Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del Capitolo
Mosè riferisce le leggi del Signore al popolo; il popolo le accetta e si obbliga ad osservarle. Quindi Mosè ratifica l'alleanza tra Dio e il popolo, aspergendo il sangue delle vittime sul popolo. Di nuovo, al versetto 12, viene comandato a Mosè di salire sul monte, affinché riceva da Dio le tavole della legge; egli sale e rimane sul monte per quaranta giorni.
Testo della Vulgata: Esodo 24,1-18
1. Anche a Mosè disse: Sali al Signore, tu e Aronne, Nadab e Abiù, e settanta anziani d'Israele, e adorerete da lontano. 2. Solo Mosè salirà al Signore, e gli altri non si avvicineranno; né il popolo salirà con lui. 3. Mosè dunque venne e riferì al popolo tutte le parole del Signore e le prescrizioni. E tutto il popolo rispose con una sola voce: Tutte le parole del Signore, che Egli ha pronunciato, le metteremo in pratica. 4. Mosè scrisse tutte le parole del Signore e, alzatosi di buon mattino, costruì un altare ai piedi del monte e dodici stele per le dodici tribù d'Israele. 5. E mandò dei giovani dei figli d'Israele, e offrirono olocausti, e immolarono vittime pacifiche al Signore, cioè vitelli. 6. Mosè allora prese la metà del sangue e la mise nei bacini; e la rimanente metà la versò sull'altare. 7. E preso il libro dell'alleanza, lo lesse al cospetto del popolo; e quelli dissero: Tutto ciò che il Signore ha detto, lo faremo, e saremo obbedienti. 8. E prese il sangue e lo asperse sul popolo, e disse: Questo è il sangue dell'alleanza che il Signore ha stipulato con voi riguardo a tutte queste parole. 9. Salirono poi Mosè e Aronne, Nadab e Abiù, e settanta degli anziani d'Israele, 10. e videro il Dio d'Israele, e sotto i suoi piedi vi era come un'opera di pietra di zaffiro, e come il cielo quando è sereno. 11. E su coloro che si erano ritirati in disparte dai figli d'Israele, Egli non stese la sua mano; e videro Dio, e mangiarono e bevvero. 12. E il Signore disse a Mosè: Sali a me sul monte, e resta là; e ti darò le tavole di pietra, e la legge e i comandamenti che ho scritto, affinché tu li insegni loro. 13. Si alzarono Mosè e Giosuè suo ministro; e Mosè salendo sul monte di Dio, 14. disse agli anziani: Aspettate qui finché non torniamo a voi. Avete con voi Aronne e Cur: se sorgerà qualche questione, la riferirete a loro. 15. E quando Mosè fu salito, la nube coprì il monte, 16. e la gloria del Signore dimorò sul Sinai, coprendolo con una nube per sei giorni; e il settimo giorno lo chiamò dal mezzo della caligine. 17. E l'aspetto della gloria del Signore era come un fuoco ardente sulla cima del monte, agli occhi dei figli d'Israele. 18. E Mosè entrò in mezzo alla nube e salì sul monte; e vi rimase quaranta giorni e quaranta notti.
Versetto 1: Sali al Signore
SALI AL SIGNORE. — Mosè era già salito al Signore sul Sinai, e aveva udito dall'angelo che agiva in vece di Dio i comandamenti dei capitoli 21, 22 e 23; ma gli fu ordinato di discendere, affinché esponesse queste leggi al popolo. Sebbene la Scrittura taccia su ciò in questo punto, alla maniera ebraica, lo sottintende tuttavia al versetto 3; perciò qui gli viene nuovamente comandato di salire, dopo aver cioè ottenuto la risposta e il consenso del popolo riguardo all'osservanza della legge di Dio, e ciò allo scopo di ricevere sul monte Sinai le tavole della legge, quale segno dell'alleanza tra Dio e il popolo, e quasi strumento e sigillo della medesima: la Scrittura dunque qui tralascia e tace molte cose per amore di brevità, che devono essere supplite dall'interprete ricavandole da altri passi.
TU E ARONNE, NADAB E ABIÙ. — Questi ultimi due erano i figli maggiori di Aronne, i quali in seguito, impiegando un fuoco estraneo nei riti sacri e nei sacrifici, furono bruciati da Dio vendicatore, Levitico capitolo 10, versetto 1.
E SETTANTA ANZIANI D'ISRAELE. — Alcuni ritengono che questi settanta fossero coloro fra i quali Mosè distribuì il proprio peso e spirito di governo, e che egli pose a capo del popolo, i quali perciò anche profetizzavano; fra i quali Eldad e Medad, pur essendo assenti, ricevettero il medesimo spirito. Ma ciò è estraneo alla storia sacra: infatti quelli furono scelti presso i sepolcri della concupiscenza molto tempo dopo, non al Sinai, come si può vedere in Numeri capitolo 11, versetto 16. E neppure questi settanta erano i decurioni o i chiliarchi tutti istituiti per consiglio di Ietro, di cui si parla in Esodo capitolo 18; bensì fra questi (se pure erano già stati istituiti), ovvero anche fra altri capi del popolo, furono convocati da Mosè, affinché accompagnandolo sul Sinai onorassero con la loro presenza la ricezione delle tavole della legge.
E ADORERETE DA LONTANO — Dio nella caligine, sulla sommità del monte Sinai, per mezzo dell'angelo che si mostrava e parlava con Mosè.
