Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del Capitolo
Qui inizia la terza parte della Genesi. La prima infatti va dal capitolo I al VI, e contiene i fatti da Adamo fino a Noè e il diluvio. La seconda dal capitolo VI fino a questo punto, e contiene i fatti da Noè ad Abramo. Questa terza parte, da questo capitolo al capitolo XXV, contiene i fatti di Abramo. In questa terza parte, dunque, Abramo ci è proposto come padre dei credenti, modello di santità e di perfezione. E dapprima come uno che inizia il cammino della virtù, fino al capitolo XVIII; poi come uno che progredisce in essa, fino al capitolo XXII; e da lì come uno che è perfezionato, fino al capitolo XXV. Si vedano le lodi di Abramo in Filone, San Giovanni Crisostomo e Sant'Ambrogio, il quale dice nel libro I De Abraham, capitolo II: «Abramo fu certamente un grande uomo, insigne per le qualità di molte virtù, che la filosofia non poté eguagliare con le sue aspirazioni.» E più avanti: «È messo alla prova come uomo forte, stimolato come uomo fedele, provocato come uomo giusto: con i fatti anticipò il detto dei sapienti: Segui Dio,» ecc.
In questo capitolo dunque Abramo, chiamato da Dio fuori dalla Caldea, sua patria, con un'ampia promessa, peregrina in Canaan, cioè a Sichem e Bethel. In secondo luogo, al versetto 10, a causa della carestia si reca in Egitto, dove Sara viene presa dal Faraone; ma a causa delle piaghe inviate da Dio ella viene restituita ad Abramo.
Testo della Vulgata: Genesi 12,1-20
1. Or il Signore disse ad Abramo: Esci dalla tua terra, e dalla tua parentela, e dalla casa di tuo padre, e vieni nella terra che io ti mostrerò. 2. E farò di te una grande nazione, e ti benedirò, e renderò grande il tuo nome, e sarai benedetto. 3. Benedirò coloro che ti benediranno, e maledirò coloro che ti malediranno, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra. 4. Abramo dunque partì come il Signore gli aveva comandato, e Lot andò con lui: Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Carran. 5. E prese Sarai sua moglie, e Lot figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano raccolto, e le anime che avevano acquistato in Carran: e uscirono per andare nella terra di Canaan. E quando vi furono giunti, 6. Abramo attraversò la terra fino al luogo di Sichem, fino alla pianura di More: e il Cananeo era allora nella terra. 7. E il Signore apparve ad Abramo, e gli disse: Alla tua discendenza darò questa terra. Ed egli edificò là un altare al Signore, che gli era apparso. 8. E di là, spostandosi verso un monte che era a oriente di Bethel, piantò là la sua tenda, avendo Bethel a occidente e Hai a oriente: e anche là edificò un altare al Signore, e invocò il suo nome. 9. E Abramo proseguì, camminando e avanzando verso il Meridione. 10. Or vi fu una carestia nella terra: e Abramo discese in Egitto, per soggiornarvi come forestiero: poiché la carestia era assai grave nella terra. 11. E quando fu vicino a entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: So che sei una donna bella, 12. e che quando gli Egiziani ti vedranno, diranno: È sua moglie: e uccideranno me, e terranno te. 13. Di' dunque, ti prego, che sei mia sorella: affinché io sia trattato bene per causa tua, e la mia anima viva grazie a te. 14. E così quando Abramo fu entrato in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto bella. 15. E i principi ne informarono il Faraone, e la lodarono davanti a lui: e la donna fu condotta nella casa del Faraone. 16. E trattarono bene Abramo per causa di lei: ed egli ebbe pecore, e buoi, e asini, e servi, e serve, e asine, e cammelli. 17. Ma il Signore colpì il Faraone con grandi piaghe, e la sua casa, a causa di Sarai moglie di Abramo. 18. E il Faraone chiamò Abramo, e gli disse: Che cosa è questo che mi hai fatto? Perché non mi hai detto che era tua moglie? 19. Per quale ragione hai detto che era tua sorella, cosicché io la prendessi come moglie? Ora dunque ecco la tua sposa: prendila, e vattene. 20. E il Faraone diede ordini ai suoi uomini riguardo ad Abramo: e lo condussero via, e sua moglie, e tutto ciò che aveva.
