Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Si descrive la quarta specie di sacrificio, ossia l'offerta per il peccato, e precisamente per un peccato commesso per ignoranza. Questo sacrificio era quadruplice: il primo, per il peccato del sommo sacerdote, che era un giovenco, versetto 3; il secondo, per il peccato del popolo, che era un giovenco, versetto 13; il terzo, per il peccato di un principe, che era un capro, versetto 22; il quarto, per il peccato di un privato cittadino, che era una capra, versetto 27, oppure una pecora, versetto 32.
Testo della Vulgata: Levitico 4,1-35
1. E il Signore parlò a Mosè, dicendo: 2. Parla ai figli d'Israele: Quando un'anima avrà peccato per ignoranza, e avrà fatto qualcosa contro tutti i comandamenti del Signore che egli comandò di non fare: 3. se il sacerdote che è unto avrà peccato, facendo peccare il popolo, offrirà per il suo peccato un giovenco senza macchia al Signore; 4. e lo condurrà alla porta del tabernacolo della testimonianza davanti al Signore, e porrà la mano sul suo capo, e lo sacrificherà al Signore. 5. Prenderà anche del sangue del giovenco, portandolo nel tabernacolo della testimonianza. 6. E dopo aver intinto il dito nel sangue, lo aspergerà sette volte davanti al Signore contro il velo del Santuario. 7. E porrà dello stesso sangue sulle corna dell'altare dell'incenso gratissimo al Signore, che è nel tabernacolo della testimonianza. E tutto il restante sangue lo verserà alla base dell'altare dell'olocausto all'ingresso del tabernacolo. 8. E toglierà il grasso del giovenco per il peccato, sia quello che ricopre le viscere, sia tutto ciò che è all'interno: 9. i due reni con il grasso che ricopre i fianchi, e la rete del fegato con i reni; 10. come si toglie dalla vittima del sacrificio pacifico; e li brucerà sull'altare dell'olocausto. 11. Ma la pelle e tutte le carni, con il capo, e le zampe, e gli intestini, e lo sterco, 12. e il resto del corpo, lo porterà fuori dell'accampamento in un luogo puro, dove si sogliono versare le ceneri, e li brucerà su una catasta di legna; nel luogo dove si versano le ceneri saranno bruciati. 13. E se tutta la moltitudine d'Israele avrà ignorato, e per imperizia avrà fatto ciò che è contro il comandamento del Signore, 14. e in seguito avrà compreso il suo peccato, offrirà un vitello per il suo peccato e lo condurrà alla porta del tabernacolo. 15. E gli anziani del popolo porranno le mani sul suo capo davanti al Signore. E immolato il vitello al cospetto del Signore, 16. il sacerdote che è unto porterà del suo sangue nel tabernacolo della testimonianza, 17. e intinto il dito aspergerà sette volte contro il velo. 18. E porrà dello stesso sangue sulle corna dell'altare che è davanti al Signore, nel tabernacolo della testimonianza; e il restante sangue lo verserà presso la base dell'altare degli olocausti, che è alla porta del tabernacolo della testimonianza. 19. E tutto il suo grasso toglierà, e lo brucerà sull'altare; 20. facendo con questo vitello come fece anche prima; e pregando il sacerdote per loro, il Signore sarà loro propizio. 21. Ma il vitello stesso lo porterà fuori dell'accampamento e lo brucerà come il primo vitello; perché è per il peccato della moltitudine. 22. Se un principe avrà peccato, e per ignoranza avrà fatto una delle cose che la legge del Signore proibisce, 23. e in seguito avrà conosciuto il suo peccato, offrirà un sacrificio al Signore, un capro dalle capre senza macchia; 24. e porrà la mano sul suo capo. E dopo averlo immolato nel luogo dove si suole macellare l'olocausto davanti al Signore, poiché è per il peccato, 25. il sacerdote intingerà il dito nel sangue della vittima per il peccato, toccando le corna dell'altare dell'olocausto, e versando il resto alla sua base. 26. Ma il grasso lo brucerà sopra, come si suol fare con le vittime dei sacrifici pacifici; e il sacerdote pregherà per lui e per il suo peccato, e gli sarà perdonato. 27. E se un'anima del popolo della terra avrà peccato per ignoranza, facendo qualcuna delle cose che la legge del Signore proibisce, e avrà mancato, 28. e avrà conosciuto il suo peccato, offrirà una capra senza macchia. 29. E porrà la mano sul capo della vittima che è per il peccato, e la immolerà nel luogo dell'olocausto. 30. E il sacerdote prenderà del sangue col suo dito, e toccherà le corna dell'altare dell'olocausto, e verserà il resto alla sua base. 31. Ma togliendone tutto il grasso, come si suol togliere dalle vittime dei sacrifici pacifici, lo brucerà sull'altare in soave odore al Signore; e pregherà per lui, e gli sarà perdonato. 32. Ma se dal bestiame offrirà una vittima per il peccato, cioè una pecora senza macchia, 33. porrà la mano sul suo capo e la immolerà nel luogo dove si sogliono macellare le vittime degli olocausti. 34. E il sacerdote prenderà del suo sangue col suo dito, e toccherà le corna dell'altare dell'olocausto, e il resto lo verserà alla sua base. 35. Toglierà anche tutto il grasso, come si suol togliere il grasso dell'ariete che si offre per i sacrifici pacifici; e lo brucerà sull'altare, come offerta fatta mediante il fuoco al Signore; e il sacerdote pregherà per lui e per il suo peccato, e gli sarà perdonato.
