Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del Capitolo
Mosè, contemplando Canaan dal Nebo, muore, è sepolto, è pianto; Giosuè gli succede: ma nessun profeta simile a Mosè gli succede in seguito.
Testo della Vulgata: Deuteronomio 34,1-12
1. Mosè dunque salì dalle pianure di Moab sul monte Nebo, sulla vetta del Pisga di fronte a Gerico: e il Signore gli mostrò tutta la terra di Gàlaad fino a Dan, 2. e tutto Nèftali, e la terra di Èfraim e di Manasse, e tutta la terra di Giuda fino al mare ultimo, 3. e la parte meridionale, e l'ampiezza della pianura di Gerico, città delle palme, fino a Segor. 4. E il Signore gli disse: Questa è la terra per la quale giurai ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, dicendo: “Alla tua discendenza la darò”. L'hai vista con i tuoi occhi, e non passerai ad essa. 5. E Mosè, servo del Signore, morì là, nella terra di Moab, per comando del Signore: 6. ed Egli lo seppellì nella valle della terra di Moab di fronte a Peor: e nessun uomo ha conosciuto il suo sepolcro fino al giorno presente. 7. Mosè aveva centoventi anni quando morì: il suo occhio non si era offuscato, né i suoi denti erano stati smossi. 8. E i figli d'Israele lo piansero nelle pianure di Moab per trenta giorni: e furono compiuti i giorni del pianto di coloro che piangevano Mosè. 9. E Giosuè, figlio di Nun, fu ripieno dello spirito di sapienza, poiché Mosè aveva imposto su di lui le sue mani. E i figli d'Israele gli obbedirono e fecero come il Signore aveva comandato a Mosè. 10. E non sorse più in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conoscesse faccia a faccia, 11. in tutti i segni e prodigi che mandò per mezzo suo, a compiere nella terra d'Egitto al Faraone, a tutti i suoi servi e a tutta la sua terra, 12. e in tutta la mano potente e le grandi meraviglie che Mosè operò davanti a tutto Israele.
Versetto 2: Fino al mare ultimo
2. FINO AL MARE ULTIMO, cioè fino al mare occidentale, ossia il Mediterraneo, che era il confine occidentale della terra santa.
Versetto 5: Mosè, servo del Signore, morì
5. E MOSÈ, SERVO DEL SIGNORE, MORÌ LÀ. Giuseppe Flavio descrive così la morte di Mosè, nel libro IV delle Antichità, ultimo capitolo: «Al monte Abarim condussero Mosè il solo senato, e il Sommo Sacerdote Eleazaro, e il condottiero Giosuè; su quel monte, dove si fermò, congedò il senato; e mentre, dopo reciproci abbracci, dava l'ultimo addio a Eleazaro e a Giosuè, ancora parlando fu avvolto da un'improvvisa nube e fu portato via in una certa valle; ma nei libri sacri scrisse di essere morto, temendo che, a causa della sua eccellente virtù, proclamassero che era stato rapito da Dio». In modo simile, quando i vescovi conducevano Sant'Epifanio dalla città di Costantinopoli alla nave, egli disse loro: «Questa città e la corte dell'Imperatore e l'azione e il dramma di questa vita li lascio a voi: io invece me ne vado, affrettandomi a passare in un'altra città», come riferisce Niceforo, libro XIII, capitolo 13.
Riguardo a Mosè, Giuseppe Flavio prosegue: «Tutto il tempo della sua vita fu di centoventi anni, dei quali trascorse una terza parte nel comando, meno un mese; e morì nell'ultimo mese dell'anno, nel primo giorno del mese, che dai Macedoni è chiamato Dystrus, e da noi Adar», e corrisponde all'incirca al febbraio dei Romani.
Gli Ebrei, tuttavia, nel Seder Olam, che Andrea Masio segue nel suo commento a Gs 1, ritengono che Mosè sia nato il 7° giorno del dodicesimo mese, che si chiama Adar, e che sia morto nello stesso giorno dopo 120 anni.