Versetto 2: Solo Mosè salirà al Signore
SOLO MOSÈ SALIRÀ AL SIGNORE, — alla caligine della cima del Sinai. Solo, dico, Mosè accompagnato dal suo unico servitore Giosuè: i settanta anziani invece, insieme ad Aronne, ricevettero l'ordine di rimanere in basso con il popolo per governarlo.
Versetto 3: Mosè riferì al popolo tutte le parole del Signore
MOSÈ DUNQUE VENNE E RIFERÌ AL POPOLO TUTTE LE PAROLE DEL SIGNORE. — Certo non poté avvenire senza un miracolo che la voce di Mosè fosse udita e compresa da tutti fra tante centinaia di migliaia del popolo: la stessa cosa è ancor più chiaramente evidente nella ripetuta promulgazione della legge, Deuteronomio capitolo 1, e Deuteronomio capitolo 29, versetti 10 e 11. Ora Dio volle che questi comandamenti fossero esposti singolarmente al popolo, cioè a tutti gli Ebrei, prima di stipulare con loro un'alleanza e di confermarla con le tavole, per mostrare quanto benignamente trattasse con essi, e che non intendeva imporre loro una legge senza il loro consenso; inoltre affinché mantenessero più fermamente ciò che avevano così liberamente abbracciato, e non avessero in seguito alcuna scusa per rifiutarsi.
LE PRESCRIZIONI, — ossia le leggi giudiziarie dei capitoli 21, 22, 23.
Versetto 4: Costruì un altare e dodici stele
COSTRUÌ UN ALTARE AI PIEDI DEL MONTE E DODICI STELE PER LE DODICI TRIBÙ D'ISRAELE, — vale a dire: Mosè eresse dodici pietre grezze come stele e monumenti, per significare che questi sacrifici, con i quali si ratificava l'alleanza tra Dio e il popolo, venivano offerti per le dodici tribù. Per questo anche alcuni ritengono plausibilmente che lo stesso altare fosse costruito con queste dodici pietre. Così Abulense e Gaetano, sebbene Andrea Masio su Giosuè capitolo 8, numero 31, e altri sostengano l'opinione contraria.
Versetto 5: Mandò dei giovani dei figli d'Israele e offrirono olocausti
E MANDÒ DEI GIOVANI DEI FIGLI D'ISRAELE, E OFFRIRONO OLOCAUSTI. — Il Caldeo rende: mandò i primogeniti dei figli d'Israele: questi infatti nella legge di natura erano i sacerdoti, poiché Aronne non era ancora stato ordinato sacerdote. Dunque i figli primogeniti dei principi d'Israele offrirono questi sacrifici: sebbene Sant'Agostino, Questione 20 sul Levitico, ritenga che fossero i figli di Aronne, che furono in seguito fatti sacerdoti.
DODICI VITELLI. — Si cancelli la parola «dodici» insieme alle edizioni romane, all'ebraico, al caldeo e ai Settanta: poiché essendovi molti primogeniti, nulla impedisce di affermare che essi offrirono molte vittime. L'Apostolo, Ebrei capitolo 9, versetto 19, aggiunge che in quell'occasione furono offerti anche dei capri.
Versetto 6: Mosè prese la metà del sangue
MOSÈ ALLORA PRESE LA METÀ DEL SANGUE E LA MISE NEI BACINI; E LA RIMANENTE METÀ LA VERSÒ SULL'ALTARE. — Si noti: Gli antichi solevano ratificare le alleanze con vittime e sangue. Onde Livio, libro I, parlando del trattato stipulato tra i Romani e gli Albani, dice: «Poste le condizioni del trattato,» dice, «il feziale dichiarò: Il popolo romano non verrà meno per primo alla fede; se verrà meno per primo, per pubblico consiglio e con dolo malvagio, allora in quel giorno, o Giove, colpisci il popolo romano così come io colpisco questo porco oggi, e colpisci tanto più forte, quanto più potente sei;» e Virgilio, libro VIII dell'Eneide, su Romolo e Tazio: «Armati dinanzi all'altare di Giove, tenendo in mano le patere, / stavano in piedi, e stringevano alleanze su una scrofa sacrificata.»
Per questo anche alcuni ritengono che la parola foedus (alleanza) derivi da foedus (laido), ossia dall'animale laido, cioè il porco, che veniva macellato nell'alleanza, e che da ciò sia derivata l'espressione con cui diciamo «colpire», «tagliare» o «ferire» un'alleanza. La stessa pratica fu in uso anche molto prima fra i fedeli e gli adoratori del vero Dio. Pertanto Genesi capitolo 15, versetti 9, 10, 17, il Signore, come segno e conferma dell'alleanza stipulata con Abramo, ordinò che fossero sacrificati e divisi per metà un bue, un ariete e una capra; fatto ciò, una fiaccola che significava Dio passò attraverso le parti divise, indicando che chi avesse violato l'alleanza sarebbe stato similmente diviso. Si veda Geremia capitolo 34, versetto 18; onde berit, cioè «alleanza» in ebraico, i più derivano per metatesi da batar, cioè «dividere». Quindi Cirillo, libro X Contro Giuliano, verso la fine, insegna, ricavandolo da Sofocle, che presso i popoli posteriori si osservava l'usanza di passare attraverso il fuoco e di tenere il ferro nelle mani mentre facevano i loro giuramenti. Lo stesso avvenne in questa alleanza di Dio con Mosè e i Giudei: il sangue delle vittime fu diviso, per significare che chi avesse violato il patto avrebbe allo stesso modo pagato con il sangue la fede infranta dell'alleanza: e poiché il patto veniva stipulato tra Dio e il popolo, era necessario che tanto Dio quanto Israele dividessero il sangue e ne fossero aspersi, e poiché Dio è incorporeo e non può essere asperso di sangue, perciò l'altare dei sacrifici fu tinto di sangue in sua vece.
