Cornelius a Lapide (Cornelius Cornelissen van den Steen, 1567–1637)
(La sepoltura di Giacobbe e la morte di Giuseppe)
Sinossi del Capitolo
Giuseppe, insieme ai suoi fratelli e agli Egiziani, piange il padre defunto e lo seppellisce a Ebron. In secondo luogo, al versetto 15, consola i fratelli, che erano timorosi a causa del loro delitto. In terzo luogo, al versetto 22, muore e desidera essere sepolto in Canaan.
Testo della Vulgata
1. Quod cernens Joseph, ruit super faciem patris, flens et deosculans eum. 2. Praecepitque servis suis medicis ut aromatibus condirent patrem. 3. Quibus jussa explentibus, transierunt quadraginta dies: iste quippe mos erat cadaverum conditorum, flevitque eum Aegyptus septuaginta diebus. 4. Et expleto planctus tempore, locutus est Joseph ad familiam Pharaonis: Si inveni gratiam in conspectu vestro, loquimini in auribus Pharaonis, 5. eo quod pater meus adjuraverit me, dicens: En morior: in sepulcro meo quod fodi mihi in terra Chanaan, sepelies me. Ascendam igitur, et sepeliam patrem meum, ac revertar. 6. Dixitque ei Pharao: Ascende et sepeli patrem tuum sicut adjuratus es. 7. Quo ascendente, ierunt cum eo omnes senes domus Pharaonis, cunctique majores natu terrae Aegypti: 8. domus Joseph cum fratribus suis, absque parvulis et gregibus, atque armentis, quae dereliquerant in terra Gessen. 9. Habuit quoque in comitatu currus et equites, et facta est turba non modica. 10. Veneruntque ad aream Atad, quae sita est trans Jordanem, ubi celebrantes exequias planctu magno atque vehementi, impleverunt septem dies. 11. Quod cum vidissent habitatores terrae Chanaan, dixerunt: Planctus magnus est Aegyptiis. Et idcirco vocatum est nomen loci illius, Planctus Aegypti. 12. Fecerunt ergo filii Jacob sicut praeceperat eis, 13. et portantes eum in terram Chanaan, sepelierunt eum in spelunca duplici, quam emerat Abraham cum agro in possessionem sepulcri ab Ephron Hethaeo contra faciem Mambre. 14. Reversusque est Joseph in Aegyptum cum fratribus suis, et omni comitatu, sepulto patre. 15. Quo mortuo, timentes fratres ejus, et mutuo colloquentes: Ne forte memor sit injuriae quam passus est, et reddat nobis omne malum quod fecimus, 16. mandaverunt ei dicentes: Pater tuus praecepit nobis, antequam moreretur, 17. ut haec tibi verbis illius diceremus: Obsecro ut obliviscaris sceleris fratrum tuorum, et peccati atque malitiae quam exercuerunt in te; nos quoque oramus ut servis Dei patris tui dimittas iniquitatem hanc. Quibus auditis flevit Joseph. 18. Veneruntque ad eum fratres sui, et proni adorantes in terram dixerunt: Servi tui sumus. 19. Quibus ille respondit: Nolite timere; num Dei possumus resistere voluntati? 20. Vos cogitastis de me malum; sed Deus vertit illud in bonum, ut exaltaret me, sicut in praesentiarum cernitis, et salvos faceret multos populos. 21. Nolite timere, ego pascam vos et parvulos vestros; consolatusque est eos, et blande ac leniter est locutus. 22. Et habitavit in Aegypto cum omni domo patris sui, vixitque centum decem annis. Et vidit Ephraim filios usque ad tertiam generationem. Filii quoque Machir filii Manasse nati sunt in genibus Joseph. 23. Quibus transactis, locutus est fratribus suis: Post mortem meam Deus visitabit vos, et ascendere vos faciet de terra ista ad terram quam juravit Abraham, Isaac et Jacob. 24. Cumque adjurasset eos atque dixisset: Deus visitabit vos, asportate ossa mea vobiscum de loco isto: 25. mortuus est, expletis centum decem vitae suae annis. Et conditus aromatibus, repositus est in loculo in Aegypto.