Ma io dico che Mosè morì all'inizio di Adar, ossia il terzo o quarto giorno di Adar. Che così sia si prova come segue: poiché 36 giorni trascorsero dalla morte di Mosè al passaggio degli Ebrei attraverso il Giordano in Canaan; ma questo passaggio avvenne il decimo giorno del primo mese dell'anno seguente, come risulta da Gs 4,19; ora conta indietro 36 giorni dal decimo giorno del primo mese, e arriverai al quarto giorno dell'ultimo mese dell'anno precedente. Inoltre, che siano trascorsi qui precisamente 36 giorni si prova così: poiché gli Ebrei piansero la morte di Mosè per 30 giorni; terminati i quali, Giosuè mandò gli esploratori a Gerico, i quali si nascosero sul monte per tre giorni: al loro ritorno, Giosuè spostò il campo al Giordano, dove attese tre giorni, e il giorno seguente attraversò il Giordano con il suo popolo. Ora aggiungi tre e tre giorni a 30, e avrai 36, che è ciò che cerchiamo. Così Torniello.
È degno di nota che nel Martirologio Romano il giorno di Mosè sia assegnato al quarto di settembre: poiché, sebbene nell'anno comune sia settembre, tuttavia nell'anno sacro (di cui si serve la Scrittura) Adar, cioè febbraio, è l'ultimo mese.
Si noti ciò che Giuseppe Flavio dice di Mosè: «Scrisse di essere morto»; così infatti ritengono egli stesso, Filone e alcuni altri. Ma è più vero, come ho detto altrove, che queste cose siano state scritte non da Mosè, ma da Giosuè, o da qualcun altro; ciò è infatti chiaramente indicato da quanto si dice al versetto 6: «E nessun uomo ha conosciuto il suo sepolcro fino al giorno presente»; donde gli Ebrei ritengono che tutto questo capitolo 34 sia stato scritto da Giosuè, con il quale concorda l'Abulense, che eccettua soltanto i primi quattro versetti del capitolo: egli infatti pensa che questi siano stati scritti da Mosè, ormai sul punto di salire sul monte Nebo, e gli altri da Giosuè.
Si noti: riguardo alla morte di Mosè vi furono varie opinioni tra gli antichi. In primo luogo, alcuni pensarono che egli non fosse ancora morto, ma fosse stato trasferito, perché tornasse con Enoc ed Elia contro l'Anticristo; così pensò Sant'Ilario, Canone 20 su Matteo, Giovanni Arboreo, e libro XI della sua Teosofia, capitolo 11, Catarino su Gen 3.
Lo provavano sia dal fatto che il suo sepolcro non fu trovato, sia da Ap 11,6, dove Giovanni, parlando dei due testimoni di Cristo che saranno al tempo dell'Anticristo, aggiunge: «Costoro hanno il potere di convertire le acque in sangue, e di colpire la terra con ogni piaga»; con queste parole sembra essere significato Mosè: egli infatti convertì le acque in sangue e colpì l'Egitto con ogni piaga, Es 7 e seguenti.
San Girolamo sembra insegnare la stessa opinione nel suo commento ad Am 9, e Gregorio di Nissa nella sua Vita di Mosè, alla fine, e Sant'Ambrogio, libro I Su Caino e Abele, capitolo 2; e questa opinione è attribuita a Sant'Ambrogio da Viegas su Ap 11, e da Suárez, Parte III, Questione 45, articolo 3; poiché là Sant'Ambrogio sembra asserire che Mosè non morì veramente, ma fu solo detto morto per la parola del Signore: perché, per comando del Signore, fu trasferito come Elia.
Questi Padri, tuttavia, sono scusati da altri con il fatto che parlano misticamente: San Girolamo infatti dice che Mosè salì in cielo, cioè in una vita e in una santità celeste e perfettissima; poiché nella morte fu santissimo, e mostrò uno zelo e uno spirito ammirabile, come risulta dal Deuteronomio. Nello stesso modo si può spiegare Gregorio di Nissa: Sant'Ambrogio, invece, sembra giocare allegoricamente al suo solito, e voler significare soltanto che Mosè fu tipo di Cristo risorgente subito dalla morte, e che la morte di Mosè è narrata nella Scrittura in modo tale che egli sembra non tanto essere morto, quanto essere stato trasferito e reso immortale. In primo luogo, in ciò che si narra che egli non morì per mancanza di forze; in secondo luogo, che fu rapito agli uomini; in terzo luogo, che il suo sepolcro è sconosciuto. Da queste cose infatti poteva sembrare agli uomini trasferito piuttosto che morto; poiché che Ambrogio non neghi che Mosè sia veramente morto si deduce dal fatto che nello stesso luogo insegna espressamente che Mosè risorgerà.
