Cornelius a Lapide

Numeri XXXIII


Indice


Sinossi del capitolo

Vengono elencati i 42 accampamenti degli Ebrei nel deserto. Avevo pensato di farli incidere su rame, insieme a diverse altre cose, e stamparli qui, ma giudicai meglio astenermi affinché il prezzo del libro non crescesse troppo. Il lettore consulti le tavole di Adrichomius.


Testo della Vulgata: Numeri 33,1-56

1. Queste sono le tappe dei figli d'Israele, che uscirono dall'Egitto divisi per schiere, sotto la guida di Mosè ed Aronne, 2. che Mosè descrisse secondo i luoghi degli accampamenti, che mutavano per comando del Signore. 3. Partiti dunque da Ramses nel primo mese, il quindicesimo giorno del primo mese, il giorno dopo la Pasqua, i figli d'Israele uscirono con mano potente, sotto gli occhi di tutti gli Egiziani, 4. che seppellivano i loro primogeniti, colpiti dal Signore (poiché Egli aveva esercitato vendetta anche contro i loro dèi), 5. e si accamparono a Succot. 6. E da Succot giunsero a Etam, che è ai confini del deserto. 7. Partiti di là, giunsero di fronte a Pi-Achirot, che è di fronte a Baal-Sefon, e si accamparono davanti a Migdol. 8. E partiti da Pi-Achirot, attraversarono il mare e giunsero nel deserto: e camminando tre giorni per il deserto di Etam, si accamparono a Mara. 9. Partiti da Mara, giunsero a Elim, dove c'erano dodici sorgenti d'acqua e settanta palme: e là si accamparono. 10. E partiti di là, piantarono le tende presso il Mar Rosso. E partiti dal Mar Rosso, 11. si accamparono nel deserto di Sin. 12. Partiti di là, giunsero a Dofca. 13. E partiti da Dofca, si accamparono ad Alus. 14. E lasciata Alus, piantarono le tende a Refidim, dove al popolo mancò l'acqua da bere. 15. E partiti da Refidim, si accamparono nel deserto del Sinai. 16. E partiti dal deserto del Sinai, giunsero ai Sepolcri della Concupiscenza. 17. E partiti dai Sepolcri della Concupiscenza, si accamparono a Caserot. 18. E da Caserot giunsero a Retma. 19. E partiti da Retma, si accamparono a Rimmon-Peres. 20. Partiti di là, giunsero a Libna. 21. Da Libna si accamparono a Rissa. 22. E lasciata Rissa, giunsero a Keelata. 23. Partiti di là, si accamparono al monte Sefer. 24. Lasciato il monte Sefer, giunsero ad Arada. 25. Partiti di là, si accamparono a Makelot. 26. E partiti da Makelot, giunsero a Tacat. 27. Da Tacat si accamparono a Tare. 28. Partiti di là, piantarono le tende a Metca. 29. E da Metca si accamparono a Esmona. 30. E partiti da Esmona, giunsero a Moserot. 31. E da Moserot si accamparono a Bene-Iaacan. 32. E partiti da Bene-Iaacan, giunsero al monte Gadgad. 33. Partiti di là, si accamparono a Iotbata. 34. E da Iotbata giunsero ad Ebrona. 35. E lasciata Ebrona, si accamparono a Esion-Gaber. 36. Partiti di là, giunsero al deserto di Sin, cioè Cades. 37. E lasciata Cades, si accamparono sul monte Hor, ai confini della terra di Edom. 38. E il sacerdote Aronne salì sul monte Hor per comando del Signore: e là morì nel quarantesimo anno dell'uscita dei figli d'Israele dall'Egitto, nel quinto mese, il primo giorno del mese, 39. all'età di centoventitre anni. 40. E il re cananeo di Arad, che abitava a mezzogiorno, udì che i figli d'Israele erano giunti nella terra di Canaan. 41. E partiti dal monte Hor, si accamparono a Salmona. 42. Partiti di là, giunsero a Punon. 43. E partiti da Punon, si accamparono a Obot. 44. E da Obot giunsero a Iie-Abarim, che è ai confini dei Moabiti. 45. E partiti da Iie-Abarim, piantarono le tende a Dibon-Gad. 46. Partiti di là, si accamparono ad Almon-Diblataim. 47. E lasciata Almon-Diblataim, giunsero ai monti di Abarim, di fronte a Nebo. 48. E partiti dai monti di Abarim, passarono alle pianure di Moab, oltre il Giordano, di fronte a Gerico. 49. E là si accamparono da Bet-Iesimot ad Abel-Sittim, nei luoghi più pianeggianti dei Moabiti, 50. dove il Signore parlò a Mosè: 51. Comanda ai figli d'Israele e di' loro: Quando avrete attraversato il Giordano, entrando nella terra di Canaan, 52. distruggete tutti gli abitanti di quella terra; spezzate le loro stele e frantumate le loro statue, e devastate tutte le alture, 53. purificando la terra e abitandovi; poiché io ve l'ho data in possesso, 54. che dividerete tra voi a sorte. Ai più numerosi darete una porzione più ampia e ai meno numerosi una più stretta. A ciascuno, come la sorte sarà caduta, così sarà assegnata l'eredità. Il possedimento sarà diviso per tribù e famiglie; 55. ma se non vorrete uccidere gli abitanti della terra, quelli che rimarranno saranno per voi come spine nei vostri occhi e come lance nei vostri fianchi, e vi saranno ostili nella terra della vostra dimora: 56. e tutto ciò che avevo stabilito di fare a loro, lo farò a voi.


