Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Gli Ebrei fornicano con le Madianite e adorano Beelphegor: perciò fino a 24 mila, in parte sono appesi da Mosè, in parte uccisi da Dio. Finees arresta questa piaga uccidendo Zambri e Cozbi, e perciò Dio gli conferisce il sacerdozio in perpetuo.
Testo della Vulgata: Numeri 25,1-18
1. Ora Israele dimorava in quel tempo a Settim, e il popolo fornicò con le figlie di Moab, 2. le quali li invitarono ai loro sacrifici. Ed essi mangiarono e adorarono i loro dèi. 3. E Israele si consacrò a Beelphegor; e il Signore, adirato, 4. disse a Mosè: Prendi tutti i capi del popolo e appendili ai patiboli contro il sole, affinché il Mio furore sia distolto da Israele. 5. E Mosè disse ai giudici d'Israele: Ciascuno uccida i suoi prossimi che si sono consacrati a Beelphegor. 6. Ed ecco uno dei figli d'Israele entrò davanti ai suoi fratelli presso una meretrice madianita, sotto gli occhi di Mosè e di tutta la moltitudine dei figli d'Israele, i quali piangevano davanti alla porta del tabernacolo. 7. Quando Finees, figlio di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, vide ciò, si alzò di mezzo alla moltitudine e, preso un pugnale, 8. entrò dietro l'uomo israelita nel lupanare e li trafisse entrambi insieme, l'uomo e la donna, nelle parti genitali. E la piaga cessò dai figli d'Israele, 9. e furono uccisi ventiquattromila uomini. 10. E il Signore disse a Mosè: 11. Finees, figlio di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, ha distolto la Mia ira dai figli d'Israele, perché fu mosso dal Mio zelo contro di loro, affinché Io stesso non distruggessi i figli d'Israele nel Mio zelo. 12. Pertanto digli: Ecco, Io gli concedo la pace della Mia alleanza, 13. e sarà tanto per lui quanto per la sua discendenza un patto di sacerdozio eterno, poiché fu zelante per il suo Dio ed espiò il delitto dei figli d'Israele. 14. Il nome dell'uomo israelita che fu ucciso con la madianita era Zambri, figlio di Salu, principe della stirpe e tribù di Simeone. 15. E la donna madianita che insieme fu uccisa si chiamava Cozbi, figlia di Sur, principe nobilissimo dei Madianiti. 16. E il Signore parlò a Mosè, dicendo: 17. I Madianiti vi sentano come nemici, e colpiteli, 18. poiché anch'essi hanno agito ostilmente contro di voi e vi hanno ingannato con insidie per mezzo dell'idolo di Peor e di Cozbi, figlia di un principe di Madian, loro sorella, che fu colpita nel giorno della piaga per il sacrilegio di Peor.
Versetto 1: Israele dimorava a Settim
1. ISRAELE DIMORAVA IN QUEL TEMPO A SETTIM. -- Questa è la 42a e ultima tappa degli Ebrei nel deserto, cioè nelle pianure di Moab; infatti da Settim Giosuè inviò due esploratori, dopo la morte di Mosè, in Canaan, Giosuè ii, 1. A Settim dunque furono compiute e dette tutte le cose che sono descritte in seguito nei Numeri e in tutto il Deuteronomio. Questo luogo, Numeri xxxiii, 49, è chiamato Abel-Settim, con l'aggiunta della parola abel, cioè lutto, forse a motivo del lutto per gli idolatri, i quali, essendo Ebrei, in questo capitolo si narra che furono uccisi a Settim. Così l'Abulense.
Versetti 1-2: Fornicazione con le figlie di Moab
1 e 2. E il popolo fornicò con le figlie di Moab, le quali li invitarono ai loro sacrifici. -- Ecco, qui si compie l'esecuzione del consiglio di Balaam, che egli nella sua partenza da Balac aveva promesso di dargli, nel capitolo precedente, versetto 14. I Moabiti e i Madianiti cioè, per salvaguardare la propria vita, affinché non fossero vinti e uccisi dagli Ebrei, inviarono le loro figlie più belle all'accampamento degli Ebrei, per adescarli prima alla lussuria, e di lì all'idolatria, cosicché Dio si adirasse con loro, li abbandonasse e permettesse che fossero sia vinti sia trucidati dai Moabiti.
Apprendi qui quanto grande sia la seduzione e la forza della bellezza nelle donne. Contro i soldati ebrei, il re Balac ordinò che fossero schierate non truppe armate, ma donne belle, e questo per consiglio di Balaam, che Origene qui introduce a parlare così: «Non con il valore dei soldati, ma con la bellezza delle donne si deve combattere, non con la forza degli armati, ma con la mollezza delle femmine; allontana la schiera degli armati e raduna un'eletta schiera di fanciulle: la bellezza vince gli armati, l'avvenenza cattura il ferro; sono vinti dalla bellezza coloro che non sono vinti in battaglia.»
Si noti qui anzitutto la bassezza e il vile animo dei Moabiti e dei Madianiti, che prostituirono tutte le loro vergini a una nazione straniera e nemica -- vergini per le quali e per la cui castità tutti avrebbero dovuto combattere fino alla morte. Avrebbero dunque agito più virilmente cadendo coraggiosamente in battaglia, o esponendosi a qualsiasi genere di morte, piuttosto che persuadere, anzi permettere, alle loro vergini di subire cose così indicibili, anzi di compierle. Questa era la cecità dei Gentili, che facevano poco conto della castità e molto della vita. Così l'Abulense.