Ma qualunque sia il pensiero di questi Padri, io dico che questa opinione è erronea, e anzi è materia di fede che Mosè sia morto. Ciò è chiaro dal capitolo 32, versetto 49: «Sarai riunito ai tuoi popoli, come morì Aronne»; e qui espressamente: «E Mosè morì là»; e poco dopo: «Ed Egli lo seppellì nella valle». Ad Ap 11, rispondo che là non si parla di Mosè; ma si allude soltanto ai suoi prodigi, in quanto Enoc ed Elia faranno cose simili a quelle che fece Mosè.
In secondo luogo, altri pensano che Mosè sia morto davvero, ma sia risorto subito, e perciò nessuno abbia conosciuto il suo sepolcro. Così Rabbi Samuele di Marocco, nel suo libro Sulla venuta del Messia, capitolo 13. A questa opinione si avvicina quasi Gagneo nel capitolo 11 dell'Apocalisse, il quale insegna che Mosè morì davvero, ma risorgerà e verrà a combattere con l'Anticristo. Lo stesso (il che è degno di nota) è il parere di Maldonato su Mt 17. Ma questa opinione è improbabile e temeraria, come priva di solido fondamento, e contraria alla comune opinione dei Padri, i quali insegnano che non Mosè, ma Enoc ed Elia verranno contro l'Anticristo.
In terzo luogo, altri pensarono che Mosè sia morto, ma sia risorto alla trasfigurazione di Cristo, sul monte Tabor. Così sembra pensare San Girolamo nel suo commento a Mt 17, e l'autore di Sulle meraviglie della Sacra Scrittura (libro falsamente attribuito a Sant'Agostino), libro III, capitolo 10. Ma anche questo è improbabile; poiché è certo che Cristo fu il primo di tutti, e prima di tutti
a risorgere alla vita immortale: poiché di qui Cristo è chiamato dall'Apostolo «Primizia di coloro che dormono» e «Primogenito dei morti». Se dici che Mosè risorse, ma morì di nuovo, rispondo: sarebbe stato molto più duro e amaro per Mosè morire dopo la risurrezione, che non risorgere affatto. Inoltre, è del tutto verosimile che Mosè sia risorto poco dopo Cristo, insieme con il patriarca Giacobbe, Giuseppe e altri antichi Santi (dei quali parla Mt 27,52): dunque non risorse alla trasfigurazione, ma soltanto apparve là in un corpo assunto, come appaiono gli angeli: così insegnano Lirano e l'Abulense su Mt 17, San Tommaso, Parte III, Questione 45, articolo 3, risposta 2, e altri. Se infatti altri patriarchi risorsero con Cristo, allora tanto più Mosè, che fu legislatore e guida del popolo, e tipo espresso di Cristo.
MOSÈ, SERVO DEL SIGNORE. Questo è l'elogio e quasi l'epitaffio di Mosè, che abbraccia tutti gli altri. «Servo» dunque significa lo stesso che ambasciatore, guida, legislatore, profeta «del Signore». È una grande dignità essere servo del Signore dei signori. Ascolta Ambrogio, libro Sul Paradiso, 14: «La servitù religiosa soggetta alla parola di Dio è molto migliore della libertà del mondo». Ascolta Filone, libro Sui Cherubini: «Servire Dio è la più grande gloria, non solo maggiore della libertà, ma più preziosa delle ricchezze, del principato e di tutte le cose che i mortali ammirano». Per questo San Paolo si gloria di essere servo di Cristo. Per questo Sant'Agata disse al tiranno: «Molto più preziosa, disse, è l'umiltà e la servitù cristiana, rispetto alle ricchezze e alla superbia dei re», cioè, «servire Dio è regnare». E come dice Sant'Ambrogio: «È una dignità essere servo di un potente». Diciamo dunque con Cassiodoro: «Servire Te, o Signore, è più nobile che impadronirsi dei regni del mondo; giustamente, poiché da servi siamo fatti figli, da empi giusti, da prigionieri siamo resi liberi». Alessandro Magno disse a un comandante dei suoi soldati, che anch'egli si chiamava Alessandro: «Compi cose degne del tuo nome, degne di Alessandro»; e anche noi compiamo cose degne di un nome tanto grande, degne di un servo di Dio.