Versetto 1: Or il Signore disse ad Abramo: Esci dalla tua terra
I. Abramo fu chiamato prima e principalmente fuori da Ur dei Caldei, e questa fu la sua prima vocazione, e poi da Carran verso Canaan, e questa fu la sua seconda vocazione, di cui si tratta qui. Stefano in Atti VII, versetto 2, indica questa prima vocazione, dicendo: «Il Dio della gloria apparve al padre nostro Abramo, quando era in Mesopotamia, prima che dimorasse in Carran, e gli disse: Esci dalla tua terra, e dalla tua parentela, e vieni nella terra che io ti mostrerò.»
Nota: Santo Stefano qui unisce la prima vocazione di Abramo alla seconda. Riveste infatti la seconda con le parole e le espressioni della prima, dicendo: «Esci dalla tua terra, e dalla tua parentela, e vieni nella terra che io ti mostrerò.» Poiché quelle parole appartengono propriamente alla seconda vocazione, non alla prima. Nella prima vocazione infatti ad Abramo non fu comandato di lasciare la sua parentela (giacché Lot e Nacor partirono con lui), né gli fu comandato di venire nella terra promessa: ciò infatti non avvenne subito, ma dopo qualche tempo. Santo Stefano dunque, poiché narra la cosa in modo compendioso, racchiuse entrambe le vocazioni in una sola.
II. Stefano dice che Abramo fu chiamato mentre era in Mesopotamia, benché Ur si trovi in Caldea. Rispondo: Stefano prende Mesopotamia in senso lato, e sotto di essa comprende anche la Caldea. E ciò non stupisce: poiché nelle storie antiche la Mesopotamia è spesso intesa in senso lato, per indicare tutto ciò che si trova tra il Tigri e l'Eufrate; ora la Caldea, trovandosi tra il Tigri e l'Eufrate, è compresa sotto la Mesopotamia così intesa in senso ampio.
Qui dunque Abramo è chiamato una seconda volta da Dio, il quale gli dice: «Esci», in ebraico Lech lecha, cioè «va' per te», ossia va' per il tuo bene e vantaggio. In questo capitolo dunque Dio fa di Abramo come un proselita e un pellegrino, e lo conduce fuori dalla sua patria, dalla parentela e dalla casa paterna, per introdurlo nella terra di Canaan, e proporlo come modello di fede e di obbedienza. Si veda Ebrei XI, 8.
Moralmente e allegoricamente: Abramo è il simbolo di ogni cristiano, che è chiamato da Dio a uscire dalla sua terra, cioè dal mondo, dalla sua parentela, cioè dai vizi e dalle concupiscenze, dalla casa di suo padre, cioè dal diavolo, e a venire nella terra promessa, cioè nel cielo. Così Sant'Ambrogio, libro I De Abraham, capitolo II.
Nota: Abramo, chiamato e condotto fuori da Dio dalla Caldea e poi da Carran, tuttavia viaggiò verso Canaan senza guida, senza esercito, senza provviste, in una terra sconosciuta, tra nazioni barbare e idolatre, seguendo soltanto la promessa e la protezione di Dio. Questa fu l'immensa fede e obbedienza di Abramo, presso il quale quasi da solo si conservò la fede e la Chiesa di Dio fino a Cristo.
Tropologicamente, riguardo alla triplice vocazione e rinuncia, si veda Cassiano all'inizio della Conferenza 3. L'abate Pafnuzio infatti, al capitolo 6, adatta queste tre cose alla triplice rinuncia. «La prima,» dice, «è quella per cui corporalmente disprezziamo tutte le ricchezze e i beni del mondo; la seconda, per cui respingiamo le abitudini e i vizi antichi, e le vecchie passioni dell'anima e della carne; la terza, per cui, distogliendo la nostra mente da tutte le cose presenti e visibili, contempliamo soltanto le cose future e desideriamo quelle invisibili.»