Versetto 2: L'imbalsamazione di Giacobbe
«Ai medici, perché imbalsamassero il padre con aromi,» cioè con balsamo, mirra, cassia e altri aromi, che sia preservano il cadavere dalla putrefazione, sia gli conferiscono un odore gradevole. Singolari in quest'arte di imbalsamare i corpi furono gli Egiziani; ne rendono testimonianza ancora oggi le loro mummie, cioè i corpi sepolti molte centinaia di anni fa, che ora vengono dissotterrati e venduti, e servono agli speziali per preparare medicine: esse infatti provengono dall'Egitto. Erodoto, libro III, e Diodoro, libro I, descrivono l'usanza egiziana dell'imbalsamazione.
In senso anagogico, Rabano dice: «Felice quell'anima che, imbalsamata con gli aromi delle virtù, dimorando nello scrigno del corpo, è conservata per la vita eterna».
Versetto 5: «Che io scavai»
«Scavai,» cioè acquistai. Così Osea «scavò», cioè acquistò per sé una moglie, Osea 3,3. Donde questa espressione significa acquistare, come ho spiegato in quel passo. «Scavare» qui significa comprare.
Si obietterà: Al versetto 13 si dice che non Giacobbe, ma Abramo acquistò questa grotta sepolcrale. Rispondo: Abramo la acquistò; ma poiché in seguito gli Ittiti sollevarono una controversia con Giacobbe riguardo alla medesima grotta, Giacobbe fu costretto ad acquistarla una seconda volta. Altri spiegano così: «che io scavai», ossia acquistai, cioè che acquistò mio nonno Abramo, di cui io sono figlio ed erede. Ma dico che «scavai» va inteso qui semplicemente in senso letterale; poiché in questa ampia grotta doppia si potevano scavare diverse tombe, Giacobbe dunque scavò la propria per sé. Così Vatablo, Pererio e altri.
Versetto 10: L'aia di Atad
Quest'aia fu chiamata in ebraico Atad, dalla moltitudine di spine. Questo luogo è situato, dice Procopio, presso Gerico; il suo nome ora è «Beth-hagla», cioè «casa del cerchio». Poiché quando là piangevano il defunto Giacobbe, stavano attorno al cadavere in forma di cerchio e di corona. Così dice san Girolamo, salvo che egli afferma che giravano attorno al cadavere, il che era usanza degli antichi Gentili, come risulta da Omero e Virgilio; e allora esclamavano «Salve» e «Addio» al defunto, e gli auguravano terra leggera, pace e riposo, come insegna Kirchmann, libro III, Sui funerali, capitoli 3 e 9.
«Oltre il Giordano.» Cioè per chi viene da Canaan; per chi viene dall'Egitto, Atad si trova al di qua del Giordano.
Nota: Giuseppe con i suoi compì questa lamentazione ad Atad, non a Ebron dove il padre doveva essere sepolto, affinché, sostando tanto a lungo a Ebron, cioè nell'interno di Canaan, non destassero qualche sospetto di tradimento tra i Cananei, o non venissero a contese o a guerra con essi. Ad Atad dunque Giuseppe con tutto il suo seguito pianse il padre per sette giorni; di là proseguì verso Ebron, e dopo aver sepolto il padre, tornò immediatamente a casa. Così dice sant'Agostino.
Versetto 16: I fratelli mandano a dire a Giuseppe
«Mandarono a dire.» Mandarono un messaggero o inviato, forse Beniamino, che era innocente e fratello uterino di Giuseppe, il quale avrebbe chiesto queste cose a Giuseppe non tanto a proprio nome quanto a nome del padre defunto. I fratelli sembrano mentire qui, e abusare del nome del padre, affinché, consapevoli della propria colpa, se ne servissero come scudo. Il padre infatti, essendo certo per esperienza della virtù, della mitezza e della carità di Giuseppe dimostrate verso i fratelli, non temeva alcun male per i fratelli da parte di lui; e se avesse temuto, lo avrebbe detto a Giuseppe mentre era ancora in vita, e avrebbe ottenuto per essi il pieno perdono e il condono delle offese passate.
