Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Viene ripetuta la legge dell'anno settimo della remissione, affinché in quell'anno rimettano i debiti ai Giudei, e dimettano liberi gli schiavi e le schiave giudee (di cui al versetto 12), e diano loro il viatico. In secondo luogo, al versetto 19, viene ripetuta la legge sui primogeniti degli animali da offrire a Dio e da mangiare nel tabernacolo, a meno che non fossero mutilati o deformi.
Testo della Vulgata: Deuteronomio 15,1-23
1. Nell'anno settimo farai la remissione, 2. la quale sarà celebrata in quest'ordine. Colui al quale è dovuto qualcosa da un amico o da un prossimo o da un fratello, non potrà esigerlo, perché è l'anno della remissione del Signore. 3. Dallo straniero e dal forestiero lo esigerai: ma non avrai il potere di esigerlo dal cittadino e dal parente. 4. E non vi sarà fra voi nessun bisognoso né mendicante: affinché il Signore Dio tuo ti benedica nella terra che sta per darti in possesso. 5. Se però ascolterai la voce del Signore Dio tuo, e osserverai tutto ciò che ha comandato, e ciò che oggi ti prescrivo, Egli ti benedirà, come ha promesso. 6. Presterai a molte nazioni, e tu stesso non prenderai in prestito da nessuno. Dominerai su molte nazioni, e nessuno dominerà su di te. 7. Se uno dei tuoi fratelli, che dimora entro le porte della tua città, nella terra che il Signore Dio tuo sta per darti, cadrà in povertà, non indurirai il tuo cuore, né chiuderai la tua mano; 8. ma gliela aprirai al povero, e gli presterai ciò di cui vedrai che ha bisogno. 9. Guàrdati che per caso non si insinui in te un empio pensiero, e tu dica nel tuo cuore: Si avvicina il settimo anno della remissione; e distogli i tuoi occhi dal tuo povero fratello, non volendo prestargli ciò che ti chiede: affinché non gridi contro di te al Signore, e ti sia imputato a peccato. 10. Ma gli darai, né agirai con alcuna astuzia nel sollevare le sue necessità: affinché il Signore Dio tuo ti benedica in ogni tempo e in tutte le cose a cui metterai mano. 11. Non mancheranno poveri nella terra della tua abitazione; perciò io ti comando di aprire la tua mano al tuo fratello bisognoso e povero, che dimora con te nella terra. 12. Quando ti sarà stato venduto tuo fratello ebreo o una ebrea, e ti avrà servito sei anni, nel settimo anno lo lascerai libero: 13. e colui al quale avrai concesso la libertà non permetterai che se ne vada a mani vuote; 14. ma gli darai il viatico dai tuoi greggi, dall'aia e dal torchio, con i quali il Signore Dio tuo ti ha benedetto. 15. Ricorda che anche tu hai servito nella terra d'Egitto, e il Signore Dio tuo ti ha liberato, e perciò ora io ti comando. 16. Se invece dirà: Non voglio andarmene, perché ama te e la tua casa, e sente di stare bene presso di te; 17. prenderai una lesina, e gli forerai l'orecchio alla porta della tua casa, e ti servirà per sempre: allo stesso modo farai con la schiava. 18. Non distogliere da loro i tuoi occhi quando li manderai liberi; perché per la mercede di un mercenario ti ha servito per sei anni: affinché il Signore Dio tuo ti benedica in tutte le opere che compi. 19. Dei primogeniti che nascono fra i tuoi armenti e fra le tue pecore, qualunque sia di sesso maschile, lo santificherai al Signore Dio tuo. Non farai lavorare il primogenito del bue, e non toserai i primogeniti delle pecore. 20. Al cospetto del Signore Dio tuo li mangerai ogni anno, nel luogo che il Signore avrà scelto, tu e la tua famiglia. 21. Ma se avrà qualche difetto, o sarà zoppo, o cieco, o in qualche parte deforme o debole, non sarà immolato al Signore Dio tuo; 22. ma entro le porte della tua città lo mangerai: tanto il puro quanto l'impuro ne mangeranno ugualmente, come di un capriolo o di un cervo. 23. Solo questo osserverai: che non mangi il loro sangue, ma lo versi sulla terra come acqua.