Dalla tua terra — da Ur dei Caldei, che è la tua patria. Dalla tua parentela — lascia i tuoi parenti, i Caldei idolatri. Dalla tua casa — Anzi, abbandona persino la tua casa, una casa, dico, così splendida, così cara, in Caldea; e non solo la casa stessa, ma anche gli abitanti della casa, ossia tuo fratello, tuo padre e tua moglie; se vogliono restare, lasciali e parti da solo, per seguire Dio che ti chiama. Ecco come con altrettante parole, con altrettanti pungoli, Dio stimola, esercita e affina la fede e l'obbedienza di Abramo.
Nota qui in Abramo le condizioni e le qualità della perfetta obbedienza. La prima è obbedire prontamente e volentieri. La seconda è obbedire semplicemente, il che avviene quando sottomettiamo il nostro giudizio al giudizio del Superiore. Abramo infatti «uscì senza sapere dove andava.» La terza è obbedire con gioia. La quarta è obbedire con umiltà. La quinta è obbedire con coraggio e costanza. La sesta è obbedire con indifferenza: Abramo era infatti indifferente riguardo a dovunque Dio lo avesse chiamato; poiché si rimetteva interamente a Dio. La settima è obbedire con perseveranza: Abramo infatti trascorse tutta la vita come pellegrino in Canaan per obbedire a Dio. Così Cristo obbedì fino alla morte, e alla morte di croce. Infine, San Giovanni Climaco, al Grado 4: «L'obbedienza è la perfetta abnegazione della propria anima e del proprio corpo, una morte volontaria, una vita senza affanno, un viaggio senza danno, una sepoltura della volontà; è compiere un cammino dormendo, col proprio peso caricato sulle spalle altrui.»
Che io ti mostrerò. Dio dunque, nel chiamare Abramo, non gli rivelò dove dovesse andare: ma glielo rivelò in seguito. Per questo l'Apostolo loda la fede e l'obbedienza di Abramo, dicendo in Ebrei 11: «Per fede, colui che è chiamato Abramo obbedì, partendo verso un luogo che doveva ricevere in eredità; e partì senza sapere dove andava.»
Nota: Dio, nel chiamare Abramo, gli rivelò al tempo stesso che doveva andare in Canaan, come è chiaro dal versetto 5 e dal capitolo 11, versetto 31; ma non gli rivelò in quale parte di Canaan volesse che emigrasse; la regione di Canaan era infatti vasta e divisa tra molti re. Ciò che si dice qui va inteso così: «Vieni nella terra (cioè in quella porzione della terra di Canaan) che io ti mostrerò,» in ebraico arecha, cioè che ti farò vedere, che mostrerò ai tuoi occhi.
Moralmente, imparino qui i fedeli con Abramo quel detto di Gregorio Nazianzeno, orazione 28: «Per noi ogni terra, e nessuna terra, è patria,» nessuna terra sarà per noi patria quando considereremo il cielo come nostra patria e il mondo come nostro esilio. Poiché, come dice Ugo di San Vittore nel libro 3 del Didascalicon, capitolo 20: «È un grande principio di virtù che l'animo esercitato impari dapprima a cambiare queste cose visibili e transitorie, affinché possa in seguito anche abbandonarle. È ancora delicato colui per il quale la patria è dolce; ma è forte colui per il quale ogni suolo è patria; perfetto però è colui per il quale il mondo intero è esilio. Il primo fissò il suo amore sul mondo, il secondo lo disperse, il terzo lo estinse.»
Siamo cosmopoliti, cioè nati non per una sola città ma per il mondo intero. Ponzio nella Vita di San Cipriano: «Per un cristiano, questo mondo intero è una sola casa.» San Cipriano, quando il Proconsole lo minacciò di esilio a causa della fede in Cristo, disse: «Non sarà esule chi ha Dio nella mente, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene.»