In modo simile Cristo Signore ratificò la nuova alleanza e il testamento con se stesso e con il proprio sangue quale vittima, e con il sangue della vittima dell'alleanza; specialmente perché con questa vittima e questo sangue Egli meritò per noi la redenzione, la grazia, l'eredità e tutti i beni che ci promise in questa sua alleanza, Ebrei capitolo 9, versetto 15 e seguenti; ed espresse ciò nell'istituzione dell'Eucaristia, dicendo: «Questo è il sangue del nuovo Testamento.» Onde contro i Sacramentari si può scagliare un potente argomento a favore della verità del corpo di Cristo: se infatti la vecchia alleanza fu ratificata con sangue reale, e questo è ciò che si intende quando qui al versetto 8 si dice: «Questo è il sangue dell'alleanza che Dio ha stipulato con voi,» allora certamente anche la nuova alleanza fu ratificata con sangue reale; e questo è ciò che si intende quando pertanto si dice veramente: «Questo è il sangue del nuovo Testamento;» poiché questa vecchia alleanza era il tipo della nuova e vera, e Cristo certamente si richiamava ad essa nelle parole or ora citate.
Si obietterà: Cristo lo chiama sangue del nuovo Testamento, non dell'alleanza, come Mosè chiama il proprio qui; dunque questa aspersione di sangue è dissimile.
Rispondo: Cristo lo chiama testamento, intendendo un'alleanza testamentaria, e così alleanza e testamento nella Scrittura sono spesso la stessa cosa, come ho mostrato in 1 Corinzi capitolo 11, 25. Si veda anche quanto detto su Ebrei capitolo 9, 19.
Versetto 7: Preso il libro dell'alleanza
E PRESO IL LIBRO DELL'ALLEANZA, LO LESSE AL COSPETTO DEL POPOLO. — Questo «libro» era un rotolo che Mosè aveva scritto di recente sul Sinai sotto dettatura di Dio, di cui si parla al versetto 4, il quale conteneva i suddetti comandamenti di Dio e tutte le parole del Signore dal capitolo 20 fino a questo capitolo 24. Mosè dunque lesse questo libro contenente i comandamenti di Dio (poiché queste erano le condizioni dell'alleanza da stipulare con Dio) al popolo; il popolo allora promise che li avrebbe osservati: e infine Mosè, agendo come una sorta di araldo, ratificando e confermando l'alleanza tra Dio e il popolo, asperse il popolo con il sangue delle vittime.
Versetto 8: Asperse il sangue sul popolo
E PRESE IL SANGUE E LO ASPERSE SUL POPOLO. — Il sangue asperso sul popolo significava il sangue di Cristo asperso su di noi. L'Apostolo, Ebrei capitolo 9, versetto 19, aggiunge diverse cose che Mosè qui tace; scrive infatti così: «Prendendo il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, e lana scarlatta e issopo, asperse sia il libro stesso che tutto il popolo.» Mosè infatti narra queste cose brevemente, e Paolo, in parte per ispirazione dello Spirito Santo, in parte per la consuetudine del rito legale che dalla Sacra Scrittura e dalla pratica stessa aveva appreso essere abitualmente impiegato in tali purificazioni, le supplì e le esplicitò; che infatti l'acqua venisse abitualmente mescolata al sangue nelle aspersioni sacre è chiaro da Esodo capitolo 12, versetto 22. Lo stesso è chiaro riguardo allo scarlatto, cioè la lana scarlatta, e all'issopo, da Numeri capitolo 19, versetti 6 e 18. Inoltre, che insieme ai vitelli fossero offerti anche dei capri è evidente, perché il capro, rappresentando appropriatamente il peccato con il suo fetore, veniva abitualmente offerto per il peccato, come risulta da Levitico capitolo 9, versetti 3 e 15. Onde esso prefigurava appropriatamente Cristo, che prese su di sé i nostri peccati per espiarli.
Si noti: Nelle antiche purificazioni degli Ebrei, l'acqua veniva aggiunta al sangue affinché il sangue non si rapprendesse, ma divenisse più liquido e spargibile, e così idoneo all'aspersione su una così grande moltitudine. Inoltre, allegoricamente, quest'acqua e questo sangue delle vittime erano figura e tipo del sangue e dell'acqua che fluirono dal costato di Cristo, e di conseguenza erano tipo del Battesimo e dell'Eucaristia; poiché l'acqua rappresenta il Battesimo, e il sangue rappresenta l'Eucaristia.
In secondo luogo, nelle purificazioni si impiegavano la lana scarlatta e l'issopo, affinché con essi si facesse un aspersorio; sono infatti assai adatti a ciò sia per la loro densità sia per la capacità di ritenzione che possiedono: assorbono infatti l'umidità come una spugna. Inoltre, allegoricamente, la lana significava il candore e l'innocenza di Cristo, ossia la carne di Cristo, che è candida in sé, ma resa scarlatta a causa dei nostri peccati, cioè arrossata dal sangue della Passione.