Versetto 2: Di tutti i comandamenti del Signore
I COMANDAMENTI — vale a dire, da qualche comandamento proibitivo. Donde segue: «Che comandò di non fare;» infatti come gli Ebrei spesso pongono gli atti per gli oggetti, come l'amore per la cosa amata, il timore per la cosa temuta (nel qual modo Dio è detto nostro amore e nostro timore, vedi Canone 21): così parimenti pongono la legge o il comandamento per la cosa che dalla legge o dal comandamento è vietata. Così Gaetano.
Poiché l'errore può cadere assolutamente su tutte le cose, almeno l'errore di fatto, il quale doveva essere espiato mediante sacrificio. Se infatti qualcuno avesse violato non per ignoranza ma consapevolmente quelle cose che sono comandate nel Decalogo, e ciò fosse divenuto pubblico, la colpa non sarebbe stata espiata mediante sacrificio, ma mediante la pena e la multa inflitta dal giudice, come risulta da Deuteronomio capitolo 19, 12 e dall'ultimo capitolo, e altrove. Donde segue qui che si tratta di un peccato occulto, non pubblico, come insegna Giuseppe Flavio, libro III, capitolo 10, e da lui Ribera; un peccato pubblico infatti sarebbe stato punito dal giudice; il giudice infatti non avrebbe ammesso la scusa dell'ignoranza, poiché in giudizio quando si tratta di un crimine, si presume che il reo conoscesse la legge e la natura del suo atto, a meno che egli stesso non provi il contrario.
Che comandò di non fare
CHE COMANDÒ DI NON FARE. — In ebraico è: che non si faranno, cioè che per legge di Dio non si devono fare, vale a dire: chiunque faccia qualcosa di proibito dalla legge, o chiunque faccia qualcosa contro la legge, e abbia peccato, sia per commissione sia per omissione; infatti non solo i precetti negativi ma anche quelli affermativi, come comandano la cosa che prescrivono, così proibiscono il suo contrario e la sua omissione — per esempio, quando si dice: Onora tuo padre, si comanda l'onore del padre, e al tempo stesso si proibisce il disprezzo e l'omissione dell'onore dovuto al padre.
Versetto 3: Se il sacerdote che è unto avrà peccato
3. SE IL SACERDOTE, CHE È UNTO, AVRÀ PECCATO. — «Sacerdote», cioè il sommo sacerdote; infatti i Settanta hanno archiereis, e i Caldei, il sacerdote grande; il suo peccato infatti, a motivo della dignità della sua persona, era il più grave. Perciò è posto qui al primo posto, e si ordina che sia espiato con la vittima più grande, vale a dire un giovenco.
Che è unto
CHE È UNTO — dopo essere stato consacrato. Così i Settanta, che traducono ho kechhrismenos; se infatti il sommo sacerdote designato avesse peccato prima di essere consacrato, allora la vittima di un privato cittadino o di un principe lo avrebbe espiato. Così Ribera.
Facendo peccare il popolo
FACENDO PECCARE IL POPOLO. — In ebraico: Se pecca al peccato del popolo, cioè affinché col suo peccato scandalizzi e faccia peccare il popolo. Si può in secondo luogo tradurre: se pecca secondo il peccato del popolo, o come il popolo è solito peccare; con il che la legge tacitamente indica che non è proprio del sommo sacerdote peccare, ma del popolo; è infatti proprio del sommo sacerdote intercedere per i peccati del popolo.
Applicazione morale — L'umiltà del sommo sacerdote
Moralmente Origene dice: Il sommo sacerdote è qui ammonito della sua debolezza, affinché umilmente riconosca e comprenda il suo peccato; infatti chi non pensa di aver peccato non si corregge mai. Al tempo stesso gli si insegna a perdonare facilmente i peccatori; infatti, come diceva Didone: Non ignara di sventura, imparo a soccorrere i miseri.
Versetto 4: E lo immolerà al Signore
4. E LO IMMOLERÀ AL SIGNORE. — Cioè lo stesso sommo sacerdote che peccò, come è stato detto sopra; non viene infatti qui nominato un altro sacerdote inferiore per farlo, come fu nominato nel capitolo 1, versetto 5, nel sacrificio di un laico, riguardo al quale tuttavia vi era meno dubbio che dovesse essere compiuto da Aronne e dai suoi figli. Inoltre, il sommo sacerdote che aveva peccato era tenuto a imporre le mani sulla propria vittima, come segue, e ad immolarla egli stesso; tutte queste cose infatti tendono al medesimo fine e si riferiscono al medesimo sommo sacerdote che peccò. Così Ribera da Filone, contro l'Abulense.