Versetto 2: Farò di te una grande nazione (Le sette benedizioni)
Gaetano nota che ad Abramo, se obbedisce alla chiamata di Dio, vengono promesse da Dio sette benedizioni, ossia beni enormi. La prima è la sovranità, ovvero la paternità di una grande nazione, quando dice: «Farò di te una grande nazione,» affinché da te nasca la grandissima nazione dei Giudei, che per numero avrebbe eguagliato le stelle del cielo e la sabbia del mare.
La seconda è l'abbondanza di raccolti e di ricchezze, quando dice: «E ti benedirò.»
La terza è la fama e la gloria del suo nome, quando dice: «E renderò grande il tuo nome,» affinché per tutti i secoli e in tutto il mondo il tuo nome sia celebrato, cosicché Giudei, Saraceni e Cristiani si glorino del nome, della fede e della stirpe di Abramo.
La quarta è il compendio di tutte le benedizioni e di tutti i beni, quando dice: «E sarai benedetto;» in ebraico è thei beracha, «sii una benedizione», cioè sii così pienamente benedetto in ogni cosa da sembrare la benedizione stessa, e cosicché gli uomini che vogliano benedire qualcuno ti pongano come esempio, dicendo: Ti sia fatto, Dio ti benedica, come fece e benedisse Abramo — come un tempo acclamavano nell'inaugurazione di un Cesare: Sii più fortunato di Augusto, sii migliore di Traiano.
La quinta è che non solo a te, o Abramo, ma anche ai tuoi amici farò del bene: «Benedirò coloro che ti benediranno,» versetto 3.
La sesta è che parimenti farò del male a coloro che ti faranno del male: «Maledirò coloro che ti malediranno.» A ciò allude Balaam, Numeri 24,9: «Chi ti benedice sarà egli stesso benedetto; chi ti maledice sarà tenuto maledetto.»
Moralmente, si noti qui quanto sia utile avere uomini santi come amici ed essere benevoli e generosi verso di loro; e al contrario, quanto sia male denigrarli, odiarli, affliggerli e perseguitarli: poiché chi li ha come nemici troverà Dio come suo nemico e vendicatore.
Queste sei benedizioni sono per lo più corporali e temporali; ma la settima e principale è spirituale ed eterna; della quale aggiunge, dicendo:
Versetto 3: In te saranno benedette tutte le famiglie della terra
«In te», cioè nella tua discendenza, come è spiegato in Genesi 22,17, ossia in Cristo, che nacque da Abramo, come spiega San Paolo in Galati 3,16 e San Pietro in Atti 3,26. Ciò che infatti fu conferito a Cristo Figlio, fu conferito anche ad Abramo genitore di Cristo; poiché attraverso questa discendenza spirituale e santa, cioè attraverso Cristo, Abramo divenne padre di tutti i credenti, come per dire: Attraverso Cristo tuo figlio, o Abramo, e attraverso la fede in Cristo, tutte le nazioni saranno benedette, cioè giustificate, e diventeranno amiche e figlie di Dio, e di conseguenza eredi del regno di Dio, e un giorno udranno: «Venite, benedetti del Padre mio, possedete il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.» Vi è dunque motivo per cui tu debba gioire, o Abramo, perché attraverso Cristo tuo figlio sarai padre di tutti i fedeli, i giusti e gli eletti. Così dicono gli Interpreti qui, e San Girolamo, Anselmo e altri nella lettera ai Galati 3,16.
Si potrebbe in secondo luogo intendere anche così: «in te», cioè a tua somiglianza, ad imitazione e ad esempio di te, come per dire: Come tu mediante la fede, così anche tutte le nazioni mediante la fede, non mediante le opere della legge, saranno benedette, cioè giustificate.