Tropologia: le 42 stazioni come giorni di Quaresima

Tropologicamente, come gli Ebrei andarono a Canaan attraverso 42 accampamenti, ossia stazioni, così i cristiani attraverso i 40 giorni di digiuno tendono alla risurrezione; da ciò avvenne che questi giorni di digiuno furono chiamati Stazioni dai Padri, sia perché in essi i cristiani stavano in piedi a pregare e vegliare, quasi procedendo attraverso le genti verso la terra promessa nel cielo, sia perché questi giorni di stazione furono rappresentati dalle 42 stazioni degli Ebrei nel deserto, come mostrai da Sant'Ambrogio, Tertulliano e altri alla fine di Esodo XXIV. Saggiamente disse quell'Abate nelle Vite dei Padri, libro VII, capitolo XXVIII: «L'uomo fatichi finché non possieda Cristo. Inoltre, ricordando la tribolazione della sua fatica, si custodisca da ogni parte, temendo di perdere sì grandi fatiche. Infatti anche Dio condusse i figli d'Israele attraverso il deserto per quarant'anni proprio per questo, affinché, ricordando la tribolazione del viaggio, non volessero tornare indietro.»


Versetto 1: Per mano di Mosè ed Aronne

1. «Per mano di Mosè ed Aronne» — per mezzo di Mosè ed Aronne, ossia sotto la guida di Mosè ed Aronne: poiché l'ebraico «nella mano» designa una causa strumentale, ed ha la stessa forza di «per mezzo di».


Versetto 3: Il giorno dopo la Pasqua

3. IL GIORNO DOPO LA PASQUA — il giorno dopo l'immolazione dell'agnello, il 14° giorno della luna verso sera, cioè il 15° giorno della luna, ossia il giorno del primo mese; poiché in questo 15° giorno uscirono dall'Egitto.

CON MANO POTENTE — con grande potenza, forza e terrore degli Egiziani, cioè uscirono potentemente, valorosamente e gloriosamente, giacché gli Egiziani erano già prostrati da tante piaghe e dall'uccisione dei primogeniti; per cui non osarono più impedire la partenza degli Ebrei né trattenerli. Qui il Caldeo traduce: Uscirono apertamente, sotto gli occhi di tutti gli Egiziani.


Versetto 4: Vendetta contro i loro dèi

4. POICHÉ EGLI AVEVA ESERCITATO VENDETTA ANCHE CONTRO I LORO DÈI — perché, cioè, nella stessa notte in cui gli Ebrei partirono, Dio abbatté gli idoli dell'Egitto, come dissi a Esodo XII, 12, come per dire: Perciò gli Ebrei uscirono con mano potente, sotto gli occhi di tutti gli Egiziani, perché il Signore li aveva terrorizzati con la strage non soltanto dei primogeniti, ma anche dei loro stessi idoli.