Versetto 6: Aspergerà sette volte davanti al Signore
6. Aspergerà (col sangue del giovenco immolato da lui e per sé stesso) sette volte davanti al Signore contro il velo DEL SANTUARIO — cioè contro il velo del Santo dei Santi, dove Dio manifesta la sua presenza nel propiziatorio. Aspergendo dunque il sangue davanti al velo del Santo dei Santi, si diceva che lo aspergeva davanti al Signore.
Nota sul numero sette
Nota: «Aspergerà sette volte,» affinché si compia un'espiazione perfetta. Col numero sette infatti si significa la perfezione: così i sette peccati capitali comprendono tutti i peccati.
Peculiarità del sacrificio per il sommo sacerdote
Si noti che molte cose erano peculiari in questo sacrificio, come anche nel sacrificio per il peccato di tutto il popolo, come risulta a chi legge e confronta il testo, e ciò allo scopo di significare attraverso di esse la gravità del peccato sia del sacerdote, ossia del sommo sacerdote, sia di tutto il popolo.
Versetto 7: Alla base dell'altare all'ingresso
7. Alla base (presso la base, come risulta dal versetto 18) DELL'ALTARE (che è) ALL'INGRESSO (presso l'ingresso) DEL TABERNACOLO.
Versetto 8: E toglierà il grasso
8. E OFFRIRÀ IL GRASSO DEL GIOVENCO. — Correggi in: toglierà, cioè dal giovenco, per offrirlo e bruciarlo a Dio. Così il testo ebraico, caldeo, greco e romano.
Sia quello che ricopre gli organi vitali
SIA QUELLO CHE RICOPRE GLI ORGANI VITALI, SIA TUTTO CIÒ CHE È ALL'INTERNO — vale a dire: toglierà e offrirà tutto il grasso, sia quello che ricopre gli organi vitali, cioè il cuore e i precordi, sia quello che è dentro gli stessi organi vitali e le viscere. Così il testo ebraico.
Versetto 10: Come si toglie
10. COME SI TOGLIE. — Correggi in: si toglie, secondo quanto ho detto al versetto 8.
Versetti 11-12: Il rito della vittima per il peccato del sommo sacerdote
11 e 12. MA LA PELLE E TUTTE LE CARNI, COL CAPO, E LE ZAMPE, E GLI INTESTINI, E LO STERCO, E IL RESTO DEL CORPO LO PORTERÀ FUORI DELL'ACCAMPAMENTO IN UN LUOGO PURO, DOVE SI SOGLIONO VERSARE LE CENERI, E LI BRUCERÀ. — Nota: Questo era il rito della vittima per il peccato del sommo sacerdote. Primo, il sommo sacerdote stesso conduceva all'altare la sua vittima, cioè il giovenco, e gli imponeva le mani, come invocando e ponendo su di esso il suo peccato. Secondo, lo sgozzava e lo immolava lì stesso. Terzo, raccoglieva il suo sangue in un bacile, che portava nel tabernacolo, aspergendone sette volte il velo opposto al Santo dei Santi, e con il medesimo ungendo le corna dell'altare dell'incenso; il sangue restante lo riportava nell'atrio, e lo versava presso la base dell'altare degli olocausti. Quarto, sull'altare degli olocausti bruciava il grasso e i reni di questa vittima, cioè del giovenco. Quinto, il resto della vittima, cioè l'intero giovenco, con la pelle, gli intestini e lo sterco, lo portava fuori dell'accampamento, e bruciava tutto in un luogo puro dove si solevano versare le ceneri delle vittime.
Perché la vittima veniva bruciata fuori dell'accampamento
Si chiede perché Dio comandò che questo giovenco offerto per il peccato del sommo sacerdote, come pure il giovenco offerto per il peccato di tutto il popolo, fosse interamente bruciato con la sua pelle, non sull'altare, ma fuori dell'accampamento.
Rispondo: La ragione letterale di questa cerimonia era, in primo luogo, suscitare nei Giudei un immenso odio e orrore per il peccato; essa infatti tacitamente significava che, come la vittima per il peccato veniva bruciata fuori dell'accampamento, così a maggior ragione il peccato stesso e i peccatori dovevano essere bruciati fuori del mondo nell'inferno. In secondo luogo, nessuno, dice Filone nel suo libro Sulle vittime, è più eminente del sommo sacerdote o dell'intero popolo, che potesse essere presentato come intercessore presso Dio per chi pecca, cosicché con questa disposizione, secondo la legge qui prescritta nel capitolo 6, versetto 26, potesse mangiare le loro vittime per il peccato; resta dunque che quelle vittime vengano bruciate fuori dell'accampamento. Teodoreto aggiunge, nella Questione III, che l'intera vittima viene bruciata con la pelle per dimostrare che il sacerdote, ossia il sommo sacerdote, ha dedicato non parzialmente ma tutto sé stesso e tutti i suoi beni al Dio dell'universo, e poiché attraverso il peccato ha sottratto qualcosa di sé a Dio, perciò consacra e immola per sé stesso l'intero giovenco a Dio. In terzo luogo e propriamente, questa cerimonia era una tacita preghiera con la quale il sommo sacerdote chiedeva a Dio che quei peccati del sommo sacerdote, o di tutto il popolo — cioè le pene dovute ai loro peccati — non toccassero né danneggiassero il popolo stesso, ma che con la vittima del capro e del giovenco fossero, per così dire, offerti, bruciati e aboliti fuori dell'accampamento del popolo.
