Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del Capitolo VIII
Il diluvio diminuisce gradualmente e infine termina: e questo Noè lo apprende al versetto 8 dalla colomba che ritorna con un ramo d'olivo. Poi, al versetto 16, esce dall'arca con tutta la sua famiglia. Infine, al versetto 20, offre un sacrificio a Dio, il quale, placato da esso, promette che non ci sarà più alcun diluvio in futuro.
Testo della Vulgata: Genesi 8:1-22
1. Dio si ricordò di Noè e di tutti gli esseri viventi e di tutto il bestiame che era con lui nell'arca, e fece passare un vento sulla terra, e le acque diminuirono. 2. E si chiusero le fonti dell'abisso e le cateratte del cielo: e le piogge dal cielo cessarono. 3. E le acque si ritirarono dalla terra, andando e ritornando: e cominciarono a diminuire dopo centocinquanta giorni. 4. E l'arca si posò nel settimo mese, il ventisettesimo giorno del mese, sui monti dell'Armenia. 5. Le acque poi andavano diminuendo fino al decimo mese: poiché nel decimo mese, il primo giorno del mese, apparvero le cime dei monti. 6. E trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra dell'arca che aveva fatto e mandò fuori un corvo, 7. il quale uscì e non ritornò, finché le acque non si furono prosciugate sulla terra. 8. Mandò fuori anche una colomba dopo di esso, per vedere se le acque fossero ormai cessate sulla faccia della terra. 9. Ma non avendo trovato dove il suo piede potesse posare, essa ritornò a lui nell'arca: poiché le acque coprivano tutta la terra: ed egli stese la mano, la prese e la portò dentro l'arca. 10. E avendo aspettato altri sette giorni, di nuovo mandò fuori la colomba dall'arca. 11. Ed essa venne a lui verso sera, portando nel becco un ramo d'olivo con foglie verdi; Noè comprese dunque che le acque erano cessate sulla terra. 12. Aspettò nondimeno ancora altri sette giorni: e mandò fuori la colomba, che non tornò più a lui. 13. Pertanto nell'anno seicentouno, nel primo mese, il primo giorno del mese, le acque erano diminuite sulla terra: e Noè, aprendo il tetto dell'arca, guardò fuori e vide che la superficie della terra era asciutta. 14. Nel secondo mese, il ventisettesimo giorno del mese, la terra era asciutta. 15. E Dio parlò a Noè, dicendo: 16. Esci dall'arca, tu e tua moglie, i tuoi figli e le mogli dei tuoi figli con te. 17. Tutti gli esseri viventi che sono con te, di ogni carne, tanto gli uccelli quanto le bestie e tutti i rettili che strisciano sulla terra, falli uscire con te, e andate sulla terra: crescete e moltiplicatevi su di essa. 18. Uscì dunque Noè, e i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli con lui. 19. E tutti gli esseri viventi, il bestiame e i rettili che strisciano sulla terra, secondo le loro specie, uscirono dall'arca. 20. E Noè edificò un altare al Signore: e prendendo da tutto il bestiame e dagli uccelli mondi, offrì olocausti sull'altare. 21. E il Signore sentì un soave profumo, e disse: Non maledirò più la terra a causa dell'uomo; poiché il senso e il pensiero del cuore dell'uomo sono inclinati al male fin dalla sua giovinezza: non colpirò dunque più ogni anima vivente come ho fatto. 22. Per tutti i giorni della terra, semina e raccolto, freddo e caldo, estate e inverno, notte e giorno, non cesseranno.
Versetto 1: Dio si ricordò di Noè
DIO SI RICORDÒ DI NOÈ. -- Come se Dio avesse dimenticato Noè, quando lo aveva lasciato galleggiare in quell'orribile abisso di acque con l'arca; qui, alla fine del diluvio, si dice che si ricordò di lui, perché ora lo libera da esso, afferma Teodoreto. Abbiamo udito nel capitolo precedente la distruzione di tutti gli empi: qui udiamo la consolazione dei pii. Come dunque prima mostrò che la gioia degli empi si era mutata in lutto, così qui dichiara che la tristezza dei pii si era mutata in gioia, secondo il detto di Tobia: «Chiunque ti adora sa questo per certo, che la sua vita, se sarà nella prova, sarà coronata.»
FECE PASSARE UN VENTO -- cioè lo Spirito Santo, dicono Teodoreto e Sant'Ambrogio. In secondo luogo, Ruperto intende per spirito il sole, che con il suo calore prosciugò le acque. Ma io dico che fu uno spirito, cioè un vento forte, che con una forza non tanto naturale (come sarebbe stato possibile con acque così vaste, in un tempo così breve?), quanto divina, in parte prosciugò e consumò le acque, in parte le condensò e le sospinse nell'abisso e nel canale da cui erano erotte: fatto ciò, le rinchiuse là, chiudendo le fonti e le aperture dell'abisso; e questo è ciò che segue: «Si chiusero le fonti dell'abisso.» Così San Giovanni Crisostomo e Sant'Ambrogio. Che cosa sia questo abisso l'ho spiegato al capitolo 7, versetto 11. Lo stesso vento, con la medesima forza, fece sì che da questo diluvio non si diffondesse in seguito alcuna pestilenza o morbo.
