Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
In primo luogo, si costruisce la Torre di Babele. In secondo luogo, al versetto 7, le lingue vengono divise e le nazioni disperse. In terzo luogo, al versetto 10, si traccia la genealogia di Sem fino ad Abramo, che migra da Ur dei Caldei a Carran e Canaan.
Testo della Vulgata: Genesi 11,1-32
1. Tutta la terra aveva un solo linguaggio e le medesime parole. 2. E quando partirono dall'Oriente, trovarono una pianura nella terra di Sennaar, e vi si stabilirono. 3. E uno disse al suo vicino: Venite, facciamo dei mattoni, e cuociamoli col fuoco. Ed ebbero mattoni al posto di pietre, e bitume al posto di calce. 4. E dissero: Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima raggiunga il cielo: e rendiamo celebre il nostro nome, prima di essere dispersi in tutte le terre. 5. E il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli di Adamo stavano edificando, 6. e disse: Ecco, il popolo è uno solo, e tutti hanno un solo linguaggio: e hanno cominciato a fare questo, né desisteranno dai loro propositi, finché non li abbiano compiuti con l'opera. 7. Venite dunque, scendiamo e confondiamo lì la loro lingua, così che nessuno intenda la voce del suo vicino. 8. E così il Signore li divise da quel luogo per tutte le terre, e cessarono di edificare la città. 9. E perciò il suo nome fu chiamato Babele, perché lì fu confusa la lingua di tutta la terra: e di là il Signore li disperse sulla faccia di tutte le regioni. 10. Queste sono le generazioni di Sem: Sem aveva cento anni quando generò Arfaxad, due anni dopo il diluvio. 11. E Sem visse, dopo aver generato Arfaxad, cinquecento anni: e generò figli e figlie. 12. E Arfaxad visse trentacinque anni, e generò Sale. 13. E Arfaxad visse, dopo aver generato Sale, trecentotre anni: e generò figli e figlie. 14. Anche Sale visse trent'anni, e generò Eber. 15. E Sale visse, dopo aver generato Eber, quattrocentotre anni: e generò figli e figlie. 16. E Eber visse trentaquattro anni, e generò Peleg. 17. E Eber visse, dopo aver generato Peleg, quattrocentotrenta anni: e generò figli e figlie. 18. Anche Peleg visse trent'anni, e generò Reu. 19. E Peleg visse, dopo aver generato Reu, duecentonove anni: e generò figli e figlie. 20. E Reu visse trentadue anni, e generò Serug. 21. E Reu visse, dopo aver generato Serug, duecentosette anni: e generò figli e figlie. 22. E Serug visse trent'anni, e generò Nacor. 23. E Serug visse, dopo aver generato Nacor, duecento anni: e generò figli e figlie. 24. E Nacor visse ventinove anni, e generò Tare. 25. E Nacor visse, dopo aver generato Tare, centodiciannove anni: e generò figli e figlie. 26. E Tare visse settant'anni, e generò Abramo, Nacor e Aran. 27. E queste sono le generazioni di Tare: Tare generò Abramo, Nacor e Aran. E Aran generò Lot. 28. E Aran morì prima di suo padre Tare, nella sua terra natale, a Ur dei Caldei. 29. E Abramo e Nacor presero moglie: il nome della moglie di Abramo era Sarai: e il nome della moglie di Nacor era Melca, figlia di Aran, padre di Melca e padre di Iesca. 30. E Sarai era sterile e non aveva figli. 31. E Tare prese Abramo suo figlio, e Lot figlio di Aran, figlio di suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di suo figlio Abramo, e li condusse fuori da Ur dei Caldei, per andare nella terra di Canaan; e giunsero fino a Carran, e vi si stabilirono. 32. E i giorni di Tare furono duecentocinque anni, e morì a Carran.
Versetto 1: La terra aveva un solo linguaggio
Cioè di una sola favella, ossia l'ebraico; è una metonimia. Dalle etimologie e dai significati dei nomi Adamo, Eva, Caino, Set, Babele, Peleg, Abramo, Isacco, Giacobbe e altri, che la Scrittura stessa fornisce nella Genesi, risulta infatti evidente che l'ebraico fu la prima e comune lingua di tutti gli uomini, sia prima del diluvio sia dopo di esso, fino alla costruzione della Torre di Babele: poiché l'origine e il significato di questi nomi non possono essere tratti da nessun'altra lingua se non dall'ebraico. Questa è l'opinione di Sant'Agostino, La Città di Dio XVI.11, di Origene, del Crisostomo, di Diodoro, di Girolamo e di tutti gli altri, eccetto il solo Teodoreto, il quale erroneamente ritenne che la prima lingua fosse il suo siriaco (Teodoreto era infatti siro, essendo nato ad Antiochia di Siria, e poi Vescovo di Ciro in Siria); e che l'ebraico fosse cominciato dopo, e fosse stato dato per la prima volta a Mosè da Dio: è noto infatti agli eruditi che il dialetto siriaco è derivato dalla lingua ebraica e ne costituisce una corruzione, così come il francese, l'italiano e lo spagnolo discendono da un latino corrotto.
Goropio Becano volle che la prima lingua del mondo fosse il cimbrico, ossia il fiammingo, e ne fa derivare tutti i nomi della Sacra Scrittura — Adamo, Eva, Caino, Matusalemme, ecc. Adamo, dice, è così chiamato come da had dam, cioè «odio della diga». Adamo dunque equivale a una diga opposta ai flutti dell'invidia. Eva è così chiamata come da eu vat, cioè «vaso dell'età», perché in Eva fu concepito il principio di tutte le età. Abele è così chiamato come da hat belg, cioè «odio della guerra», ossia della guerra mossagli dal fratello Caino. Caino è così chiamato come da kaet ende, cioè «fine malvagia». Matusalemme è chiamato maet u salich, cioè «salva te stesso», ossia dall'imminente diluvio. Enoc è così chiamato come da eet noch, cioè «il giuramento (di Dio con gli uomini) ancora perdura», ecc. Ma queste derivazioni non corrispondono alle etimologie fornite dalla Scrittura; quelle suggeriscono infatti un significato e un'origine del tutto diversi. Pertanto nel cercare così laboriosamente queste etimologie dalla lingua fiamminga, Goropio non fece altro che mostrare l'acutezza del proprio ingegno, che avrebbe fatto meglio ad applicare a materie più solide e utili. Perciò un uomo dotto giudicò che la sua opera non fosse altro che un gioco e un divertimento dell'intelletto.
Versetto 2: Partirono dall'Oriente
Dall'Armenia, che si trova a oriente di Babilonia, dove l'arca si era posata al cessare del diluvio: là, dunque, subito dopo il diluvio, Noè sembra essere rimasto con la sua famiglia. Così Sant'Epifanio, all'inizio del suo libro Sulle eresie, Pererio e altri.