Versetto 17: «Ai servi del Dio di tuo padre»
«Che ai servi» (così si deve leggere con gli Ebrei, i Greci e i Romani, non «servo») «del Dio di tuo padre.» Cioè che tu perdoni a noi, che siamo servi di Dio — Dio, dico, vero e avito, che tuo padre adorava — l'iniquità che abbiamo commesso contro di te.
Versetto 19: Giuseppe pianse
«Giuseppe pianse,» addolorato che i fratelli fossero in ansia e diffidenti della sua riconciliazione. Giuseppe Flavio riferisce fedelmente questo fatto: Giuseppe non volle vendicarsi; poiché sapeva che il piacere della vendetta è momentaneo, ma il piacere della misericordia è eterno.
Versetto 19: «Possiamo noi resistere alla volontà di Dio?»
«Non temete: possiamo noi resistere alla volontà di Dio?» Dunque, dice Melantone, il tradimento di Giuda e la vendita di Giuseppe sono opera di Dio tanto quanto la vocazione di Pietro. Così anche Calvino.
Rispondo: anzitutto i Settanta traducono: «Non temete, io appartengo a Dio,» cioè sono Suo servo; e il Caldeo rende: «Non temete, io temo Dio,» come a dire: Lungi da me, che sono servo e imitatore di Dio, ogni appetito di vendetta e desiderio di rivalsa. Così san Giovanni Crisostomo e Bellarmino, libro II, Sulla perdita della grazia, capitolo 11. Parimenti Suárez spiega la nostra versione: «Possiamo noi resistere alla volontà di Dio,» cioè alla Sua volontà che io vi perdoni?
Ma per l'intelligenza della nostra versione, si noti: Dio con la Sua volontà assoluta aveva decretato prima di ogni cosa di inviare Giuseppe in Egitto, sia da Sé sia per mezzo dei fratelli, di esaltarlo là, e per mezzo di lui provvedere alla carestia comune. Poi previde che la malizia dei fratelli sarebbe stata un mezzo adatto a questo fine, se avesse permesso loro di portare a compimento l'odio che avevano concepito contro Giuseppe. Dio dunque saggiamente decise di permetterlo e di ordinarlo al fine suddetto.
Si noti in secondo luogo: Dio ha una duplice volontà e provvidenza riguardo ai peccati: primo, una volontà permissiva, ma non impulsiva al peccato, come pretende Calvino; secondo, una volontà ordinativa, con la quale ordina il peccato a un giusto castigo, o a qualche altro bene comune o privato. L'uomo non può propriamente resistere a nessuna delle due volontà di Dio. Entrambe infatti risiedono in Dio solo e dipendono dalla libertà di Dio.
Erroneamente dunque Cicerone, per difendere la libertà dell'arbitrio umano, negò che esso fosse soggetto a Dio e da Lui governato; perciò sant'Agostino giustamente disse di lui, libro V della Città di Dio, capitolo 9: «Cicerone, per renderci liberi, ci rese sacrileghi».
Si obietterà: Dunque l'uomo non può resistere neppure al peccato; ciò infatti segue necessariamente dalla volontà permissiva di Dio. Rispondo: Da questa volontà di Dio il peccato non segue necessariamente, ma infallibilmente, così come segue dalla prescienza di Dio; il peccato infatti non segue la volontà di Dio, ma la precede: ne è infatti l'oggetto. E così, prima che Dio voglia permettere il peccato, lo prevede, e vede che si verificherà se Egli vuole permetterlo. Poiché la causa per sé e positiva del peccato è la volontà dell'uomo; la volontà di Dio è soltanto una causa permissiva del peccato, la quale è soltanto una condizione necessaria (una causa senza la quale il peccato non si verificherebbe).