Versetto 2: Le piogge cessarono
E LE PIOGGE DAL CIELO CESSARONO. -- Non come se avesse piovuto ininterrottamente fino a quel momento per 150 giorni, ma piuttosto che, diminuendo il diluvio, Dio trattenne tutte le piogge di qualsiasi genere, anche quelle ordinarie, affinché le acque diminuissero più rapidamente e la terra si asciugasse. Dio trattenne dunque la pioggia per sette mesi interi, ossia dal 17° giorno del settimo mese, quando l'acqua cominciò a diminuire, fino al 27° giorno del secondo mese dell'anno seguente, quando la terra si asciugò, come risulta dal versetto 14.
Versetto 3: Andando e ritornando
ANDANDO E RITORNANDO -- andando, cioè ritornando al mare e all'abisso sotterraneo, attraverso vari canali e vene occulte. Così San Girolamo.
Nel settimo mese -- dall'inizio, non del diluvio, come vorrebbero alcuni, ma dell'anno, come risulta dal versetto 13 e dai versetti seguenti.
Versetto 4: I monti dell'Armenia
IL VENTISETTESIMO GIORNO. -- Così leggono concordemente le Bibbie latine, i Settanta e tutti i Padri, e la ragione dimostra che così si debba leggere. Poiché, essendo le acque rimaste alla loro massima altezza per 150 giorni, ne consegue che rimasero alla loro altezza fino al 17° giorno di questo settimo mese; il diluvio infatti cominciò il 17° giorno del secondo mese. Ora, dal 27° giorno del secondo mese al 17° giorno del settimo mese, intercorrono esattamente 150 giorni, dopo i quali le acque cominciarono a diminuire; dunque il 17° giorno del settimo mese cominciarono a diminuire; ma non poterono in un solo giorno diminuire dei 15 cubiti con cui superavano i monti in ogni direzione -- non solo quelli dell'Armenia, ma anche quelli più alti in tutta la terra -- cosicché l'arca potesse posarsi sui monti dell'Armenia quello stesso 17° giorno; ciò avvenne piuttosto gradualmente, cosicché dopo 10 giorni, ossia il 27° giorno dello stesso mese, l'arca poté posarsi su quei monti, come qui si afferma. Che le acque diminuissero molto lentamente risulta dal fatto che, dopo che l'arca si posò nel settimo mese, le cime dei monti apparvero soltanto nel decimo mese.
Perciò i testi ebraico e caldeo qui non sono tanto lacunosi quanto piuttosto alterati e confusi; poiché al posto di 17 hanno 27, cioè al posto delle due parole separate asar iom, ossia «il decimo giorno», bisogna leggere come un'unica parola unita esrim, ossia «ventesimo», sottintendendo «giorno».
Pertanto Eugubino, Caietano e Lipomano errarono nel dire che il nostro testo qui è corrotto.
I MONTI DELL'ARMENIA. -- In ebraico è «i monti di Ararat», che il Caldeo traduce «i monti di Cordu», che Giuseppe Flavio e Curzio chiamano monti Cordiei. Questi monti, dicono Pererio e Delrio, sono parte del monte Tauro (che assume vari nomi nei diversi luoghi), là dove esso sovrasta la Cilicia e il fiume Arasse, il quale forse in ebraico si chiama Ararat. Di qui Stefano, nel suo libro Sulle città, ritiene che Tarso di Cilicia sia stata così denominata da tarsis, cioè «prosciugare», poiché a testimonianza del fatto che la terra si asciugò dapprima in quel luogo, Tarso vi fu fondata. Ma altri ritengono che Tarso sia stata fondata e denominata da Tarsis, figlio di Iafet.
Da dove trae il nome l'Armenia? Si noti: l'Armenia sembra aver ricevuto in seguito il suo nome da Aram, figlio di Sem, nipote di Noè, Genesi capitolo 10. Ma se si considera l'etimologia ebraica, Aram e Armenia significano «alto» ed «eccelso»; l'Armenia è infatti la più elevata di tutte le regioni del mondo, e ciò si può dedurre dal fatto che l'arca si posò per prima sui monti dell'Armenia man mano che il diluvio diminuiva.
Versetto 5: Il decimo mese
Il decimo mese -- non dall'inizio del diluvio, come vorrebbero Tostato e Caietano, ma dall'inizio dell'anno 600° della vita di Noè, come risulta dal capitolo precedente, versetto 11, e qui dai versetti 13 e 14. Così Lirano e Pererio.