Si noti qui che, come il parlare di Dio, essendo efficace, è lo stesso che fare («poiché Egli stesso parlò, e furono fatte»): così il benedire di Dio è lo stesso che fare il bene e largire doni. Ora, poiché il bene più grande è la grazia e la giustizia, per mezzo della quale diveniamo partecipi della natura divina, amici, figli ed eredi di Dio e della gloria celeste, perciò la benedizione intesa in senso assoluto significa per antonomasia quella stessa grazia e giustizia. Questa benedizione di Abramo dunque significa propriamente questa giustificazione, sia di Abramo sia dei suoi discendenti, cioè dei fedeli che, rinati per mezzo di Cristo, imitano la fede di Abramo.
Saranno benedette. Pagnino traduce male: «in te tutte le nazioni benediranno sé stesse,» cioè dicendo: Volesse il cielo che io fossi così felice e benedetto come fu Abramo! L'ebraico nibrechu è infatti puramente passivo, cioè della coniugazione passiva niphal, e propriamente significa «saranno benedette»; non significa dunque un'azione riflessiva dell'agente su sé stesso. Cioè «benediranno sé stesse»: poiché questo è ciò che verrebbe significato dall'ultima coniugazione hitpael, e così si sarebbe dovuto dire hitbarechu. Inoltre, la versione e il senso di Pagnino sono chiaramente esclusi dalla versione e dal senso di San Paolo, Galati 3,8. Paolo infatti, citando questo passo, dice: «In te saranno benedette tutte le nazioni,» cioè «tutte le famiglie (clan, tribù, nazioni) della terra;» poiché come tutte le nazioni senza eccezione furono maledette e morirono in Adamo, così tutte furono benedette e giustificate in Cristo.
Si noti ancora qui che per gli Ebrei, benedire in niphal è una cosa, e in hitpael è un'altra. La benedizione promessa ad Abramo non significa semplicemente essere reso prospero, o congratularsi con sé stessi della propria prosperità. Questa benedizione promessa ad Abramo è infatti la giustizia e la salvezza che Cristo portò al mondo.
E se approvate la distribuzione dei Rabbini, i quali distribuiscono così le benedizioni conferite da Dio ad Abramo: cioè contro tutte le difficoltà del pellegrinaggio. «Farò di te una grande nazione»: contro la mancanza di figli. «Ti benedirò»: contro la povertà. «Renderò grande il tuo nome»: contro l'oscurità. «E sarai benedetto»: contro la maledizione e il disprezzo dei pellegrini. «Benedirò coloro che ti benediranno»: contro la cattiva fama. «Maledirò coloro che ti malediranno»: contro la malevolenza. «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra»: contro la sterilità.
Versetto 4: Abramo aveva settantacinque anni quando partì da Carran
Abramo dunque partì, come il Signore gli aveva comandato, e Lot andò con lui. Si noti l'obbedienza di Abramo, che prontamente seguì Dio che lo chiamava, avendo lasciato ogni cosa. «Uscì senza sapere dove andava.»
Abramo nacque nell'anno in cui Terach aveva 70 anni; inoltre Abramo lasciò Carran all'età di 75 anni: perciò partì da Carran quando suo padre Terach aveva 145 anni. Dopo questa partenza di Abramo da Carran, Terach visse ancora 60 anni; morì infatti all'età di 205 anni.
Si obietterà: Come può dunque Santo Stefano, in Atti 7, affermare che Abramo partì da Carran dopo la morte di Terach? Alcuni, da questo passo di Atti 7, pensano che Terach abbia generato Abramo non all'età di 70 ma di 130 anni. Ma ciò contraddice il capitolo precedente, versetto 26, dove è espressamente detto che Terach generò Abramo all'età di 70 anni, non di 130. E se si dice che bisogna aggiungere altri 60 anni a questi 70, per fare 130, si renderebbe incerta e si sconvolgerebbe l'intera cronologia della Sacra Scrittura, che Mosè ha così accuratamente intessuto nella Genesi.