Versetto 2: La legge della remissione
2. COLUI AL QUALE È DOVUTO QUALCOSA DA UN AMICO, O DA UN PROSSIMO, O DA UN FRATELLO, — cioè da un Giudeo, che è fratello per stirpe, e perciò amico e prossimo. Questa legge parla dunque soltanto del debitore giudeo che deve qualcosa a un altro giudeo: costui infatti, nel settimo anno della remissione, era sciolto da ogni debito per indulgenza di questa legge; non parla invece dei proseliti convertiti al giudaismo: questi, infatti, nel settimo anno rimanevano vincolati ai loro debiti. Così l'Abulense.
Intendi inoltre il debito come proveniente da mutuo o da vendita; ma non da cosa data in uso, perché questo propriamente non è un debito, bensì cosa altrui, ossia cosa appartenente ad altri. Così l'Abulense. Si veda quanto detto in Levitico XXV, 2 e seguenti.
Versetto 3: Cittadini e parenti
3. NON AVRAI IL POTERE DI ESIGERLO DAL CITTADINO E DAL PARENTE. — In ebraico, da ciò che sarà tuo presso tuo fratello, ritirerai la tua mano (cioè ritirerai la richiesta del debito, che si fa con l'estensione della mano) verso tuo fratello, ossia il giudeo.
Versetto 4: Non vi sarà nessun bisognoso fra voi
4. E NON VI SARÀ FRA VOI NESSUN BISOGNOSO NÉ MENDICANTE, — come a dire: abbiate cura, quanto potete, che fra voi non vi siano bisognosi o mendicanti, prestando ai poveri, specialmente agli infermi o disabili, ciò di cui hanno bisogno, e rimettendolo loro nel settimo anno, se non possono pagare e restituirlo prima di allora; con questo dunque si accorda ciò che è detto al versetto 11: «Non mancheranno poveri nella terra della tua abitazione»: là infatti si significa che vi saranno poveri, mentre qui comanda che siano soccorsi. Dio volle infatti che vi fossero sempre alcuni poveri fra gli Ebrei, affinché i ricchi avessero occasione di esercitare misericordia verso di loro: perciò anche se gli Ebrei avessero cercato di fare in modo che non vi fossero poveri in Israele, non avrebbero mai potuto realizzarlo di fatto.
Vatablo concilia diversamente queste cose: dice infatti che fra gli Ebrei vi erano poveri in privato, ma nessun mendicante pubblico, come avviene oggi nelle repubbliche ben ordinate.
Di nuovo traduce questo passo così: eccetto se non vi sia un povero in mezzo a te, ossia rimetterai il denaro prestato ai fratelli poveri; ma eccettuo i fratelli ricchi, ai quali non rimetterai, poiché hanno di che restituire. Ma questa versione dissente dall'ebraico, dal caldeo, dai Settanta e dal nostro Traduttore.
Versetto 6: Presterai a molte nazioni
6. PRESTERAI A MOLTE NAZIONI. — Al posto di «presterai», l'ebraico ha haabatta, cioè darai in mutuo, ovvero presterai. Così il Caldeo e i Settanta. Traducono infatti: presterai a molte nazioni, ma tu non prenderai in prestito. Da ciò è chiaro che i Giudei non hanno qui alcun sostegno per le loro usure. Il senso dunque è: se nel settimo anno rimetterai i debiti ai tuoi debitori, non ti impoverirai, ma Dio ti benedirà e ti arricchirà, in modo tale che presterai ad altri, ma non riceverai da nessuno; poiché, come attraverso le cose con cui uno pecca, per mezzo di queste è anche punito: così al contrario, attraverso le cose con cui uno merita, per mezzo di queste è anche premiato, dice l'Abulense.