Apparvero le cime
APPARVERO LE CIME. -- Sebbene l'arca si fosse già posata sui monti dell'Armenia nel settimo mese, i monti non erano ancora stati scoperti; poiché la mole dell'arca era penetrata per alcuni cubiti (diciamo sette o otto) sotto la superficie dell'acqua per il proprio peso, come sogliono fare le navi da carico; diminuendo dunque l'acqua gradualmente di questi sette o otto cubiti, i monti furono infine scoperti, cosicché a Noè che guardava dalla finestra dell'arca, le cime dei monti apparvero finalmente nel decimo mese. È verosimile che fossero stati scoperti e denudati dall'acqua prima, ma che nel decimo mese apparissero per la prima volta e fossero visti da Noè stesso. Inoltre, non è necessario dire che le acque diminuissero sempre in modo uniforme e costante; è verosimile che all'inizio diminuissero di più, e ciò affinché l'arca non galleggiasse più, ma si posasse sui monti dell'Armenia, per la sicurezza e la consolazione di Noè: poiché fin dal principio le acque non furono soltanto prosciugate e condensate dal vento, ma furono anche improvvisamente ritirate da Dio nel loro abisso, da cui erano uscite, il quale ricevette un'immensa quantità d'acqua, e là furono rinchiuse; donde il versetto 2 dice: «Si chiusero le fonti dell'abisso.»
Versetto 7: Il corvo
Il corvo tornò? IL QUALE (IL CORVO) USCÌ E NON RITORNÒ. -- Il Caldeo, Giuseppe Flavio e, come sembra ad alcuni, lo stesso testo ebraico hanno il contrario, ossia che il corvo uscì e ritornò. Di qui Calvino accusa il nostro testo latino di falsità; ma i Settanta, il nostro Traduttore e tutti i Padri, eccetto Procopio, leggono con la negazione: il corvo uscì e non ritornò. Entrambe le versioni e le letture possono avere un senso vero, e perciò possono facilmente conciliarsi l'una con l'altra.
A tal proposito si noti: L'ebraico letteralmente recita così: Il corvo uscì, uscendo e ritornando; ossia questo corvo mandato fuori dall'arca, come attestano Sant'Agostino, San Giovanni Crisostomo e altri, vedendo cadaveri giacenti sui monti o galleggianti nelle acque, che non si erano ancora decomposti né erano stati divorati dai pesci, ne fu attratto; oppure piuttosto, come ritiene Pererio, poiché era stanco della reclusione nell'arca e bramava la libertà, non volle rientrare nell'arca; ma poiché la terra era ancora fangosa e acquitrinosa, di tanto in tanto rivolava in cima all'arca e vi si posava, per poi rivolare verso i cadaveri. Il corvo dunque tornava in cima all'arca, ma non tornava da Noè, nell'arca stessa, bensì volava avanti e indietro. Perciò Noè non poté apprendere da esso se e quanto la terra si stesse asciugando; quindi poco dopo mandò fuori la colomba, affinché esplorasse ciò. Si veda Francesco Luca, nota 3 sulla Genesi.
In secondo luogo, e più genuinamente, la parola ebraica schob significa «ritornare», non a Noè che lo aveva mandato, ma al suo luogo precedente, alla libertà e alla consuetudine: donde schob è spesso inteso nel senso di «allontanarsi», come risulta dal versetto 3 qui, e da Rut 1,16, ed Ezechiele 18,26, e spesso altrove; perciò in ebraico la lettura letterale è: Il corvo uscì, uscendo e allontanandosi, finché le acque non si prosciugarono sulla terra; ossia usciva sempre più e si allontanava, finché la terra non fu asciutta; poiché è naturale per gli uccelli, quando vengono liberati da una gabbia, volar via il più lontano possibile. Il nostro Traduttore espresse questo senso più chiaramente quando tradusse: «Uscì e non ritornò.» Donde anche San Girolamo, nelle Tradizioni ebraiche sulla Genesi, dice che in ebraico si legge «uscì, uscendo e non ritornando»; così argomenta abilmente e dottamente il Padre Gordon, libro I delle Controversie, capitolo 19. Il corvo infatti, uscendo, ritornava alla propria libertà, e di conseguenza non ritornava all'arca, ma se ne allontanava sempre di più; e questo è ciò che significa l'ebraico schob.
FINCHÉ LE ACQUE NON SI PROSCIUGARONO. -- La parola «finché» non significa che dopo che la terra si fu asciugata il corvo ritornasse all'arca, ma soltanto che prima del prosciugamento non era ritornato; così «finché» è usato in Matteo capitolo 1, ultimo versetto; Salmo 109,2, e altrove.