Si noti in secondo luogo: queste fanciulle portarono con sé i loro dèi, cioè gli idoli di Baal-Peor, e idolotiti, ovvero cibi immolati e consacrati all'idolo, affinché adescassero i giovani degli Ebrei, prima a mangiare gli idolotiti, e di lì, per mezzo di questi, ad adorare gli idoli stessi. Le loro lusinghe e le arti con cui ingannarono gli Ebrei, Giuseppe Flavio le narra magnificamente, Antichità libro IV, cap. v; allo stesso modo anche Giuliano l'Apostata cercò di adescare, anzi di costringere, i cristiani di Costantinopoli per mezzo degli idolotiti ad adorare gli idoli, come narra Nettario Arcivescovo di Costantinopoli nell'orazione che tenne all'inizio della Quaresima, e Teodoreto, Storia ecclesiastica libro I, cap. xiv.
Si noti in terzo luogo che queste fanciulle prima adescarono gli Ebrei nel desiderio di sé con la loro bellezza, ornamento e blandizie; poi, quando li videro ardere d'amore per loro, non permisero che avessero rapporti con esse finché, con le loro lusinghe, non li indussero a mangiare degli idolotiti di Baal-Peor, e infine a offrire incenso o sacrificio a Baal-Peor stesso; e così l'iniquità e l'idolatria fu consumata. O piuttosto, sembra che queste fanciulle prima adescassero gli Ebrei al concubito; poi, avendoli già legati a sé, li adescarono agli idolotiti, e infine agli idoli, cioè al culto del loro Baal-Peor. Quest'ultima interpretazione è infatti maggiormente indicata dall'ordine delle parole qui nella Sacra Scrittura; e questo è il costume delle meretrici, di irretire prima i giovani con i loro amori, poi spingerli dove vogliono. Se infatti queste fanciulle avessero prima proposto l'idolatria agli Ebrei, la loro frode sarebbe stata scoperta, e con i loro idoli gli Ebrei le avrebbero respinte. E in questo modo Salomone fu condotto dagli amplessi delle donne agli idoli dalle medesime donne. L'amore e la lussuria infatti rendono folli le menti dei sapienti; e, come dice Platone: «L'anima dell'amante, morendo nel proprio corpo, vive in quello altrui.»
Si noti in quarto luogo: quasi tutti gli Ebrei furono catturati da questa frode e dalla seduzione delle fanciulle, e questa fu la ragione per cui Mosè non li punì; che infatti la maggior parte del popolo si fosse rivolta ad esse, cosicché non temevano Mosè, è chiaro dal fatto che, sotto gli occhi di Mosè e di tutto il popolo, quell'uomo ebreo entrò dalla madianita, versetto 6. Se infatti avesse temuto Mosè o il resto del popolo, o non sarebbe andato dalla meretrice, o non l'avrebbe fatto apertamente. Mosè dunque non osò punirli, ma piangeva, come è detto al versetto 6, e si doleva grandemente con i pochi che avevano zelo per Dio, e pregava Dio come di consueto alla porta del tabernacolo. Perciò Dio comandò che questi fornicatori fossero appesi, e subito al comando di Dio Mosè riprese il vigore e il coraggio per punirli, e di fatto li appese; sapeva infatti che Dio che comandava avrebbe dato la forza per eseguire, e avrebbe fatto sì che nessuno potesse resistere. E così avvenne; molti infatti, anche tra i primi, furono appesi, senza che nessuno contraddicesse o osasse aprire bocca. Così l'Abulense.
Moralmente, quell'abate nelle Vite dei Padri, libro V, titolo Sulla fornicazione, diede questo rimedio a uno tentato dallo spirito di fornicazione: «Sai,» disse, «che cosa fecero i Madianiti: adornarono le loro figlie e le posero alla vista degli Israeliti; tuttavia non costrinsero nessuno ad avere rapporti con loro, ma quelli che vollero si gettarono su di esse. Altri invece, indignati, minacciarono, e con la distruzione di coloro che avevano osato, vendicarono la fornicazione: così bisogna fare con la fornicazione. E quando cominciano a parlare nel tuo cuore, non rispondere loro; ma alzati e prega, e fa' penitenza, dicendo: Figlio di Davide, abbi pietà di me.»
Con le figlie di Moab -- e con le figlie di Madian, come risulta dai versetti 6 e 17; a motivo di questa frode e di questo crimine infatti tutti i Madianiti furono uccisi dagli Ebrei, come apparirà nel cap. xxxi.
Versetto 3: Israele si consacrò a Baal-Peor
3. E ISRAELE SI CONSACRÒ A BEELPHEGOR -- cioè Israele fu iniziato ai riti sacri di Beelphegor, si votò, si congiunse e si consacrò a lui. Così l'ebraico, il caldeo e i Settanta. Vatablo traduce: Israele si sposò a Baal-Peor. L'idolatra infatti contrae una sorta di matrimonio e unione con l'idolo, specialmente con Priapo; questo infatti era adorato mediante l'accoppiamento meretricio.
BAAL-PEOR. -- Peor e Fogor e Baal-Peor sono la stessa cosa; Baal infatti, o Beel, Bel e Belo (tutti questi sono infatti la stessa cosa), era il nome generico degli dèi, che veniva determinato a uno particolare aggiungendo un altro nome, cosicché Beelzebub era il dio di zebub, cioè delle mosche, perché invocato dai cittadini aveva liberato la città di Accaron dalle mosche; Baal-Sefon era il dio del Settentrione; Baal-Berit era Baal, cioè il dio dell'alleanza; Baal-Farasim era il dio di Farasim. Così Baal-Peor era Baal, ossia il dio di Peor.
Baal-Peor e Priapo
In secondo luogo, Beelphegor o Fegor era colui che i Gentili, con il nome alquanto distorto (Fegor in ebraico si dice infatti Peer, donde Priapo), chiamarono Priapo; così insegna San Girolamo, libro VIII su Isaia, cap. xxv, verso la fine del libro: «Beelphegor,» dice, «si interpreta come Priapo;» e Isidoro, libro VIII, cap. Sugli Dèi dei Gentili: da Beelphegor, dice, i Latini chiamano Priapo, e lo venerano come dio degli orti; egli era infatti di Lampsaco, città dell'Ellesponto, dalla quale fu espulso, e a motivo della grandezza del suo membro virile, i Greci lo trasferirono nel novero dei loro dèi, e lo consacrarono sotto il nome degli orti: donde si dice anche che presiede agli orti, per la loro fecondità. Lo stesso insegnano Andrea Masio e Arias Montano su Giosuè xiii, 20, e altri ovunque.