I peccati del sommo sacerdote equiparati a quelli del popolo
Si noti qui che i peccati del sommo sacerdote, in quanto persona pubblica e capo dell'intero popolo, erano equiparati ai peccati di tutto il popolo; infatti la vittima per il peccato del sommo sacerdote, come la vittima per il peccato del popolo, doveva essere bruciata fuori dell'accampamento, per significare che il peccato del sommo sacerdote, in quanto capo, contaminava l'intero accampamento del popolo. Gli altri peccati dei privati invece venivano espiati mediante una vittima immolata all'interno dell'accampamento stesso e nell'atrio stesso del tabernacolo, e non si consideravano capaci di contaminare, macchiare o inquinare l'intero accampamento.
Ragione allegorica — Cristo fuori dell'accampamento
L'Apostolo dà la ragione allegorica di questa cerimonia in Ebrei 13,12, ossia che mediante questa cerimonia veniva significato che «Cristo fuori dell'accampamento,» cioè fuori della porta della città di Gerusalemme (poiché l'accampamento aveva le sue porte, ed era come una città col suo tabernacolo e tempio ambulante e mobile attraverso il deserto), doveva essere torturato sulla croce, e che, abolito il tabernacolo e il tempio dell'accampamento giudaico, avrebbe istituito con la sua morte la Chiesa delle genti da diffondersi per tutto il mondo. Questo è infatti ciò che dice San Leone, nel Sermone 9 Sulla Passione: «Non dentro le mura della città destinata ad essere distrutta per il suo delitto, ma fuori e oltre l'accampamento Cristo fu crocifisso, affinché, cessando il mistero delle antiche vittime, una nuova vittima fosse posta su un nuovo altare, e la croce di Cristo fosse l'altare non del tempio ma del mondo.» Donde anche San Giovanni, capitolo 11, versetto 53, dice che Cristo fu destinato alla morte «per la nazione» dei Giudei, «e non soltanto per la nazione, ma affinché radunasse in uno i figli di Dio che erano» dispersi per tutto il mondo fra le genti. Infine, il sangue delle vittime che espiava il Luogo Santo e il Santo dei Santi, come risulta dal capitolo 16, versetto 15, significava che Cristo col suo sangue avrebbe espiato la Chiesa e il cielo stesso — non come se il cielo fosse in sé impuro, ma perché legalmente e simbolicamente era considerato impuro e come macchiato da una sorta di aspersione di peccato (il peccato infatti per una certa valutazione morale si considera, e nella Scrittura si dice, contaminare la terra stessa, i cieli e tutto il mondo), e perciò chiuso, così come un tempio contaminato viene chiuso. Cristo dunque, espiando i nostri peccati col suo sangue, è considerato aver in certo modo espiato e riconciliato anche il cielo stesso, come contaminato dai nostri peccati, quando lo aprì e lo dischiuse per noi. Così Radulfo qui nel capitolo 16.
Ragione tropologica — Usciamo fuori dell'accampamento
L'Apostolo dà la ragione tropologica di questa cerimonia in Ebrei 13,13, ossia che questa cerimonia significava che tutti noi che desideriamo accostarci a Cristo, altare eucaristico, dobbiamo uscire «fuori dell'accampamento» della pompa, dei piaceri, del lusso e delle leggi del tabernacolo, cioè di questo mondo caduco e transitorio, per portare l'obbrobrio della croce di Cristo — imitando e abbracciando volontariamente l'ignominia, la povertà, l'astinenza, l'umiltà, il disprezzo, le persecuzioni, i tormenti e il martirio di Cristo. Con queste parole infatti l'Apostolo esorta gli Ebrei a sostenere coraggiosamente le persecuzioni, le ingiurie e tutte le cose terribili dei Giudei per la fede in Cristo, e a gloriarsi di esse, come coloro che escono con Cristo fuori dell'accampamento del giudaismo e della prosperità mondana, portando l'obbrobrio della sua croce. Così «gli Apostoli se ne andavano gioiosi dalla presenza del sinedrio, perché erano stati giudicati degni di patire insulto per il nome di Gesù.» Usciamo dunque anche noi carichi di obbrobri, sputacchiati e colmi di mille insulti, portando la nostra croce con Cristo. Usciamo, dico, lieti, fiduciosi e animosi, con un così grande condottiero come Cristo che ci precede, e diciamo con Paolo: «Il mondo è crocifisso per me, e io per il mondo.» Così Procopio e Cirillo, libro 15 Sull'adorazione, e anche Teodoreto, San Tommaso, Anselmo e Teofilatto su Ebrei capitolo 13.
Ragione anagogica — Non abbiamo qui una città stabile
Paolo dà la ragione anagogica nello stesso luogo, versetto 14, ossia che mediante questa cerimonia veniva prefigurato che in questa vita e in questo mondo non abbiamo una città stabile, ma che vi dimoriamo come in accampamenti e in tende, affinché sappiamo che qui siamo pellegrini e soldati, i quali devono cercare la città futura nei cieli, e per essa combattere generosamente contro la carne, il mondo e il diavolo, e tendervi e protendersi con tutte le forze. Beda aggiunge: Cristo, dice, fu offerto in cielo come dono per gli Angeli e i Beati, che egli beatifica con la visione della sua umanità e divinità; ma in terra fu offerto per il peccato, cioè soffrì fuori dell'accampamento degli Angeli e dei Beati, dei quali Giacobbe disse: «Questi sono gli accampamenti di Dio,» Genesi 32,2.