Noè fu seguito dai suoi nipoti e discendenti: e Giuseppe Flavio e Platone, nelle Leggi III, notano che per timore del diluvio dapprima abitarono sui monti, poi, svanendo gradualmente il timore, discesero nelle valli e nelle pianure.
Trovarono una pianura nella terra di Sennaar. Si noti: Tutti gli uomini allora esistenti (sebbene Gaetano lo neghi) sembrano essere partiti dall'Armenia per Sennaar, cioè per Babilonia, nella speranza di un suolo più vasto e migliore, e per la posizione più comoda, poiché di là potevano più facilmente disperdersi in ogni direzione, in modo da rimanere contigui e vicini gli uni agli altri tutt'intorno. Per questo l'Abulense congettura giustamente che Noè, ancora in vita a quel tempo, fosse presente alla costruzione della Torre di Babele, e forse vi partecipò; alcuni infatti la costruirono a buon fine, mentre altri, e di gran lunga i più numerosi, per un fine malvagio: perché tutti gli uomini erano allora a Babele; donde le lingue di tutti furono lì confuse e divise: così pensano anche Pererio, Delrio e altri.
Si noti: Questo luogo non fu allora, ma più tardi, chiamato Sennaar dai suoi abitanti, come anche Babele, dall'evento. Sennaar in ebraico significa infatti «scuotimento dei denti»; perché i «dentati», cioè i superbi, uomini che costruivano Babele, furono lì privati dei loro denti, cioè della loro lingua, dice Ruperto e San Gregorio scrivendo sul Salmo Penitenziale IV, verso l'ultimo versetto: «Agisci benignamente, o Signore, nella tua buona volontà verso Sion»; il quale aggiunge un'interpretazione morale: «In Sennaar abitano i dentati, che lacerano il prossimo con i morsi della detrazione: Dio rompe i loro denti, quando confonde insieme le loro opere e le loro parole. Di lui infatti è scritto: Hai spezzato i denti dei peccatori; e ancora: Il Signore frantumerà i loro denti nelle loro bocche.»
Versetto 3: Ebbero mattoni al posto di pietre
Perché, come riferisce Teodoreto, a Babilonia vi era grande scarsità di pietre. Alcuni aggiungono che lo fecero per timore di un diluvio di fuoco, dal quale avevano inteso che il mondo sarebbe un giorno stato nuovamente consumato: i mattoni infatti, una volta cotti, resistono al fuoco con grande efficacia; ma le pietre sono dissolte dal fuoco in calce. Se pensavano questo, pensavano stoltamente; perché come nulla poté resistere al diluvio d'acqua, così nulla potrà resistere al diluvio di fuoco alla fine del mondo, che sarà di gran lunga più potente.
Versetto 4: Una torre la cui cima raggiunga il cielo
Una torre altissima: è un'iperbole. Riguardo all'altezza di questa torre, San Girolamo dice cose mirabili nel suo commento a Isaia 14, ossia che aveva un'altezza di quattromila passi, il che corrisponde a un grande miglio, o miglio germanico. Giuseppe Flavio aggiunge che i seguaci di Nemrod progettarono di costruire questa torre a un'altezza tale che il diluvio, se fosse tornato, non avrebbe potuto raggiungerla. Ecco la stoltezza degli uomini. I resti di questa torre perdurarono fino ai tempi di San Girolamo e di Teodoreto, come essi stessi attestano.
Si noti che questa torre si trovava nella città stessa di Babele, come indica l'ebraico al versetto 9: sebbene alcuni pensino che non fosse a Babele, ma nella vicina città di Calanne.
In secondo luogo, l'autore di questa costruzione non fu Noè, che era ancora in vita, ma Nemrod. Così Giuseppe Flavio, Agostino e altri.
Rendiamo celebre il nostro nome. L'Abulense scusa questi costruttori di Babele da peccato, non solo mortale ma anche veniale: primo, perché costruirono questa torre soltanto per servire da torre di osservazione, sia attiva che passiva, affinché potesse essere vista da lontano da tutti coloro che abitavano all'intorno, cosicché a tempi stabiliti ciascuno potesse ritornare e radunarsi a Babele per trattare affari sia privati che pubblici e comuni: a questo scopo si costruiscono torri ancora oggi; secondo, anche se volevano celebrare il loro nome con questa torre, ciò non era male; è infatti lecito cercare fama e gloria, purché la cosa da cui si cerca la gloria non sia cattiva, ma buona, e non sottragga nulla all'onore divino. Si aggiunga che fra questi costruttori c'era Noè, uomo santo, il principe e padre di tutti, che non avrebbe permesso che questa torre fosse costruita per un fine malvagio: così l'Abulense.
Ma più giustamente, Sant'Agostino, il Crisostomo, Giuseppe Flavio e altri comunemente giudicano che questi costruttori peccarono di vanità e di superbia; che altro significa infatti una torre così alta e insensata che raggiunge il cielo, e questa costruzione, per non esserne impediti dalla morte o dalla dispersione?
In secondo luogo, quando dicono: «Rendiamo celebre il nostro nome», che altro indicano se non che il fine e lo scopo del loro temerario sforzo e lavoro era l'ambizioso desiderio di rendere immortale il proprio nome? In terzo luogo, che quest'opera fosse sgradita e odiosa a Dio è evidente dal fatto che egli stesso la impedì, e punì i costruttori con la dissonanza e la diversità delle lingue, cosicché non potessero più intendersi fra loro. In quarto luogo, Sant'Agostino aggiunge, nella Città di Dio XVI.4, che Nemrod edificò Babele perché fosse la cittadella della sua tirannia e della sua empietà. Da questa costruzione nacque quindi la favola dei giganti che muovono guerra al cielo, della quale ho parlato al capitolo VI, versetto 4, come insegna Alcimo Avito e indica la Sibilla nel Libro III.
Noè era presente a questa costruzione, ma non la dirigeva, perché non poteva impedirla: Nemrod prevaleva infatti con i suoi seguaci; se Noè vi partecipò, lo fece per un buon fine e per evitare un male maggiore.
Tuttavia si noti che Dio permise questo peccato e questa costruzione della torre per un certo tempo e fino a una certa altezza, perché da questa occasione intendeva trarre un grande bene, ossia di disperdere gli uomini per tutte le province, affinché il mondo intero fosse riempito e coltivato dagli uomini, il che era un grande ornamento e insieme un grande beneficio per tutta la terra.