In terzo luogo, Priapo fu chiamato Beelphegor, cioè dio del desiderio, ossia della concupiscenza, e perciò era raffigurato con la bocca aperta, dice Arias Montano su Osea ix. Oppure fu chiamato Beelphegor dal monte Fogor sul quale era adorato; o piuttosto Beelphegor in ebraico significa, per così dire, Dio dell'apertura o della nudità; la radice paar infatti significa aprire e scoprire. Priapo infatti, quale patrono dell'oscenità, esibiva le membra nude, così come i suoi sacerdoti nei suoi riti sacri. Anzi alcuni ritengono che da questo osceno dio Fegor o Fogor il monte Fogor abbia ricevuto il suo nome, perché su di esso era adorato. Donde San Girolamo, libro II Commento su Osea ix: «Beelphegor,» dice, «si interpreta come avente nella bocca una turgescenza, cioè avente la pelle sulla sommità, per mostrare la parte vergognosa del membro virile.»
In quarto luogo, Beelphegor era un'immagine di un uomo nudo, che aveva la pelle di un morto nella bocca, con la quale si significava che non vi è rimedio alla mortalità, né la natura fuggente può essere trattenuta, se non attraverso la bocca, mediante cibo e bevanda, si fornisca materia alla lussuria e alla generazione; attraverso la quale la natura fuggente è trattenuta e propagata nella prole, dice Cristoforo da Castro su Geremia xxvii, 7. San Girolamo tuttavia, citato poco sopra, dice che questa pelle era il prepuzio del membro virile, e Ribera sul cap. ix di Osea: «Beelphegor,» dice, «si interpreta come avente nella bocca, cioè sulla sommità del pudendo, il glande scoperto.»
Il culto di Baal-Peor
In quinto luogo, il culto di Beelphegor consisteva nell'ozio, nei banchetti, nella libertà e licenza da ogni disciplina, onore e castità. Di qui i sacerdoti avevano donne, cioè meretrici, Osea iv, 14, delle quali la principale era Maaca, madre di Asa re di Giuda, che Asa rimosse, e rovesciò Priapo; III Re xv, 13. I riti più turpi dell'adorazione di Priapo sono riferiti da Erodoto nell'Euterpe, e da altri.
In sesto luogo, Castro ritiene, e Adrichemio nella Descrizione della Terra Santa, pag. 129, e altri, che Beelphegor sia Camos: entrambi erano infatti dèi dei Moabiti, e in ebraico Camos si dice dalla parola kemas, cioè, come palpando e toccando: era infatti oscenissimo; o da kamis, cioè nascondersi, occultare, cosicché Camos fosse Bacco il notturno, che adoravano di notte attraverso banchetti e lussuria sfrenata, e da ciò i banchetti si chiamano komos, cioè canti e danze lascive. Donde Ateneo, libro I, cap. vii: In grande onore, dice, è tenuto Priapo a Lampsaco, che per il suo epiteto è lo stesso di Dionisio (cioè Bacco). Perciò Beelphegor, Priapo, Camos e Bacco il notturno sono la stessa cosa; pertanto coloro che banchettano e si danno alla lussuria adorano questo dio. Questo esempio dunque degli Israeliti che banchettavano, e la loro punizione, che è narrata ai versetti 4 e 9, può opportunamente essere proposto ai Cristiani durante il Carnevale. Costoro furono infatti i primi baccanali: queste cose avvennero infatti nell'anno quarantesimo dall'uscita dall'Egitto, che fu il 1490 prima di Cristo, il 2488 del mondo, come dissi al cap. xx, all'inizio.
Versetto 4: Appendili contro il sole
4. Prendi tutti i capi e appendili contro il sole. -- La parola «essi» Vatablo e altri la riferiscono ai capi, come se tutti loro, essendo colpevoli del crimine, o consenzienti, o non avendolo impedito, siano qui ordinati di essere appesi. Questo senso sembra infatti chiaro e ovvio. Altri tuttavia, e più veridicamente, riferiscono «essi» non ai capi, ma ai fornicatori e idolatri, di cui parlò al versetto 3; nel senso: Prendi, o, come ha l'ebraico, ricevi, cioè convoca e raduna i capi, affinché essi, come giudici, condannino all'impiccagione contro il sole coloro che sono colpevoli di fornicazione e dell'idolatria di Beelphegor. Donde il Caldeo traduce chiaramente: prendi tutti i capi del popolo, affinché uccidano chiunque sarà colpevole. Mosè dunque qui ordinò che i capi fossero radunati, non come colpevoli da appendere, ma come giudici che indagassero chi fosse implicato nel crimine, e li appendessero, chiunque fossero, anche se fossero capi.
Che sia così è chiaro, primo, perché non è verosimile che tutti i capi fossero qui apostati da Dio e fossero stati appesi; anzi il contrario risulta dal fatto che, dopo ciò, Zambri, principe della tribù di Simeone, fornicando con la madianita, non fu appeso, ma fu trafitto con un pugnale da Finees. Secondo, perché questi capi erano giudici del popolo, ai quali poi Mosè disse al versetto 5: «Ciascuno uccida i suoi prossimi, che si sono consacrati a Beelphegor.» Così l'Abulense, Eugubino e gli Ebrei.