Rispondo dunque che Abramo, migrando con Terach da Ur dei Caldei a Carran, vi si fermò con il padre per un breve tempo, forse solo alcuni mesi, e presto, dopo aver dato l'addio al padre, proseguì da Carran verso Canaan con Lot, poiché là era stato originariamente chiamato da Dio. Abramo dunque visse come pellegrino in Canaan, mentre suo padre era ancora in vita, per sessant'anni, al termine dei quali suo padre Terach morì a Carran: Abramo dunque tornò a Carran per seppellire il padre e rivendicare l'eredità, dopo di che fece ritorno in Canaan.
Di questa seconda partenza di Abramo da Carran verso Canaan parla Santo Stefano in Atti 7, quando dice: «E di là (da Carran), dopo che suo padre (Terach) fu morto, Egli lo trasferì (Abramo) in questa terra» (Canaan), dove il termine greco per «trasferì» è metoikisen, cioè lo stabilì saldamente, fissò la sua dimora. Poiché dopo la morte di Terach, Abramo, venendo una seconda volta in Canaan, vi rimase stabilmente e ininterrottamente.
Questo è dunque il compendio degli anni di Terach: Terach all'età di 70 anni generò Abramo; nell'anno 145 di Terach suo padre, Abramo partì da Carran per Canaan; sessant'anni dopo Terach morì, cioè all'età di 205 anni, che era l'anno 135 della vita di Abramo.
Nota: Da questo anno 75 della vita di Abramo, nel quale egli fu chiamato da Dio da Ur verso Canaan, fino alla partenza dei figli d'Israele dall'Egitto per possedere quella stessa Canaan, trascorsero 430 anni, come è chiaro da Galati 3,17 ed Esodo 12,40.
Versetto 5: Le anime che avevano acquistato in Carran
Lot, figlio di suo fratello — figlio di Aran: Lot era dunque fratello di Sara, moglie di Abramo.
Le anime che avevano acquistato in Carran. «Fare», presso gli Ebrei, significa lo stesso che preparare, acquistare, sia per compravendita, sia per generazione, sia con qualsiasi altro mezzo. Inoltre, con «anime» egli intende per sineddoche gli uomini; poiché con «beni», che precedeva, intendeva il bestiame. Le sostanze e le ricchezze degli antichi erano infatti per lo più bestiame. Abramo e Lot condussero con sé sia bestiame sia uomini, sia quelli che avevano comprato come servi, sia quelli che i loro servi e le loro serve avevano generato.
In secondo luogo, gli Ebrei spiegano «fare anime» spiritualmente: perché, dicono, Abramo convertì moltissimi uomini, e Sara moltissime donne, dall'incredulità al culto di Dio: e così li fecero e li generarono per così dire per Dio; per questo il traduttore caldeo rende: «e le anime che avevano sottomesso alla legge in Carran.»
Da quanto si è detto, risulta facilmente che è favoloso il racconto di Nicola di Damasco in Giuseppe Flavio ed Eusebio — cioè che Abramo, prima di venire in Canaan, avesse vissuto a Damasco e vi avesse regnato come una sorta di re; e parimenti ciò che narra Giustino nel libro 36, quando dice: «L'origine dei Giudei è da Damasco, e la città trasse il nome dal re Damasco: dopo Damasco, Abramo, Mosè e Israele furono re;» nelle quali parole vi sono quasi tanti errori quante parole.
Versetto 6: La quercia di More
In ebraico: ad elon more. Elon significa quercia e querceto, e quindi una valle o una pianura piantata a querce; per questo il traduttore caldeo rende «fino al querceto di More»; i Settanta, «fino alla quercia alta». Si può chiaramente tradurre: «fino alla quercia, o querceto di More», cioè «l'illustre»: è infatti questo un nome proprio del luogo così chiamato perché era rinomato sia per le querce sia per l'amenità dei campi.