Versetto 9: Guàrdati — Conosci te stesso
9. GUÀRDATI. — I Settanta traducono: bada a te stesso. Perciò Sant'Ambrogio nel commento al Salmo CXVIII pensa che da qui sia stato tratto il famoso detto «conosci te stesso», che i Gentili attribuirono ad Apollo Pizio. Giustamente Clemente, libro III del Pedagogo: «La più bella e la più grande di tutte le discipline è conoscere sé stessi. Se infatti qualcuno conosce sé stesso, conoscerà Dio». Perciò Sant'Agostino, libro II dei Soliloqui, capitolo I, dice che Dio si prega nel modo più breve e più perfetto così: «O Dio, sempre lo stesso, possa io conoscere Te, possa io conoscere me stesso». E San Francesco: «Chi sei Tu, Signore? Chi sono io?» Tu sei l'abisso dell'essere, della bontà, della sapienza, della virtù, della perfezione e della gloria: io sono l'abisso del nulla, del male, dell'ignoranza, dei vizi, delle miserie e di ogni bassezza.
Al contrario, Platone nel Filebo chiama l'ignoranza di sé stessi la sorgente di ogni malvagità; poiché, come lo stesso dice negli Amanti, conoscere sé stessi è in assoluto essere sapienti, e da ciò dipende tutta la sapienza e la giustizia della vita. Senofonte, libro IV dei Detti memorabili di Socrate, afferma che coloro che ignorano sé stessi non sono idonei né al governo di sé stessi, né all'amministrazione della famiglia o dello Stato.
Perciò saggiamente San Bernardo ammonisce nelle sue Meditazioni, capitolo V: Studiati «di conoscere te stesso, perché sei molto migliore e più degno di lode se conosci te stesso, che se, trascurando te stesso, conoscessi il corso delle stelle, le virtù delle erbe, le nature degli uomini e degli animali, e avessi la scienza di tutte le cose celesti e terrestri. Rendi dunque te a te stesso, se non sempre, o spesso, almeno qualche volta».
L'astuzia di chi presta e di chi prende in prestito
NON DIRE, ECC. SI AVVICINA IL SETTIMO ANNO, — come a dire: Non dire: Incalza il settimo anno della remissione; se presterò qualcosa a mio fratello, o gli darò credito, non me lo restituirà, ma all'incalzare del settimo anno sarà libero dal debito; perciò non presterò, non gli darò credito. Questa era l'astuzia di chi presta, che qui viene vietata. Poteva esservi anche un'astuzia da parte di chi prende in prestito, se costoro erano ricchi e chiedevano un mutuo all'avvicinarsi del settimo anno, affinché nell'anno settimo fossero liberati dal restituirlo. Ma a questa astuzia bisognava far fronte negando loro tale prestito e dicendo: Tu sei ricco, dunque non hai bisogno di un prestito. Così l'Abulense.
NON VOLENDO PRESTARGLI CIÒ CHE CHIEDE, — cioè dare in mutuo: poiché se qualcuno avesse prestato qualcosa a un altro, o gliel'avesse data in uso, essa doveva essere restituita nella stessa specie nel settimo anno, come negli altri anni: era infatti cosa altrui, come ho detto al versetto 2. Così l'Abulense.
E ti sia imputato a peccato
E TI SIA IMPUTATO A PECCATO, — cioè, e il Signore si adiri contro di te e ti punisca severamente: «peccato» dunque è posto per la pena del peccato, per metonimia. Così Vatablo.
Versetto 10: La cura dei poveri
NÉ AGIRAI CON ALCUNA ASTUZIA, — nel modo che ho spiegato al versetto 9.