APPENDILI CONTRO IL SOLE. -- Si noti: questi fornicatori e idolatri sono comandati di essere appesi contro il sole, affinché i loro volti siano esposti alla vergogna, essi che non si vergognarono di commettere una scelleratezza così grande: e affinché tropologicamente questa figura proclami, dice Cirillo, libro XIV Sull'Adorazione, che nessuno può sfuggire né la mano né l'occhio di quel Giudice supremo, che come il sole contempla ogni cosa, anche i segreti che si compiono nelle stanze e nei letti, e che Egli stesso porterà allo scoperto nel giorno del giudizio coloro che peccano e fornicano in segreto, alla vista di ogni carne, come dice Isaia, ultimo capitolo, ultimo versetto, e esigerà da essi le pene più gravi.
Si aggiunga: per il fatto stesso che gli Ebrei si recavano da queste meretrici, vi era una forte presunzione che mangiassero i loro idolotiti e adorassero Beelphegor; per portare a termine questo scopo, queste meretrici con i loro idoli erano interamente votate, e in realtà conducevano tutti i loro amanti a quel punto.
Affinché il Mio furore sia distolto -- il quale altrimenti infurierebbe contro tutto il popolo, o consenziente o negligente nel punire queste abominazioni, come spesso infuriò in altre occasioni. Imparino qui i principi e i giudici cristiani che Dio vendica gli adulteri, le fornicazioni e gli altri peccati, specialmente quelli pubblici, sull'intero popolo che li tollera nella sua assemblea o repubblica, e pertanto se vogliono essere tutori del popolo, come devono, puniscano i colpevoli e soddisfino la giustizia offesa di Dio: e così distoglieranno l'ira e la vendetta di Dio sia da sé stessi sia da tutto il popolo.
Versetto 5: Ciascuno uccida i suoi prossimi
5. Ciascuno uccida i suoi prossimi che si sono consacrati a Beelphegor. -- «Uccida,» cioè appenda. Questo è infatti ciò che Dio comandò al versetto 4. Mosè qui ordina che i capi indaghino sui colpevoli e puniscano quelli che trovano rei: donde risulta che molti erano innocenti. Diverso era il caso del vitello d'oro: tutti infatti l'avevano adorato; donde tutti furono uccisi indiscriminatamente da Mosè e dai Leviti, Esodo cap. xxxii, versetto 27.
Qui dunque la cosa fu condotta giudizialmente, e i peccatori convinti da testimoni furono condannati all'impiccagione. È verosimile, come dice l'Abulense, che tutti coloro che risultavano per testimonianza essere entrati nelle tende di queste fanciulle moabite, per ciò stesso fossero condannati. Queste loro tende erano infatti lupanari, come risulta dal versetto 8. Come dunque un soldato o un giovane che va deliberatamente a un lupanare può per ciò stesso essere convinto e condannato di fornicazione. Questo ingresso dà infatti la più forte presunzione del crimine, il quale si commette in segreto e non può essere provato in altro modo: chi può infatti osservare coloro che giacciono nel letto? Così Finees, vedendo Zambri entrare nella tenda della madianita, lo inseguì con il pugnale sguainato per ucciderlo, e non richiese altra prova del crimine. Recandosi dunque dalle meretrici moabite, si riteneva che avessero fornicato con esse, e di conseguenza fossero rei di morte, poiché Dio aveva severissimamente proibito agli Ebrei, Esodo cap. xxxiv, 16, e Deuteronomio cap. vii, 3, di contrarre matrimoni con stranieri: pertanto aveva ugualmente severissimamente proibito loro di fornicare con esse. La ragione della legge infatti, cioè che non fossero da esse adescati agli idoli e ai vizi dei Gentili, valeva ugualmente in entrambi i casi. Donde anche presso i Cristiani, gli adulteri, i sacrileghi e gli incestuosi sono puniti con la stessa pena di coloro che vogliono contrarre matrimonio con persone sposate, monache o parenti. Così l'Abulense.
Versetto 6: Zambri e la madianita
6. Ed ecco, uno dei figli d'Israele venne davanti ai suoi fratelli presso una meretrice madianita. -- Costui era un principe della tribù di Simeone, di nome Zambri; e la madianita era figlia di un principe di Madian, come risulta dal versetto 14: tanto più grande fu lo zelo e il coraggio di Finees, che uccise entrambi. Poteva infatti giustamente temere che l'intera tribù di Simeone insorgesse contro di lui a difesa del loro principe e lo lapidasse.
Giuseppe Flavio aggiunge -- il lettore giudichi quanto credito dare -- che Zambri voleva prendere questa madianita come moglie, e lo professò davanti a Mosè, e insorse contro di lui. Lo stesso Giuseppe Flavio riferisce il suo discorso insolente.
Lo zelo di Finees
Moralmente, impara da Finees che è necessario lo zelo per intraprendere cose ardue. L'ardore dell'animo rende diligenti e vigorosi; la freddezza rende pigri e inerti, come colui dei Proverbi xxvi: «Il pigro dice: C'è un leone sulla via e una leonessa per i sentieri;» pensa che le formiche siano leoni e leonesse sulla via di Dio; ma un uomo fervente considera anche i leoni come formiche, e dice: «Se eserciti si schierassero insieme contro di me, il mio cuore non temerebbe.» Donde San Bernardo nella vigilia di Sant'Andrea: «La volontà di Adamo,» dice, «non aveva la fortezza, perché non aveva il fervore.» Se dunque desideri nobili vittorie sulla carne, sul mondo e sul diavolo, sii fervente. Le palme amano le regioni calde: così le vittorie esigono uomini ferventi. Navighi verso il cielo controcorrente; l'impeto del fervore è necessario per vincere l'impeto della corrente. Magnificamente il Venerabile Beda su Luca III dice: «Se lo sforzo della mente non arde ferventemente, non si vince l'onda del mondo, dalla quale l'anima è sempre risospinta verso gli abissi.» Anzi, i filosofi naturali insegnano che l'ira è posta in noi dalla natura, per essere la cote e lo sprone della virtù: il flemma è infatti lento, torpido e inerte.
