, col sopraggiungere del sangue, seguono l'infiammazione, la febbre, ecc., che appena si placano nello spazio di 24 ore. Così dice Francesco Valesio, Filosofia Sacra, capitolo 13.
Versetto 25: Simeone e Levi
SIMEONE E LEVI, — come capi con una schiera di servi; gli altri fratelli infatti non presero parte a questa strage, ma dopo che essa fu compiuta si gettarono sul bottino, come appare dal versetto 27. Simeone aveva allora circa 21 anni, Levi 20; così dicono San Giovanni Crisostomo, l'Abulense, Gaetano e Pererio, e ciò si ricava da quanto detto al versetto 1.
Se i figli di Giacobbe abbiano peccato
Si può chiedere se questi figli di Giacobbe abbiano peccato nel perpetrare questa strage dei Sichemiti. Alcuni li scusano, in quanto avrebbero vendicato con una guerra giusta e con uno stratagemma l'ingiuria inflitta alla sorella e a loro stessi. Poiché essendo stranieri, avendo per così dire una repubblica separata, e non potendo trascinare Emor e Sichem, in quanto principi del loro popolo, davanti ad alcun tribunale superiore, sembra che avessero diritto di guerra contro di loro, dato che con nessun altro mezzo se non con la guerra e le armi potevano riparare l'ingiuria loro fatta; e in questa guerra, essendo pochi, usarono l'inganno come stratagemma, dicendo: «Inganno o valore, chi lo chiede trattando col nemico?» Ma rispondo che peccarono, perché contrariamente ai patti stipulati con i Sichemiti, versetto 15, li assalirono e massacrarono.
Peccarono dunque, primo, con una menzogna ingannevole e perniciosa, come appare dal versetto 13. Secondo, con la perfidia: avevano già perdonato l'ingiuria, ricevuta una giusta soddisfazione, e avevano dato la loro parola di alleanza, anzi di matrimonio. Terzo, con l'imprudenza e la disobbedienza, perché da giovani ardenti d'ira intrapresero un'impresa così ardua e pericolosa senza il consiglio e l'autorità del padre, sapendo che questo disegno gli sarebbe stato del tutto sgradito. Per questo peccarono anche per l'ingiustizia della guerra: poiché condussero questa guerra contro i Sichemiti con autorità privata, non pubblica; questa autorità infatti risiedeva in Giacobbe, quale capo e principe della famiglia, e non in questi due suoi figli. Quarto, con il sacrilegio: abusarono infatti della circoncisione per il proprio inganno e per un'ingiusta strage. Quinto, con la crudeltà, perché assalirono uomini afflitti dal dolore il terzo giorno e quasi morenti. Sesto, con l'eccesso di vendetta: uccisero infatti non soltanto Sichem, ma tutti i maschi della città, tra i quali molti erano innocenti; fecero prigionieri i bambini e le donne; saccheggiarono tutti i campi e i greggi, e addirittura distrussero le mura della città, come è sufficientemente indicato in Genesi 49,6. Settimo, con la temerarietà e l'empietà, perché esposero il padre loro Giacobbe e tutta la sua famiglia all'odio, alla strage e al saccheggio dei Cananei. Così dicono San Tommaso, Gaetano, Pererio, e anzi Giacobbe stesso in Genesi 49,5, dove dice così: «Simeone e Levi, vasi d'iniquità che fanno guerra, nel loro consiglio non entri l'anima mia, perché nel loro furore uccisero un uomo, e nella loro ostinazione distrussero una muraglia: maledetto il loro furore, perché è ostinato; e la loro indignazione, perché è dura.»
Spiegazione della lode di Giuditta a Simeone
Si obietterà: Giuditta, capitolo 9, versetto 2, sembra lodare questa azione e lo zelo di Simeone e Levi; dice infatti: «O Dio del padre mio Simeone, che gli desti la spada in difesa (in greco ekdikisin, cioè vendetta) degli stranieri, i quali furono violatori nella loro contaminazione, e scoprirono la coscia della vergine a sua vergogna, e Tu desti le loro donne in preda, e le loro figlie in prigionia, e il bottino in divisione ai Tuoi servi, i quali erano zelanti del Tuo zelo.»