Versetto 8: Il deserto di Etam

8. «Camminando per il deserto di Etam.» — Dunque il deserto di Etam era vasto, da entrambi i lati del Mar Rosso, come dissi a Esodo XIV, 21 e 29. Perciò l'Abulense congettura erroneamente da queste parole che gli Ebrei non attraversarono ma aggirarono il Mar Rosso, cosicché sarebbero rimasti continuamente nello stesso deserto di Etam.


Versetto 40: Il re cananeo di Arad

40. E IL RE CANANEO DI ARAD UDÌ, ecc., CHE I FIGLI D'ISRAELE ERANO GIUNTI NELLA TERRA DI CANAAN. — «Erano giunti», cioè si stavano avvicinando (poiché l'espressione «erano giunti» indica un'azione iniziata, non compiuta), per invaderla; si sottintenda: perciò volle prevenirli e li provocò a guerra, ma fu vinto e ucciso da loro, come fu detto all'inizio del capitolo XXI.

In secondo luogo, più chiaramente l'ebraico, il caldeo, i Settanta, Vatablo e altri congiungono «in Canaan» con ciò che precede, e traducono: «e il re di Arad udì, che abitava a mezzogiorno in Canaan», cioè di Canaan; poiché non abitava nella stessa Canaan, ma fuori di essa, e si trovava a mezzogiorno rispetto ad essa, proprio come Amalek, come risulta dal capitolo XIV, versetto 43, e da 1 Re XXX, 1. Infatti l'ebraico bet, cioè «in», spesso funziona come un genitivo, e secondo questo senso sembra doversi intendere la nostra versione latina, e va letto con l'Abulense come: Arad che abitava a mezzogiorno nella terra (non «nella terra» come direzione) di Canaan, cioè, che abitava a mezzogiorno della terra stessa di Canaan, dice l'Abulense.


Versetto 49: Da Bet-Iesimot ad Abel-Sittim

49. E LÀ SI ACCAMPARONO, DA BET-IESIMOT AD ABEL-SITTIM — non come se l'accampamento degli Ebrei si estendesse da Bet-Iesimot ad Abel-Sittim per dodici miglia, come vuole Rabbi Salomone: poiché allora le stazioni non sarebbero 42, ma 41. Il significato dunque è, come per dire: Gli Ebrei dapprima posero il campo a Bet-Iesimot, poi ad Abel-Sittim, dove fu la 42ª e ultima tappa. Così l'Abulense.


Versetto 52: Spezzate le loro stele

52. «Spezzate le loro stele» — in ebraico, «frantumate le loro incisioni o immagini» (dei Cananei), con le quali essi dipingono i loro dèi e li adorano: poiché qui viene proibita l'idolatria; si veda quanto detto a Levitico XXVI, 1.

DEVASTATE LE ALTURE (cioè gli altari e le cappelle nei luoghi elevati, consacrati agli idoli).


Versetto 55: Spine nei vostri occhi e lance nei vostri fianchi

55. MA SE NON VORRETE UCCIDERE GLI ABITANTI DELLA TERRA, ecc., SARANNO PER VOI COME SPINE NEI VOSTRI OCCHI E LANCE NEI VOSTRI FIANCHI — come per dire: I Cananei, se li risparmierete, vi pungeranno come spine e lance, e vi tormenteranno e dilanieranno con guerre. Questa fu una delle ragioni per cui Dio comandò di distruggere assolutamente tutti i Cananei; ve ne fu anche una seconda, cioè l'empietà di quelle genti; e una terza, cioè perché non fossero di scandalo per gli Ebrei e non li contaminassero con i loro idoli e vizi. Peccarono dunque gli Ebrei quando, col passare del tempo, prevalendo sui Cananei, non li distrussero del tutto, ma per pigrizia, o per compassione, o per speranza di tributo, o per qualche altra simile ragione, li risparmiarono, per cui in seguito non poterono più essere sterminati da loro: ma Dio volse questo a bene, cioè affinché queste genti fossero una sorta di flagello per i Giudei ogni volta che si volgevano agli idoli, come risulta da Giudici II, 22; e affinché gli Ebrei avessero un continuo esercizio militare con loro e non si rammollissero nell'ozio, come risulta da Giudici III, 1. Per questa ragione Scipione giudicò che Cartagine, rivale di Roma, non dovesse essere distrutta, affinché servisse da cote per la gioventù romana.