Si noti in terzo luogo: Giuseppe qui, per mostrare di aver dimenticato l'offesa dei fratelli, per sminuirla e consolare i fratelli, secondo il costume degli uomini pii e santi, riferisce questo peccato dei fratelli a entrambe le volontà di Dio. Perciò in ebraico si legge: «Sono forse io al posto di Dio?» cioè: «Sono forse Dio?» — il quale, cioè, dispose e ordinò tutte queste cose in modo così opportuno e conveniente, come a dire: Poiché Dio, governando e coordinando tutte le cose col Suo cenno, decretò di mandarmi in Egitto e di prepormi ad esso, sia per il mio bene che per il vostro, anzi per il bene comune di tutti, cioè per alleviare la carestia pubblica, e a tal fine permise il vostro crimine col quale mi vendeste in Egitto, e se ne servì come mezzo per questa mia elevazione: lungi da me punire coloro il cui crimine è ridondato a mio sommo bene, e che Dio vuole siano salvi. Anzi, dobbiamo rallegrarci di un esito così felice che, per volontà e provvidenza di Dio, è derivato a me e a voi dal vostro crimine; e tutte queste cose vanno ascritte e sottomesse alla volontà di Dio, che le ha sia permesse sia ordinate. Che questo sia il senso risulta da ciò che segue e dal capitolo 45, versetti 5 e 8.
Così dicono gli Interpreti e i Dottori, e specialmente san Giovanni Crisostomo, omelia 64, e sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo 12; e da questi, Luis de Molina, Parte I, Questione 19, articolo 9, disputa 2. Così l'Apostolo, in Romani 11, per muovere i Gentili a compassione, affinché non si indignassero ma piuttosto condividessero il dolore per l'incredulità dei Giudei, dice che la loro incredulità e trasgressione divenne la salvezza dei Gentili: poiché la predicazione evangelica e gli araldi del Vangelo, cioè gli Apostoli, respinti dai Giudei, si volsero ai Gentili e li condussero alla fede, alla salvezza e alla grazia. E l'Apostolo aggiunge che Dio «rinchiuse tutti nell'incredulità», cioè permise che tutti fossero rinchiusi nel peccato, «per avere misericordia di tutti» — come a dire: Dunque anche voi, o Gentili, imitate Dio, e come Dio ha avuto misericordia di voi, così anche voi abbiate misericordia dei Giudei.
Così i Santi, rimettendo ogni cosa alla volontà di Dio, scusarono i difetti e le afflizioni inflitte loro da altri, e le accolsero con animo quieto e sereno: come Davide, che attribuì la maledizione di Simei alla volontà di Dio, il quale voleva punire i suoi peccati, e perciò non volle che fosse punito. E i Maccabei, che sopportarono le loro sofferenze come ricevute da Dio e come castigo divino. Sofronio racconta di un Abate a cui un discepolo per imprudenza servì a tavola erbe amarissime; l'Abate dissimulò la cosa. Quando il discepolo più tardi assaggiò le stesse erbe, riconobbe il suo errore e chiese perdono. A lui l'Abate disse: «Fu volontà di Dio che tu mi servissi un tale cibo. Se infatti Dio avesse voluto diversamente, avrebbe fatto sì che tu mi servissi qualcos'altro». Questo è infatti un atto di grande umiltà, rassegnazione e conformità alla volontà divina, nella quale consiste la perfezione umana e angelica.
Il pagano Pitagora vide questo confusamente, il quale tra i versi aurei e i precetti della sua etica, pose tra i primi questi: «Qualsiasi dolore i mortali sopportino per volere degli dèi, / come la tua sorte lo ha portato, non rifiutare di sopportarlo con pazienza: / tuttavia il rimedio non è da disprezzare».
Versetto 20: «Voi tramaste del male contro di me»
«Tramaste» soltanto, poiché le vostre macchinazioni di semplici uomini contro di me, proteggendomi Dio, non foste in grado di portarle a compimento.
Versetto 21: «Con dolcezza e mitezza»
In ebraico si legge: «parlò al loro cuore». Vedano qui i fedeli, vedano e imitino i principi la clemenza e la mansuetudine di Giuseppe, anzi di Cristo, che dice: «Imparate da me, perché io sono mite e umile di cuore».
L'imperatore Alessandro Severo era clemente; la madre e la moglie glielo rimproveravano, dicendo: «Hai reso la tua dignità imperiale più debole e più spregevole». Egli rispose: «Ma più sicura e più duratura».