Rispondo: Giuditta qui loda non la giustizia di Simeone, ma di Dio, con la quale Egli permise che gli impuri Sichemiti fossero massacrati, servendosi a tale scopo dell'audacia e della forza così come del crimine e della perfidia di Simeone e Levi. Poiché così si dice che Dio dà la spada ai Cananei, ai Turchi e ai Pagani, quando si serve della loro forza e delle loro armi per punire i peccati dei fedeli. Così in Isaia, capitolo 10, si dice: «La verga del Mio furore è l'Assiria.» Così Attila soleva dire di essere il flagello di Dio. Allo stesso modo dunque Dio diede la spada, cioè la forza, a Simeone e Levi per la vendetta del rapimento di Dina, ma non perché fosse eseguita in tal modo e con tale perfidia: così infatti ne abusarono: poiché sebbene agissero per zelo, come dice Giuditta, tuttavia quello zelo era contro la giustizia, perché era contro i patti stipulati; nondimeno Dio permise tutte queste cose e le diresse verso la punizione della violenza del loro principe.
Si dice dunque che Egli diede a Simeone la spada della vendetta per due ragioni: primo, perché gli diede il coraggio, la forza e le armi, delle quali tuttavia egli abusò perfidamente; secondo, perché permise questa perfidia, e con il Suo disegno la diresse alla vendetta della violenza.
Inoltre, con queste parole Giuditta insinua che il popolo favorì il proprio principe in questo crimine, e lo aiutò, lo sostenne e lo lodò nel rapimento e nella detenzione di Dina; e perciò, per il giusto giudizio di Dio, tutti furono coinvolti in questa rovina.
Terzo, si noti qui la vendetta divina per la lussuria e la violenza, che Giuditta giustamente applica a sé stessa e alla propria impresa con la quale decapitò Oloferne.
Quarto, Giuditta dice che Dio diede tutto il bottino dei Sichemiti ai Suoi servi, cioè Simeone e Levi, perché avevano avuto zelo per la castità, in quanto questo zelo era zelo per la castità, ma non in quanto era indiscriminato, ingiusto e mescolato con perfidia e altri crimini. Così Dio edificò case per le levatrici degli Egiziani che preservarono i bambini degli Ebrei con una menzogna, non a causa della menzogna, ma per il pio affetto e il beneficio reso ai bambini: poiché in una sola e medesima opera, c'è sempre qualcosa di buono, che Dio ricompensa; e qualcosa di cattivo, che Egli odia e detesta.
Versetto 25: Tutti i maschi
TUTTI I MASCHI. — La maggior parte di loro infatti aveva applaudito al proprio principe rapitore, e lo aveva aiutato nel rapimento.
La vendetta per la violenza nella storia
Si noti che la violenza e il rapimento non sono quasi mai stati compiuti senza una grande strage o guerra. Lo attesta la distruzione di Troia, a causa del rapimento di Elena. Lo attesta la strage di Amnon perpetrata da suo fratello Absalone, a causa della violata Tamar. Lo attesta la strage dell'intera tribù di Beniamino, a causa della moglie corrotta del Levita, Giudici capitolo 20. Infine i nostri Sichemiti attestano il medesimo. Perciò San Giovanni Crisostomo saggiamente ammonisce i genitori e i precettori, e dà loro prudente consiglio, omelia 59: «Refreniamo,» dice, «gli impulsi dei nostri figli, e curiamo la loro castità, ecc.; conoscendo il fuoco della fornace, prima che siano invischiati nella lussuria, adoperiamoci per congiungerli in matrimonio secondo la legge di Dio.» E verso la fine: «Perciò prego che si tenda la mano ai nostri figli, affinché non paghiamo le pene anche per ciò che essi hanno peccato, come Eli,» 1 Re 4.
Versetto 26: Portando via Dina
26. PORTANDO VIA DINA: — Ruperto, seguendo Filone, riferisce che Dina in seguito si sposò e fu moglie di Giobbe, di cui si parla in Giobbe 1. Giobbe infatti nacque poco dopo Dina, come risulterà dal capitolo seguente, versetto 36. Ma ciò è poco probabile; né alcunché di simile si trova in Filone o in altri scrittori antichi.
Interpretazione tropologica: Dina come l'anima curiosa
Tropologicamente, Filone nel Sulla migrazione di Abramo dice: Dina è l'anima curiosa, che viene rapita dalla natura bruta verso le cose sensuali, che sono pericolose; donde è violata e perde la purezza della mente, e diviene carnale e asinina: Sichem il violatore è infatti figlio di Emor, cioè dell'asino; ma Levi e Simeone lo uccidono, cioè la prudenza e la fortezza dello spirito, e così restituiscono all'anima la sua integrità.