PER COMANDO DEL SIGNORE. In ebraico, alla bocca del Signore, cioè, come dice Vatablo, alla parola del Signore, o per decisione del Signore. La nostra Vulgata traduce in modo ottimo, per comando del Signore. Dio gli aveva comandato, al capitolo 32, versetto 49, dicendo: «Sali su questo monte Abarim, ecc., e muori sul monte». Là Dio pronunciò la sentenza di morte su Mosè, cioè che egli morisse su questo monte: qui la esegue. Dio dunque, così come per primo aveva dato l'anima a Mosè, così qui la richiede indietro da lui e la separa dal corpo. Donde non leggiamo qui nulla di una malattia di Mosè; anzi, al contrario, si dice al versetto 7 che fino all'ultimo fu così sano e forte che i suoi occhi non si erano offuscati, né i suoi denti erano stati smossi; Dio dunque gli tolse l'anima. Donde i Settanta e il Caldeo traducono: Mosè morì per la parola del Signore: poiché la parola e il comando di Dio sono efficaci, cosicché se dice a qualcuno: Muori, costui muore immediatamente per la forza del Suo comando. Certi seguaci di interpretazioni nuove spiegano «alla bocca del Signore» come, «nel bacio del Signore», quasi a dire: Come una madre è solita deporre dal suo seno in un piccolo letto il bambino dormiente, applicando bocca a bocca: così Dio depose Mosè, come un bambino dormiente, per mezzo di un bacio e di un abbraccio, nel seno di Abramo quasi in un piccolo letto; così Viegas su Ap 14, commento 2, sezione 3. Ciò è elegante e pio piuttosto che genuino. Poiché, in ebraico, «la bocca del Signore» non significa altro che la parola e il comando del Signore, come spiegano i Settanta, San Girolamo, il Caldeo, Vatablo, Oleaster e tutti gli interpreti.
Versetto 6: Lo seppellì nella valle
E LO SEPPELLÌ NELLA VALLE. Dunque Mosè non seppellì sé stesso, come vogliono certi rabbini; né lo seppellì Giosuè, come dice Sant'Efrem; ma fu Dio che lo seppellì per ministero degli angeli, mentre il diavolo invano resisteva. Per questo San Giuda nella sua lettera dice: «Quando l'arcangelo Michele, disputando con il diavolo, contese per il corpo di Mosè, non osò pronunciare contro di lui un giudizio di bestemmia (bestemmiarlo, oltraggiarlo); ma disse: Ti rimproveri il Signore».
Dove Ecumenio scrive così: «Si dice che Michele prestasse il suo ministero nel seppellire Mosè; il diavolo non lo tollerava, ma portava l'accusa che Mosè fosse indegno di sepoltura, perché aveva ucciso un Egiziano e lo aveva sepolto nella sabbia: e perciò non permetteva che ottenesse una sepoltura onorevole; ma quando, in questa controversia, Michele ebbe l'occasione di maledire il diavolo per la sua impudenza, non lo fece, bensì soltanto proferì contro di lui queste parole: Ti rimproveri Iddio, o diavolo». Altri adducono altre ragioni di questa contesa, che il nostro Serario passa in rassegna diffusamente nel suo commento alla Lettera di Giuda.
Esisteva un tempo un libro intitolato: Assunzione di Mosè, ossia la sua ascesa al monte Nebo, nel quale si raccontano i colloqui di Mosè, già prossimo alla morte, con Dio, la sua sepoltura scavata dalle mani degli angeli in un luogo nascosto, e anche la disputa di Michele con il diavolo; dal quale Origene, libro 3 Dei Principi, capitolo 2, e Clemente, libro 6 degli Stromati, ritengono che San Giuda abbia attinto queste notizie; dove, dalla medesima fonte, egli riferisce che Mosè fu veduto da Giosuè e da Caleb, mentre veniva assunto in gloria, tra gli angeli.
Ma Sant'Atanasio, nella sua Sinossi della Sacra Scrittura, respinge questa Assunzione di Mosè, insieme con un altro scritto intitolato Testamento di Mosè, fra gli apocrifi.