L'issopo, poi, era tipo, in primo luogo, della carità e della grazia di Cristo, poiché l'issopo è caldo per natura: onde serve al mistero, e con il suo calore e fervore denota gli ardentissimi ardori dello Spirito Santo, dai quali le menti dei pii sono infiammate. In secondo luogo, l'issopo era tipo dell'umiltà e dell'umanità di Cristo, attraverso le quali Dio guarì la nostra superbia e gli altri peccati: l'issopo è infatti un'erba umile, e, come insegna Dioscoride nel libro 3, capitolo 28, guarisce il gonfiore dei polmoni, che è simbolo della superbia, come annotò Ruperto.
Versetto 10: Videro il Dio d'Israele
E VIDERO IL DIO D'ISRAELE, — non per essenza, ma attraverso un'ombra, cioè in una qualche forma sensibile che la volontà di Dio scelse e che la fragilità umana poté sopportare. Onde il Caldeo traduce: e videro la gloria del Dio d'Israele. I Settanta si allontanano ulteriormente, supplendo un altro sostantivo più remoto, cioè «luogo»: «E videro il luogo,» dicono, «dove stette il Dio d'Israele.» E ciò per velare questa visione di Dio, affinché non si pensi che questi anziani abbiano visto Dio nella sua essenza e forma divina.
Si domanderà: in quale forma Dio qui — cioè l'Angelo che agiva in vece di Dio — si presentò agli anziani per essere visto? L'Abulense risponde che Dio apparve qui nella forma di una nube luminosa, entro la quale la maestà di Dio sembrava celarsi, così che gli incolti Giudei pensavano che nella parte inferiore di questa nube si trovassero i piedi di Dio, e nella parte superiore verso il cielo il resto del suo corpo; e sotto questo rispetto si dice qui che sotto i piedi di Dio, cioè sotto la parte più bassa della nube, nella quale si credeva fossero i piedi di Dio, vi era come un'opera di pietra di zaffiro; che infatti Dio non sia apparso qui nella forma di un uomo, o di un animale, o di qualcos'altro, risulta chiaro da Deuteronomio capitolo 4, versetto 15, dove si dice: «Non vedeste alcuna immagine nel giorno in cui il Signore vi parlò a Oreb dal mezzo del fuoco; affinché, ingannati, non vi facciate una similitudine scolpita,» ecc.
Altri tuttavia, come Lyra, Gaetano e Prado su Ezechiele capitolo 1, giudicano più correttamente che Dio qui si mostrò in forma umana, ossia nell'aspetto di un magnifico principe e legislatore regale; onde nell'ebraico, invece di «Dio», non si usa il nome tetragrammato di Dio, bensì Elohim, che significa Dio in quanto principe e giudice; di qui anche Dio fu visto qui avere piedi, e avere sotto i piedi uno sgabello di zaffiro: Dio volle infatti con questa apparizione dimostrare e imprimere negli anziani, e attraverso di essi nel popolo, sia la maestà del legislatore sia il senso di timore reverenziale. Girolamo Prado su Ezechiele capitolo 1, e alcuni altri, aggiungono che Dio apparve qui agli anziani come a Mosè in forma umana, assiso su un carro di Cherubini, che quattro esseri viventi, ossia quattro Cherubini con l'aspetto di bue, di aquila, di leone e di uomo, circondavano: nella quale forma Dio fu visto da Ezechiele, capitolo 1, e da San Giovanni, Apocalisse capitolo 4: cosicché secondo il modello e la forma di questa visione Mosè fabbricò l'arca e i Cherubini come una sorta di carro della gloria di Dio; non v'è dubbio infatti che Dio mostrò a Mosè sul Sinai il modello di queste cose, affinché fossero fabbricate secondo di esso; questo è infatti ciò che si dice al capitolo 25, ultimo versetto: «Fallo secondo il modello che ti fu mostrato sul monte.» Ma di ciò parlerò più diffusamente al capitolo 25, versetto 18.
Allegoricamente, questa apparenza umana di Dio come antico legislatore significava l'incarnazione del Verbo come nuovo legislatore. Così Lyra e altri.
All'argomento dell'Abulense si risponde che in Deuteronomio capitolo 4 il discorso non riguarda questa visione segreta e privata che fu concessa a Mosè e agli anziani, bensì quella pubblica che fu concessa a tutto il popolo quando Dio promulgò loro il Decalogo dal Sinai, capitolo 19, 18 e capitolo 20, 18: il popolo infatti era incline all'idolatria; per questo Dio non volle mostrarsi loro in alcuna sembianza di uomo o di animale, affinché non ne fabbricassero un idolo: ma questo pericolo non sussisteva con Mosè e gli anziani, essendo essi uomini saggi e scelti. Onde risulta dal capitolo 25, ultimo versetto, che Dio di fatto mostrò a Mosè il modello dell'arca, dei Cherubini e dell'intero tabernacolo.