Moralmente, San Giovanni Crisostomo qui, omelia 30, dice che coloro che edificano case splendide, bagni e portici allo scopo di immortalare il proprio nome in essi sono simili a questi costruttori di Babele. E aggiunge: «Ma se davvero ami la memoria eterna, ti mostrerò la via, ossia, se distribuisci questo denaro nelle mani dei poveri, lasciando da parte pietre e splendidi edifici, ville e bagni. Questa memoria è immortale, questa memoria produce per te innumerevoli tesori, questa memoria ti solleva dal peso dei peccati, questa memoria ti procura grande fiducia davanti a Dio.» Lo prova dal Salmo 111: «Ha distribuito, ha dato ai poveri, la sua giustizia (cioè la sua elemosina) dura nei secoli dei secoli. Hai visto la memoria che si estende a ogni età?»
Prima di essere dispersi. Così anche i Settanta. Donde ciò che in ebraico è pen naphuts, «perché non siamo dispersi», il sottinteso è: senza aver lasciato alcun monumento della memoria e della gloria del nostro nome. Sapevano infatti che sarebbero presto stati dispersi, e perciò anticipano e affrettano questo loro monumento, e questa costruzione, affinché non ne siano impediti dalla morte o dalla dispersione.
Versetto 5: Il Signore discese
Non cambiando luogo (poiché è ovunque), ma esaminando attentamente, impedendo e punendo, dice Gaetano. La Scrittura parla infatti di Dio in modo antropopatico, come per dire: Dio esaminò esattamente, seriamente, lentamente e deliberatamente questa torre, e questa insensata e intollerabile superbia degli uomini che la costruivano, per impedirla e punirla, come se fosse disceso dal cielo alla terra di Sennaar, come farebbe un uomo o un giudice angelico. Così Sant'Agostino.
Perciò Delrio nota giustamente, da Filone e da San Giovanni Crisostomo, che quando la Sacra Scrittura vuole indicare che Dio procede lentamente al giudizio e alla punizione, dice che egli discende, cioè si avvicina a noi, per conoscere più chiaramente l'intera questione, e poi per punire deliberatamente i colpevoli. Così discese a Sodoma, Genesi 18,21, e in Giudea, Michea 1,3.
Che i figli di Adamo stavano edificando — i quali, nati da adama, cioè dalla terra, essendo figli della terra, ora tentano superbamente di salire al cielo con la loro costruzione.
Versetto 6: Linguaggio
Favella e lingua, come ho detto al versetto 1.
Versetto 7: Scendiamo e confondiamo lì la loro lingua
Queste sono parole di Dio, come se deliberasse, e detestasse l'insensata macchinazione e la superbia degli uomini. Alcuni pensano che Dio parli qui agli angeli; gli angeli infatti assistettero a questa confusione delle lingue. Così Sant'Agostino, La Città di Dio XVI.9, Filone, Gaetano e Pererio. Ma più veracemente si sostiene che Dio Padre parla qui non a un altro Dio, come obiettava Giuliano l'Apostata, ma al Figlio e allo Spirito Santo. Come fece nel capitolo I, versetto 26, e nel capitolo III, versetto 18. Poiché come là la creazione fu opera non degli angeli ma di Dio solo: così parimenti lo fu questa confusione delle lingue; nessun angelo infatti, come reggitore di ciascun popolo, gli conferì la propria lingua (come voleva Origene, in Numeri XI), ma Dio. Poiché come Dio solo può, per la sua onnipotenza, entrare nella mente, così egli solo può impiantare nella mente la conoscenza abituale delle lingue. Così San Giovanni Crisostomo, Procopio, Rabano, Ruperto e altri comunemente.
Pertanto la conoscenza della Sacra Scrittura, o anche della lingua ebraica o greca, che il diavolo suggerisce a certi anabattisti, prima ignoranti e incolti, allorché bevono il calice e il simbolo dell'anabattismo, non è abituale né permanente, ma soltanto una sorta di suggestione e ispirazione attuale: il demonio infatti li assiste e suggerisce loro tutte queste cose, proprio come noi segretamente suggeriamo i versi, o le cose da declamare, a coloro che declamano pubblicamente; anzi talvolta il demonio non tanto parla a loro quanto attraverso di loro, cosicché gli indemoniati non sono veramente sé stessi. Che sia così è evidente dal fatto che, appena tornano dall'eresia alla sana fede e alla retta mente, abbandonati dal demonio, perdono immediatamente ogni tale conoscenza.
Confondiamo. «Confondere» non significa qui svergognare, ma mescolare: come si confonde il vino quando vi si mescola l'acqua; e il canto dell'usignolo è confuso quando vi si mescolano le voci stridule delle gazze e delle cornacchie; questo è infatti ciò che significa l'ebraico balal, dal quale per contrazione viene bal; poi raddoppiando la lettera beth per l'onomatopea viene babel. Donde i nostri tedeschi sembrano aver derivato il loro babbelen; e i francesi, babiller.
Così Dio mescolò qui le lingue, cosicché al posto dell'unica lingua ebraica, che tutti conoscevano, diede a ciascuno una lingua propria e diversa: in modo che quando gli uomini conversavano, l'uno parlava in greco, l'altro in latino, un terzo in tedesco, un quarto in slavo, ecc.: il che era davvero una grande mescolanza e confusione di lingue e di voci, della quale parlerò nuovamente al versetto 9.
Si noti primo: In questa confusione, Dio creò soltanto le lingue madri, e le impiantò negli uomini: dalle quali le altre sono poi derivate. Così l'ebraico è la madre e il genitore del siriaco, del caldeo e dell'arabo; il latino dell'italiano, del rumeno, del francese e dello spagnolo; il greco del dorico, dello ionico, dell'eolico e dell'attico; lo slavo del polacco, del boemo e del moscovita; il tedesco dello svizzero, del sassone, dell'inglese e dello scozzese; il tartaro del turco e del sarcamaniano; l'abissino dell'etiopico, del sabeo, ecc., dice Genebrardo.
Si noti secondo, quanto vani sono i pensieri degli uomini dinanzi a Dio; questi costruttori pensavano che nessuno potesse impedirli: Dio ride di questa sciocca presunzione, e dice in realtà: Con un leggero soffio disperderò quest'opera, non userò macchine d'assedio; soltanto confonderò le lingue dei costruttori, cosicché quando uno chiede mattoni, un altro offre malta; quando uno richiede una cazzuola, un altro gli porge un cesto; e così riempirò ogni cosa di confusione, affinché beffandosi l'un l'altro e adirandosi gli uni con gli altri si separino, e così, confusi e svergognati nella lingua come nello spirito, se ne vadano e siano dispersi ciascuno nella propria regione. Tutto ciò è splendidamente descritto da Mario Vittore nel Libro XXX sulla Genesi.