Inoltre, osserva qui come Dio e gli uomini puniscano la lussuria e premino i difensori della castità. Plutarco riferisce nella Vita di Gaio Mario che Lucio, nipote di Mario per parte di sorella, quando attentò alla castità del soldato Trebonio, fu da lui ucciso; Trebonio, accusato davanti a Mario, confessò il fatto, e adducendo come motivo dell'uccisione la difesa della castità, fu coronato da Mario con una ghirlanda.
Tizio, figlio di Giove e di Elara, quando assalì Latona per violentarla, fu trafitto con frecce da Apollo; riferiscono che fu gettato negli inferi, e così legato che non poteva in alcun modo muoversi; i poeti aggiungono che il suo fegato era dilaniato da due avvoltoi.
Faone l'adultero, sorpreso con Saffo, fu ucciso, come attesta Eliano nella sua Storia varia.
I Persiani, ubriachi e palpeggiando impudicamente le concubine dei Macedoni, furono uccisi a un banchetto dal re Alessandro.
Livia, sorella di Germanico, moglie di Druso, figlio di Tiberio Cesare, dopo l'uccisione del marito, unitasi a Seiano, fu messa a morte da Tiberio con i più atroci tormenti insieme a Seiano.
Valentiniano III, l'Imperatore, quando assalì la moglie di Massimo, patrizio romano, fu da lui ucciso, il quale si impadronì anche dell'impero. Così Zonara.
Gli Argivi avevano costituito per sé una guarnigione di mille uomini: il comandante Bria era a capo di essi. Egli violò una vergine; ella, quella stessa notte, privò Bria degli occhi mentre era vinto dal sonno. Scoperta all'alba, fuggì come supplice presso il popolo. Quando i mille soldati la reclamarono, il popolo rifiutò di consegnarla; perciò, essendo la cosa giunta alla battaglia, il popolo vittorioso infierì sui soldati della guarnigione con ogni genere di supplizio. Così Pausania nei Corinziaci.
Versetto 8: La piaga cessò
8. E la piaga cessò dai figli d'Israele. -- Da ciò risulta che una piaga di pestilenza, fuoco o qualcosa di simile era stata inviata da Dio sugli Ebrei che fornicavano e adoravano gli idoli, e ciò prima che Zambri entrasse dalla madianita e fosse là ucciso da Finees: Finees infatti, vedendo questa piaga, uccise Zambri per scongiurarla, e una volta ucciso lui, la piaga immediatamente cessò. Così la Scrittura spesso dopo il fatto menziona una cosa come se già compiuta, e la tocca brevemente, sebbene non abbia narrato prima il modo e la storia dell'evento. Ecco, da entrambe le parti è vero qui quel detto di papa Giovanni: «Lo zelo purga il delitto;» e: «La vendetta placa e acquieta un Dio adirato.» Giustamente perciò San Gregorio, omelia 15 su Ezechiele, propone Finees come modello di zelo e rettitudine: «Siamo,» dice, «infiammati dallo zelo della rettitudine contro i vizi? Si ponga davanti ai nostri occhi Finees, il quale, trafiggendo con la spada coloro che si accoppiavano, restituì la castità al popolo, e adirato egli stesso, placò l'ira di Dio.»
Sulla necessità della giustizia
Gli Annali di Francia riferiscono di San Luigi re che, mentre egli recitava a Dio preghiere dai salmi di Davide, e qualcuno che chiedeva la grazia per un reo condannato a morte era intervenuto, e il re, come se fosse intento ad altro, aveva annuito, ma subito dopo si imbatté in quel versetto del Salmo 105: «Beati quelli che osservano il giudizio e praticano la giustizia in ogni tempo;» immediatamente ordinò che fosse richiamato colui al quale aveva concesso la grazia, e la revocò, pronunciando questa memorabile sentenza: «Un principe che può punire un delitto e non lo punisce non è meno colpevole davanti a Dio di colui che lo ha commesso; ed è opera di pietà, non di crudeltà, eseguire la giustizia.» E così è davvero. «Né (come dice Seneca) si può immolare a Dio vittima più grassa di un uomo scellerato.» E giustamente si dice: «Chi risparmia i malvagi nuoce ai buoni.» Per questa ragione dicono che l'imperatore Massimiliano I era solito passare riverentemente davanti ai luoghi destinati al supplizio dei colpevoli con questa solenne espressione: «Salve, giustizia.» La giustizia è infatti il fondamento e la colonna della repubblica, ed è come la stella della sera, dice Aristotele, anzi il sole del mondo. Marco Catone era solito dire «che quei magistrati che non frenano i malfattori con le pene non solo non sono da tollerare, ma sono da sommergere di pietre, affinché dalla negligenza della pena non venga minata la salute della repubblica,» come riferisce Plutarco.
Le sette piaghe dei Numeri
Questa è la settima piaga che in questo libro dei Numeri si narra essere stata inviata sugli Ebrei a motivo dei loro peccati: la prima fu infatti ai Sepolcri della concupiscenza, dove mentre le carni erano ancora tra i loro denti, il furore del Signore li colpì con una piaga grandissima, Nm xi, 33; la seconda fu su Core, Datan e Abiram, che furono inghiottiti dalla terra e discesero vivi all'inferno, Numeri xvi, 33; la terza fu nello stesso giorno, quando cioè uscì un fuoco dal Signore e uccise 250 uomini ribelli che offrivano incenso, ivi versetto 35; la quarta fu il giorno seguente, di coloro che mormoravano contro Mosè e Aronne e dicevano: Voi avete ucciso il popolo del Signore, e ne furono colpiti 14.700, ivi versetto 49; la quinta fu quando, a motivo della mormorazione per la fatica del cammino, Dio mandò su di loro serpenti di fuoco, Nm xxi, 6; la sesta fu qui, versetto 4, quando cioè Dio comandò che fossero appesi coloro che avevano fornicato con Beelphegor; la settima fu in questo versetto, quando Dio mandò una piaga a motivo del medesimo crimine, che Finees con il suo zelo scongiurò e dissipò. Così Ruperto.