E SOTTO I SUOI PIEDI. — Dio infatti appariva qui come un uomo e un principe magnifico. Si noti: Nella Scrittura vengono attribuiti a Dio membra umane, non perché Dio abbia veramente un corpo, come sostenevano gli Antropomorfiti, ma affinché si accomodi alla fantasia e ai sensi degli uomini, e significhi qualcosa di mistico e spirituale che corrisponda appropriatamente ad essi. Onde Sant'Agostino, epistola 111, che tratta della visione di Dio, dice così: «Quando udiamo in Dio le ali, intendiamo la protezione; quando le mani, l'operazione; quando i piedi, la presenza; quando gli occhi, la visione; quando il volto, la conoscenza mediante la quale si fa conoscere.» E nello stesso luogo cita San Girolamo sul Salmo 93 che dice: «Dio è tutto occhio, perché vede ogni cosa; tutto mano, perché opera ogni cosa; tutto piede, perché è ovunque. Vedete dunque che cosa dice: "Chi ha piantato l'orecchio, non udirà? O chi ha formato gli occhi, non considererà?" E non ha detto: "Chi ha piantato l'orecchio; dunque Egli stesso non ha orecchio. Chi ha formato gli occhi; dunque Egli stesso non ha occhi." Ma che cosa ha detto? "Chi ha piantato l'orecchio, non udirà? Chi ha formato gli occhi, non considererà?" Ha tolto le membra, ma ha dato le efficacie.» Tratta di queste cose diffusamente nel libro Sull'essenza della divinità, e San Tommaso, Parte I, Questione 3, articolo 1.
E SOTTO I SUOI PIEDI COME UN'OPERA DI PIETRA DI ZAFFIRO, E COME IL CIELO QUANDO È SERENO, — vale a dire: Sotto i piedi di Dio appariva come un pavimento di zaffiro. Con questo simbolo era significata la splendidissima e prestantissima maestà di Dio, che trascende di gran lunga tutto il fulgore e lo splendore del cielo e delle gemme, e lo calca sotto i piedi. Poiché «lo zaffiro è la gemma delle gemme,» dice l'Abulense; «onde presso gli dèi dei pagani lo zaffiro era tenuto in grande reverenza, perché senza di esso non si davano oracoli.» E Pierio, Geroglifici 41: «Lo zaffiro,» dice, «fu sempre tenuto in grande venerazione presso gli antichi, poiché è manifesto che per suo mezzo venivano significati la sovranità e il sommo sacerdozio.» Onde Eliano, libro 14, capitolo 34, insegna che presso gli Egiziani il sommo sacerdote (che era anche il giudice supremo) portava abitualmente appesa al collo un'immagine fatta di zaffiro, che era chiamata Verità.
Anche al presente il Sommo Pontefice invia uno zaffiro a ciascun Cardinale di nuova creazione. E Rueo, il quale afferma: «Che un tempo lo zaffiro abbia avuto la suprema autorità presso gli uomini e il favore presso gli dèi, l'antichità stessa lo attesta.» Lo zaffiro è infatti bellissimo, perché risplende di punti aurei come stelle. Onde in ebraico è chiamato sappir da «numero», ossia delle stelle; oppure, come dice San Girolamo, da scaphir, cioè «bello». Inoltre, lo zaffiro è efficace «contro la melanconia, e la febbre quartana, e gli umori melanconici,» secondo Avicenna, Alberto Magno e Mattioli, libro 5, capitolo 66. Infine, lo zaffiro, dicono Galeno e Dioscoride, «assunto come bevanda, giova a chi è stato punto da uno scorpione, e si beve contro le ulcerazioni intestinali, e rassoda le membrane rotte, e inibisce le escrescenze e le pustole negli occhi.» Lo zaffiro è dunque simbolo del vigore e della gioia divina.
Anagogicamente, queste cose prefiguravano la solidità, la purezza e l'altezza del regno celeste, nel quale ci è promesso Dio. Così Ruperto e Sant'Agostino, Questione 102. Il colore dello zaffiro è infatti azzurro, cosparso di stelline dorate, così da riflettere l'aspetto del cielo stesso. Ora il colore azzurro che contempliamo nel cielo non è altro che la profondità della luce più alta: questo dunque significa appropriatamente l'immensità della divinità, quasi un oceano di luce incomprensibile, al cui cospetto e nella cui contemplazione l'acume della mente umana sembra svanire del tutto. Inoltre, esso significa la serenità e l'eternità della beatitudine divina.
Allegoricamente, questo sgabello di zaffiro di Dio significava la purissima luminosità della Beata Vergine, nella quale, come su uno sgabello, il Figlio di Dio si degnò di sedere, quando in lei fu concepito e nacque. Così il rabbino Mosè e il rabbino Haccados, citati in Galatino, libro 7, ultimo capitolo.
Nell'ebraico e nei Settanta, al posto di «pietra» vi è «mattone»; hanno infatti: e sotto i suoi piedi come un'opera di mattone di zaffiro. Ma «mattone» qui si intende come «pietra»; onde Vatablo, il Caldeo, R. David e altri qui traducono: come un'opera di pietra di zaffiro. Questo mattone dunque era una pietra, cioè una gemma, quanto alla sua natura e al suo splendore; ma era anche un mattone quanto alla sua forma quadrata, o piuttosto rettangolare; era infatti qui un'immagine del futuro propiziatorio.
Si aggiunga: questa pietra appariva essere un mattone, quanto al suo candore; poiché il mattone in ebraico è chiamato lebenah, cioè «bianco», perché diventa bianco quando è cotto nella fornace. Infine, per mezzo del mattone, dice il rabbino Salomone, Dio significava di ricordarsi dell'afflizione degli Ebrei nel mattone e nell'argilla egiziana, e di averla ora trasformata in zaffiro. Infine, da questo passo gli Ebrei tramandano o congetturano che le tavole di pietra sulle quali Dio iscrisse la legge fossero di zaffiro, come dirò al capitolo 31, ultimo versetto.