Lezione morale. Da questo passo il corvo divenne proverbiale presso gli Ebrei, cosicché dicono «messaggero corvo» di qualcuno che è mandato e ritorna tardi o mai. Il corvo non ritornò all'arca, ma la colomba ritornò: corvi sono coloro che differiscono la penitenza e dicono: «Domani, domani»; colombe che gemono sono coloro che si pentono subito e ritornano all'arca. Di qui Alcuino, nel suo libro Sulle virtù e i vizi: «Forse,» dice, rispondi: «Domani, domani» (cioè mi convertirò); «o voce corvina! Il corvo non ritornò all'arca, la colomba ritornò; se vuoi fare penitenza quando non puoi più peccare, quando i peccati hanno abbandonato te e non tu essi: sei ben estraneo alla fede, tu che aspetti la vecchiaia per fare penitenza.»
Altrimenti Sant'Ambrogio, nel libro Su Noè, capitolo 17: L'invio del corvo, dice, significa «che ogni uomo giusto, quando comincia a purificarsi, per prima cosa allontana da sé ciò che è tenebroso, immondo e temerario. Ogni impudenza e colpa infatti è tenebrosa e si nutre dei morti come il corvo. E perciò la colpa è come mandata fuori e cacciata, e separata dall'innocenza, affinché nulla di tenebroso rimanga nella mente dell'uomo giusto. Infine il corvo uscito non ritorna all'uomo giusto, poiché la colpa che fugge appartiene interamente all'equità, e non sembra convenire alla probità e alla giustizia.» E al capitolo 18, dice che la colomba tornata all'arca significa i semplici e gli innocenti, i quali, mandati a convertire le persone del mondo, quando vedono che la malvagità li ha inondati, per non faticare invano e non esserne contaminati, presto rivolano all'arca della mente: «Lentamente infatti,» dice, «tra le astuzie di questo mondo e i flutti delle brame mondane, la semplicità suole trovare un porto.» Si veda di più presso di lui, se si desidera.
Versetto 9: Dove posare
DOVE POSARE. -- Poiché tutto era ancora fangoso e ricoperto di melma.
POICHÉ LE ACQUE COPRIVANO TUTTA LA TERRA. -- Sebbene avessero abbandonato le montagne alte, coprivano ancora tutta la terra piana, ossia la campagna.
Versetto 11: Il ramo d'olivo
VERSO SERA. -- Avendo mangiato tutto il giorno (dice San Giovanni Crisostomo, omelia 26), ritorna al suo compagno nel ricovero familiare, per evitare il freddo della notte. Così Delrio.
UN RAMO D'OLIVO. -- Poiché l'olivo rimane sempre verde nelle sue foglie, come attesta Plinio, libro 16, capitolo 20. Quest'olivo poté dunque conservare le sue foglie per un anno intero sotto le acque del diluvio. Così San Giovanni Crisostomo, omelia 26: sebbene Sant'Ambrogio, nel libro Sull'arca, capitolo 19, preferisca che quest'olivo germogliasse sotto le acque, non per via naturale, ma per l'onnipotenza di Dio.
Si noti: Sebbene il diluvio abbatté quasi tutti gli alberi situati nelle pianure, tuttavia quest'olivo, e certi altri alberi e piante, poterono conservarsi tra le rocce dei monti, che spezzavano la forza delle acque.
Scioccamente parlano qui i Giudei, i quali favoleggiando dicono che questo ramo fu portato da Sion e dal Monte degli Ulivi, che il diluvio non avrebbe raggiunto perché sacro. Altri sognano che fosse stato portato dal paradiso.
L'olivo è simbolo di pace, vittoria e felicità. Tropologicamente: L'olivo, dice Sant'Ambrogio, è l'emblema della divina misericordia. Inoltre l'olivo, dice Pererio, è il geroglifico della pace, della vittoria e della felicità. Questa colomba dunque con il ramo d'olivo portava a Noè e al mondo quasi la sicurezza dalle acque, e la pace e la riconciliazione con Dio. Dirò di più sul simbolismo dell'olivo a Levitico capitolo 2, versetto 4.
CHE LE ACQUE ERANO CESSATE. -- Ossia che si erano ridotte fino agli alberi e al suolo.