Vi è qui una prolessi: è chiamata infatti Bethel, mentre a quel tempo si chiamava Luza, poiché in seguito fu chiamata Bethel da Giacobbe, capitolo 28, versetto 19. Giustamente Sant'Ambrogio dice: «Dove c'è Bethel, cioè la casa di Dio, là c'è anche un altare; dove c'è un altare, là c'è anche l'invocazione del nostro Dio.»
Versetto 10: E discese in Egitto
Canaan è infatti più elevata dell'Egitto, cosicché chi vi si reca deve discendere; per questo anche l'Egitto, essendo più fertile di Canaan a causa delle inondazioni e dei depositi alluvionali del Nilo, non risentì di questa carestia di Canaan. Sapientemente Sant'Ambrogio, libro 1 De Abraham, capitolo 2, dice: «L'atleta di Dio è messo alla prova e temprato dalle avversità: andò nel deserto, cadde nella carestia, discese in Egitto. Aveva appreso che in Egitto la licenziosità dei giovani era sfrenata, ecc., e consigliò alla moglie di dire che era sua sorella. Sara, per proteggere il marito, celò il matrimonio.»
Versetto 13: Di' che sei mia sorella
Abramo non mente; Sara era infatti sua sorella nel senso che spiegherò al capitolo 20, versetto 12.
Si obietterà: Almeno Abramo qui espone sua moglie al pericolo di adulterio. Così dice Calvino, che qui chiama Abramo in sospetto di lenocinio.
Rispondo negando proprio questo: poiché Abramo comanda a Sara soltanto di tacere che è sua moglie, e di dire la verità che è sua sorella, e ciò a causa del pericolo presente per la sua vita. «Il pericolo non si allontana mai senza pericolo.» Abramo dunque qui salvaguardò la propria vita, per non essere ucciso in quanto marito — cosa che poteva e doveva salvaguardare; il resto, che non poteva salvaguardare a causa dell'incontinenza degli Egiziani, lo affidò a Dio, cioè che sua moglie non fosse rapita e violata. Sapeva infatti che in questo momento critico di necessità soprattutto Dio si prendeva cura di lui, e qui il padre della fede cominciò a credere nella speranza contro ogni speranza. Così Sant'Agostino, libro 22 Contro Fausto, capitolo 33. Inoltre, Abramo confidava nella costanza e nella castità di Sara (poiché per tanti anni l'aveva trovata purissima), che ella non avrebbe mai acconsentito al peccato.
Versetto 15: La donna fu condotta nella casa del Faraone
E riferirono. In ebraico è vaiiru, «e videro». Così anche i Settanta. Ma il nostro traduttore della Vulgata sembra aver letto vaiaggidu, poiché facilmente il resh si muta in daleth, e l'aleph in gimel.
Nella casa — non per la dissolutezza, ma per il matrimonio, come se ella dovesse divenire almeno una moglie secondaria del re, come è chiaro dal versetto 19.
Versetto 16: Trattarono bene Abramo
In ebraico è heteb, cioè «fece del bene», cioè il Faraone (e di conseguenza, seguendo l'esempio del re, il resto dei suoi cortigiani fecero del bene) ad Abramo.
Versetto 17: Ma il Signore colpì il Faraone con grandi piaghe
Non a causa dell'adulterio, perché non sapeva che ella fosse la moglie di Abramo, ma a causa della violenza fatta a Sara; perché aveva ordinato di rapirla contro la sua volontà. Giustamente Sant'Ambrogio, libro 2 De Abraham, capitolo 4, dice: «Le afflizioni sono corone per l'uomo forte, ma debolezze per il debole.»
Con grandissime piaghe. I Rabbini carnali pensano che questa piaga fosse un flusso di seme e l'incapacità di unirsi carnalmente. Queste sono favole giudaiche.
In secondo luogo, Giuseppe Flavio giudica che questa piaga fosse una pestilenza; e inoltre, tumulti e sedizioni popolari.
In terzo luogo, Filone e Pererio giudicano che fosse costituita da malattie e dolori gravissimi; cosicché il Faraone non potesse riposare né respirare, né di giorno né di notte.