Versetto 9: Ventiquattromila uccisi
9. E furono uccisi (cioè, sia per la piaga inviata da Dio sia per la sentenza e l'impiccagione dei giudici, della quale si parla al versetto 5) ventiquattromila uomini. -- Se infatti gli appesi dai giudici non fossero compresi in questo numero, la Scrittura li avrebbe certamente contati separatamente. Così l'Abulense. Ecco qui, dice Ruperto, come Dio, quale rinoceronte o piuttosto unicorno, è amante della castità, e punisce e sconfigge il turpissimo Beelphegor e i suoi seguaci.
Versetto 12: La pace della Mia alleanza
12. Ecco, Io gli concedo (a Finees) la pace della Mia alleanza -- cioè la sicurezza e la certezza del Mio patto, nel senso: A motivo di questo zelo di Finees, fermamente decreto, e come faccio un patto, e gli prometto.
Versetto 13: Il patto del sacerdozio eterno
13. E sarà tanto per lui quanto per la sua discendenza, un patto di sacerdozio eterno -- cioè che egli con la sua stirpe, dopo il padre Eleazaro, succederà al pontificato, cosicché il pontificato rimarrà inviolabilmente nella sua famiglia e posterità per sempre, cioè finché la repubblica dei Giudei e il giudaismo perdureranno. Così l'Abulense.
Altri ritengono che il sacerdozio sia qui chiamato la pace dell'alleanza, cioè un'alleanza di pace o un'alleanza pacifica, per ipallage, per due ragioni: la prima è che i sacerdoti più degli altri uomini sembrano trovarsi nella pace, nell'amicizia e nella comunione di Dio. Ogni giorno infatti dimorano al cospetto di Dio, conversano con Lui e ricevono i Suoi responsi: a Lui offrono le preghiere, le oblazioni e i voti propri e del popolo; la seconda, che il sacerdozio rettamente amministrato era causa di pace, concordia e di ogni tranquillità e felicità tra Dio e gli uomini, per le preghiere e i sacrifici dei sacerdoti con i quali Dio si placa verso il mondo.
Finees ed Elia
Si oda qui il paradosso del Beato Pier Damiani, nella lettera 12, cap. 11, a Niccolò II, Pontefice Romano, dove dice che Dio volle che d'allora in poi Finees stesso, come premio di questa nobile impresa, vivesse fino alla fine del mondo, e ritiene che Finees fosse la stessa persona che fu poi chiamata Elia; alcuni antichi Ebrei ebbero la medesima opinione, come attesta Origene, tomo VII su Giovanni. Là infatti il Damiani, citando queste parole di questo capitolo: «Ecco, gli concedo la pace della Mia alleanza, e sarà tanto per lui quanto per la sua discendenza un patto di sacerdozio eterno,» dice così: «Il Signore gli diede invero la pace della Sua alleanza, perché, calmata ogni inquietudine della carne, lo stabilì a vivere fino alla fine del mondo nelle delizie del paradiso. Egli è infatti, se non mi inganno, il profeta Elia, che fu assunto al cielo da cavalli di fuoco: a lui certamente il nome Finees fu dato dai genitori, ma Elia è un nome acquisito per l'evento: Elia si interpreta infatti come il Signore Dio, il che si crede essergli stato imposto in questa occasione, poiché quando fu inviato come ambasciatore dal popolo a Ruben e Gad, che avevano costruito un nuovo altare, ricevette da essi questa risposta di giustificazione: Il Signore Dio potentissimo egli stesso sa, se abbiamo costruito questo altare con spirito di trasgressione. Perciò Finees fu chiamato Elia, cosicché la loro risposta sembra essere il suo nome.»
Questa opinione è nuova e improbabile, che Torniello confuta con molti argomenti. Il Damiani tuttavia la prova, primo, con San Girolamo che nelle Questioni ebraiche sul libro I delle Cronache insegna la medesima cosa. Rispondo che quel libro o non è di San Girolamo, come alcuni hanno annotato, o che San Girolamo dice queste cose, come fa con altre, non secondo la propria opinione, ma secondo quella degli Ebrei.
In secondo luogo, la prova da I Cronache ix, 19, dove la Scrittura, parlando di coloro che erano tornati dalla cattività babilonese, dice così: «Questi sono i Coriti preposti alle opere del ministero, ecc., e Finees figlio di Eleazaro era il loro capo;» dunque Finees visse fino alla ed anche dopo la cattività babilonese. Rispondo che quel Finees è diverso dal nostro Finees: quello era infatti un levita, questo era un sacerdote: quello era dei discendenti di Core, questo era nipote di Aronne: perciò anche l'Eleazaro che era padre di quel Finees era diverso dal nostro Eleazaro.
Il pontificato di Finees
Pertanto, solo la continuazione del pontificato nei suoi discendenti è qui promessa a Finees. Questo fu un grande premio. Il sommo sacerdote dei Giudei era infatti nel massimo onore e nelle massime ricchezze: la parte più grande delle oblazioni, primizie e decime -- anzi, come molti ritengono, la decima della decima, cioè la centesima parte di tutti i frutti di tutta la Giudea -- egli solo la percepiva. Di qui egli era il giudice supremo di tutti, Deuteronomio cap. xvii, 9, e contraeva matrimoni con i re, anzi ottenne infine lo stesso scettro del regno. I Maccabei erano infatti al tempo stesso pontefici e al tempo stesso condottieri, e poco dopo re d'Israele. Aristobulo infatti, figlio di Giovanni Ircano e nipote di Simone Maccabeo, fu pontefice e il primo a porsi il diadema regale, come insegna Giuseppe Flavio, libro XIII delle Antichità, cap. xix; e dopo di lui regnò il figlio Alessandro, al quale succedette il giovane Aristobulo, e costoro furono simultaneamente pontefici e re: e tutti questi discendevano da Finees, come afferma e si vanta il loro progenitore Mattatia, I Maccabei ii, 54. Ecco qui che cosa meritino presso Dio lo zelo e gli zelanti.