NELLA VALLE DELLA TERRA DI MOAB, DI FRONTE A PEOR. Da questo e dal versetto 5 risulta chiaramente che Mosè morì sul monte Nebo, ma che il suo corpo fu di là trasportato dagli angeli e sepolto nella valle di Moab, cioè in quella che confina con Moab, ma che si trova nella sorte della tribù di Gad, o piuttosto di Ruben.
DI FRONTE A PEOR. Serario, nel suo commento alla Lettera di San Giuda, ritiene non senza verosimiglianza che una delle ragioni della contesa del diavolo con Michele fosse che il diavolo era adorato a Peor, e perciò non poteva tollerare che il corpo di un uomo tanto santo quale era Mosè fosse deposto accanto a lui, e temeva che per opera di Mosè,
o venisse scacciato da quel luogo, o fosse costretto a tacere. La ragione morale fu che in questa valle gli Ebrei avevano adorato Peor, ossia Priapo, fornicando con le giovani di Moab, Nm 25,1, sicché Dio, per applicare una medicina adatta a questa ferita, volle che Mosè vi fosse sepolto, affinché, con la memoria della morte e la presenza della sepoltura, fossero richiamati dalle lusinghe e dai piaceri della carne. Nulla infatti assopisce ed estingue tali passioni quanto lo sguardo o la considerazione della morte e di un cadavere. Così un certo sant'uomo nelle Vite dei Padri, tentato dall'amore di una giovane, occupandosi a guardare e ad annusare il cadavere e i vermi di quella donna, ormai morta, mortificò del tutto tale tentazione. Per la medesima ragione leggiamo che altri abitarono nei sepolcri.
E NESSUN UOMO HA CONOSCIUTO IL SUO SEPOLCRO. Perché? Rispondo in primo luogo che, in onore di un uomo così grande, si conveniva che egli fosse sepolto non da uomini, ma da angeli, in un luogo sconosciuto agli uomini. Così Epifanio, Eresia 9, Ecumenio sulla Lettera di Giuda, l'Abulense qui, Questione 3, e Filone, il quale dice che Mosè fu sepolto in una tomba così mirabile che nessun uomo fu mai degno di contemplarla.
In secondo luogo, affinché gli Ebrei non adorassero il suo corpo, in quanto corpo del loro condottiero e legislatore, come una divinità o qualcosa di divino. Così Teodoreto, Procopio qui, e Crisostomo, Omelia 1 su Matteo. Soprattutto perché è assai credibile che il corpo di Mosè, benché morto, conservasse ancora lo splendore e la bellezza del volto che aveva prima, come è accaduto a molti dei Santi, dice Bellarmino, libro 2 Sulle Reliquie dei Santi, capitolo 4. E che questa fosse la ragione principale della contesa di Michele con il diavolo, ossia che il diavolo voleva che il corpo e il sepolcro di Mosè fossero aperti e noti ai Giudei, mentre Michele non lo voleva, affinché non fosse per essi occasione di idolatria, è comunemente insegnato sia dagli antichi sia dai più recenti interpreti della Lettera di San Giuda. Gli Ebrei infatti erano allora inclini all'idolatria: per cui vi era allora grande pericolo di essa, quale non esiste presso i Cristiani quando venerano le reliquie dei Santi: perciò gli eretici a torto volgono contro le reliquie questo passo. Si aggiunga che Dio qui onorò le reliquie di Mosè, quando le nascose agli uomini, e volle che fossero trattate e sepolte con decoro soltanto per mezzo degli angeli; e così con il suo esempio ci insegnò quanto dobbiamo venerare i Santi e le loro reliquie.
Così anche Sant'Antonio, prossimo a morire, comandò ai suoi discepoli: «Nessuno, disse, porti le mie spoglie in Egitto, affinché il corpo non sia conservato con vano onore, e non siano praticati anche intorno a me quei riti che, come sapete, ho condannato; poiché per questa ragione soprattutto sono tornato qui, affinché nessuno, tranne voi, conosca il luogo del mio sepolcro. Confido nel Signore che, al tempo necessario della risurrezione, questo povero corpo risorgerà incorrotto. I discepoli dunque avvolsero il corpo come egli aveva prescritto, e lo coprirono di terra: e nessuno fino ad oggi, eccetto loro, sa dove sia stato deposto», dice Sant'Atanasio.