In quarto luogo, i Dottori cattolici comunemente giudicano che si trattasse della sterilità, sia degli uomini sia degli animali; poiché Dio punì Abimelech con questa stessa pena per un simile rapimento di Sara, al capitolo 20, versetti 17 e 18. Per cui Procopio rettamente deduce che Sara rimase casta e inviolata nella casa del Faraone. Dio infatti, che qui vendicò così severamente l'ingiuria fatta ad Abramo attraverso il rapimento di Sara, tanto più la conservò inviolata per lui; per cui qui cominciò ad adempiersi quel detto del Salmo 104,14: «Non permise ad alcuno di far loro del male, e castigò re per causa loro.»
Vediamo qui dunque, in primo luogo, che è vero quel detto del Salmo 145: «Il Signore custodisce lo straniero, sosterrà l'orfano e la vedova.» Vediamo, in secondo luogo, quanto Dio si curi dei giusti e li protegga. Questo solo Abramo giusto sta più a cuore a Dio del Faraone con tutto il suo regno, e per un solo giusto colpisce persino il re: chi dunque non servirebbe volentieri un Dio che così fedelmente assiste e soccorre i suoi? Vediamo, in terzo luogo, che Dio è il vendicatore speciale del matrimonio: il re non sapeva che Sara fosse la moglie di Abramo, e tuttavia viene colpito con tutta la sua casa — tanto grande è il peccato dell'adulterio.
Per cui Sant'Ambrogio, libro 1 De Abraham, capitolo 2, dice: «Ciascuno si mostri casto, non brami il letto altrui, né contamini la moglie d'altri con la speranza di restare nascosto o con l'impunità dell'azione. È presente Dio, custode del matrimonio — al quale nulla sfugge, nessuno scampa, nessuno si fa beffe. Egli tiene il posto del marito assente, monta la guardia — anzi, senza guardie coglie il colpevole prima che compia ciò che ha progettato. E se, o adultero, hai ingannato il marito, non ingannerai Dio; e se sei sfuggito al marito, e se ti sei fatto beffe del giudice del tribunale, non sfuggirai al Giudice del mondo intero. Egli vendica più gravemente l'ingiuria dell'indifeso, l'oltraggio al marito ignaro.»
Sant'Ambrogio aggiunge che Abramo meritò questa protezione di Dio mediante la pietà, con la quale obbedì al comando di Dio di discendere in Egitto. «Poiché infatti per lo zelo di obbedire all'oracolo celeste, condusse anche la moglie nel pericolo del disonore, Dio difese anche la castità del matrimonio.» Così nelle Vite dei Santi leggiamo che monaci mandati dai loro abati presso donne per ragioni di pietà, quando erano tentati dal pungolo della lussuria, superarono la tentazione per il merito e la protezione dell'obbedienza, e pregando. Tanta forza, tanta protezione nei pericoli offre l'obbedienza.
La sua casa — Poiché i suoi cortigiani e familiari avevano concorso e cooperato al rapimento e alla detenzione di Sara.
Versetto 18: Perché non mi hai detto che era tua moglie?
Il Faraone lo apprese per rivelazione di Dio, dice San Giovanni Crisostomo. Giuseppe Flavio aggiunge che i sacerdoti egiziani, consultando i loro dèi — o piuttosto i loro demoni — durante questa piaga, avevano rivelato la stessa cosa al Faraone. Infine, il Faraone, sospettando qualcosa del genere, potrebbe aver interrogato Sara e aver appreso da lei la verità, come Pererio ritiene sia accaduto.
Che io la prendessi — che non esitassi (pensandola libera) a prenderla come moglie.
Giuseppe Flavio riferisce che gli Egiziani appresero la matematica da Abramo. Ma sembra più probabile che ciò sia stato fatto da Giuseppe, da Mosè e dagli Ebrei che dimorarono in Egitto, e ciò è indicato dal Salmo 104,21; poiché Abramo non sembra essere rimasto a lungo in Egitto.