L'interpretazione mistica di San Girolamo delle 42 stazioni

Misticamente San Girolamo dice: Questi 42 accampamenti, attraverso i quali gli Ebrei si diressero verso Canaan, significano 42 vie attraverso le quali i fedeli si dirigono verso il cielo: la prima è Ramses, cioè «tuono di gioia», con il quale, cioè attraverso il tuonare — la predicazione — degli Apostoli e di altri, gli infedeli e gli empi si convertirono a Cristo e perciò gioirono; la seconda è Succot, cioè «tabernacoli»: perché in questa vita, come pellegrini, celebriamo una continua festa dei tabernacoli e ci dirigiamo verso il cielo come verso la nostra patria; la terza è Etam, cioè «fortezza»: perché in questa via ardua tutte le cose difficili e avverse devono essere superate con coraggio; la quarta è Pi-Achirot, cioè «bocca del nobile», affinché come persone nobili e generose lodiamo Dio con la nostra bocca nelle avversità; la quinta è Mara, cioè «amarezza», ossia della penitenza; la sesta è Elim, cioè «arieti», ossia gli Apostoli e simili: poiché dobbiamo seguirli come guide; la settima è presso il Mar Rosso, perché attraverso i flutti e le agitazioni di questo mondo, e persino attraverso il martirio, bisogna procedere verso il cielo; l'ottava è Sin, cioè «odio», perché i fedeli devono sopportare grande odio e persecuzioni sia dal diavolo che dal mondo; la nona è Dofca, cioè «bussare», ossia la preghiera, della quale Cristo dice: «Bussate, e vi sarà aperto»; la decima è Alus, cioè «lievito», ossia del Vangelo, che una donna, presolo, mescolò con tre misure di farina finché il tutto fu lievitato; l'undicesima è Refidim, cioè «indebolimento dei forti»: poiché là, mentre Mosè pregava, Giosuè sconfisse Amalek; la dodicesima è il Sinai, cioè «roveto», ossia l'asprezza della vita nella quale Dio appare e comunica la sua legge e volontà all'anima.

La tredicesima sono i Sepolcri della Concupiscenza, nei quali la gola e i golosi vengono sepolti; la quattordicesima è Caserot, cioè «atrio», ossia il vestibolo delle virtù, per mostrare che coloro che sono caduti per la gola possono risorgere, e coloro che stanno in piedi possono cadere: poiché a Caserot, Maria, mormorando contro Mosè, fu colpita dalla lebbra e poi guarita; la quindicesima è Retma, cioè «suono» o «ginepro», che conserva il fuoco a lungo, cosicché se i carboni sono coperti con la sua cenere durano fino a un anno: affinché siamo ferventi nello spirito e proclamiamo il Vangelo del Signore con suono chiaro e voce elevata; la sedicesima è Rimmon-Peres, cioè «divisione della melagrana»: perché la moltitudine dei credenti ha un cuore solo e un'anima sola: poiché in essa vi è varietà e armonia di virtù; la diciassettesima è Libna, cioè «mattoni», che il popolo fabbricando in Egitto gemeva: perché in questa vita ora cresciamo e ora diminuiamo, e dopo l'Ordine Ecclesiastico passiamo talvolta al lavoro di fabbricare mattoni; la diciottesima è Rissa, cioè «freno»: poiché se dopo il progresso ridiscendiamo alle opere di argilla, dobbiamo essere frenati, e il nostro corso errante e precipitoso deve essere diretto con le redini della Scrittura; la diciannovesima è Keelata, cioè «Chiesa»: perché i passi erranti di coloro che corrono vengono ricondotti con i freni alla Chiesa, affinché si affrettino a entrare per le porte che prima avevano abbandonato; la ventesima è Sefer, cioè «bellezza». Si veda a che cosa giovano i freni: ci ritraggono dai vizi e ci introducono nei cori delle virtù, per farci abitare in Cristo, il monte bellissimo.