I Padri sulla cura dei poveri
Moralmente, nota qui con quanta ampiezza e insistenza Dio raccomandi agli Ebrei la cura e il soccorso dei poveri. La medesima cosa raccomanda a Nabucodonosor per mezzo di Daniele, Daniele IV, 27, affinché con l'elemosina riscatti i propri peccati. Così Cristo comanda che i poveri siano invitati ai banchetti, Luca XIV, 13, e dichiara che i beni conferiti loro sono stati conferiti a Lui stesso, Matteo XXV, 40, e che essi accoglieranno nelle tende eterne coloro che fanno loro l'elemosina, Luca XVI, 9. Perciò proclama beati anche i poveri in spirito, Matteo V, 3. Anzi, Egli stesso volle essere povero; per cui disse a un certo discepolo: «Le volpi hanno tane, e gli uccelli del cielo hanno nidi: ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». Perciò anche San Pietro, imitando Cristo, disse allo zoppo: «Non possiedo né argento né oro; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo Nazareno, àlzati e cammina». E San Paolo diceva di sé e degli altri Apostoli: «Fino a quest'ora abbiamo fame e sete, e siamo nudi», I Corinzi IV, 11; e: «So essere umiliato, e so abbondare; so essere sazio e aver fame; abbondare e patire la necessità», Filippesi IV, 12.
Gregorio Nazianzeno, orazione 16 Sull'amore dei poveri: «Nessun culto, dice, è tanto gradito a Dio quanto la misericordia verso i poveri. Poiché, in primo luogo, Dio vuole che alcuni siano poveri, affinché ci ricordino la nostra fragilità. In secondo luogo, i poveri devono essere aiutati perché sono nostri fratelli, sia per natura, sia per l'immagine di Dio rinnovata in Cristo, sia per la fede, la speranza, la carità e l'adozione divina, sia in vista della vita beata. In terzo luogo, perché aspiriamo a Cristo, fratello comune. In quarto luogo, perché, non essendovi nulla di stabile nel presente, dobbiamo pensare a riporre i nostri beni in sicurezza per mezzo dei poveri. In quinto luogo, per gli infiniti vantaggi di questa cosa, che possono ridursi a tre, cioè: la preservazione dai mali, la certezza della salvezza, la massima fiducia nei premi. In sesto luogo, perché Dio, che ci ha elargito innumerevoli benefici, comanda che doniamo poco ai nostri fratelli. In settimo luogo, nulla è così proprio di Dio quanto la misericordia e la benevolenza; ed Egli deve essere da noi imitato. In ottavo luogo, i poveri giacciono sotto la speciale cura e provvidenza di Dio, come attesta la Scrittura. In nono luogo, perché nel giorno del giudizio gli eletti saranno assegnati al cielo per le elemosine fatte, e i reprobi all'inferno per quelle trascurate».
Sant'Agostino, ogniqualvolta venivano meno le risorse della Chiesa, annunciava al popolo di non avere nulla da distribuire ai poveri: poiché ordinò persino che si spezzassero i sacri vasi del Signore per riscattare prigionieri e altri bisognosi, e che fossero distribuiti fra loro, dice Possidio nella sua Vita, capitolo XXIV.
Flacilla, moglie dell'imperatore Teodosio, con la propria mano assisteva i poveri e gli infermi; e poiché alcuni volevano distoglierla da loro, rispose: «Spetta a un imperatore distribuire oro; ma io, in vista dello stesso impero, devo offrire questo servizio a Colui che lo ha dato». Testimone è Teodoreto, libro V della sua Storia, capitolo XVIII.
Acacio, vescovo di Amida, per riscattare circa settemila poveri prigionieri persiani, vendette i vasi sacri, dicendo ai suoi chierici: «Il nostro Dio non ha bisogno né di piatti né di calici; perciò è conveniente che questi siano distribuiti fra i Suoi soldati afflitti». Testimone è Socrate, libro VII, capitolo XXI. Anche Teofilo disse: «È meglio restaurare i corpi dei malati, che sono più veramente templi di Dio, che edificare templi di pietra». Così Sozomeno, libro VIII, capitolo XII.
Versetto 12: L'anno settimo della libertà
12. NEL SETTIMO ANNO LO LASCERAI LIBERO, — computando, cioè, il settimo anno non dalla vendita dello schiavo, ma dall'anno della remissione, che era fisso e comune a tutti.