È probabile, come insegna Giuseppe Flavio, che Mosè, accompagnato da Giosuè, Eleazaro e altri capi, salì sul Nebo; e là davanti a loro, come dice Gaetano, o davanti ad alcuni di loro, morì; poi il suo corpo, mentre essi guardavano, fu portato dagli angeli attraverso l'aria e trasferito nella valle di Moab, e ivi sepolto, benché quegli spettatori non potessero discernere né notare il luogo preciso della valle in cui fu sepolto, come è detto qui: così Gaetano. Mosè aveva 120 anni quando morì: Mosè dunque morì nell'anno del mondo 2493, nell'anno 836 dopo il diluvio, e nell'anno 1456 prima di Cristo.
Romolo volle imitare questo rapimento di Mosè, o almeno i Romani ne inventarono una storia simile a proposito di lui; poiché egli o fu ucciso dai senatori, o scomparve dalla vista. Donde Giulio Proculo, patrizio romano, immaginò che Romolo gli fosse apparso, e, richiesto di che cosa gli fosse accaduto, avesse risposto: «Agli dèi, o Giulio, dai quali provengo, è parso bene che io fossi per un tempo tra gli uomini, e fondassi una città il cui impero e la cui gloria sarebbero stati i più grandi, e poi abitassi di nuovo il cielo: addio, e di' ai Romani che, se coltiveranno la temperanza e la fortezza, supereranno tutti i mortali in potenza. E io, il dio Quirino, vi sarò propizio», come riferisce Plutarco nella sua Vita di Romolo. Parimenti Apollonio di Tiana, mago e impostore del mondo, allontanando il suo discepolo Davide presso l'imperatore Nerva, affinché non fosse testimone della sua fine ultima, incontrò una morte nascosta nell'anno di Cristo 99, perché si credesse che egli fosse stato trasferito immortale in cielo: lo testimonia Filostrato nella sua Vita. Costoro furono come scimmie di Mosè, così come il diavolo è la scimmia di Dio.
Versetto 7: Il suo occhio non si era offuscato
7. IL SUO OCCHIO NON SI ERA OFFUSCATO, come sogliono essere gli occhi dei vecchi.
NÉ I SUOI DENTI SI ERANO MOSSI, come nei vecchi i denti, anche i molari, sogliono allentarsi e cadere: questo è infatti ciò che delle miserie della vecchiaia scrive il Qoèlet, ultimo capitolo, versetto 3: «Quando tremeranno i custodi della casa», cioè la vista e gli altri sensi, «e vacilleranno gli uomini più forti», cioè le gambe, «e staranno in ozio i molari (cioè i denti), perché ridotti in piccolo numero». In luogo di «né i suoi denti si erano mossi», i Settanta traducono: «né le sue labbra si erano corrotte»; il Caldeo: «né si era mutato lo splendore della gloria del suo volto»: dove chiaramente significa che le corna di luce rimasero sempre su Mosè, il che sostiene anche Bellarmino poco sopra citato: di questa cosa ho parlato a Es 34,29. Vatablo traduce: la sua mascella non aveva per nulla ceduto, ovvero il suo vigore non era appassito; così pure Gaetano, come se dicesse: il suo volto e il suo corpo furono sempre pieni di vita; poiché la vecchiaia suole essere arida. Da ciò risulta chiaro che Mosè non morì per mancanza di forze, né per malattia; ma solo per comando e volontà di Dio: poiché salì sul monte in piena salute, e là immediatamente morì, dissolvendolo Dio e separando la sua anima dal corpo e conducendola al Limbo dei Padri.
Questo vigore e queste forze venivano a Mosè, dice l'Abulense, dalla familiarità e dalla presenza con Dio: perché dimorò e conversò con Dio due volte per quaranta giorni sul Sinai, e allora non mangiò né bevve, sostenuto dalla sola presenza di Dio. E da ciò ebbe corna, cioè raggi di luce, sul volto: da ciò ebbe anche forze durevoli in tutte le membra; tanto che nell'anno in cui morì, mosse guerra contro due re, cioè Og e Sicon, Nm 21 e 22. Neppure la voce gli venne meno: poiché con voce altissima e stentorea, che poteva essere udita da tutto il popolo, promulgò tutto il Deuteronomio con grande spirito agli Ebrei, poco prima di morire. Si aggiunga tuttavia che anche la sua sobria dieta e la tranquillità del suo animo, nata dalla mansuetudine di Mosè, contribuirono a questo. Infatti, come dice Ippocrate, τά ἄχολα μακρόβια, gli animali che sono privi di bile sono longevi, e sani e forti fino a grande età; per la qual ragione i cervi, sopra gli altri animali, si mantengono longevi e vigorosi. Donde la Scuola Salernitana:
Se vuoi conservarti incolume, se vuoi renderti sano, togli le gravi preoccupazioni, credi che l'ira sia cosa profana.