Da qui, nella ventunesima, giungiamo ad Arada, cioè «stupore e meraviglia»: perché siamo stupefatti e ammiriamo la grazia e le virtù di Cristo, cosicché il nostro parlare è superato dalle sue lodi; la ventiduesima è Makelot, cioè «assemblee», delle quali si dice: «Ecco, com'è buono e com'è soave che i fratelli abitino insieme!» La ventitreesima è Tacat, cioè «timore», del quale l'Apostolo dice: «Non insuperbire, ma temi: poiché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili.» La ventiquattresima è Tare, con il quale nome fu chiamato il padre di Abramo, il quale, nel libro apocrifo della Genesi, avendo scacciato i corvi che devastavano le messi degli uomini, ottenne il nome di «scacciatore» o «repulsore»: e così imitiamo Tare, e impediamo con sollecitudine gli uccelli del cielo, che si affrettano a divorare il grano seminato lungo la strada. La venticinquesima è Metca, cioè «dolcezza», quella dolcezza della quale il Salmista dice: «Come sono dolci le tue parole al mio palato: più del miele e del favo alla mia bocca!» La ventiseiesima è Esmona, cioè «fretta», con la quale, affrettandoci verso ciò che è davanti, dimentichiamo ciò che è passato e ci protendiamo verso il futuro. La ventisettesima è Moserot, cioè «catene» o «disciplina», della quale si dice in Isaia capitolo LIV: «Uomini di alta statura passeranno a te e saranno tuoi, cammineranno dietro a te, legati in catene.» Dimoriamo in queste catene mentre con passo affrettato ci rechiamo dai maestri e ne consumiamo le soglie, per occuparci dei precetti delle virtù e dei misteri della Scrittura. La ventottesima è Bene-Iaacan, cioè «figli della necessità» o «dello stridore», i quali, per timore del castigo e della gehenna, abbandonando il diavolo, si affrettano a rinascere in Cristo; dei quali puoi dire con Sion: «Io ero sterile e non partorivo, ecc. E dove erano costoro?» Isaia XLIX. La ventinovesima è il monte Gadgad, cioè «spedizione» o piuttosto «taglio», ossia che non dobbiamo trattenere la nostra spada dal sangue, come dice il Profeta, Geremia XLVIII: «Maledetto colui che compie le opere del Signore con frode, e maledetto colui che trattiene la sua spada dal sangue», cioè dal divorare le carni, ossia dal trucidare i vizi della carne.

La trentesima è Iotbata, cioè «bontà», affinché, quando saremo giunti all'uomo perfetto, al grado sacerdotale, imitiamo Colui che disse: «Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la vita per le sue pecore.» La trentunesima è Ebrona, cioè «passaggio» o «transito», affinché raccogliamo dalla Scrittura gli esempi che ci insegnano che qui non abbiamo una città stabile, ma dobbiamo passare a un luogo tale, di un tabernacolo mirabile, fino alla casa di Dio. La trentaduesima è Esion-Gaber, cioè «tronchi di un uomo», quali noi siamo nella mano del nostro artefice Dio, che fabbrica vasi diversi necessari in una grande casa. La trentatreesima è Cades, cioè «santa», per antifrasi, perché qui Mosè ed Aronne offendono il Signore presso le acque della contesa e viene loro proibito di entrare in Canaan: poiché dove c'è il precetto, là c'è anche il peccato; dove c'è il peccato, là c'è l'offesa; dove c'è l'offesa, là c'è la morte: affinché parimenti ricordiamo che tutti noi siamo condannati a morte a causa del peccato. La trentaquattresima è il monte Hor: qui muore Aronne sul monte Hor, cioè «del monte», ossia nell'altezza del grado e della virtù. La trentacinquesima è Salmona, cioè «piccola immagine», ossia del serpente di bronzo, cioè di Cristo crocifisso, che dobbiamo continuamente contemplare. Inoltre Salmona significa «ombra»: «Poiché ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma.» La trentaseiesima è Punon, cioè «bocca della bocca»: «Poiché con il cuore si crede per la giustizia, e con la bocca si fa la confessione per la salvezza.» La trentasettesima è Obot, cioè «magi e indovini», come quelli che combatterono contro Mosè ed Aronne: affinché sappiamo che abitiamo tra gli scorpioni e tuttavia dobbiamo vincere il loro veleno. La trentottesima è Iie-Abarim, cioè «cumuli di pietre di coloro che passano», dei quali Zaccaria dice, capitolo IX: «Le pietre sante rotolano sulla terra.» Costoro sono quelli che vanno di virtù in virtù. Vi sono anche altre pietre che Geremia nel capitolo L comanda di togliere dalla via, affinché non colpiscano i piedi di coloro che camminano per questo mondo e si affrettano a passare ad altre stazioni. La trentanovesima è Dibon-Gad, cioè «tentazione coraggiosamente compresa», con la quale comprendiamo che non dobbiamo insuperbirci: poiché prima della distruzione il cuore si innalza, e prima della gloria si umilia. La quarantesima è Almon-Diblataim, cioè «nel disprezzo delle piaghe» o «degli obbrobri»: con il quale impariamo che tutte le cose dolci e le lusinghe dei piaceri in questo mondo sono da disprezzare, e che non dobbiamo inebriarci di vino, nel quale sono gli obbrobri della lussuria. La quarantunesima sono i monti di Abarim, di fronte a Nebo. Abarim significa «coloro che passano»: perché i santi, sebbene si trovino sui monti delle virtù, devono tuttavia sempre salire più in alto verso il cielo. Nebo significa «conclusione»: là muore Mosè, cioè la legge finisce, né se ne trova la memoria, affinché succeda la grazia del Vangelo, che si estende senza alcun termine: «Poiché per tutta la terra si è diffuso il loro suono, e fino ai confini del mondo le loro parole.» La quarantaduesima e ultima è Abel-Sittim, cioè «lutto delle spine», affinché impariamo alla fine della vita a piangere con Sant'Agostino sia i peccati antichi che quelli recenti, e a non uscire da questa vita senza penitenza, per poter dire con il Salmista, Salmo XXXI: «Mi voltai nella mia angoscia, mentre la spina si configgeva.» Poiché ad Abel-Sittim gli Ebrei furono uccisi a causa del culto di Baal-Peor; parimenti i Madianiti e Balaam. Inoltre, qui furono compiute e dette tutte le cose che Mosè scrisse da questo capitolo fino alla fine del Deuteronomio.