Così che nessuno intenda — che non si intendano fra loro, non già i singoli uomini (altrimenti non vi sarebbe stata alcuna società umana), ma le singole stirpi. Vi furono infatti tante lingue quante erano le famiglie o le stirpi, ossia 55, come ho detto al capitolo X, versetto 32; Dio volle infatti separarli così e disperderli per tutto il mondo.
Si noti come la superbia dei costruttori meritò la divisione delle lingue, la cui unione a Pentecoste fu meritata dall'umiltà degli Apostoli, dice San Gregorio, omelia 30 sul Vangelo.
Scendiamo. Si obietterà: Già al versetto 5 Dio era disceso; è dunque superfluo che discenda di nuovo qui. Sant'Agostino e Pererio rispondono che questo versetto è una ricapitolazione, e che questo versetto andrebbe posto prima del versetto 6. Ma la parola «dunque» non favorisce questa interpretazione, poiché non è parola di ricapitolazione ma di deduzione e continuazione. Rispondo pertanto che al versetto 5 Dio era disceso, ma solo parzialmente e in qualche misura, per osservare questa torre da lontano nel cielo. Perciò Mosè dice: «Il Signore discese per vedere la città e la torre»; ma qui Dio discende ulteriormente alla terra di Sennaar, ossia per confondere lì le lingue con la sua nuova operazione; dice infatti: «Venite, scendiamo», non per vedere (poiché abbiamo già visto la torre), ma «per confondere la loro lingua.»
Versetto 8: E così li divise
Poiché quando videro che non potevano intendersi fra loro, si ritirarono, e ciascuno si disperse nelle proprie regioni, come ho già spiegato. Questa punizione del peccato fu dunque utile al genere umano, «affinché una tempestiva dispersione di una cattiva congregazione desse abitanti al mondo abitabile», dice Prospero, Sulla vocazione delle nazioni II.4; «e affinché ricordassimo che la superbia fu giustamente condannata», dice Cassiano, Collazioni IV.12, «per la quale avvenne che l'uomo che dava ordini all'uomo non fosse più inteso, lui che non volle intendere per obbedire a Dio che dava ordini», dice Sant'Agostino, La Città di Dio XVI.4.
Versetto 9: Il suo nome fu chiamato Babele, perché lì fu confusa la lingua di tutta la terra
Cioè la lingua di tutti gli uomini. Tropologicamente, Sant'Agostino nelle Sentenze, sentenza 221: «Due amori», dice, «formano due città nel mondo intero: l'amore di Dio forma Gerusalemme, l'amore del mondo forma Babilonia; ciascuno dunque esamini sé stesso, e troverà di quale città è cittadino.»
Il suo — ossia non della torre, ma della città, come risulta chiaro dall'ebraico e dai Settanta. Dalla torre dunque, nella cui costruzione i costruttori furono confusi dalla divisione delle lingue, l'intera città fu chiamata Babele, e dalla città tutta la regione fu chiamata Babilonia, cioè confusione. Babele prese dunque il nome non da Belo, che fu il primo re e dio in Babele, ma dalla radice balal, cioè «egli confuse». Per questo i Settanta traducono, e il suo nome fu chiamato σύγχυσις, cioè «confusione». Questa città (come ho detto sopra) fu restaurata da Semiramide dopo 400 anni con grandezza e magnificenza incredibili; la torre, tuttavia, ella non la innalzò ulteriormente, ma la racchiuse in un tempio di Belo, meravigliosamente adornato.
Perché lì fu confusa la lingua — cioè perché lì i costruttori di Babele furono confusi dalla vergogna, quando non poterono più intendersi fra loro, dice Pererio. Ma l'ebraico balal, cioè «confondere», non significa svergognare bensì mescolare.
In secondo luogo, Filone, nel suo libro Sulla confusione delle lingue, spiega così, come per dire: La società degli empi e dei malvagi fu confusa da Dio a Babele, quando fu lacerata dallo scisma, affinché nella sua massa compatta non rovesciasse la virtù e i buoni costumi; le lingue infatti non si possono dire confuse, ma soltanto divise. Filone dice infatti: «Mosè insegna misticamente che, come l'armonia delle virtù è favorita da Dio, così la confusione delle lingue significa che la falange compatta dei vizi e degli empi è divisa, e che tutti i vizi sono resi muti e sordi, affinché non possano arrecare danno né parlando né concordando fra loro.» Ma questo senso è mistico, con il quale Filone sembra sovvertire il significato letterale.
In terzo luogo, Filastrio, Sulle eresie, capitolo 106, pensa che a Babele non furono le lingue ma la comprensione delle lingue a essere confusa e divisa; egli ritiene infatti che prima della costruzione di Babele le lingue degli uomini fossero già divise, come ho detto al capitolo X, versetto 31.
Ma rispondo: «Dio confuse», ebr. balal, cioè mescolò, la lingua degli uomini, ossia divise l'unica lingua di tutti gli uomini in lingue diverse, e le mescolò fra loro e fra gli uomini, cosicché quando molti parlavano contemporaneamente, non si udiva una sola voce e lingua, ma voci e lingue diverse e confuse di molti, nel modo che ho descritto al versetto 7.
A ciò si aggiunga: Gli elementi della lingua primordiale, ossia le lettere, rimasero gli stessi presso tutti i popoli e le lingue, ma furono combinati e trasposti in modo diverso: il che equivale a confondere e mescolare. Così anche molte sillabe, e persino parole, rimasero le stesse, ma significano una cosa in una lingua e un'altra in un'altra, come sus significa «porco» per i latini, «cavallo» per gli ebrei, e «silenzio» per i fiamminghi. Per questo Mosè spiega ulteriormente al versetto 7: «Così che nessuno intenda la voce del suo vicino.» Infine, molte parole e locuzioni ebraiche si sono mescolate in altre lingue, ad esempio sac, cioè saccus, e keren, cioè cornu, adottate dagli ebrei, che la maggior parte dei popoli e delle lingue ancora conserva e usa. Postello e Avenario hanno raccolto moltissime di queste parole; quest'ultimo nel suo lessico ebraico fa derivare quasi tutte le parole greche dall'ebraico, attraverso una certa trasposizione, mutazione e mescolanza di lettere. Così anche Adriano Scrieckio, nelle sue Origini e nell'Europa Rediviva, tenta ingegnosamente e acutamente di mostrare dal celtico, ossia dal fiammingo, che molte cose furono derivate dagli ebrei, e che nella loro base, o lettere radicali, concordano, e dalle etimologie fiamminghe di quasi tutti i nomi propri dei popoli d'Europa cerca di provare che la lingua celtica, ossia fiamminga, non è altro che un dialetto della lingua ebraica, e che fu data per prima ai discendenti di Iafet a Babele, e che di conseguenza gli antichi greci, italiani, spagnoli (che perciò sono chiamati Celtiberi, dice), galli, britanni e tutti gli europei la usarono. Ma questo è difficile da credere, e più difficile da dimostrare, soprattutto poiché le lingue greca e latina sono assai eccellenti, raffinate e artificiose, nonché molto antiche, come risulta dagli scritti dei greci e dei latini, e pertanto sembrano essere state date da Dio a certi discendenti di Iafet alla confusione delle lingue, non meno del celtico. Ma a chi, se non a coloro che abitarono la Grecia e il Lazio? Essi dunque non parlavano in celtico ma in greco e in latino. Crederei che la lingua fiamminga sia molto antica, e una delle prime elargite da Dio a Babele. Ha inoltre non poche parole derivate dall'ebraico, o simili e affini ad esse. Ma che differisca dall'ebraico soltanto come un dialetto — chi se ne persuaderebbe, avendo esaminato la dissonanza e la diversità di entrambe? Il fiammingo sembra infatti differire dall'ebraico tanto quanto, o più di quanto, il latino dal greco o dall'ebraico.