L'imperatore Costanzo aveva bandito i rapitori di una vergine; i genitori erano indignati che non fossero stati puniti con la morte. Allora egli disse: «Accusino pure fin qui le leggi della clemenza; ma all'Imperatore si addice superare gli altri con le leggi di uno spirito mitissimo».
Così Carlo Magno, quando sua figlia aveva commesso fornicazione col segretario Eginardo, non punì con la morte nessuno dei due, benché entrambi lo meritassero, ma li unì in matrimonio. Lipsio narra la vicenda diffusamente, libro II, Ammonimenti politici, capitolo 12, numero 12.
Rodolfo, imperatore d'Austria, divenuto più mite da più severo che era, disse: «Di essere stato severo e duro mi sono talvolta pentito; di essere stato indulgente e clemente, mai».
Un tale chiese a Luigi XII i beni di un cittadino di Orléans, che era stato il più accanito nemico di Luigi al tempo in cui Luigi era soltanto Duca di Orléans e contendeva con il re Carlo VIII di Francia. A costui Luigi rispose con animo veramente regale: «Chiedi a me qualcos'altro, e i tuoi meriti riceveranno la loro ricompensa. Dimentica quell'uomo: poiché il Re di Francia non vendica le ingiurie del Duca di Orléans» — come a dire: Divenuto Re, non voglio vendicare le ingiurie inflittemi durante il mio Ducato.
Alfonso, Re d'Aragona, come attesta il Panormitano, interrogato sul perché fosse così mite con tutti, anche con i malvagi, rispose: «Perché la giustizia conquista i buoni, e la clemenza i cattivi». E quando i suoi si lamentavano della sua eccessiva indulgenza: «E che dunque», disse, «volete che regnino orsi e leoni? La clemenza è propria degli uomini, la ferocia delle bestie. Preferisco salvare molti con la mia clemenza che distruggerne pochi con la mia severità». Qualcuno gli obiettò: Bada che la tua clemenza non conduca alla rovina. A costui rispose: «Al contrario, devo sopportare molto, per non cadere nell'odio». Lo stesso re, interrogato su che cosa influenzasse maggiormente gli avversari, rispose: «La fama di essere indulgente e mite».
Lo stesso re, marciando contro i Veneziani con l'esercito schierato, quando quelli gli vennero incontro e umilmente lo pregarono per la pace, e i suoi desideravano estorcere loro quanto più possibile, Alfonso rispose: «Non considero altro premio per concedere la pace che dare la pace a nemici che si sono prostrati in ginocchio davanti a me». Giustamente dice Ovidio: «Il piacere conveniente degli uomini è salvare un proprio simile: / e nessun migliore favore si ottiene con qualsiasi arte».
Lo vediamo ora nel Belgio.
Versetto 22: Giuseppe visse centodieci anni
Questo è il corso della vita di Giuseppe: Giuseppe fu venduto dai suoi fratelli nel sedicesimo anno della sua età, nel 107° di Giacobbe, e nell'anno del mondo 2216. Sopportò la schiavitù e il carcere per 13 anni. Tratto fuori dal carcere, divenne governatore dell'Egitto nel trentesimo anno della sua età, nel 121° del padre, nell'anno del mondo 2230. Chiamò il padre Giacobbe in Egitto e lo accolse là con gioia nel trentanovesimo anno della sua età, nel 130° del padre, nell'anno del mondo 2239, che fu il nono dalla sua esaltazione e governo, e il decimo dopo la morte di Isacco. Giuseppe morì nel 110° anno della sua età, nell'80° dalla sua esaltazione, nel 54° dopo la morte del padre, nell'anno del mondo 2310, 144 anni prima della partenza di Mosè e degli Ebrei dall'Egitto.
Moralmente, san Giovanni Crisostomo, omelia 67 e ultima, dice: «Hai visto come le ricompense siano maggiori delle fatiche, e le retribuzioni più abbondanti? Per tredici anni sopportò la schiavitù e il carcere; per ottant'anni amministrò il regno».
«Anche i figli di Machir.» «Figli», cioè figlio: poiché Machir generò uno solo; è un'enallage (cambio) di numero. Così sant'Agostino.