Versetto 29: Condussero prigioniere le mogli
29. CONDUSSERO PRIGIONIERE LE MOGLI. — Poiché Giacobbe disapprova questa strage come perfida e temeraria, versetto 30, non vi è dubbio che egli abbia immediatamente ordinato che tutti i prigionieri fossero rilasciati e i beni saccheggiati che rimanevano fossero restituiti.
Versetto 30: Mi avete turbato
30. MI AVETE TURBATO. — Avete turbato la mia mente con timore e angoscia, perché mi avete reso ansioso e spaventato: temo grandemente infatti che i Cananei, cercando vendetta per i loro Sichemiti, insorgano contro di me e di voi. Secondo, avete turbato la mia reputazione, perché l'avete macchiata con una strage così infame, e perché mi avete reso odioso (in ebraico «puzzolente») ai Cananei. Terzo, avete turbato la pace della mia famiglia, perché l'avete esposta al pericolo di morte e di saccheggio reciproco, presso i Filistei circostanti.
Sulla punizione della perfidia: esempi storici
Si noti: la perfidia, come anche lo spergiuro, turba grandemente la comunione con Dio e la società degli uomini, e perciò sia Dio sia gli uomini sono soliti perseguirla e vendicarla. Così Sedecia, violando l'alleanza stipulata con Nabucodonosor, fu da questi catturato, spogliato del regno e accecato. Così Saul, affliggendo i Gabaoniti contro la parola data loro, fu causa della carestia generale e della distruzione dei suoi, 2 Re 21.
Agatocle, tiranno di Siracusa, trasgredì il giuramento dato ai nemici, e uccisi i prigionieri, disse ridendo agli amici: «Ora che abbiamo cenato, giuriamo; vomitiamo lo scrupolo religioso del giuramento;» ma pagò duramente questa perfidia.
Tissaferne, generale dei Persiani, violò l'alleanza stipulata con Agesilao per timore, e gli dichiarò guerra; cosa che Agesilao colse volentieri, e disse agli ambasciatori di essere molto grato a Tissaferne, perché con il suo spergiuro si era reso ostili sia gli dèi sia gli uomini, ma favorevoli alla parte avversa, come attesta Plutarco nei Detti dei Laconi.
Alessandro Magno attaccò certi Indiani a lui ostili, contro la parola data, durante la marcia: per questo una macchia gli si attaccò, e una fine breve e triste, come tutti sanno: testimone ne è Plutarco nella Vita di Alessandro.
Il senato cartaginese non solo approvò la distruzione di Sagunto da parte di Annibale contro l'alleanza che Asdrubale aveva stretto con i Romani, ma addirittura la difese nel senato romano. Ma questo cavillo e questa perfidia furono vendicati con la distruzione di Cartagine.
Teodato, re dei Goti, pressato dalla guerra da ogni parte, mandò ambasciatori all'imperatore Giustiniano, chiedendo la pace, e gli offrì l'intero dominio delle Gallie e dell'Italia: ma in seguito, incoraggiato dalla morte di Mundo, generale di Giustiniano, mancò alla parola data, prese le armi; ma in esse cadde, e fu ucciso dai suoi nel terzo anno del suo regno. Così dicono Procopio e Biondo.
Astolfo, re dei Longobardi, poiché portava le armi contro il papa Gregorio III in violazione della parola data, il Pontefice fece sospendere una formula di pace dallo stendardo della croce portato davanti all'esercito, con tutti che invocavano Dio contro l'uomo perfido: per cui Astolfo, sottomesso da Pipino, alla fine perì miseramente.
Carlo di Borgogna, audace e invitto, in Lorena impiccò 250 Svizzeri che aveva ingannato a tradimento, e poco dopo ne uccise altri 300 a Grandson nell'anno del Signore 1476; ma tre giorni dopo gli Svizzeri attaccarono Carlo e lo misero in fuga, e infine l'anno seguente lo sconfissero e lo uccisero completamente.
Perciò Valerio Massimo dice giustamente, libro 9, capitolo 6: «La perfidia arreca al genere umano tanto danno quanto la buona fede arreca beneficio. Riceva dunque non minore biasimo di quanta lode ottiene la buona fede.» E Tacito, libro 1 degli Annali: «I traditori sono odiosi anche a coloro che preferiscono:» poiché amano il fatto, non l'autore. Con brillantezza Augusto dice, come riferisce Plutarco negli Apoftegmi: «Amo il tradimento, ma non approvo i traditori.» Più acutamente Filippo di Macedonia, come riferisce Stobeo, sermone 52, disse di amare i tradimenti, non i traditori.