Versetto 12: Lo porterà fuori in un luogo puro
12. LO PORTERÀ FUORI DELL'ACCAMPAMENTO IN UN LUOGO PURO. — Infatti, sebbene questo sacrificio fosse per il peccato del sommo sacerdote, e perciò la vittima venisse bruciata fuori dell'accampamento, tuttavia poiché questo sacrificio espiatorio era santo e puro, per questo si sceglieva per esso un luogo puro, e le ceneri della vittima, come reliquie del sacrificio, dovevano essere riposte in un luogo puro, affinché non fossero calpestate dal popolo o trattate irriverentemente.
Dove si sogliono versare le ceneri
DOVE SI SOGLIONO VERSARE LE CENERI. — Nota: Le ceneri delle vittime venivano dapprima versate nell'atrio, presso l'altare degli olocausti, e di là venivano portate al luogo puro, di cui qui si tratta, fuori dell'accampamento, nel quale questo giovenco ucciso per il peccato del sommo sacerdote viene comandato di essere bruciato.
Significato tropologico — I peccati dei sacerdoti
Tropologicamente si significa qui che non è lecito gettare i peccati dei sacerdoti in pubblico, né in un luogo impuro, cioè nelle combriccole dei detrattori e sulle lingue profane e maldicenti, ma che bisogna aver cura che li confessino, e che tutti i loro residui siano consumati dal fuoco della carità e coperti da un perpetuo silenzio, affinché nulla rimanga che possa essere tratto in esempio. Così Ribera, libro 4 Sul tempio, capitolo 7, il quale applica tropologicamente tutto il resto e lo adatta punto per punto.
Versetto 13: Ma se tutta la moltitudine d'Israele avrà ignorato
13. MA SE TUTTA LA MOLTITUDINE D'ISRAELE AVRÀ IGNORATO. — Vale a dire: se tutto il popolo dei Giudei, o certamente la sua parte maggiore, avrà peccato per ignoranza. Questa è la seconda vittima per il peccato, cioè quella dell'intero popolo.
Nota sulla medesima vittima e sul medesimo rito
Nota: La medesima vittima fu prescritta per il peccato del popolo come fu prescritta per il peccato del sommo sacerdote, cioè un giovenco. E il rito dell'immolazione di entrambi era il medesimo, che ho descritto al versetto 11, salvo che nel peccato del popolo non era il sommo sacerdote ma gli anziani del popolo a imporre le mani sulla vittima per l'intero popolo.
Versetti 15-16: Il sacerdote che è unto porterà dentro
15 e 16. E immolato il vitello al cospetto del Signore, IL SACERDOTE CHE È UNTO PORTERÀ DENTRO — cioè il sommo sacerdote; poiché il peccato dell'intero popolo era molto grave, perciò il solo sommo sacerdote lo espiava; soprattutto perché questo sacrificio per il peccato del popolo era figura dell'espiazione della colpa dell'intero genere umano, che solo Cristo nostro Sommo Sacerdote poté compiere.
Versetto 18: Dell'altare che è davanti al Signore
18. DELL'ALTARE CHE È DAVANTI AL SIGNORE — cioè dell'altare dell'incenso, che nel Luogo Santo era rivolto verso il propiziatorio, nel quale risiedeva Dio. CHE È ALLA PORTA (alla, cioè presso la porta) DEL TABERNACOLO.
Versetto 20: Il Signore sarà loro propizio
20. Pregando il sacerdote (il sommo sacerdote) per loro, IL SIGNORE SARÀ LORO PROPIZIO — vale a dire: il Signore, placato da questo sacrificio, non infliggerà al popolo la punizione in questa vita, che altrimenti avrebbe inflitto; quanto infatti alla colpa e alla pena dell'altra vita, queste non venivano tolte dal sacrificio o dalla preghiera del sacerdote, ma dalla contrizione di coloro che avevano peccato; segno e professione della quale contrizione era questo sacrificio, che offrivano per il loro peccato.
Versetto 21: Porterà fuori il giovenco dall'accampamento
21. MA IL GIOVENCO STESSO LO PORTERÀ FUORI DELL'ACCAMPAMENTO E LO BRUCERÀ, PERCHÉ È PER IL PECCATO DELLA MOLTITUDINE — vale a dire: se questa vittima fosse stata offerta per il peccato di un principe o di una persona privata, non sarebbe stata bruciata fuori dell'accampamento ma nel modo consueto sull'altare degli olocausti. Inoltre, il suo sangue non sarebbe stato portato nel tabernacolo per aspergere l'altare dell'incenso; queste due cose infatti si facevano soltanto per il peccato del sommo sacerdote e dell'intero popolo. E questo è ciò che dice l'Apostolo in Ebrei 13,11: «I corpi di quegli animali il cui sangue è portato nel Luogo Santo per il peccato dal sommo sacerdote, sono bruciati fuori dell'accampamento.» Vedi quanto è stato detto al versetto 11.