Versetto 17: Ti servirà per sempre
17. TI SERVIRÀ PER SEMPRE, — cioè fino al giubileo, dopo il quale seguiva come un'altra e nuova era. È chiaro da quanto detto in Esodo capitolo XXI, versetto 6.
La schiava
ALLO STESSO MODO FARAI CON LA SCHIAVA, — ossia dandole il viatico, ma non forandole l'orecchio, dice l'Abulense: infatti la schiava ebrea non era tenuta come serva perpetua, ma una volta raggiunta la pubertà doveva essere o presa in moglie dal padrone, o dal figlio del padrone, oppure rimandata libera: che se non volesse, ma preferisse rimanere serva nella casa del padrone, le si forava l'orecchio, dice Gaetano, allo stesso modo che allo schiavo. Si veda quanto detto in Esodo XXI, 7.
Senso simbolico: l'ira e la concupiscenza
Simbolicamente, lo schiavo e la schiava sono l'ira e la concupiscenza: queste devono servire per tutta la settimana degli anni, cioè per tutta la vita, ed essere soggette alla ragione, fino al sabato, ossia al settimo anno della beata impassibilità; allora infatti l'ira sarà dimessa come libera, quando sarà trasformata in fervore spirituale; e la concupiscenza sarà convertita in amore e in diletto divino: così Cirillo nei Collectanea sul Deuteronomio.
Versetto 18: Non distogliere da loro i tuoi occhi
18. NON DISTOGLIERE DA LORO I TUOI OCCHI QUANDO LI MANDERAI LIBERI. — In ebraico, caldeo e nei Settanta: non ti sia gravoso ai tuoi occhi quando lo dimetterai, cioè, non ti sia molesto rilasciare lo schiavo e aiutarlo con il viatico.
Allegoricamente, Cirillo, libro VII Sull'adorazione, pagina 137: Prima di Cristo, dice, Israele era stretto dallo spirito di servitù, soggetto alla legge che punisce: ma dopo che, nell'anno settimo della remissione, cioè nel tempo della grazia, rifulse l'Emmanuele, siamo stati dotati della libertà e dell'adozione di figli, con il viatico dato, ossia il corpo e il sangue del Signore, nell'Eucaristia.
La mercede del mercenario
POICHÉ PER LA MERCEDE DEL MERCENARIO TI HA SERVITO PER SEI ANNI. — Il Caldeo, Vatablo e altri interpreti più recenti traducono: poiché con doppia mercede di mercenario ti ha servito per sei anni. Gli Ebrei spiegano che la mercede dello schiavo è detta doppia perché colui che fu schiavo per sei anni, poiché i mercenari presso gli Ebrei locavano le loro opere solo per tre anni: ma questo schiavo serviva sei anni, dunque serviva e guadagnava il doppio.
Ma i Settanta, invece di «doppia mercede», traducono emmisthon prosthin, cioè con mercede annua, in modo tale che l'ebraico misne si derivi non da scheni, cioè secondo, ma da schana, cioè anno, come a dire: Per sei anni ti ha servito con mercede annua: e ciò il nostro Traduttore rende con senso ugualmente pieno: per la mercede del mercenario, ti ha servito per sei anni. Il senso dunque è questo: lo schiavo ti ha servito per sei anni come un mercenario, al quale avresti dovuto corrispondere ogni anno una mercede annua, ma egli non ne ricevette alcuna per sei anni; è dunque giusto che in suo luogo, nel settimo anno, tu lo lasci libero, con qualche provvista per il viaggio.
Versetto 19: I primogeniti degli animali
19. NON FARAI LAVORARE IL PRIMOGENITO DEL BUE, — perché questo primogenito è dovuto a Dio, ed è iniquo che dall'animale di Dio e dalle Sue primizie tu prenda per te o le prime fatiche o la lana.
E NON TOSERAI I PRIMOGENITI DELLE PECORE, — ma le porterai con la loro lana al sacerdote, affinché tu dia sia la lana sia la pecora a Dio, cioè al sacerdote al posto di Dio.