Versetto 11: Non stese la sua mano su di loro
E SU COLORO CHE SI ERANO RITIRATI IN DISPARTE DAI FIGLI D'ISRAELE, EGLI NON STESE LA SUA MANO; E VIDERO DIO, E MANGIARONO E BEVVERO. — Così leggono le edizioni romane e tutte le altre, tranne la Complutense, che erroneamente legge: «e anche su coloro», ecc., nel senso contrario. Il significato è: Sugli anziani che si erano allontanati dal popolo comune e erano saliti sul monte con Mosè, Dio non stese la sua mano, cioè Dio non colpì, non danneggiò i principi d'Israele che lo avevano visto; mangiarono infatti e bevvero in seguito, come lieti ed esultanti per questa augusta e dilettevole visione di Dio — il che era prova che non erano stati uccisi né danneggiati da Dio, sebbene sia scritto: «Nessun uomo mi vedrà e vivrà.» Onde un tempo era opinione e timore comune che chiunque avesse visto Dio sarebbe stato colpito a morte da Dio; un esempio di ciò si trova in Manoach, Giudici capitolo 13, 22, e nel popolo dopo aver udito la legge, Deuteronomio capitolo 5, versetto 24. Giustamente dunque Mosè dice qui che questi anziani videro Dio, e tuttavia non furono uccisi né danneggiati. Onde il Caldeo traduce: Sui principi dei figli d'Israele non vi fu alcun danno; poiché la parola ebraica atsile, che significa coloro che sono separati e appartati, significa anche magnati e principi, che sono separati dal popolo comune per onore e grado. Ora «stendere la mano» su qualcuno significa colpire o danneggiare qualcuno. Vatablo e i commentatori più recenti seguono generalmente il Caldeo, come se Mosè dicesse: Non fu lecito al popolo comune e a coloro che stavano con il popolo vedere Dio in una qualche immagine sensibile, affinché non ne fabbricassero un idolo; ma agli anziani che erano separati dal popolo, e, come traducono i Settanta, gli eletti dei figli d'Israele, fu lecito vedere Dio in questo modo: essi erano infatti uomini prudenti, fedeli, costanti e timorati di Dio. L'Abulense spiega queste cose diversamente, ossia così: Gli anziani del popolo videro il Dio d'Israele, eppure Dio stesso non stese la sua mano su coloro che erano lontani, cioè non si nascose al popolo che era lontano, ma piuttosto si manifestò ad esso, come anche agli anziani; poiché «porre la mano» talvolta presso gli Ebrei significa nascondere, come risulta da Esodo capitolo 33, versetto 22. Ma questo senso è più remoto e oscuro; il primo dunque è quello genuino.
Versetto 13: Mosè salendo sul monte di Dio
MOSÈ SALENDO SUL MONTE DI DIO, — cioè verso le parti più alte del monte Sinai: donde in seguito fu chiamato alla cima stessa per ricevere le tavole della legge il settimo giorno. Così Ugo.
E GIOSUÈ SUO MINISTRO. — Si veda qui come Mosè si accontentasse di un solo ministro. Dunque Mosè, principe, condottiero, legislatore e sommo sacerdote del popolo, condusse una vita di povertà nel suo governo, avvalendosi soltanto di Giosuè come suo ministro; non volle una folla di servi, cavalli e carrozze. Viveva anche quotidianamente dello stesso cibo, anzi della stessa porzione di cibo degli altri Ebrei, ossia un omer di manna, per dare ai posteri e ai principi un esempio di modestia, frugalità e temperanza, con le quali dovrebbero rendersi uguali al popolo per quanto possibile, e non gravarlo di tributi per il proprio lusso; né dovrebbero ambiziosamente esaltarsi fra di esso o sforzarsi di dominarlo con superbia.
Versetto 14: Aspettate qui finché non torniamo
DISSE AGLI ANZIANI: ASPETTATE QUI. — Cioè qui con il popolo; il «qui» va inteso in senso ampio, e forse Mosè indicava con il dito gli accampamenti stessi del popolo, come a dire: È sufficiente, o anziani, che mi abbiate accompagnato fin qui e abbiate adorato il Signore; restate qui, non salite con me, ma tornate agli accampamenti, affinché presiediate al popolo e lo manteniate nell'ordine; negli accampamenti infatti, poco dopo, Aronne fabbricò il vitello d'oro per il popolo, e perciò fu trovato e rimproverato da Mosè, che discendeva dal monte con il solo Giosuè.
SE SORGERÀ QUALCHE QUESTIONE, LA RIFERIRETE A LORO. — Nell'ebraico: un uomo di parole, cioè di cause o dispute, colui che cioè ha una qualche causa o disputa, «verrà dinanzi a loro», cioè dinanzi a Cur e Aronne affinché essi decidano la causa: dal popolo dunque agli accampamenti presso gli anziani, e da questi a Cur e Aronne, si comanda qui di riferire le questioni sorte in assenza di Mosè.
Versetto 16: La gloria del Signore dimorò sul Sinai
E LA GLORIA DEL SIGNORE DIMORÒ SUL SINAI. — «Gloria», cioè la maestà del Signore che si manifesta attraverso apparenze meravigliose, ossia la caligine e il fuoco.