Versetto 22: Se un principe avrà peccato
22. SE UN PRINCIPE AVRÀ PECCATO. — Questa è la terza vittima per il peccato, cioè quella di un principe. «Principe» qui è chiamato colui che era il capo, la guida e il primo in una famiglia, o tribù, o esercito; questo è infatti ciò che l'ebraico nasi significa, cioè «elevato», colui che per dignità spicca fra i suoi, come risulta da Numeri 1, versetto 4, e capitolo 7, versetto 2.
La legge per i principi — Sono uomini
Dio qui stabilì una legge speciale per il peccato e la vittima di un principe, affinché i principi sappiano di essere uomini, di poter errare e peccare, e dicano: Sono un uomo, nulla di umano considero estraneo a me; e pertanto se hanno promesso qualcosa di errato, rompano quella promessa; se hanno comandato qualcosa di malvagio, lo ritrattino, e non persistano ostinatamente in ciò che una volta hanno decretato, sia lecito o illecito. Così Agesilao, re dei Lacedemoni, a chi insisteva sulla parola del re e diceva: Hai dato il tuo assenso, rispose: «Certamente ho dato il mio assenso, se la cosa è giusta; ma se non lo è, ho sì parlato, ma non ho dato il mio assenso.» E a chi replicava: Ma «è conveniente che i re adempiano ciò a cui hanno annuito con un cenno del capo,» rispose: «Non più di quanto sia giusto che coloro che si accostano al re chiedano e dicano cose giuste, considerando ciò che l'occasione e la dignità del re richiedono.» Così Catone il Vecchio soleva dire: «Preferisco non ricevere alcun ringraziamento per un beneficio conferito piuttosto che non infliggere la punizione per un'offesa; e perdono a tutti quelli che peccano, eccetto me solo.» Così Agesipoli, figlio di Cleombroto, a chi gli obiettava che pur essendo re era stato dato come ostaggio: «Perché,» disse, «è giusto e retto che noi stessi paghiamo per i nostri propri peccati.» Così Plutarco nei suoi Apoftegmi.
Versetto 23: Un capro dalle capre
23. OFFRIRÀ UNA VITTIMA AL SIGNORE, UN CAPRO DALLE CAPRE — In ebraico: un capro di capre, cioè un capro che è figlio di qualche capra. Qui vi è un doppio ebraismo: il primo, che il numero plurale è usato al posto del singolare, cioè «capre» al posto di «capra»; il secondo, che con questa espressione gli Ebrei significano un capro giovane che ancora segue la madre. Quando infatti a un qualsiasi animale si aggiunge un genitivo femminile plurale, allora si significa che quell'animale è giovane, tanto da non essere ancora stato separato dalla madre. Donde Alessandro il Macedone, poiché era giovane, è chiamato capro delle capre, Daniele 8,21. Usi simili si trovano in Genesi 37,17; 1 Esdra 6,17; Salmo 113,4; Ezechiele 45,23, in ebraico.
La traduzione dei Settanta
I Settanta, per capro e capra, traducono chimaros e chimarra, cioè capretti nati d'inverno, ovvero invernali; le capre infatti partoriscono due volte l'anno, una volta d'estate e una volta d'inverno. Attraverso l'inverno e la capra invernale, sembra essere significata la penitenza. Così Esichio e Radulfo.
Significato tropologico — Principe e plebeo
Inoltre, un principe, cioè un uomo santo ed eroico, offre un capro per il peccato, cioè intraprende una penitenza forte e dura; ma un'anima dal popolo della terra, cioè una persona debole che proviene dal gregge o dalla feccia degli uomini, offre una capra per il peccato, cioè intraprende una penitenza leggera, mite e quasi femminile che può sostenere. Così Radulfo.
Versetti 24-25: Il sacerdote intingerà il dito nel sangue
24 e 25. E dopo averlo immolato (non il principe, ma il sacerdote al quale spetta immolare), poiché È PER IL PECCATO, IL SACERDOTE INTINGERÀ IL DITO NEL SANGUE DELLA VITTIMA PER IL PECCATO, TOCCANDO LE CORNA DELL'ALTARE — vale a dire: se non fosse stata una vittima per il peccato, il sacerdote non avrebbe intinto le corna dell'altare nel sangue; quell'unzione infatti si faceva solo nei sacrifici per il peccato. L'altare infatti rappresentava Dio, e così il sacerdote lo ungeva col sangue, come significando che in questa vittima dava a Dio il sangue del peccatore dovuto a Dio, e che Dio ne era così placato.
Nota sul nome «peccato»
Si noti che in questo versetto e nei versetti 3, 25 e 26, la vittima per il peccato è chiamata in ebraico chattat, in greco hamartia, cioè «peccato», per metonimia; il peccato della persona veniva infatti, mediante l'imposizione delle mani sulla vittima, come trasferito moralmente. Così Paolo, 2 Corinzi capitolo 5, ultimo versetto: «Colui che non aveva conosciuto peccato (Cristo), lo fece peccato per noi (cioè vittima per il peccato), affinché noi diventassimo giustizia (giusti) di Dio in lui (per mezzo di lui).»