«Nacquero sulle sue ginocchia,» ossia Giuseppe adottò il figlio di Machir come proprio figlio non appena nacque, e perciò lo pose e lo accolse sulle sue ginocchia, come fece Rachele, capitolo 30, versetto 3.
Versetto 24: «Portate con voi le mie ossa»
«Portate con voi le mie ossa,» affinché io sia sepolto con mio padre, mio nonno e il mio bisnonno in Canaan, la terra a noi promessa da Dio. Si veda quanto detto al capitolo 47, versetti 29 e 30. È questo ciò che dice Paolo, Ebrei 11,22: «Per fede Giuseppe, morendo, fece menzione dell'esodo dei figli d'Israele, e diede disposizioni riguardo alle sue ossa».
Ma questo, dice san Giovanni Crisostomo, non lo fece avventatamente; aveva infatti due scopi: primo, affinché gli Egiziani, memori dei suoi benefici, poiché secondo la loro usanza facilmente facevano dèi degli uomini, non avessero il corpo del giusto come occasione di empietà; secondo, affinché fossero del tutto sicuri e certi che sarebbero ritornati. «E si poteva vedere una cosa nuova e mirabile: colui che nutrì tutto Israele in Egitto fu anche la loro guida per il ritorno e colui che li avrebbe condotti nella terra d'Israele». Gli Israeliti mantennero le promesse fatte a Giuseppe, poiché quando partirono dall'Egitto portarono con sé le ossa di Giuseppe e le introdussero in Canaan, e le seppellirono a Sichem, come è riferito in Giosuè 24,32.
In senso anagogico, Rabano dice: «Giuseppe, detestando il suo soggiorno nella terra d'Egitto, anelava alla terra promessa, affinché finché siamo in questo pellegrinaggio, desideriamo la vera patria, la terra dei viventi, promessa ai giusti, e desideriamo esservi trasferiti dopo la morte». E perciò sospiriamo frequentemente col Salmista: «Ahimè, il mio pellegrinaggio si è prolungato! Ho dimorato con gli abitanti di Cedar. L'anima mia anela e si consuma per gli atri del Signore».
Simili a quelli di Giuseppe e di Giacobbe — cioè pii e celesti — furono i consigli e i voti in punto di morte di altri Patriarchi e Santi: come quelli di Mosè, Deuteronomio 31 e 32; di Giosuè, capitolo 24; di Davide, 2 Re 22 e 23; di Eliseo, 4 Re 13; di Mattatia, 1 Maccabei 2.
Ultime parole di santi e uomini pii
Così san Basilio, morendo, istruì con la dottrina sacra quelli che accorrevano a lui, e dicendo: «Nelle Tue mani, o Signore, affido il mio spirito,» esalò l'anima con gioia. Testimone è il Nazianzeno, orazione 20.
Sant'Ambrogio, morendo, disse: «Non ho vissuto in modo tale che mi vergogni di vivere tra voi. Ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore».
Sant'Agostino, morendo, disse: «Non è sorprendente che cadano travi e pietre, e che i mortali muoiano».
San Giovanni Crisostomo, in esilio e in grande afflizione, scrivendo a papa Innocenzo poco prima della sua morte, disse: «Siamo ormai al terzo anno di esilio, esposti a pestilenza, fame, guerra, incursioni continue, solitudine indicibile, morte quotidiana, e spade degli Isauri». Infine, consunto da queste prove, e morendo, disse: «Gloria a Te, o Signore, per ogni cosa,» come riferisce Niceforo, libro 13, capitolo 37.
San Martino, morendo, con gli occhi e le mani rivolti al cielo, non rilassava mai il suo spirito invitto dalla preghiera; e quando i presbiteri lo pregavano di sollevare il suo povero corpo girandosi su un fianco, disse: «Lasciatemi guardare piuttosto il cielo che la terra, affinché il mio spirito, in procinto di mettersi in cammino verso il Signore, sia diretto verso l'alto». Detto questo, vide il diavolo che gli stava accanto; al quale disse: «Che fai qui, bestia sanguinaria? Non troverai nulla di funesto in me. Il seno di Abramo mi accoglierà», come racconta Sulpizio.
