Cornelius a Lapide

Genesi XVIII


Indice


Sinossi del Capitolo

Abramo accoglie tre angeli con ospitalità e un banchetto. In secondo luogo, questi angeli, al versetto 9, gli promettono un figlio da Sara. In terzo luogo, al versetto 17, gli rivelano l'imminente distruzione di Sodoma; al che Abramo prega e intercede per Sodoma.


Testo della Vulgata: Genesi 18,1-33

1. Il Signore gli apparve nella valle di Mamre, mentre sedeva alla porta della sua tenda nel pieno calore del giorno. 2. E avendo alzato gli occhi, gli apparvero tre uomini che stavano presso di lui: avendoli veduti, corse loro incontro dalla porta della tenda, e si prostrò a terra. 3. E disse: Signore, se ho trovato grazia ai Tuoi occhi, non passare oltre il Tuo servo: 4. porterò un po' d'acqua, e siano lavati i vostri piedi, e riposate sotto l'albero. 5. E porrò un boccone di pane, e ristorate il vostro cuore; poi proseguirete: poiché per questo siete venuti dal vostro servo. Essi dissero: Fa' come hai detto. 6. Abramo si affrettò nella tenda da Sara, e le disse: Presto, impasta tre misure di fior di farina, e fa' focacce cotte sotto la cenere. 7. Egli stesso corse all'armento, e prese di là un vitello tenerissimo e ottimo, e lo diede a un servo: il quale si affrettò a cuocerlo. 8. Prese anche burro e latte, e il vitello che aveva cucinato, e lo pose davanti a loro: egli stesso stava accanto a loro sotto l'albero. 9. E dopo che ebbero mangiato, gli dissero: Dov'è Sara tua moglie? Egli rispose: Ecco, è nella tenda. 10. Ed Egli gli disse: Ritornerò e verrò da te in questo tempo, vita accompagnando, e Sara tua moglie avrà un figlio. Udito ciò, Sara rise dietro la porta della tenda. 11. Erano entrambi vecchi e avanzati in età, e a Sara erano cessati i corsi propri delle donne. 12. Rise in segreto, dicendo: Dopo che sono invecchiata, e il mio signore è un uomo anziano, mi darò al piacere? 13. E il Signore disse ad Abramo: Perché ha riso Sara, dicendo: Io che sono vecchia, partorirò davvero? 14. C'è forse qualcosa di difficile per Dio? Secondo l'appuntamento tornerò a te in questo medesimo tempo, vita accompagnando, e Sara avrà un figlio. 15. Sara negò, dicendo: Non ho riso, colpita dal timore. Ma il Signore disse: Non è così, ma hai riso. 16. Essendosi dunque gli uomini alzati di là, diressero gli occhi verso Sodoma: e Abramo camminava con loro, accompagnandoli. 17. E il Signore disse: Posso forse nascondere ad Abramo ciò che sto per fare: 18. poiché egli diventerà una nazione grande e assai potente, e in lui saranno benedette tutte le nazioni della terra? 19. Poiché so che egli comanderà ai suoi figli, e alla sua casa dopo di lui, di custodire la via del Signore, e di praticare il giudizio e la giustizia: affinché il Signore compia per Abramo tutto ciò che gli ha promesso. 20. E il Signore disse: Il grido di Sodoma e Gomorra si è moltiplicato, e il loro peccato si è fatto oltremodo grave. 21. Scenderò e vedrò se hanno compiuto secondo il grido che è giunto a Me; o se non è così, affinché Io lo sappia. 22. E si allontanarono di là, e andarono verso Sodoma: ma Abramo stava ancora davanti al Signore. 23. E avvicinandosi, disse: Distruggerai il giusto con l'empio? 24. Se vi fossero cinquanta giusti nella città, periranno insieme? e non risparmierai quel luogo per amore dei cinquanta giusti, se vi si trovassero? 25. Lungi da Te il fare una cosa simile, e l'uccidere il giusto con l'empio, e che il giusto sia trattato come l'empio: questo non è da Te; Tu che giudichi tutta la terra non farai in alcun modo un simile giudizio. 26. E il Signore gli disse: Se troverò a Sodoma cinquanta giusti in mezzo alla città, risparmierò tutto il luogo per amor loro. 27. E Abramo rispose e disse: Poiché ho cominciato, parlerò al mio Signore, benché io sia polvere e cenere. 28. E se fossero cinque di meno dei cinquanta giusti? Distruggerai per quarantacinque tutta la città? Ed Egli disse: Non la distruggerò, se vi troverò quarantacinque. 29. E di nuovo gli parlò: E se quaranta vi si trovassero, che farai? Disse: Non la colpirò per amore di quaranta. 30. Ti prego, disse, non adirarti, Signore, se parlo: E se trenta vi si trovassero? Rispose: Non lo farò, se vi troverò trenta. 31. Poiché ho cominciato, disse, parlerò al mio Signore: E se venti vi si trovassero? Disse: Non la distruggerò per amore di venti. 32. Ti prego, disse, non adirarti, Signore, se parlo ancora una volta: E se dieci vi si trovassero? Ed Egli disse: Non la distruggerò per amore di dieci. 33. E il Signore se ne andò, dopo che ebbe cessato di parlare ad Abramo: e Abramo ritornò al suo luogo.