Così San Bernardo, benché malaticcio, a motivo della pace e della tranquillità dell'animo, superò il sessantesimo anno, e morendo disse ai suoi: «Vi raccomando tre cose, che nella corsa che ho percorso, per quanto ho potuto, ho osservato: primo, mi sono fidato del mio giudizio meno che di quello altrui; secondo, quando fui ferito, non cercai vendetta contro chi mi aveva ferito; terzo, non volli dare scandalo a nessuno: e se mai vi caddi, lo rimediai come potei»; donde il distico:
Non turbai alcuno, riconciliai i litigiosi, quando ferito sopportai, e non compiacqui a me stesso.
Parimenti Sant'Antonio, come testimonia Sant'Atanasio, sempre con animo e volto lieto, visse fino al 105° anno, persistendo fino alla fine nello stesso tenore e rigore di astinenza e di penitenza, «né mai fece alcuna concessione all'età a causa della debolezza. Anzi, mantenendo la costanza del proposito, non mutò la veste, non si lavò i piedi, né cercò cibo più morbido: e l'acutezza dei suoi occhi, e il numero dei suoi denti, benché sembrassero un poco logorati dall'età; e anche la sua andatura, e la saldezza di tutto il suo corpo, le conservò così, anche contro le leggi della natura, per grazia dei suoi meriti, che la sua carne appariva più lieta dei corpi lavati che erano coccolati con bagni e delizie». E di nuovo: «Aveva finito le sue parole, e mentre i discepoli lo baciavano, stendendo un poco i piedi, guardò la morte con gioia, tanto che dalla letizia del suo volto si poteva riconoscere la presenza dei santi angeli, che erano discesi per portarne via l'anima». Così Sant'Atanasio.
Parimenti Sant'Abramo eremita, come testimonia Sant'Efrem nella sua Vita, capitolo 18, benché si macerasse con assidui digiuni, vigilie, lacrime e penitenze, fu vigoroso nella vecchiaia fino alla morte. «Il suo aspetto, dice Sant'Efrem, era come un fiore immarcescibile; e nel suo volto si riconosceva la purezza della sua anima. Ma anche tutto il suo piccolo corpo, come se non avesse fatto nulla, appariva sano e robusto, in quanto godeva in tutto della grazia divina, e possedeva la dolcezza della letizia spirituale. Infatti, nell'ora del suo addormentarsi, il suo volto appariva così splendidissimo, come se non avesse in alcun modo trascorso il tempo della sua vita nell'astinenza; e davvero, in tutti i cinquant'anni della sua astinenza, non mutò il cilicio di cui era rivestito».
Versetti 8-9: Il lutto e la successione di Giosuè
8. E I FIGLI D'ISRAELE LO PIANSERO PER TRENTA GIORNI. Di qui anche presso i Cristiani si osservano i trigesimi dei defunti, come ho detto a Nm 20,29.
9. MOSÈ AVEVA IMPOSTO SU DI LUI LE SUE MANI, come se dicesse: Per mezzo dell'imposizione delle mani di Mosè, Giosuè aveva ricevuto lo Spirito Santo, dice Vatablo. Si veda quanto è stato detto a Nm 27,18.
Versetti 10-12: Nessun profeta come Mosè
10 e 11. E NON SORSE PIÙ IN ISRAELE UN PROFETA (simile, cioè, a Mosè, così da essere altrettanto familiare con Dio e operatore di prodigi) CHE IL SIGNORE CONOSCESSE FACCIA A FACCIA, (parimenti simile a lui), IN TUTTI I SEGNI E I PRODIGI CHE MANDÒ PER MEZZO SUO (dandogli, cioè, la virtù e la potestà) DI COMPIERLI. Si potrebbe tradurre più chiaramente con Vatablo e Gaetano: per i quali, ovvero a motivo dei quali il Signore lo aveva mandato, a compiere, ecc. In queste cose dunque Mosè superò tutti i Profeti, cioè nei prodigi e nella familiarità con Dio; ciò tuttavia non impedisce che a qualche altro Profeta siano stati rivelati più e maggiori misteri. Così infatti Davide è comunemente chiamato il massimo dei Profeti, dice l'Abulense. Di Cristo non v'è dubbio che fu più eccellente di Mosè: ma Cristo non fu tanto Profeta, quanto nuovo e illustre ispettore e legislatore del Vangelo.