San Fulgenzio, colpito da una gravissima malattia, disse: «Signore, dammi ora la pazienza, e poi il perdono». E chiedendo scusa ai suoi per i propri errori, e distribuendo ai poveri quanto denaro restava, lasciò questa vita.
San Gregorio, scrivendo in prossimità della morte alla patrizia Rusticana, disse: «Mi tormentano l'amarezza dell'animo, l'irritazione continua e l'afflizione della gotta, cosicché il mio corpo si è disseccato come in un sepolcro. Per questo vi prego di pregare per me, affinché io sia liberato più presto da questo carcere».
Sant'Ilario, come attesta san Girolamo, disse morendo: «Esci, perché temi, anima mia? Perché esiti? Per quasi settant'anni hai servito Cristo, e temi la morte?»
San Bernardo, morendo, disse: «Tre cose ho osservato nella vita, che raccomando a voi: primo, mi sono fidato meno del mio giudizio che di quello altrui; secondo, quando sono stato offeso, non ho cercato vendetta contro chi mi aveva offeso; terzo, non ho mai voluto scandalizzare nessuno; e se mai è accaduto, ho calmato le cose come meglio ho potuto».
Gerardo, fratello di san Bernardo, disse morendo: «Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell'alto dei cieli».
Ferdinando, Re di Castiglia, disse morendo: «Signore, il regno che ho ricevuto da Te, lo restituisco a Te; collocami, Ti prego, nella luce eterna».
Carlo, Re di Sicilia, disse morendo: «O vani pensieri degli uomini! A che mi giova ora il regno? Quanto sarebbe stato meglio essere stato un povero, non un re!»
Sinossi della storia e della cronologia di tutta la Genesi
1. Adamo è creato. Nel primo anno del mondo, nel sesto giorno, che era un venerdì, Dio creò Adamo ed Eva. Genesi 1,26.
2. Set nasce. Nell'anno 130 di Adamo e del mondo nacque Set. Genesi capitolo 5, versetto 3.
3. Adamo muore. Nell'anno suo e del mondo 930, Adamo morì. Genesi capitolo 5, versetto 5.
4. Enoc è rapito. Enoc fu rapito in paradiso nell'anno del mondo 987, e nel 365° anno della sua età. Genesi capitolo 5, versetto 23.
5. Matusalemme nasce. Matusalemme nacque nell'anno del mondo 687, e visse 969 anni; e di conseguenza morì nell'anno del mondo 1656, che fu l'anno del diluvio. Genesi capitolo 5, versetto 27.
6. Noè nasce. Noè nacque nell'anno del mondo 1056, cioè 126 anni dopo la morte di Adamo; e quando ebbe 500 anni, generò Sem, Cam e Iafet. Genesi 5,30.
7. Il diluvio. Nel seicentesimo anno di Noè, che fu l'anno del mondo 1656, avvenne il diluvio, che durò un anno intero. Genesi 7,11 e capitolo 8, versetto 14.
8. La torre di Babele. Nell'anno 170 dopo il diluvio, Nimrod con i suoi edificò la torre di Babele, e là Dio confuse le lingue e disperse gli uomini in varie terre e nazioni. Genesi capitolo 11, versetto 9.
9. Abramo nasce. Nell'anno 292 dopo il diluvio nasce Abramo, nell'anno del mondo 1949. Genesi capitolo 11, versetto 26.
10. Noè muore. Nell'anno 350 dopo il diluvio, quando Abramo era nel 58° anno della sua età, Noè morì. Genesi capitolo 9, versetto 29.
11. Abramo è chiamato da Dio. Nel 75° anno della sua età, Abramo è chiamato da Dio dalla Caldea a Canaan. Genesi capitolo 12, versetto 4.
12. La vittoria di Abramo. Melchisedec. Tra la vocazione di Abramo e la nascita di Ismaele, all'incirca a metà, cioè verso l'anno 80 della vita di Abramo, sembra si sia verificata la vittoria di Abramo su Chedorlaomer, e l'incontro, la benedizione e il sacrificio di Melchisedec, su cui si veda Genesi 14.