Si obietterà: Per la legge e il diritto delle genti, Finees, in quanto primogenito, era tenuto a succedere al padre Eleazaro nel pontificato: dunque nessun nuovo beneficio gli è qui conferito. Rispondo che alcune cose nuove gli sono qui conferite: primo, una vita più lunga gli è qui assicurata, cioè che egli sopravviverà al padre, e così diventerà effettivamente sommo sacerdote. Secondo, gli è assicurato che il pontificato rimarrà nella sua famiglia.
Si obietterà in secondo luogo: Il pontificato, poco dopo Finees, fu trasferito dalla sua famiglia alla famiglia di Itamar, cioè a Eli: infatti, come insegna Giuseppe Flavio, libro V delle Antichità, ultimo capitolo, e libro VIII, cap. 1, a Eleazaro nel pontificato succedette il figlio Finees, a questi il figlio Abiezer, a questi il figlio Bucci, a questi il figlio Uzzi; dal quale fu trasferito a Eli (che era della famiglia di Itamar, come risulta da I Cronache xxiv, 3), al quale succedette, dal figlio Finees, il nipote Achitub, a questi il figlio Achia, a questi il fratello Achimelech, a questi il figlio Abiatar, dal quale di nuovo Salomone trasferì il pontificato a Sadoc, che era della famiglia di Eleazaro e Finees: come dunque è qui promesso a Finees un pontificato eterno?
Gaetano risponde in primo luogo che questa promessa è di diritto, non di fatto: per diritto infatti il pontificato era dovuto alla famiglia di Finees in perpetuo; ma di fatto fu trasferito a Eli, per breve tempo; in secondo luogo, Dionigi il Certosino risponde che un pontificato eterno è qui promesso a Finees, non in modo assoluto, ma a condizione che i discendenti seguano la pietà del padre, e non meritino di essere privati del pontificato per i loro peccati: ora i discendenti di Finees peccarono, e perciò per propria colpa persero il pontificato per un tempo; una terza risposta, e facilmente data, è che un pontificato eterno è qui promesso a Finees in questo senso, che esso non sarebbe stato permanentemente tolto a lui, come fu tolto a Eli; ma che il pontificato rimarrebbe aderente alla sua famiglia fino alla fine della Sinagoga del giudaismo, anche se per breve tempo fosse interrotto e trasferito a Eli e ai suoi discendenti: poco dopo infatti tornò alla famiglia di Finees, e rimase in essa ininterrottamente fino a Cristo. Così è detto in Genesi xlix, 10 che lo scettro non si allontanerà da Giuda fino alla venuta di Cristo: ma è stabilito che questo scettro venne meno nel primo anno del regno di Erode, mentre Cristo nacque nel 35o anno del regno di Erode; dunque lo scettro si era allontanato da Giuda 35 anni prima di Cristo. Ma la Sacra Scrittura non computa né tiene conto di questo piccolo numero in una moltitudine così grande. Lo stesso fa qui.
Espiò il delitto dei figli d'Israele
Poiché fu zelante per il suo Dio ed espiò il delitto dei figli d'Israele. -- «Espiò,» primo, cioè punì e vendicò i colpevoli e gli scellerati. Così infatti quando i giudici puniscono i colpevoli, per così dire espiano la loro repubblica davanti a Dio e a tutto il mondo. La giusta vendetta dei delitti è infatti l'espiazione della repubblica. Secondo, «espiò,» cioè purificò: perché fece sì che nessuno osasse più commettere cose simili; terzo, «espiò,» cioè tolse il peccato della negligenza degli Israeliti, con la quale essi trascuravano di correggere e punire questo crimine; quarto, «espiò,» perché offrì il sangue di Zambri, come vittima espiatoria, a Dio per la salvezza degli altri. Così l'Abulense.
Versetto 15: Cozbi figlia di Sur
15. La madianita, ecc., si chiamava Cozbi, figlia di Sur, il più nobile principe dei Madianiti. -- In ebraico si legge: Cozbi figlia di Sur: egli era il capo dei popoli, e il capo della casa paterna in Madian. In Madian regnavano infatti cinque re, come risulta dal capitolo xxxi, versetto 8, ma re di piccola importanza, che perciò in Giosuè xiii, 11, sono chiamati principi: tra questi cinque, il più nobile e il primo era Sur, che qui prostituì la propria figlia agli Ebrei, per poterli con questo mezzo ingannare, distogliere o vincere, seguendo il consiglio di Balaam. Tanto era il suo e il terrore di tutti, tanto l'amore della vita e del regno. Questi Gentili infatti non conoscevano il bene dell'onore, della castità e della virtù.
Versetti 16-17: I Madianiti vi sentano come nemici
16 e 17. E il Signore parlò a Mosè, dicendo: I Madianiti vi sentano come nemici, e colpiteli. -- Qui Dio comanda che gli autori del crimine e della frode di Beelphegor, cioè i Madianiti, siano vendicati con la guerra; ma tacitamente ne esenta i Moabiti, che erano stati gran parte e causa del crimine e della sciagura, perché voleva che i Moabiti fossero conservati: in parte per i meriti di Lot, come è detto in Deuteronomio ii, 19; in parte per Rut, dalla quale Davide (Davide era infatti il pronipote di Rut) e Cristo avrebbero tratto la loro origine; Rut era infatti una Moabita, nata in Moab: donde prima che Rut nascesse, gli Ebrei non avevano fatto guerra ai Moabiti; ma dopo che ella nacque e migrò da Moab ai Giudei, Davide castigò e sconfisse mirabilmente i Moabiti, come risulta da II Re viii, 2. Così l'Abulense.