Sant'Agostino nota, La Città di Dio XVIII.39, e Origene, Girolamo, Tostato, Gaetano, Oleaster, Genebrardo e altri comunemente, che nel solo Eber e nei suoi discendenti, insieme alla vera fede, religione e pietà, rimase la lingua ebraica primordiale. In tutti gli altri, dunque, Dio cancellò l'abito della lingua ebraica (cosicché gli uomini sembravano a sé stessi non tanto aver dimenticato quanto aver perduto ogni memoria della lingua ebraica, come se non ne avessero mai saputo o udito nulla), e impiantò un nuovo e prontissimo abito di una nuova lingua, diversa e propria per ciascun popolo, ossia di una lingua diversa e propria. Così l'Abulense, Pererio e altri.
Da qui, in secondo luogo, Sant'Epifanio, all'inizio del suo libro Contro le eresie, e Suida alla voce «Serug», pensano che questi costruttori di Babele fossero chiamati in greco μέροπες, come «divisi nella voce», poiché μερίζω significa «divido», e ὤψ significa «voce»: donde anche dai poeti uno dei giganti che tentarono di detronizzare Giove fu chiamato Merope, dal quale si ritiene che l'isola di Cos sia chiamata Meropide: sebbene il commentatore di Omero voglia che gli uomini siano chiamati meropi perché usano un linguaggio distinto e articolato; o, come dicono altri, perché ogni persona ha una voce così diversa da quella di qualsiasi altro come il suo volto, due cose nell'uomo che Plinio ammira.
Infine, questi eventi avvennero intorno all'anno 170 dopo il diluvio, come ho detto al capitolo X, versetto 25. Sant'Epifanio e la Sibilla aggiungono, come anche Abideno in Giuseppe Flavio e in Eusebio, Preparazione Evangelica IX, ultimo capitolo, che Dio abbatté questa torre con tempeste e venti, e seppellì gli stessi costruttori sotto di essa.
Versetto 10: Queste sono le generazioni di Sem
Mosè traccia la genealogia del solo Sem, e quella soltanto in linea diretta fino ad Abramo, perché gli altri discendenti di Noè, nonostante la sua opposizione, si allontanarono da Dio verso gli idoli; e perché da Abramo discesero gli Ebrei (per i quali Mosè scrive queste cose) e Cristo.
Sem aveva cento anni. Pertanto Sem nacque non nell'anno 500, ma nell'anno 502 di Noè, come ho detto al capitolo X, versetto 21; poiché qui è espresso questo numero minore, ossia che due anni dopo il diluvio Sem aveva 100 anni, ciò che non è espresso al capitolo V, versetto 32: quindi Mosè sembra designare gli anni di Sem più precisamente qui che nel capitolo V.
Versetto 12: Arfaxad generò Sale (La questione di Cainan)
Così leggono l'ebraico e il caldeo, sia qui sia in 1 Cronache 1,18 e 24. Ma i Settanta, sia qui sia là, interpongono Cainan; hanno infatti: «Arfaxad generò Cainan, e Cainan generò Sale.» San Luca segue i Settanta, in Luca 3,36, per cui Lipomano, Melchior Cano, Delrio e altri pensano che questo Cainan debba certamente essere interposto, e che anche a lui si debbano assegnare 30 anni prima che generasse Sale, e di conseguenza che questi trenta anni debbano essere inseriti nella cronologia.
Si chiederà: chi si deve seguire qui, se Mosè che omette Cainan, o la versione dei Settanta che lo inserisce. Rispondo che si deve piuttosto seguire Mosè come primo testo originale. Mosè traccia qui infatti sia la cronologia sia la storia del mondo: quindi non omise 30 anni, che secondo i Settanta dovrebbero essere attribuiti a Cainan; ciò sarebbe infatti una grave colpa ed errore nella cronologia, anzi nella storia. E perciò non è meno pericoloso dire che Mosè è qui mutilato, di quanto lo sia dire che Luca è sovrabbondante; o dire che il testo della Sacra Scrittura è qui tronco, di quanto lo sia dire che è ridondante in Luca riguardo a Cainan: in entrambi i casi infatti la storia e la cronologia sarebbero ugualmente corrotte e rese false.
In secondo luogo, perché le Bibbie ebraica, caldea e latina concordemente, sia qui sia in 1 Cronache 1, omettono Cainan; in terzo luogo, perché gli Ebrei, Filone, Giuseppe Flavio e altri antichi omettono Cainan; in quarto luogo, perché la regola di Sant'Agostino, La Città di Dio XV.3, è: «Se una traduzione discorda dall'originale, si deve piuttosto dar credito alla lingua dalla quale fu fatta la traduzione in un'altra»; pertanto si deve credere a Mosè in ebraico piuttosto che alla versione dei Settanta.
In quinto luogo, che un errore si sia insinuato nella versione dei Settanta qui è evidente: primo, perché un errore manifesto si è insinuato in essa riguardo ai numeri, e proprio in questo stesso Cainan: hanno infatti Cainan di 130 anni quando generò Sale, mentre nessuno, neppure fra coloro che accettano Cainan, gli attribuisce più di 30 anni; secondo, perché l'edizione dei Settanta corretta dai Romani e pubblicata per autorità del Papa Sisto V espunge Cainan in 1 Cronache 1. Nell'elencare infatti la serie delle generazioni da Arfaxad ad Abramo, la traccia così: «Arfaxad, Sale, Eber, Peleg, Reu, Serug, Nacor, Tare, Abramo»; dove concordano chiaramente con l'edizione latina della Vulgata, versetto 24. Se nel libro delle Cronache, nella serie delle genealogie, Cainan deve essere espunto dai Settanta secondo la correzione romana, allora deve essere espunto dai Settanta anche in Genesi 11. Poiché la stessa serie di generazioni è scritta in entrambi i luoghi. Questa è davvero una forte congettura e suscita un grande sospetto che Cainan sia stato interpolato nei Settanta nella Genesi.