Allegoria: Noè, Cristo e la Chiesa
Allegoricamente, Noè è Cristo, l'arca è la Chiesa; dopo la passione e la morte di Cristo, Dio ricondusse lo spirito della vita, quando risuscitò Cristo dai morti, e allora diede agli uomini lo Spirito Santo per la remissione dei peccati. In secondo luogo, le acque non furono immediatamente prosciugate dallo Spirito, poiché Dio non prosciuga immediatamente le acque della concupiscenza, delle tentazioni e di tutti i peccati, ma lo fa col tempo; in terzo luogo, l'arca dapprima si posò sui monti, poiché al tempo della passione di Cristo, la Chiesa rimase salda negli Apostoli; in quarto luogo, Noè aprì la finestra il quarantesimo giorno, poiché Cristo ascese al cielo e lo aprì il quarantesimo giorno dopo la risurrezione; in quinto luogo, il corvo mandato fuori non ritorna, poiché i Giudei infedeli, cacciati dalla Chiesa, non vi ritornano; in sesto luogo, la colomba è lo Spirito Santo, che fu visto in forma di colomba sopra Cristo; in settimo luogo, la colomba è mandata fuori una terza volta, poiché lo Spirito Santo viene a noi tre volte: la prima, quando siamo battezzati; la seconda, quando siamo cresimati; la terza, quando risusciterà i nostri corpi. In ottavo luogo, la colomba non si posò sul terreno fangoso o sui cadaveri, poiché lo Spirito Santo non entra in un'anima carnale e malevola; in nono luogo, la colomba venne a sera, poiché lo Spirito Santo fu effuso negli ultimi giorni di Cristo; in decimo luogo, la colomba porta un ramo d'olivo, poiché lo Spirito Santo ci porta l'olio della grazia divina e la pace con Dio; in undicesimo luogo, Noè è assicurato dalla colomba che le acque sono cessate, poiché lo Spirito Santo rende testimonianza al nostro spirito che siamo figli di Dio; in dodicesimo luogo, Noè rimuove il tetto dell'arca, poiché Cristo rimuove tutti gli ostacoli affinché abbiamo libero ingresso nel cielo; il che avverrà quando dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ecc.
Versetti 12-13: Le acque diminuirono
LE ACQUE DIMINUIRONO -- fino al suolo, cosicché apparve la terra asciutta. Si noti qui: Il primo giorno del primo mese dell'anno 601° di Noè, la terra è qui detta asciutta; si intenda in modo incoativo, cioè così che era spogliata dell'acqua, ma rimaneva ancora fangosa e paludosa: poiché fu perfettamente asciutta dal fango e dalla melma dopo 57 giorni, ossia il 27° giorno del secondo mese, come è detto nel versetto seguente, cosicché Noè con la sua famiglia potesse uscire dall'arca e camminare sulla terra. Così Pererio.
E NOÈ, APRENDO IL TETTO DELL'ARCA, GUARDÒ FUORI. -- Noè non aprì l'intero tetto dell'arca, ma soltanto una parte, ossia una o due tavole, quanto era necessario perché potesse comodamente elevarsi sopra il tetto stesso, e di là guardare intorno in ogni direzione (cosa che non poteva fare dalla finestra, poiché essa era posta al lato dell'arca) e vedere se le acque avessero ormai dovunque abbandonato la terra.
Tropologicamente, Sant'Ambrogio, nel libro Su Noè, capitolo 20: Noè, cioè l'uomo giusto, apre il tetto per contemplare le cose incorporee, ossia Dio e gli esseri celesti: «E perciò,» dice, «il giusto cercava il Signore che non vedeva, immune dalla corruzione, desideroso dell'eternità.»
Versetto 14: La terra si asciugò
NEL SECONDO MESE, IL VENTISETTESIMO GIORNO DEL MESE, LA TERRA SI ASCIUGÒ. -- Da questo passo è chiaro che il diluvio durò un anno intero e dieci giorni; poiché cominciò nell'anno 600° di Noè, il 17° giorno del secondo mese; e terminò nell'anno 601° di Noè, il 27° giorno del secondo mese: dunque Noè fu nell'arca per un anno intero e dieci giorni.
Pererio ritiene che l'anno qui debba intendersi come anno lunare, che contiene dodici lunazioni, ossia dodici circuiti della luna attraverso lo Zodiaco, e di conseguenza contiene 354 giorni, ed è perciò undici giorni più breve dell'anno solare; poiché l'anno solare contiene 365 giorni. La ragione di Pererio è che gli Ebrei usavano mesi, e di conseguenza anni lunari; perciò Mosè sembra usare i medesimi qui.
Ma questo ragionamento non regge del tutto: poiché gli Ebrei usavano mesi lunari a causa delle loro numerose feste, che dovevano essere celebrate secondo la luna, così la neomenia doveva celebrarsi al novilunio, e la Pasqua alla 14ª luna del primo mese; da ciò tuttavia non consegue che Mosè nel Pentateuco usi i medesimi. Poiché Mosè qui scrive la cronologia del mondo, che si suole scrivere secondo gli anni solari, essendo i più comuni e i più diffusi. Inoltre: gli Ebrei riducevano i loro anni lunari all'anno solare mediante l'intercalazione ogni due o tre anni, e li eguagliavano ad esso; e così anch'essi usavano l'anno solare: altrimenti non avrebbero potuto cominciare sempre il loro anno nel mese delle nuove messi, e celebrarvi la Pasqua.