Tropologicamente, San Gregorio, libro VIII dei Morali, XXXIV: «Mosè, dice, qui proibì che la vita dei principianti fosse occupata nelle faccende umane: poiché lavorare con il primogenito del bue è mostrare gli inizi di una buona condotta nell'esercizio dell'azione pubblica; tosare i primogeniti delle pecore è spogliare davanti agli occhi umani le nostre prime opere buone del loro velo di occultamento. Pertanto, quando la nostra vita intraprende qualcosa di semplice e innocente, è conveniente che non abbandoni i veli della sua segretezza, affinché non la mostri nuda davanti agli occhi umani, come se, con il vello sottratto, fosse messa allo scoperto».
Versetto 20: Mangiare i primogeniti al cospetto del Signore
20. AL COSPETTO DEL SIGNORE DIO TUO LI MANGERAI. — «Li mangerai», tu cioè, o sacerdote; vi è infatti qui un cambiamento di persona: Mosè infatti volge il discorso dagli offerenti ai sacerdoti, ai quali spettava mangiare i primogeniti; infatti solo ad essi appartenevano, come appare chiaramente da Numeri XVIII, 17. Così l'Abulense. Inoltre, Dio qui comanda che siano mangiati in un luogo santo, ossia nell'atrio del tempio, perché aveva comandato che gli stessi Gli fossero offerti nel tempio, versandone il sangue e bruciandone il grasso, come si faceva con l'ostia pacifica, come appare da Numeri XVIII, 17: «Poiché sono santificati al Signore, dice, ne verserai soltanto il sangue sull'altare, e brucerai il grasso come odore soavissimo al Signore». Ma dopo l'immolazione dell'ostia pacifica, le sue carni dovevano essere mangiate dagli offerenti nel medesimo luogo, ossia nell'atrio del tempio; poiché ogni vittima, essendo santificata a Dio, doveva essere mangiata in luogo santo, come appare da Levitico VI, 16, e capitolo VII, versetto 6. La stessa cosa è significata da questa legge e frase: «Banchetterai al cospetto del Signore», cioè nell'atrio del tempio, ossia dalle ostie pacifiche e dalle altre oblazioni. Perciò essa è ripetuta di continuo in Deuteronomio XII, 12 e 18, e XIV, 26, e capitolo XVI, versetti 11 e 14, e capitolo XXVII, 7. Dove si dice: «Immolerai ostie pacifiche, e lì mangerai e banchetterai al cospetto del Signore Dio tuo». Dunque, per la somiglianza dei primogeniti con l'ostia pacifica, Dio comanda qui in modo simile che i sacerdoti, ai quali per diritto divino spettavano i primogeniti, li offrissero a Dio nel tempio e, dopo l'offerta, li mangiassero nello stesso luogo, in modo che questa manducazione fosse il compimento e la conclusione dell'offerta, simile al sacrificio pacifico. Dio dunque stabilisce che essi, in quanto cose sante, siano mangiati da sacerdoti santi in luogo santo, specialmente perché i sacerdoti abitavano presso il tempio, come suoi perpetui custodi e ministri: mentre i Leviti erano dispersi per tutte le città della Giudea a insegnare al popolo. Da quanto detto, è chiaro che Gaetano non ha ragione nel prendere «primogenito» impropriamente per le primizie e le carni separate per Dio in un banchetto sacro.
Versetti 21-22: I primogeniti con difetto
21 e 22. MA SE AVRÀ QUALCHE DIFETTO, O SARÀ ZOPPO, ECC., NON SARÀ IMMOLATO, ECC. MA ENTRO LE PORTE DELLA TUA CITTÀ LO MANGERAI. — Se un animale primogenito era zoppo, cieco o mutilato, non poteva essere sacrificato, ma doveva essere riscattato pagando un prezzo ai sacerdoti: allora poteva essere mangiato dai laici in qualunque luogo. Così l'Abulense.
Il senso mistico
Per il senso mistico, si veda Rabano, il quale in tutto questo passo, come in tutto il resto della Sacra Scrittura, è interamente mistico e morale. Perciò da lui è in gran parte composta la Glossa Ordinaria.