Versetto 27: Se un'anima del popolo della terra avrà peccato
Versetto 27. MA SE UN'ANIMA DEL POPOLO DELLA TERRA AVRÀ PECCATO PER IGNORANZA. — «Un'anima del popolo della terra» significa una persona comune, ordinaria e gregaria. Questa è la quarta vittima per il peccato, cioè quella di un privato cittadino; la sua vittima era una capra.
Significato tropologico — L'anima che pecca
Tropologicamente Beda dice: L'anima che pecca è del popolo della terra, perché brama i beni terreni; l'anima infatti che non pecca è di coloro dei quali si dice: «La nostra conversazione è nei cieli.»
Versetto 32: Ma se dal bestiame
32. MA SE DAL BESTIAME — dal bestiame minuto (vedi quanto detto al capitolo 1, versetto 10), cioè dalle pecore; delle capre infatti si è già trattato sopra. Donde l'ebraico ha chiaramente: Se porterà una pecora come offerta per il peccato, femmina, la porterà senza macchia.
Filone sulle vittime maschili e femminili
Filone osserva che un principe offre un capro per il peccato, mentre un privato cittadino offre una capra, che è una vittima di minor valore, poiché il maschio si addice a un magistrato e la femmina a un privato cittadino; un plebeo infatti ha meno virilità e saggezza di un principe. Inoltre, la capra e la pecora tacitamente ammonivano gli offerenti a perseguire l'innocenza in futuro e a procurare di giovare in ogni modo a coloro ai quali avevano nuociuto con qualche ingiuria o col loro esempio; così infatti le pecore e le capre giovano a tutti col loro latte, la lana, la carne e la pelle.
Versetto 33: Nel luogo degli olocausti
33. La immolerà (per mezzo del sacerdote) nel luogo, ecc., DEGLI OLOCAUSTI — cioè presso l'altare dove si sogliono immolare gli olocausti. Così i Settanta.
Versetto 35: Lo brucerà sull'altare
35. LO BRUCERÀ SULL'ALTARE COME OFFERTA FATTA MEDIANTE IL FUOCO AL SIGNORE — cioè, come ha il testo ebraico, il sacerdote li brucerà fra le offerte fatte mediante il fuoco (o sopra le offerte) al Signore, affinché siano offerte fatte mediante il fuoco al Signore. E così, come nei sacrifici pacifici, anche nella vittima per il peccato, solo il grasso con i reni e il sangue spettavano a Dio. Che cosa si debba fare della carne di questa vittima per il peccato di un privato cittadino, come pure della vittima per il peccato di un principe, Mosè lo dirà nel capitolo 6, versetto 26.
Nota sul sale e sulle libagioni nel sacrificio per il peccato
Nota: Nel sacrificio per il peccato, come in ogni altro sacrificio, si poneva il sale sulla vittima, come prescritto nel capitolo 2, versetto 13; ma non le altre libagioni di vino, olio e farro, poiché queste si aggiungevano solo all'olocausto e al sacrificio pacifico. La ragione di questa differenza la assegnerò in Numeri 15,3. Donde segue che neppure l'incenso veniva posto sulla vittima per il peccato. L'incenso infatti veniva posto non sulla vittima ma sulla sua libagione, cioè sul farro, come risulta da Levitico 2,1. Ma il sacrificio per il peccato non aveva libagione di farro, come ho già detto; perciò neppure incenso. Anzi, se in mancanza di una vittima si dovesse offrire fior di farina o farro per il peccato, non vi si poneva incenso, come Dio espressamente comanda nel capitolo 5, versetto 11.
I dieci miracoli dei sacrifici
Infine, ascolta qui i dieci miracoli nei sacrifici che i Giudei riferiscono: il primo, dicono, era che quando nelle feste stabilite una folla innumerevole di popolo affluiva al tempio, a nessuno mai mancò un alloggio; il secondo, quando stavano nel tempio si pigiavano l'uno con l'altro; ma quando si prostravano a terra per fare la confessione dei peccati, tutti avevano spazio sufficiente, affinché nessuno udisse un altro che confessava i propri peccati — bisognava che vi fossero quattro cubiti; il terzo, il fuoco dei sacrifici, benché all'aperto, non fu mai estinto dalla pioggia; il quarto, nessun vento poté mai deviare il fumo delle vittime, che saliva sempre diritto verso il cielo; il quinto, nessun male colpì mai il sommo sacerdote nel giorno dell'espiazione; il sesto, nessun difetto fu mai trovato nei pani di proposizione o nelle primizie; il settimo, nessuna donna incinta abortì mai a causa dell'odore delle carni santificate; l'ottavo, la carne santificata non imputridì mai; il nono, nessuna mosca fu mai vista nel luogo dove si macellavano le vittime; il decimo, nessuno fu mai danneggiato da un serpente o da uno scorpione. Ma lasciamo questi rozzi miracoli a quei favolisti.