Che Mosè usi l'anno solare è confermato da ciò che ho detto al capitolo 7, ultimo versetto, ossia che dal 17° giorno del secondo mese al 27° del settimo mese erano trascorsi 160 giorni, cosicché per i primi 150 giorni le acque rimasero al loro livello, poi negli ultimi dieci giorni diminuirono talmente che l'arca si posò sui monti dell'Armenia. Se infatti si prendessero mesi lunari, bisognerebbe dire che dopo quei 150 giorni del diluvio, la terra si asciugò improvvisamente in quattro giorni al punto che l'arca potesse posarsi su quei monti, sebbene in seguito si asciugasse molto lentamente, come risulta dai versetti 5, 13, 14.
Versetto 16: Esci dall'arca, tu e tua moglie
Sant'Ambrogio, nel suo libro Sull'arca, capitolo 21, e Caietano notano che all'ingresso nell'arca, capitolo 6, versetto 18, Dio comanda alle mogli di entrare separatamente dai maschi, ma all'uscita comanda loro di uscire insieme: poiché, dice Sant'Ambrogio, all'ingresso, con quella tacita espressione di separazione, essi sono ammoniti da Dio ciascuno ad astenersi dai rapporti coniugali e dalla procreazione, essendo quello un tempo di lutto e di penitenza: ma all'uscita, con un'altra espressione di unione, sono ammoniti a usare i rapporti coniugali, per la propagazione del genere umano.
Versetto 17: Gli animali raggiunsero le Americhe
TUTTI GLI ESSERI VIVENTI, ecc., FALLI USCIRE CON TE, E ANDATE SULLA TERRA. -- Si può domandare: come poterono lupi, volpi, leoni, tigri e altre fiere nocive dall'Asia, dove Noè uscì dall'arca, raggiungere isole e terre separate da essa per mezzo del mare, e soprattutto raggiungere l'America?
Risponde Sant'Agostino, nel libro 16 della Città di Dio, capitolo 7: In tre modi, ossia che questi animali o passarono alle isole a nuoto, o vi furono trasportati dagli uomini su navi, o furono prodotti in quei luoghi per ordinazione e creazione di Dio. Questa terza ipotesi sembra poco credibile; poiché dopo il diluvio, anzi dopo la prima creazione delle cose nella Genesi 1, Dio non creò nulla di nuovo: poiché fu proprio per questo che introdusse nell'arca un maschio e una femmina di ogni animale, affinché il loro seme si conservasse sulla terra, Genesi 7,3.
È più verosimile, dunque, che queste fiere raggiungessero le isole a nuoto. L'esperienza insegna infatti che le fiere possono nuotare e attraversare a nuoto per giorni e notti interi, quando vi sono spinte dalla necessità. Un grande indizio di ciò è che nel Nuovo Mondo, ossia in America, queste fiere si trovano in tutto il continente e nelle isole vicine; ma nelle isole separate dal continente da un viaggio di quattro giorni non si trovano affatto (poiché non poterono digiunare così a lungo per raggiungerle a nuoto), come il nostro Giuseppe Acosta, che visse in America, afferma di aver diligentemente osservato, nel suo libro 1 del Nuovo Mondo, capitolo 21: donde aggiunge che nessuna volpe, leone, orso, cinghiale o tigre si trova nelle isole di Cuba, Hispaniola, Margarita e Dominica, poiché sono più lontane dal continente: così come prima dell'arrivo degli Spagnoli in quelle stesse isole non c'erano buoi, cavalli, cani o vacche, ma dopo che gli Spagnoli li introdussero, quelle isole ora ne abbondano.
Inoltre, Acosta ragionevolmente congettura, dal fatto che sia uomini che animali penetrarono da questo emisfero in America per via terrestre o per breve e facile navigazione, che quegli Indiani non disponessero né di grandi navi, né della conoscenza della bussola, dell'astrolabio o del quadrante, senza i quali se navighi in mare aperto per diversi giorni andrai completamente fuori rotta. Perciò dice che dovunque si trovi un'isola molto separata dal continente e da altre isole, come le Bermuda, la troviamo del tutto priva di insediamenti umani. Da ciò egli conclude che l'America è congiunta al nostro emisfero, e o confina con la nostra terra in certi punti, o comunque non ne è molto distante, cosicché vi si potrebbe passare con barche o piccole imbarcazioni. Poiché verso il Polo Nord non è stata sufficientemente esplorata l'intera estensione dell'America, e molti ritengono che sopra la Florida vi sia una terra vastissima, e che i Baccalei si estendano fino agli estremi confini dell'Europa.