Così San Girolamo spiega questi 42 accampamenti, nel suo trattato Sulle 42 stazioni, indirizzato a Fabiola, e da lui Ruperto. In modo mistico pressoché simile, il Beato Pier Damiani spiega questi 42 accampamenti, libro II, epistola 7, a Ildebrando.


Sul dovere del continuo progresso nella virtù

Impara da ciò che i fedeli devono progredire nella virtù per tutta la loro vita, e così procedere verso la terra promessa nel cielo. Poiché, come dice San Bernardo: «Progredire è una sorta di procedere.» E come dice il Salmista, Salmo LXXXIII: «Andranno di virtù in virtù.» E: «Beato l'uomo il cui aiuto viene da te; ha disposto ascese nel suo cuore.» Su queste parole San Girolamo scrive così: «Ha disposto ascese nel suo cuore, chiunque è santo e quotidianamente si protende verso ciò che è davanti e dimentica ciò che è passato. Perciò si dice anche che nel salterio vi siano quindici salmi graduali, e il primo dice: Al Signore, quando ero in tribolazione, gridai. E nel secondo: Alzai i miei occhi ai monti, donde verrà il mio aiuto. E nel terzo: Mi rallegrai per le cose che mi furono dette; e sempre procede, e progredisce, e sale a cose più alte. Ciò che dice è questo: Ha disposto ascese nel suo cuore. È colui che quotidianamente progredisce, che non considera ciò che fece ieri, ma ciò che deve fare oggi per progredire. Il santo pone ascese nel suo cuore, il peccatore discese. Come chi è santo progredisce ogni giorno, così chi è peccatore decresce ogni giorno.»

Per questo Salomone nei suoi Proverbi descrive il giusto così: «Ma il sentiero dei giusti è come luce splendente che avanza e cresce fino al giorno perfetto.» La prima ragione di ciò è che tutti sono tenuti ad aspirare alla perfezione della vita cristiana, e perciò a progredirvi quotidianamente. Questo è infatti il decreto di Cristo, Matteo V, 48: «Siate perfetti, come anche il Padre vostro celeste è perfetto.» E al capitolo XXII, 27: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, ecc., e il prossimo tuo come te stesso.» Donde Sant'Agostino, libro I del De Doctrina Christiana, capitolo XXII: «Allora l'uomo è ottimo», dice, «quando per tutta la sua vita si avvia verso la vita immutabile e vi aderisce con tutto il suo affetto.»