Il sospetto è accresciuto dal fatto che nei Settanta nella Genesi, a Cainan sono attribuiti esattamente gli stessi numeri di generazione e di età che sono attribuiti a Sale, mentre negli altri variano sempre. Perciò quei numeri sembrano essere stati attribuiti dai Settanta al solo Sale, e furono ripetuti in Cainan da qualcuno che lo interpolò.
In terzo luogo, perché Sant'Epifanio, Eresia 53, elencando la serie delle generazioni da Abramo a ritroso fino a Sem secondo la versione dei Settanta, omette Cainan; dunque nei Settanta a quel tempo Cainan non era presente, ma vi si insinuò più tardi. Lo stesso risulta da San Girolamo, Questioni sulla Genesi, dove omette assolutamente Cainan; legge infatti così: «Arfaxad generò Sale, Sale generò Eber.» Se i Settanta avessero allora contenuto Cainan, certamente San Girolamo non l'avrebbe passato sotto silenzio; là e altrove egli nota infatti diligentemente ogni punto in cui i Settanta discordano dall'ebraico. Dunque al tempo di San Girolamo e di Sant'Epifanio, Cainan non si era ancora insinuato nelle copie più corrette dei Settanta.
Si chiederà: chi dunque inserì Cainan nei Settanta e in Luca? Rispondo: È probabile che qualche lettore greco dei Settanta, leggendo Cainan in San Luca (che Luca sembra aver ricevuto dagli archivi del popolo ebraico), quando non lo trovò nella Genesi, aggiunse Cainan alla Genesi; poi altri copisti fecero lo stesso; così Pererio e altri. Queste cose sono probabili e comunemente sostenute.
Sant'Agostino, La Città di Dio XV, e Girolamo, Tostato, Gaetano, Oleaster, Genebrardo e altri insegnano che è dubbio se anche il Cainan in Luca sia genuino, e se non sia stato piuttosto aggiunto da qualcuno che lo trovò nella Genesi.
Brevemente, ritengo che la cronologia qui debba essere stabilita in conformità con il testo ebraico. Sebbene infatti sia molto probabile che alcuni errori si siano insinuati qua e là nella versione dei Settanta, tuttavia è pratica costante e antica della Chiesa che l'autorità dei traduttori dei Settanta nelle questioni storiche e cronologiche non debba essere stimata alla leggera.
Soprattutto perché una ragione più forte qui costringe e quasi impone. Primo, Mosè afferma espressamente e precisamente qui che Arfaxad, nel trentacinquesimo anno della sua età, generò Sale. Ma questo è assolutamente falso se interponiamo Cainan dai Settanta: secondo loro infatti Cainan fu generato da Arfaxad in quello stesso trentacinquesimo anno. Sale, tuttavia, fu generato trent'anni dopo da Cainan, non da Arfaxad. Sarebbe infatti forzato e stiracchiato, e una menzogna nella cronologia, rispondere come fanno alcuni che Sale fu generato nel trentacinquesimo anno di Arfaxad, non in sé stesso, ma nel suo padre Cainan.
In secondo luogo, Mosè scrive qui esattamente e di proposito, e lui solo, la storia, la genealogia e la cronologia del mondo: è quindi incredibile che abbia omesso 30 anni della vita di Cainan. Questi trenta anni perturbano e viziano infatti l'intera cronologia. Chi oserebbe dire che Mosè troncò, e di conseguenza viziò, la cronologia di trent'anni?
In terzo luogo, non si può addurre alcuna ragione probabile per cui Mosè abbia omesso Cainan; la ragione addotta da alcuni, ossia che egli volesse ridurre le generazioni prima e dopo il diluvio a due decadi, cosicché come ci sono dieci generazioni da Adamo a Noè, così ne avrebbe assegnate dieci da Noè ad Abramo — quella ragione, come giustamente dice Pererio, non può essere provata come tale, ed è lieve e futile, né tanto grave che per essa Mosè avrebbe dovuto perturbare e confondere la cronologia.
Pertanto, se vogliamo difendere la fede, l'integrità e la cronologia di Mosè, nonché del libro delle Cronache e dell'edizione della Vulgata in entrambi i luoghi, siamo costretti, anche controvoglia, ad asserire che Cainan si è insinuato nei Settanta. È meglio infatti, e di minor importanza e pericolo, ascrivere questo errore ai copisti e agli scribi piuttosto che ai Settanta stessi, che furono uomini sapientissimi; come Sant'Agostino, La Città di Dio XV.13, ascrive a quegli stessi scribi l'errore nei numeri che si trova qui nei Settanta, e afferma anche che questo è un errore antico, commesso dai primi copisti, che pertanto pervase tutte le copie successive dei Settanta, e da esse immediatamente tutte le copie di San Luca.
A questa opinione è particolarmente incline Pererio. Così anche Beda (sebbene timidamente), e inoltre Adone, Isidoro, l'Abulense, Lucido, Eugubino, Genebrardo, Giansenio e Gaetano omettono Cainan. Anzi, la maggior parte degli interpreti di Luca 3,36 concordano nella sostanza. Nell'interpretare infatti il passo su Sale: «Che fu [figlio di] Cainan», lo spiegano così: «Che fu», ossia non figlio naturale, come gli altri in Luca, ma o fratello, o figlio legale, o anche quello stesso «Cainan»; le quali spiegazioni, essendo forzate, rafforzano la nostra posizione, poiché al di fuori di essa non si può dare alcuna altra solida spiegazione o riconciliazione che soddisfi un uomo assennato; ed esse in effetti rimuovono Cainan dalla serie della genealogia e della cronologia, che è l'unica cosa che cerchiamo e chiediamo qui. Ci basta infatti che la storia e la serie degli anni del mondo di Mosè, in quanto sacro e divino storico e cronologista, restino intere e intatte, poiché al di fuori della sua non ne abbiamo un'altra.