13. Ismaele nasce. Poi, dopo cinque anni — cioè dieci anni dalla sua vocazione — Abramo prese Agar, la sua schiava, dalla quale nell'anno seguente, che fu l'ottantaseiesimo della vita di Abramo, generò Ismaele. Genesi capitolo 16, versetto 16.
14. La circoncisione è istituita. Poi, nel tredicesimo anno dalla nascita di Ismaele, quando Abramo aveva 99 anni, ricevette da Dio il Sacramento della circoncisione, e circoncise sé stesso e Ismaele. Genesi capitolo 17, versetto 24.
15. Isacco è concepito. In questo stesso anno 99 di Abramo, che fu l'anno del mondo 2048, gli è promesso Isacco, ed è effettivamente concepito. Genesi capitolo 18, versetto 10.
16. Sodoma brucia. In questo stesso anno 99 di Abramo — anzi nello stesso giorno in cui gli Angeli promisero ad Abramo un figlio, Isacco — avvennero l'incendio di Sodoma, la trasformazione della moglie di Lot in una statua di sale, l'ebbrezza di Lot e il suo incesto con le figlie. Genesi capitolo 21, versetto 1 e seguenti.
17. Isacco nasce. Nell'anno seguente, che fu il centesimo di Abramo, e l'anno del mondo 2049, nasce Isacco. Genesi 21,4.
18. Isacco è offerto in sacrificio. Abramo offre in sacrificio Isacco nel suo venticinquesimo anno, nel 125° anno della propria età, se crediamo a Giuseppe Flavio. Genesi capitolo 22.
19. Sara muore. Sara, moglie di Abramo, muore nel 127° anno della sua età, che fu il 137° di Abramo. Genesi capitolo 23, versetto 7.
20. Rebecca si sposa. Isacco sposò Rebecca nel 40° anno della sua età, che fu il 140° di Abramo. Genesi capitolo 25, versetto 20.
21. Abramo muore. Abramo muore nel 175° anno della sua età, nell'anno del mondo 2124. Genesi capitolo 25, versetto 7.
22. Ismaele muore. Ismaele muore nel 48° anno dopo la morte di Abramo, all'età di 137 anni. Genesi capitolo 25, versetto 17.
23. Giacobbe nasce. Isacco genera Giacobbe ed Esaù nel 60° anno della sua età, nell'anno 452 dal diluvio, e nell'anno del mondo 2109. Genesi capitolo 25, versetto 26.
24. Sem muore. Nell'anno 502 dopo il diluvio, quando Giacobbe era nel cinquantesimo anno della sua età, morì Sem figlio di Noè. Giacobbe vide dunque il suo undicesimo antenato Sem; poiché Giacobbe discendeva da Sem nell'undicesima generazione, dato che Sem visse 602 anni. Genesi capitolo 11,11.
25. Giacobbe fugge. Giacobbe strappò al fratello Esaù la benedizione paterna, e perciò fuggì a Carran nel 77° anno della sua età, e là servì Labano per vent'anni. Compiuti questi, ritornò in Canaan nel 97° anno della sua età. Genesi capitolo 31, versetto 41.
26. Giuseppe nasce. Quando Giacobbe aveva 91 anni, generò Giuseppe, cioè nell'anno del mondo 2200. Genesi capitolo 30, versetti 24 e 25 combinato con Genesi capitolo 31, versetto 41.
27. Isacco muore. Isacco muore nel 180° anno della sua età, che fu il 120° di Giacobbe. Genesi capitolo 35, versetto 28.
28. Giuseppe è venduto in Egitto. Giuseppe è venduto in Egitto nel sedicesimo anno della sua età, quando poco prima era morta la madre Rachele, e Beniamino era nato. Poco prima della morte di Rachele avvennero il rapimento di Dina e la distruzione dei Sichemiti. Genesi capitolo 37, versetto 2.
29. Giuseppe serve in Egitto per tredici anni, cioè fino al trentesimo anno della sua età, di cui trascorse gli ultimi sette in carcere. Genesi capitolo 40, versetto 4 combinato con Genesi capitolo 41, versetto 1.