La seconda ragione è che finché viviamo in questa vita, ci troviamo a scuola: dunque, come genuini discepoli di Cristo, dobbiamo progredirvi quotidianamente. Donde San Bernardo, epistola 141: «Così vi prego, così fate, carissimi. Poiché un discepolo che progredisce è la gloria del suo maestro. Chiunque non progredisce nella scuola di Cristo è indegno del suo magistero.»

La terza ragione è che «la vera virtù», come dice lo stesso Santo nella sua epistola all'Abate Guarino, epistola 243, «non conosce fine, non è circoscritta dal tempo. Donde quel detto: La carità non viene mai meno, 1 Cor XIII, 8. E parimenti: La pazienza dei poveri non perirà in eterno, Salmo IX, 19. E: Il santo timore del Signore permane nei secoli dei secoli, Salmo XVIII, 10. Mai il giusto pensa di aver compreso, Filippesi III, 13; mai dice: È sufficiente; ma sempre ha fame e sete di giustizia; cosicché se vivesse per sempre, sempre, per quanto è in lui, si sforzerebbe di essere più giusto, e sempre cercherebbe con tutte le forze di progredire di bene in meglio. Poiché non si consacra al servizio divino per un anno o per un tempo, come un mercenario, ma per l'eternità. Ascolta infine la voce del giusto: Non dimenticherò mai le tue giustificazioni, poiché per mezzo di esse mi hai dato vita, Salmo CXVIII, 93. E ancora: Ho inclinato il mio cuore a compiere le tue giustificazioni per sempre, Salmo CXVIII, 112; non dunque per un tempo. Di conseguenza la sua giustizia non dura per qualche tempo, ma nei secoli dei secoli. La fame eterna del giusto merita dunque un ristoro eterno. E sebbene sia consumato in breve per quanto riguarda il tempo, è tuttavia giudicato aver compiuto molti tempi, Sapienza IV, 13, per la perpetuità della sua virtù.»

Poi prova lo stesso per contrario, quando dice: «Con quale ragione la brevità del tempo per i buoni può pregiudicare la loro perpetua devozione, quando non basta a scusare la pertinace malizia dei reprobi? Per questo, senza dubbio, il male di una mente inflessibile e ostinata è punito eternamente, sebbene sia stato perpetrato temporalmente, perché ciò che fu breve nel tempo o nell'opera si dimostra lungo nella volontà ostinata», cosicché se non morisse mai, non vorrebbe mai cessare di peccare: anzi, vorrebbe sempre vivere per poter sempre peccare. Perciò si può dire anche di costui per contrario: Fu consumato in breve e compì molti tempi, poiché meritatamente ha ricevuto la pena di molti, anzi di tutti i tempi, colui che in nessun tempo volle mutare la sua intenzione. Fin qui Bernardo.

La quarta ragione è che chi non vuole progredire, o pensa di non aver bisogno di ulteriore avanzamento, comincia a venir meno. «Per quanto a lungo possiamo aver vissuto quaggiù», dice Sant'Agostino sul Salmo LXIX, «per quanto possiamo aver progredito quaggiù, nessuno dica: Mi basta, sono giusto; chi lo disse, rimase per via, non seppe arrivare. Dove disse: Mi basta, là si fermò. Considera l'Apostolo al quale non bastava: e invero, come testimonia la Scrittura, passò beneficando e sanando tutti, Atti X, 38. Passò dunque, non infruttuosamente, non lentamente, non pigramente, ma con buon passo, ma come è scritto di Lui: Esultò come un gigante nel percorrere la via, Salmo XVIII, 7. Ma tu ti sei fermato; Egli dice di non essere ancora perfetto, e tu già ti glori della tua perfezione? Si confondano coloro che ti dicono: Bravo, bravo.» E il Dottore Mellifluo (Bernardo, epistola 341): «Non progredire è senza dubbio regredire. Nessuno dunque dica: Mi basta, voglio restare così, mi è sufficiente essere come ieri e l'altroieri. Costui siede lungo la via, si ferma sulla scala, dove il Patriarca non vide nessuno che non salisse, Genesi XXVIII, 12. Dico dunque: Chi crede di stare in piedi, badi di non cadere, 1 Cor X, 12. La via è ripida e angusta; e non qui, ma nella casa del Padre vi sono molte dimore, Giovanni XIV, 2.»