Significato mistico: Il sacrificio per il peccato è la penitenza
Misticamente, il sacrificio per il peccato è la penitenza e la contrizione. Salmo 50: «Sacrificio a Dio è uno spirito contrito; un cuore contrito e umiliato, o Dio, tu non lo disprezzerai.» Baruc 2,18: «L'anima che è triste per la grandezza del male, e va curva e debole, e gli occhi che vengono meno (per le lacrime, i digiuni e le veglie), e l'anima affamata darà a te gloria e giustizia, o Signore.» Daniele 3: «Con un cuore contrito e uno spirito di umiltà siamo accolti, come in un olocausto di arieti, ecc., così sia il nostro sacrificio.» «Per fare penitenza,» dice Sant'Agostino nel Sulla penitenza, «non basta cambiare i costumi in meglio, se non si dà anche soddisfazione per ciò che è stato fatto, mediante il dolore della penitenza, mediante il gemito dell'umiltà, mediante il sacrificio di un cuore contrito, cooperando le elemosine.» Lo notino Lutero e gli Innovatori, che non riconoscono altra penitenza se non il ravvedimento e una vita nuova. Sant'Agostino aggiunge: «O umile lacrima, tuo è il regno, tua è la potenza; non temi lo sguardo del giudice; quando i nemici accusano, tu imponi il silenzio. Tu sola entri presso il Re, ma non te ne vai sola: vinci l'invincibile e leghi l'Onnipotente.» San Gregorio, libro 21 dei Morali: «Quanto più abbondantemente,» dice, «si piange la colpa, tanto più alta è la conoscenza della verità che si raggiunge, poiché per vedere la luce interiore, la coscienza da lungo tempo inquinata si rinnova, battezzata dalle lacrime.» E poco dopo: «La forza della compunzione apre i pori del cuore e produce le ali delle virtù; e quando la mente zelosamente rimprovera sé stessa per la pigra vecchiaia, si ringiovanisce con avida novità.» Lo stesso autore, libro 3 dei Dialoghi, insegna che questa compunzione scaturisce prima dal timore dell'inferno, poi dall'amore di Dio e del suo regno: «Colui che dapprima,» dice, «piangeva per non essere condotto al supplizio, in seguito comincia a piangere amarissimamente perché è tenuto lontano dal regno.»
San Bernardo: I tre unguenti
San Bernardo, Sermone 10 sul Cantico dei Cantici: «Vi è,» dice, «un unguento della contrizione, un unguento della devozione e un unguento della pietà. Il primo è pungente, che causa dolore; il secondo è temperante, che lenisce il dolore; il terzo è sanante, che espelle la malattia.»
San Giovanni Crisostomo, nel suo libro Sulla compunzione del cuore: «Solo la compunzione,» dice, «è ciò che fa sì che l'anima aborra la porpora, desideri il cilicio, ami le lacrime e fugga il riso. Come è impossibile che il fuoco si accenda nell'acqua, così è impossibile che la compunzione fiorisca nei piaceri. Quella infatti è madre del pianto, questi del riso; quella costringe il cuore, questi lo dissolvono.»
La compunzione dei santi
Sappiamo quanto fu gradito a Cristo il sacrificio della compunzione di Santa Maria Maddalena, di San Pietro, di San Paolo, di San Matteo, di Santa Maria Egiziaca, di Santa Pelagia penitente e di Santa Taide, la quale come penitente si rinchiuse in una cella per tre anni e disse: «Chiamo Dio a testimone che dal momento in cui sono entrata qui, ho posto tutti i miei peccati come un fascio davanti ai miei occhi, e piangevo sempre contemplandoli.» Donde Paolo, discepolo di Sant'Antonio, vide un letto prezioso preparato per lei in cielo, che tre vergini dal volto luminoso custodivano. Questo meritò la sua umile penitenza, con la quale, secondo l'istruzione del Beato Pafnuzio, non osava nominare Dio, né stendere le mani verso il cielo, ma la sua unica invocazione era questa: «Tu che mi hai plasmata, abbi pietà di me.»
Giustamente disse quel santo abate: «Come l'ombra segue il corpo, così la compunzione ti accompagni ovunque.» E un altro disse: «I figli d'Israele dopo quarant'anni entrarono nella terra promessa. Le lacrime sono la terra promessa; se le avrai raggiunte, non temerai più la guerra.»
Nota è la contrizione di Arsenio, che piangeva continuamente, e di Fabiola, che fece penitenza pubblicamente, in San Girolamo, e di un altro in Rufino, libro 2, capitolo 1, il quale si rinchiuse in un sepolcro e, come un vivo sepolto, emetteva continuamente il gemito e il sospiro del suo cuore come dall'inferno; donde udì i demoni che gridavano: «Hai vinto, hai vinto.» Veramente dunque il Damasceno dice nella Vita di Barlaam che la contrizione «è una fonte di lacrime e un battesimo.» Palladio narra nella Storia Lausiaca, capitolo 46, di un certo monaco caduto: il quale, rientrato in sé, si rinchiuse in una spelonca, si stese su sacco e cenere, e non si alzò da terra né cessò di piangere finché non udì un angelo che diceva: «Dio ha accettato la tua penitenza e ha avuto misericordia di te: bada che d'ora innanzi tu non sia ingannato.»