COPRENDOLO CON UNA NUBE PER SEI GIORNI. — Dio volle che durante questi sei giorni Mosè fosse distolto e purificato da ogni pensiero e cura terrena, e fosse elevato dalla speranza e dalla preghiera alla contemplazione delle cose celesti, e così fosse preparato alla conversazione con Dio, o meglio con l'angelo.
Versetto 17: Come fuoco ardente sulla cima del monte
E L'ASPETTO DELLA GLORIA DEL SIGNORE ERA COME UN FUOCO ARDENTE. — La parola «come» qui non indica una somiglianza, ma la verità della cosa, come in Giovanni capitolo 1, versetto 14: «Lo vedemmo come l'Unigenito.» E 1 Corinzi capitolo 3, versetto 15: «Sarà salvo, tuttavia come attraverso il fuoco.» E 1 Pietro capitolo 2, versetto 13: «Sia al re come a chi eccelle;» qui dunque vi era una vera apparenza di fuoco, e un vero fuoco.
Questa visione era diversa da quella degli anziani al versetto 10. Qui infatti tutto il popolo vide soltanto l'apparenza del fuoco, come anche al capitolo 20, versetto 18. La nube dunque copriva l'intero monte, ma alla sua sommità spiccava l'apparenza del fuoco, che era segno di Dio, e questa visione rimase per tutti i 40 giorni durante i quali Mosè fu sul monte, affinché gli Israeliti non disperassero del suo ritorno.
Versetto 18: Mosè entrò in mezzo alla nube
E MOSÈ ENTRÒ IN MEZZO ALLA NUBE E SALÌ SUL MONTE. — Lasciato Giosuè sul monte, Mosè salì più in alto verso la cima del monte, per conversare con l'angelo che agiva in vece di Dio e per ricevere le tavole della legge.
Tropologicamente, chiunque cerca Dio e desidera conversare con Lui deve ritirarsi nella nube, cioè nel segreto del cuore, deve disprezzare tutte le cose visibili, deve cercare le cose eccelse e trasferire la propria mente alle realtà invisibili. Così Gregorio di Nissa e Ruperto.
Così nelle Vite dei Padri, libro 6, verso la fine, dicono gli anziani: «Quando Mosè entrava nella nube, parlava con Dio; ma quando usciva dalla nube, stava con il popolo. Così anche il monaco: quando è nella sua cella, parla con Dio; ma uscendo dalla cella, sta con i demoni.» Ancora, nel libro 5, capitolo 7, numero 38, dice l'anziano: «La cella del monaco è quella fornace babilonese dove i tre giovani trovarono il Figlio di Dio; ma è anche la colonna di nube dalla quale Dio parlò a Mosè.» Ed è aurea quella sentenza del Beato Nilo, che fu discepolo di San Giovanni Crisostomo: «Chi ama la quiete rimane impenetrabile alle frecce del nemico; ma chi si mescola alla moltitudine riceverà ferite frequenti.»
E VI RIMASE QUARANTA GIORNI. — Si aggiunge in Deuteronomio 9, 9, che durante quei quaranta giorni Mosè non mangiò nulla e non bevve nulla; Mosè viveva allora della parola e della conversazione di Dio, ed era sostenuto dalla potenza divina insieme a Giosuè. Per lo stesso numero di giorni Giosuè rimase ad aspettare il ritorno di Mosè in quel luogo dal quale si era allontanato (essendo stato Mosè chiamato alla cima), dedito alla contemplazione, com'è ragionevole credere, sull'esempio di Mosè; ma se Giosuè, come Mosè, sia vissuto senza cibo né bevanda per quaranta giorni, è incerto. L'Abulense ritiene che Giosuè si nutrisse della manna che cadeva là, e del torrente che in Deuteronomio 9, 21 si dice scendere dal monte.
Alcuni pensano che Mosè, oltre ai sei giorni menzionati al versetto 16, abbia trascorso altri quaranta giorni sul monte con Dio, così che in tutto vi sarebbe rimasto quarantasei giorni. Ma è più vero che egli rimase sul monte complessivamente soltanto quaranta giorni, e ciò si ricava da Deuteronomio 9, 9, 11 e 18. I sei giorni dunque menzionati al versetto 16 sono compresi entro questi quaranta.