In secondo luogo, alcune fiere vi furono portate dagli uomini, vuoi per lucro, vuoi per novità, vuoi per la caccia, vuoi per magnificenza, o per qualche altra ragione, così come qui vengono portate in gabbie per essere esibite, e alcune di esse, fuggite dalle gabbie, si rifugiarono sui monti e nelle foreste, e là si moltiplicarono per generazione.
Se queste spiegazioni non bastano a qualcuno, ricorra alla provvidenza di Dio, e dica che come tutti gli animali furono condotti dagli angeli nell'arca durante il diluvio, così dopo il diluvio furono dispersi per opera degli stessi angeli attraverso le varie terre e isole. Così dice Torniello all'anno del mondo 1931, numero 49.
Versetto 19: Secondo la loro specie
SECONDO LA LORO SPECIE -- secondo le loro specie, ossia gli animali, a coppie o a gruppi di sette, uscirono dall'arca secondo le loro specie, cosicché gli animali (maschi e femmine) della medesima specie uscissero insieme.
Versetto 20: L'altare di Noè
UN ALTARE -- Questo è il primo altare di cui si legga nella Sacra Scrittura; tuttavia non c'è dubbio che altri esistessero prima, ossia quelli su cui sacrificò Abele, capitolo 4. L'altare è così chiamato quasi fosse un'alta ara (alta ara), sulla quale le vittime vengono immolate e offerte a Dio; donde l'altare è chiamato in ebraico mizbeach, da zabach, ossia «immolò».
OLOCAUSTI. -- Da quel settimo degli animali mondi, il maschio celibe o solitario, come ho detto al versetto 2. Così dice Diodoro di Tarso nella Catena.
Versetto 21: Il soave profumo
E IL SIGNORE SENTÌ IL SOAVE PROFUMO -- ossia il profumo di buona fragranza, come legge Novaziano, nel suo libro Sulla Trinità, cioè: Dio accettò l'olocausto di Noè come cosa a lui gradita e soave; Dio se ne compiacque, così come noi ci compiaciamo e ci nutriamo dell'aroma della carne arrostita: poiché il sacrificio è quasi il cibo di Dio; donde il Caldeo traduce: «Il Signore ricevette con compiacimento la sua offerta.» In ebraico, per «profumo soave», è reah hannichoach, «profumo di quiete»: poiché questo sacrificio placò e tranquillizzò Dio che era adirato con il genere umano. Così Vatablo e Oleaster.
Mosè parla metaforicamente e antropopaticamente, cioè: Il fumo di questo sacrificio, e il profumo che saliva in alto con il fumo, come un soave profumo piacque a Dio, e quasi rimosse il fetore dei peccati dalle narici di Dio: poiché, come dice San Giovanni Crisostomo: «La virtù del giusto Noè rese il fumo e l'aroma della vittima un profumo di fragranza a Dio.» Similmente, Platone e Luciano in modo simile rappresentano gli dèi delle nazioni come soavemente odoranti i sacrifici e gioiosi del loro aroma.
DISSE A LUI. -- In ebraico: amar el libbo, «disse al suo cuore»; il Caldeo traduce: «disse nella sua parola»; i Settanta: «disse riflettendo», ossia dopo molta riflessione e considerazione di cuore, cioè: Dio disse questo con maturo consiglio e decreto deliberato. In secondo luogo, «disse al suo cuore» può intendersi come «disse nel suo cuore, o dal suo cuore», cioè: Lo disse seriamente e dal profondo del suo cuore; poiché el è spesso preso per min o bet. In terzo luogo, Delrio spiega così: «disse al suo cuore», cioè disse a Noè, che era il prediletto del cuore di Dio. In quarto luogo, e nel modo migliore, dalla locuzione ebraica si può spiegare così: amar el libbo, ossia «il cuore parlò al suo cuore», ossia a quello di Noè, che precedeva: poiché tutte le antiche autorità concordano che queste parole furono dette a Noè, cioè: Dio, placato dal sacrificio di Noè, parlò al suo cuore, ossia lo consolò, lo raddolcì, gli disse quelle cose che erano più gradite e gioconde al suo cuore; poiché questo significa in ebraico parlare al cuore di qualcuno.
NON MALEDIRÒ PIÙ LA TERRA. -- «Maledirò», cioè «farò del male a», ossia: Non distruggerò più la terra con un diluvio, come ho fatto.
A CAUSA DELL'UOMO -- a causa dei peccati degli uomini.
POICHÉ IL SENSO. -- cioè: Avrò pietà della debolezza umana e dell'inclinazione al male, e perciò non punirò più i loro peccati con un diluvio universale del mondo intero; ma castigherò ciascun peccatore con le sue proprie e particolari punizioni: poiché voglio conservare e propagare il genere umano stesso.