Tropologicamente. Così Sant'Efrem nel suo Encomio di San Basilio lo paragona a Mosè e agli altri Profeti, se non lo antepone, dicendo: «O fedele Basilio, come Abele fosti accetto, come Noè fosti salvato, come Abramo fosti chiamato amico di Dio, come Isacco fosti offerto in vittima a Dio; come Giacobbe sopportasti coraggiosamente le tentazioni: e come Giuseppe, fosti magnificamente glorificato: come Mosè, sommergesti il Faraone posteriore con la verga della croce, fendendo il mare delle sofferenze: come Aronne, fosti sommo sacerdote del Signore: come Giosuè figlio di Nun, mettesti in fuga i nemici: come Finees lo zelante, fosti ritenuto degno di grazia: come Isaia, fosti purificato con il fuoco spirituale: come Ezechiele, contemplasti Colui che siede sopra i Cherubini: come Daniele, chiudesti la bocca dei leoni: e come i tre giovani, giustamente calpestasti la fiamma dei tuoi avversari. Come Pietro predicasti, come Paolo insegnasti, come Tommaso confessasti il Figlio di Dio che aveva patito: come Matteo, Marco, Luca e Giovanni, discorresti delle cose divine: come gli Apostoli istruisti gli iniqui, convertisti gli empi, e fosti gradito a Dio: prega per me, che sono del tutto miserabile, e richiamami con le tue intercessioni, o padre».
12. E TUTTA LA MANO POTENTE, cioè, tutte le opere potenti, valide e magnifiche, dico, Dio mandò, cioè diede, a Mosè, quando lo suscitò e lo fortificò a compierle. Nell'ebraico la connessione è più chiara; esso ha infatti «e in tutta la mano potente», il che si collega opportunamente a ciò che precede, «in tutti i segni e prodigi».
E GRANDI PRODIGI. In ebraico: e ogni grande terrore. Dice grande terrore, secondo Vatablo, a motivo di ciò che fu compiuto nel Mar Rosso; e terrore, a motivo della legge che il Signore diede sul monte Sinai con tanti prodigi spaventosi, cui aggiungi altri terrori, come l'inghiottimento di Core, Datan e Abiram, l'incendio dei 250 notabili, Nm 16,35, la strage dei fornicatori, Nm 25, e altri.
O lunga, o profonda, o abissale, o eterna ETERNITÀ! Mosè visse, e ora vive beato e glorioso con Dio in eterno; così viviamo anche noi. La nostra anima è eterna, vivrà in eterno, o beatamente o miseramente. Vivi per l'Eternità; lotta, soffri per l'Eternità. Qui tu tiri il dado, il dado irrevocabile dell'Eternità. O cara Eternità, eterna verità, vera carità, Dio mio e mio tutto, apri i nostri occhi, allontana da noi lo stupore degli uomini, affinché conosciamo che cosa sia l'Eternità, quanto immensa, quanto felice o misera essa sia. Ci hai creati per Te, ci hai creati per l'Eternità, perché Tu sei l'Eternità; volesti, comandasti, decretasti di farci partecipi della Tua Eternità. Poiché luce perpetua risplenderà sui Tuoi santi, o Signore, e un'Eternità di tempi. Concedici di spendere questo momento del tempo piamente e santamente, affinché in esso ci applichiamo all'Eternità, lavoriamo per l'Eternità, soffriamo e combattiamo per l'Eternità, e gridiamo lo stesso a tutti, e salviamo quante più anime possiamo dal perire in eterno. Udite, o Cristiani; udite, o Pagani; odi, o Belgio; ascolti il mondo: Nessuna sicurezza è abbastanza grande, là dove è in gioco l'ETERNITÀ.
Beati coloro che abitano nella Tua casa, o Signore, sui monti Eterni: nei secoli dei secoli Ti loderanno.