La quinta ragione è che nulla in questo mondo sta fermo: «O monaco», dice il medesimo Abate di Chiaravalle, epistola 253, «non vuoi progredire? Vuoi dunque regredire? Nient'affatto; e allora? Così, dice, voglio vivere, e rimanere dove sono giunto; non mi permetto di diventare peggiore, né desidero diventare migliore. Questo dunque è ciò che vuoi, ma che non può essere. Poiché che cosa sta fermo in questo mondo? E certamente dell'uomo in particolare fu detto: Fugge come un'ombra e mai rimane nello stesso stato, Giobbe capitolo XIV, 2.» E ancora altrove, epistola 341: «Ci muova anche l'esempio della cupidigia mondana. Quale ambizioso abbiamo mai visto contento delle dignità ottenute, che non anelasse ad altre? Così anche l'occhio di ogni curioso non si sazia di vedere, né l'orecchio si riempie di udire. E di coloro che servono l'avarizia, o sono amanti dei piaceri, o inseguono le vane lodi degli uomini — forse i loro desideri insaziabili non ci accusano di negligenza e tiepidezza? Vergogniamoci certamente di trovarci meno desiderosi dei beni spirituali.»

Del resto, procuriamo questo progresso, in primo luogo, per mezzo della grazia di Dio e della nostra vigorosa cooperazione con essa. Questa grazia deve essere ottenuta con le preghiere, affinché preghiamo continuamente con il Salmista: «Ponmi davanti, o Signore, la via delle tue giustificazioni, e la ricercherò sempre.»

In secondo luogo, proponendoci gli esempi di Cristo e dei Santi. Donde San Bernardo, epistola 253: «Egli stesso», dice, «l'autore dell'uomo e del mondo, finché fu visto sulla terra e conversò con gli uomini — si fermò forse? Anzi, come testimonia la Scrittura, passò beneficando e sanando tutti, Atti X, 38. Passò dunque, non infruttuosamente, non lentamente, non pigramente, ma con buon passo, ma come è scritto di Lui: Esultò come un gigante nel percorrere la via, Salmo XVIII, 7.» «Ma una cosa sola, dimenticando ciò che è dietro e protendendomi verso ciò che è davanti, secondo la mia intenzione corro verso il premio della vocazione celeste.» Egli dunque corre; chi non corre parimenti non raggiunge il corridore. E che giova seguire Cristo se non si riesce a raggiungerlo? Perciò Paolo diceva: Correte in modo da comprendere, Filippesi III, 8. Là, o cristiano, fissa la meta della tua corsa e del tuo progresso, dove Cristo pose la sua. Si fece, dice, obbediente fino alla morte. Per quanto dunque tu abbia corso, se non sei giunto fino alla morte, non afferri il premio.

In terzo luogo, per mezzo di un serio e frequente esame di coscienza. Donde Sant'Agostino, sermone 15 Sulle parole dell'Apostolo: «Chiedete», dice, «che cosa sia camminare? Dico brevemente: progredire, affinché per caso non comprendiate e camminiate più pigramente. Progredite, fratelli miei, esaminate voi stessi senza inganno, senza adulazione, senza blandizie. Poiché non c'è nessuno dentro di voi davanti al quale dobbiate arrossire o vantarvi. C'è Uno dentro di voi, ma Colui al quale piace l'umiltà — sia Lui a provarvi. Prova anche te stesso. Sempre ti dispiaccia ciò che sei, se vuoi arrivare a ciò che non sei ancora. Poiché dove ti sei compiaciuto di te stesso, là sei rimasto. Ma se hai detto: Mi basta, allora sei perito: aggiungi sempre, cammina sempre, progredisci sempre. Non restare per via, non tornare indietro, non deviare. Resta fermo chi non progredisce; torna indietro chi ritorna alle cose che aveva già lasciato; devia chi apostata. Meglio cammina uno zoppo per la via, che un corridore fuori strada.»