Si obietterà: allora Cainan dovrebbe essere cancellato dal testo dei Settanta e di San Luca, come lo cancellano gli eretici, dicendo che fu fabbricato dai Settanta. Rispondo: Nego la conseguenza, sia perché le copie greche e latine comunemente hanno Cainan: perciò la sua cancellazione offenderebbe molti. Per questa ragione i Romani, che corressero l'edizione della Vulgata per ordine di Sisto V e Clemente VIII, dicono nella prefazione: «In questa ben nota lettura, così come alcune cose sono state deliberatamente cambiate, così anche altre che sembravano aver bisogno di cambiamento sono state deliberatamente lasciate invariate, perché San Girolamo più di una volta consigliò che si dovesse fare così per evitare di dare scandalo al popolo», ecc. Pertanto è meglio e sufficiente che gli eruditi annotino queste cose nei loro commenti. Anche perché forse qui si nasconde qualche altro mistero segreto e divino, che Dio volle che gli uomini non conoscessero, come suggerisce Beda.
Si noti: Come ho detto al capitolo V riguardo alla genealogia da Adamo a Noè, i numeri nei Settanta sono corrotti, così anche qui sono corrotti: qui infatti i Settanta aggiungono cento anni sia ad Arfaxad sia agli altri, che l'ebraico e la nostra Vulgata non hanno; perciò secondo i corrotti Settanta, ne consegue che dal diluvio ad Abramo trascorsero 1172 anni, mentre secondo la verità ebraica ne trascorsero solo 292.
Versetto 13: Arfaxad visse trecentotre anni
Così leggono le Bibbie latina, romana e regia, e i Settanta greci dall'edizione di Caraffa. Ma l'ebraico, il caldeo e i Settanta sia dall'edizione complutense che da quella regia, e anche molte antiche Bibbie latine, leggono 403, e questo concorda meglio con la durata della vita di quell'epoca: Sale ed Eber infatti, che erano discendenti di Arfaxad, vissero 400 anni e più.
Si noti: Prima del diluvio gli uomini vivevano 900 anni, subito dopo il diluvio solo 400, e poi 300; da ciò risulta chiaro che la lunga vita degli uomini più antichi, cioè fino a 900 anni, derivava loro non dalla forza della natura e da cause naturali, ma piuttosto da un dono di Dio; non sarebbe stato possibile infatti che nella prima o nella seconda generazione la vita umana diminuisse naturalmente a 500 o 600 anni.
Versetto 20: Serug
Sant'Epifanio e Suida fanno di costui l'inventore delle immagini, ossia della realizzazione di pitture e statue nelle quali i principi e altri uomini illustri potessero essere rappresentati, venerati e adorati, come se l'idolatria avesse allora avuto inizio. Ma che l'autore dell'idolatria fu Nemrod, o Belo, l'ho detto sopra. Serug pertanto non ne fu l'autore, ma il propagatore attraverso la sua arte della scultura e della pittura. Suida erra nuovamente qui quando colloca Serug fra i discendenti di Iafet.
Versetto 26: Tare visse settant'anni e generò Abramo, Nacor e Aran
Si noti: Tare generò per primo Aran, per secondo Nacor, per terzo Abramo; Abramo era dunque il più giovane. Ciò è chiaro: Abramo ebbe infatti come moglie Sara, che era figlia di Aran, e questa aveva soltanto dieci anni più di Abramo. Ma Aran quando generò Sara aveva almeno vent'anni: pertanto Aran aveva almeno dieci anni più di Abramo. Abramo è posto qui prima dei suoi fratelli, benché più giovane, perché Mosè intende tracciare da questo punto in poi il suo lignaggio, la sua fede e le sue gesta.
Il senso è dunque: Tare visse 70 anni, e aveva già a quel tempo generato Aran e Nacor; ma Abramo stesso lo generò precisamente nell'anno 70. Così Pererio e altri. Alcuni dunque pensano erroneamente che Abramo sia nato non nell'anno 70 ma nell'anno 130 di Tare; risolverò il loro ragionamento nel capitolo XII, versetto 4. È infatti espressamente affermato qui che Tare generò Abramo quando aveva 70 anni: e così attraverso questo settantesimo anno di Tare Mosè continua la sua cronologia, che sarebbe altrimenti incerta e dubbia, anzi falsa, se Abramo fosse nato non nel settantesimo ma nel centotrentesimo anno di Tare.
Si noti secondo: Abramo nacque nell'anno 292 dal diluvio; e poiché Noè visse 350 anni dopo il diluvio, ne consegue che Noè morì nel cinquantottesimo anno di Abramo. Abramo vide dunque tutti i suoi antenati, nove di numero, risalendo fino a Noè: vide cioè Tare, Nacor, Serug, Reu, Peleg, Eber, Sale, Arfaxad, Sem e Noè.
Versetto 28: Ur dei Caldei
E li condusse fuori da Ur dei Caldei. «Ur» era una città della Caldea che con un altro nome era chiamata Camirine, secondo Eupolemo in Eusebio, Preparazione Evangelica IX.4. I Caldei poi sono così chiamati dall'ebraico e caldeo Chasdim, con la lettera «s» mutata in «l», come da Ὀδυσσεύς fu ricavato Ulisse. Chasdim al plurale ha al singolare Chassad, che alcuni ebrei ritengono sia una forma abbreviata di Arfaxad: le tre ultime lettere in ciascun nome sono infatti le stesse; gli ebrei infatti non contano le vocali. Perciò essi considerano i Caldei come discendenti di Arfaxad, figlio di Sem, e da lui denominati. Altri pensano che i Caldei discendano da Chesed e da lui prendano il nome, figlio di Nacor, fratello di Abramo, del quale si veda il capitolo 22,21. Ma questo fu posteriore.
Si noti: Ur qui significa «fuoco»; perciò questa città sembra essere stata chiamata Ur perché in essa si custodiva e adorava il fuoco sacro. Così infatti i Persiani adoravano il fuoco sacro come una divinità in luoghi che lo storico Procopio nella sua Storia delle guerre persiane chiama πυρεῖα. Allo stesso modo anche i Caldei adoravano il fuoco, come riferisce San Girolamo. Così Ur sembra aver preso il nome dal culto del fuoco, come Eliopoli fu così chiamata dal culto del sole. Forse Ur è la stessa cosa di Uram, che Plinio, VII.24, colloca presso l'Eufrate.
Di qui anche il nostro Traduttore, in 2 Esdra 9,7, per Ur, che è nell'ebraico, traduce «fuoco»; rende infatti: «O Dio, che scegliesti Abramo, e lo conducesti fuori dal fuoco (ebr. da Ur) dei Caldei.» Dove si noti che Esdra sembra chiaramente alludere a questo passo della Genesi, come per dire: O Dio, che conducesti Abramo fuori dalla città dei Caldei, che in ebraico si chiama Ur, cioè fuoco.