Il senso e il pensiero del cuore umano
IL SENSO E IL PENSIERO DEL CUORE UMANO. -- In ebraico è ietser leb haadam, «il modellamento del cuore umano», ossia la natura e l'essenza stessa dell'uomo, ossia la sua ragione e volontà, è malvagia, dicono Lutero e Calvino, ma stoltamente: poiché la natura stessa, la ragione e la volontà dell'uomo sono il modellamento non dell'uomo, né del cuore umano, ma di Dio e della volontà divina. Il modellamento del cuore umano è piuttosto il suo stesso pensiero, intenzione e macchinazione, come traducono il nostro Traduttore, i Settanta, R. Kimchi e altri dovunque, tanto Ebrei quanto Greci e Latini; poiché l'uomo plasma e forma queste cose per sé nell'officina del suo cuore; donde è chiaro che l'uomo ha il libero arbitrio: così come il vasaio è libero di plasmare qualunque modellamento o vaso gli piaccia.
In secondo luogo, e meglio, «il modellamento», ossia la bottega di vasaio e l'officina del cuore umano è inclinata al male, cosicché lo formi e lo plasmi; poiché come il vasaio nella sua bottega forma piatti, pentole e vasi: così l'uomo nell'officina del suo cuore e della sua concupiscenza forma là le immagini di tutte le cose che desidera. Questa bottega di vasaio o officina del cuore umano corrotto dal peccato è la concupiscenza stessa, ossia il senso, e, come traducono i Settanta, dianoia, la mente corrotta dal peccato e meditante i mali, che i moti della concupiscenza producono e generano.
Si dirà: Dalla concupiscenza nulla di buono, ma soltanto i moti della concupiscenza, che sono malvagi, possono scaturire; dunque dal cuore umano nulla di buono, ma soltanto il male, può scaturire. Rispondo: Nego la conseguenza, poiché nel cuore umano vi è una duplice officina, una della concupiscenza, l'altra della ragione, della legge e della virtù; la prima inclina al male, la seconda al bene; Dio ha infatti impiantato naturalmente in noi questa inclinazione al bene: ora è nella libera scelta dell'uomo lavorare nell'officina della concupiscenza o della ragione, e di conseguenza scegliere e compiere o il male o il bene, soprattutto se è aiutato dalla grazia di Dio.
SONO INCLINI AL MALE. -- In ebraico ya ra, ossia sono malvagi, ossia i modellamenti stessi, i pensieri e le macchinazioni che il cuore umano, infettato e corrotto dal peccato e dalla concupiscenza, forma e plasma per sé. Ma il nostro Traduttore vide più in profondità che ra, ossia «malvagi», è da intendersi in senso causale, come «inclinati al male», o, come traducono i Settanta, «sono volti ai mali»: poiché, come ho detto, egli intende «modellamento» per la bottega stessa del vasaio, il senso e la concupiscenza, che formalmente non sono malvagi, cioè peccati; ma causalmente, poiché sono inclinati al male e incitano l'uomo al male. Questa è infatti la ragione adatta per cui Dio dice di voler aver misericordia degli uomini, così da non punire più i loro peccati con il diluvio, poiché gli uomini dalla nascita sono deboli, fragili e inclini al male: poiché la malizia e il peccato attuale provocano non la misericordia, ma l'ira di Dio.
FIN DALLA SUA GIOVINEZZA. -- «Da quell'età infatti,» dice Sant'Ambrogio, «cresce la malizia; poiché la diligenza e lo zelo nel peccare cominciano dalla giovinezza: cosicché il fanciullo pecca come un debole, ma il giovane come un malvagio, che con zelo desidera commettere peccati e si gloria dei suoi delitti.»
Versetto 22: Per tutti i giorni della terra
PER TUTTI I GIORNI DELLA TERRA. -- Non per tutto il tempo che durerà la terra: poiché la terra sussiste in eterno; ma per tutto il tempo che sulla terra vi sarà generazione e corruzione, e vi saranno uomini e animali, per il cui bene questa varietà di stagioni fu introdotta.
SEMINA E RACCOLTO. -- Isidoro Clario ritiene che l'anno sia qui diviso in sei parti secondo l'uso ebraico, ossia in fioritura, maturazione, calore, semina, freddo ed estate, sui quali si veda Delrio qui. Ma è di gran lunga più vero, come risulta dalle stesse antitesi, che qui si descrivono: primo, le alternanze del lavoro, una di seminare e l'altra di mietere: poiché «semina» qui significa il tempo della semina; «raccolto», il tempo della mietitura; secondo, le alternanze dell'anno, estate e inverno; terzo, le alternanze delle qualità e del tempo atmosferico, freddo e caldo.
NON CESSERANNO. -- Non si fermeranno, non cesseranno di succedersi l'una all'altra, come cessarono e si fermarono durante l'intero anno del diluvio.