Gli Ebrei potevano, per il diritto di natura e delle genti, attaccare i Madianiti dai quali erano stati danneggiati in guerra, ma attesero il comando del Signore; il Signore infatti nel deserto li guidava sia alle soste sia alle guerre sia a tutte le altre cose, in quanto era la guida del popolo. Donde subito dopo il crimine di Beelphegor, comandò che si facesse guerra ai Madianiti.
Versetto 18: Poiché anch'essi vi hanno ingannato
18. Poiché anch'essi hanno agito ostilmente contro di voi, e vi hanno ingannato con insidie (con frodi, delle quali ho parlato al versetto 1) per mezzo dell'idolo Fogor (cioè Beelphegor, come ho detto al versetto 3), e per mezzo di Cozbi, figlia di un principe di Madian, loro sorella (cioè loro consanguinea; Cozbi era infatti una madianita, e di conseguenza era sorella, cioè parente e consanguinea dei Madianiti. Ella ingannò infatti Zambri, capo della tribù di Simeone, il cui esempio, in quanto capo, molti della stessa tribù, come risulterà nel capitolo seguente, versetto 14, e di altre tribù seguirono. I peccati dei principi e dei signori hanno infatti molti imitatori), la quale fu colpita (da Finees) nel giorno della piaga -- nello stesso giorno infatti infuriava la piaga, inviata da Dio, versetto 8; ma dopo che Finees uccise Cozbi con Zambri, subito la piaga cessò.
Morale: Il pericolo della frequentazione delle donne
Moralmente, apprendi da questo capitolo quanto sia pericolosa la frequentazione delle donne, e quanto gli uomini debbano fuggire le donne, e le donne gli uomini. Eva sedusse Adamo, Betsabea Davide, le donne Salomone. Magnificamente quel vecchio in Sofronio, nel Prato spirituale, cap. cxix, dice: «Figlioli,» dice, «il sale viene dall'acqua, e se si avvicina all'acqua, subito si scioglie e perisce: e il monaco similmente viene dalla donna; e perciò se si avvicina a una donna, egli stesso si scioglie, e giunge a tal punto che non è più monaco.»
Tutti i Santi insegnarono ciò sia con la parola sia con l'esempio. San Domenico rimase vergine fino alla morte, a tal punto che spirava la verginità anche sugli altri. Donde un certo studente, baciandogli la mano, ne trasse tanta fragranza e grazia che da allora in poi fu casto sia nella mente sia nel corpo. E tuttavia San Domenico esortava coloro che erano dediti alla castità a fuggire interamente tutte le donne, e così faceva egli stesso, e inoltre si affliggeva con digiuni e penitenze.
San Francesco dichiarava che il colloquio con una donna era cosa frivola, eccettuata la sola confessione o l'istruzione brevissima.
San Giordano, che succedette immediatamente a San Domenico nel generalato, rimproverò un certo frate perché aveva toccato la mano di una donna; e quando quello rispose: Questa donna è pia e devota; Giordano rispose: «La pioggia è buona, e la terra è buona, e tuttavia dalla loro mescolanza si fa il fango.»
San Tommaso d'Aquino, tentato dai fratelli per mezzo di una donna lasciva, la mise in fuga con un tizzone, e formando con esso il segno della croce sulla parete, e pregando là con lacrime, e chiedendo la verginità perpetua, si addormentò, e vide due angeli che gli cinsero i fianchi (così strettamente che gridò per il dolore), dicendo: Ecco, ti cingiamo con il cingolo della castità, che non sarà mai sciolto. Donde egli stesso fu libero da ogni senso di lussuria in seguito: e tuttavia egli stesso da allora in poi sempre inorridì e fuggì da tutte le donne come da serpenti.
La regina di Sicilia, madre di San Ludovico, vescovo della famiglia francescana, quando egli venne da lei a Napoli, volle baciarlo come suo figlio, secondo l'usanza francese; San Ludovico rifiutò; allora ella disse: «Non sono forse tua madre?» e lui rispose: «Lo so, ma tu sei una donna, che a un servo di Dio non è lecito baciare;» poiché, come dice San Bernardo: «Il corpo della donna è tutto fuoco.» Così Giuseppe fuggì dalla sua padrona lasciva, lasciando il mantello nelle sue mani. Così Sant'Agostino, come attesta Possidio, non volle neppure che la propria sorella abitasse nella sua casa. Così fuggì più di una volta San Bernardo, quando per la sua straordinaria bellezza era sollecitato al peccato da donne impure. Altre volte cacciò le stesse donne di notte, gridando: Ladri! Ladri! e infine, per liberarsi da ogni tentazione, si rifugiò nel chiostro del monastero cistercense, proprio come dice il Sapiente: «Dal vestimento esce la tarma, e dalla donna l'iniquità dell'uomo;» e: «Meglio è l'iniquità di un uomo che una donna beneficante.»
Così infine fuggì il grande San Giovanni l'Anacoreta, che predisse la vittoria all'imperatore Teodosio. Infatti, come narra Palladio nella Storia Lausiaca, cap. xliii, egli per 40 anni non vide alcuna donna. E quando aveva 90 anni, pregato insistentemente da un tribuno che si lasciasse vedere dalla moglie di costui, che lo richiedeva con insistenza, rispose: «Questa notte le apparirò in sogno, e non insista più a vedere il mio volto nella carne.» Le apparve dunque in sogno come un fantasma, e non permise che lo vedesse in altro modo; e nel capitolo xliv, narra la dolorosa caduta di un certo eremita per causa di una donna. Ho fornito più esempi in Genesi cap. xxxiv, versetto 1.