Si noti: Il numero quaranta è frequente e sacro nella Scrittura attraverso il digiuno di Mosè, di Elia e di Cristo. Ancora, attraverso le 42 stazioni, o tappe degli Ebrei nel deserto; inoltre attraverso i 40 anni della loro peregrinazione nel medesimo, durante i quali, continuamente privi di cibo terreno, furono nutriti con la manna celeste, fino a che giunsero alla terra promessa: così come i Cristiani durante i 40 giorni di digiuno tendono alla risurrezione; e questi giorni di digiuno, a motivo di quell'antica figura della peregrinazione e delle tappe degli Ebrei nel deserto, sono chiamati «stazioni» anche dai Padri, come da Cassiano, Conferenze 21, capitoli 28 e 29, dove chiama anche la Quaresima la decima annuale, perché essa stessa è la decima parte dell'anno, e così attraverso di essa paghiamo, per così dire, le decime dell'anno a Dio. Sono così chiamati anche da Erma, che è detto anche il Pastore, libro 3, capitolo 5: «Che cos'è un digiuno?» dice. «È una stazione,» perché è, per così dire, un giorno stabilito per il digiuno; e da Sant'Ambrogio, sermone 25: «I digiuni sono chiamati stazioni,» dice, «perché stando e permanendo in essi, respingiamo i nemici che tendono insidie;» e da Tertulliano, nel libro Sulla preghiera alla fine, dove dice: «La stazione va sciolta ricevendo il corpo del Signore (anticamente infatti i Cristiani si riunivano quasi quotidianamente alla sera per la preghiera, come per una stazione, e in essa, digiuni, celebravano la cena di Cristo e comunicavano; digiunavano infatti fino a sera, cioè fino alla cena eucaristica). Ma se il termine "stazione" prende il nome dall'uso militare (poiché anche noi siamo soldati di Dio), allora certo nessuna tristezza o gioia che sopraggiunga all'accampamento annulla le stazioni dei soldati; poiché la gioia amministrerà la disciplina più volentieri, e la tristezza più diligentemente.» Così Tertulliano; lo stesso autore, nel libro Sul digiuno: «Le stazioni del quarto e del sesto giorno della settimana,» dice, cioè i digiuni. Si veda la nota di Pammelio sul libro di Tertulliano Sulla preghiera, alla fine.
Così Simeone Stilita — che stette su una colonna giorno e notte per ottant'anni, e trascorse ventotto Quaresime intere senza alcun cibo né bevanda, cosicché fu giustamente considerato un prodigio del mondo, e sembrava essere non tanto un uomo quanto un angelo. Ma se ne ascoltino altri, e tutti semplici uomini: Luciano nel Filopatri attesta che i Cristiani erano soliti osservare il digiuno quaresimale così rigorosamente da passare dieci giorni senza cibo. Gregorio di Nazianzo scrive a Ellenio che vi erano molti monaci nel Ponto che si astenevano dal cibo per venti giorni e notti interi, imitando la metà del digiuno di Cristo e di Mosè, e attesta che uno di questi era sotto la sua autorità. Sant'Agostino, epistola 86 a Casulano, riferisce di aver conosciuto alcuni che osservavano un digiuno perpetuo oltre una settimana; e aggiunge: «Che un certo individuo abbia raggiunto il numero stesso di quaranta, ci fu assicurato da fratelli degni di fede.» San Girolamo, epistola 7 a Leta, sull'educazione della figlia, vietando i pesi dell'astinenza in tenera età: «In Quaresima tuttavia,» dice, «bisogna spiegare le vele della temperanza, e l'auriga deve allentare tutte le redini ai cavalli che si precipitano.» Lo stesso autore, scrivendo a Marcella riguardo ad Asella: «Quando,» dice, «si nutriva per tutto l'anno con un digiuno ininterrotto, rimanendo così per due o tre giorni alla volta; allora poi in Quaresima spiegava le vele della sua nave, congiungendo quasi intere settimane con volto lieto, e così giunse al cinquantesimo anno di età, senza che lo stomaco le dolesse né fosse tormentata da lesioni alle viscere.» L'imperatore Giustiniano conduceva una vita dura in Quaresima: «Si asteneva dal cibo per due giorni; quando desiderava cibo, voleva che vino, pane e alimenti simili fossero assenti; mangiava soltanto cavoli ed erbe selvatiche macerate con sale e aceto; la sua unica bevanda era acqua, e non usava neppure questi fino a sazietà; ma, assaggiato brevemente il cibo che aveva richiesto, presto lo metteva da parte, non avendo consumato abbastanza per la natura,» dice Procopio, libro I, Sugli edifici dell'imperatore Giustiniano; e così, armato di digiuno, vinse i Persiani, i Goti, i Vandali e altri barbari.
Gli antichi monaci si ritiravano nel deserto durante la Quaresima, interamente dediti al digiuno e alla contemplazione, come narra Zosima nella Vita di Santa Maria Egiziaca. San Francesco, oltre alla Quaresima pasquale, digiunava due ulteriori periodi quaresimali: uno prima della festa dell'Assunzione, in onore della Beata Vergine; un altro dopo quella festa, in onore dei Santi Angeli: onde alla fine di questo digiuno, come ricompensa, ricevette le sacre stimmate di Cristo, impresse su di lui dal Serafino. Così dice San Bonaventura nella sua Vita. I monaci di Tabennesi trascorrevano la Quaresima con cibi non cotti al fuoco; l'abate Paolo di Galazia con una misura di lenticchie e un piccolo vaso d'acqua; Adolio mangiando soltanto ogni cinque giorni; Macario di Alessandria non mangiando nulla tranne poche foglie crude di cavolo la domenica, senza mai piegare il ginocchio, senza mai giacere, sempre in piedi. Così è riferito nelle Vite dei Padri.
Simbolicamente, Beda dice: Mosè fu con il Signore quaranta giorni, affinché con questo numero apprendesse che soltanto coloro possono adempiere il Decalogo ai quali la verità della grazia evangelica, da descrivere in quattro libri (i Vangeli), avrebbe dato aiuto; poiché quattro per dieci fa quaranta. Ancora, con questo numero quaranta erano significati i dieci comandamenti, che durante questi quaranta giorni Mosè ricevette da Dio, da divulgare nelle quattro plaghe del mondo, cioè a tutte le nazioni, nel tempo del Vangelo.