Da qui, in secondo luogo, «fuoco» in Esdra può essere preso in senso figurato, per significare la tribolazione; il fuoco ne è infatti il simbolo nella Scrittura, come risulta dal Salmo 16,3 e dal Salmo 65,12. Giuseppe Flavio, Sant'Agostino nella Città di Dio XVI.13, e altri insegnano infatti che Abramo soffrì molte afflizioni da parte dei Caldei perché si rifiutava di adorare il fuoco.
Può in secondo luogo essere preso letteralmente: è tradizione degli Ebrei infatti che Abramo, proprio per questa ragione, fu letteralmente gettato nel fuoco, come dice Esdra, dai Caldei, ma fu miracolosamente liberato da Dio: tradizione che, sebbene inizialmente la critichi, San Girolamo in seguito approva, e, a quanto sembra, così fa anche la Chiesa, che prega per i moribondi affinché Dio li liberi dall'angoscia della morte e dal fuoco della Geenna, come liberò Abramo da Ur, cioè dal fuoco dei Caldei.
Lo stesso è indicato dalla Sacra Scrittura, quando celebra questa uscita e liberazione di Abramo da Ur dei Caldei come qualcosa di grande e ammirevole. Né sorprende che Giuseppe Flavio, Filone e Paolo in Ebrei 11 non ne facciano menzione, come obietta Pererio, perché essi riferiscono quasi soltanto le cose che si trovano nella Sacra Scrittura, come Giuseppe Flavio spesso professa di sé stesso. Anche Mosè passò questo sotto silenzio perché riassume brevemente tutti gli eventi, sia di Adamo sia di altri, fino alla vocazione di Abramo. Che cosa si trova infatti nella Genesi sulle gesta di Adamo, Set, Enos, Matusalemme e degli altri prima del diluvio nel corso di 1.656 anni? Tuttavia si noti che in questa tradizione certi particolari favolosi sono mescolati dagli Ebrei, come ad esempio che Aran, fratello di Abramo, fu gettato nello stesso fuoco e da esso consumato, perché non era di fede grande quanto Abramo; Mosè indica infatti sufficientemente al versetto 28 che Aran morì di morte naturale. E ancora, che Nemrod, su istigazione di Tare, padre di Abramo, che era un idolatra, gettò Abramo nel fuoco. Ma Nemrod, o Belo, morì prima di Abramo: Abramo nacque infatti nel quarantatreesimo anno di Nino, che succedette al padre Belo dopo la morte di questi, come ho detto al capitolo X.
Può in terzo luogo essere tradotto: «da Ur», cioè dalla dottrina (di errore e di idolatria) dei Caldei; il nostro Traduttore rende infatti Urim come «dottrina», in Esodo 28,31, e altrove.
Versetto 29: Melca, figlia di Aran, padre di Melca e padre di Iesca
I più, fra cui l'Abulense, ritengono che questa Iesca sia Sara. Come infatti la prima figlia di Aran, ossia Melca, fu data in sposa a Nacor suo zio, così anche la seconda, ossia Iesca o Sara, fu data in sposa ad Abramo suo zio, come Mosè accenna in questo versetto, e più chiaramente nel capitolo 20, versetto 12, dove Abramo chiama Sara sua sorella, cioè sua nipote, figlia del fratello Aran. Che Sara non fosse nipote di Abramo tramite il fratello Nacor, Mosè lo indica sufficientemente qui, quando menziona che Abramo e Nacor presero moglie nello stesso tempo.
Da questo capitolo si stabilisce la cronologia del mondo, ossia che dalla fine del diluvio ad Abramo trascorsero 292 anni: ciò risulta chiaro, poiché due anni dopo il diluvio Sem generò Arfaxad, Arfaxad all'età di 35 anni generò Sale, Sale a 30 anni generò Eber, Eber a 34 anni generò Peleg, Peleg a 30 anni generò Reu, Reu a 32 anni generò Serug, Serug a 30 anni generò Nacor, Nacor a 29 anni generò Tare, Tare a 70 anni generò Abramo. Totale: 292 anni. Pertanto Abramo nacque nell'anno 292 dal diluvio, che era l'anno 1949 del mondo.
Versetto 31: Tare prese Abramo suo figlio
Ossia dopo che Abramo fu chiamato fuori da Ur dei Caldei da Dio, nel capitolo seguente, versetto 1. Si tratta dunque di una prolessi o anticipazione: Mosè volle infatti tracciare qui insieme la vita e la morte di Tare, prima di iniziare a narrare le gesta di Abramo, anche quelle che egli compì mentre il padre Tare era ancora in vita.
Si noti: Alcuni pensano, con San Giovanni Crisostomo, che Tare inizialmente adorasse gli idoli in Caldea, ma fosse convertito dal figlio Abramo e li abbandonasse per adorare il vero Dio. Lo provano da Giuditta 5,8; ma quel passo afferma piuttosto il contrario, ossia che egli si rifiutò di adorare gli idoli dei suoi antenati. Lo provano ancora da Giosuè 24,2.
Da questo passo anche, Filone nel suo libro Su Abramo, gli Ebrei, Genebrardo e Andrea Masio scrivendo su Giosuè 24 concludono che Abramo inizialmente, prima di essere chiamato da Dio, adorasse gli idoli. Ma più veracemente, primo, Abramo non adorò mai gli idoli. Primo, perché in Giosuè 24,2 non è Abramo, ma soltanto Tare e Nacor che si dice abbiano servito dèi stranieri. Secondo, perché Abramo ci è posto dinanzi nella Scrittura come il padre dei credenti e il modello della fede; dunque non fu mai infedele. Terzo, perché così pensano Giuseppe Flavio, Suida, Pererio, Delrio e moltissimi altri.
In secondo luogo, più veracemente, Tare in Caldea non adorava gli idoli, ma con Abramo adorava il vero Dio, e perciò quando fu vessato dai Caldei, all'ammonimento e alla chiamata di Abramo, partì di là e migrò verso Canaan: ma quando Tare fu ormai sfinito dalla fatica e dalla vecchiaia, si fermò stancamente nel cammino, ossia nella città di Carran in Mesopotamia, comunemente chiamata Carre, dove il comandante romano Marco Crasso subì una disfatta ad opera dei Parti.
In terzo luogo, più veracemente, Tare in Mesopotamia, ossia a Carran, cadde nell'idolatria, o per la consuetudine di quel popolo, o all'arrivo del figlio Nacor l'idolatra dalla Caldea, o alla partenza e assenza dello stesso Abramo, quando era proseguito da Carran verso Canaan. Ciò risulta da Giosuè 24,2, dove dice: «I vostri padri abitarono oltre il fiume fin dall'inizio, Tare padre di Abramo e Nacor, e servirono dèi stranieri.» «Oltre il fiume», ossia l'Eufrate, in Mesopotamia, non in Caldea. Così Pererio, seguendo Sant'Agostino e Tostato.