Versetto 1: Il Signore gli apparve

IL SIGNORE GLI APPARVE — nella forma di tre uomini, come segue; poiché i tre uomini (di cui parla il versetto successivo) rappresentavano il Signore, come spiegherò tra breve. In memoria di questa apparizione degli angeli ad Abramo presso la quercia di Mamre, ebrei, gentili e cristiani erano soliti radunarsi ogni anno nello stesso periodo, e ciascuno celebrava feste e sacrifici secondo il proprio rito. Ma l'imperatore Costantino, aboliti gli empi riti degli ebrei e dei gentili, ordinò che il luogo fosse purificato, e fattovi erigere un tempio, decretò che fosse destinato e consacrato esclusivamente al culto cristiano, come narra Sozomeno, libro II, capitolo 3.

SEDEVA NEL PIENO CALORE DEL GIORNO. — Da ciò appare che Abramo era solito sedersi alla porta verso mezzogiorno e l'ora del pasto, e attendere viaggiatori e ospiti, i quali nel calore del giorno sogliono rivolgersi agli alloggi; perciò, avendo egli steso la rete della sua ospitalità, accolse non soltanto uomini, ma anche angeli senza saperlo: questo è infatti ciò che dice l'Apostolo, Ebrei 13,2: «Non dimenticate l'ospitalità; per essa infatti alcuni, senza saperlo, hanno accolto degli angeli.» Si veda l'elogio dell'ospitalità ivi discusso, e San Giovanni Crisostomo qui, omelia 41; Sant'Ambrogio, libro I, De Abraham, capitolo 5; e Sant'Agostino, sermoni 68 e 70 De Tempore.

Si ascolti Sant'Ambrogio: «Come sai,» dice, «se stai accogliendo Dio, quando pensi che sia un ospite? Abramo, offrendo ospitalità ai viandanti, accoglie Dio e i Suoi angeli come ospiti: e del resto, quando accogli un ospite, accogli Dio. Così infatti è scritto nel Vangelo, come leggi, dicendo il Signore Gesù: Ero forestiero, e mi avete accolto; poiché quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi, lo avete fatto a Me. Con l'ospitalità di una sola ora, quella vedova che accolse Elia, con una piccola quantità di cibo, trovò sostentamento perpetuo per tutto il tempo della carestia, e ricevette una ricompensa mirabile, sicché la farina dalla giara non venne mai meno. Anche Eliseo, con il dono della risurrezione del figlio morto, ripagò il debito dell'ospitalità.» Queste cose e altre ancora da Ambrogio.

Ancora Sant'Ambrogio osserva qui: «Impara,» dice, «quanto devi essere solerte, affinché tu possa precedere l'ospite, che nessun altro arrivi prima e ti privi dell'abbondanza di un buon dono.» E San Giovanni Crisostomo qui: «Corre,» dice, «e il vecchio vola; poiché vide la preda che stava inseguendo: non chiamò i servi; come a dire: Questo è un grande tesoro, un grande commercio; io stesso devo portare questa merce, affinché un così grande guadagno non sfugga.» E ancora: «Osserva la generosità di Abramo: macellò un vitello e impastò la farina. Ascolta anche la sua alacrità: lo fa da sé e tramite la moglie; considera pure quanto è alieno dalla superbia: si prostra e supplica. Chi accoglie gli ospiti deve possedere tutte queste qualità: alacrità, giovialità, generosità. Ascoltino gli uomini, ascoltino le donne. Gli uomini, affinché istruiscano le loro compagne, cosicché quando si presenta un guadagno spirituale, non sia compiuto per mezzo dei servi, ma essi stessi facciano ogni cosa; le donne, d'altra parte, affinché si affrettino ad aiutare i mariti in tali opere buone con le proprie mani; imitino la santa vecchia che nella sua grande vecchiaia assume volentieri la fatica, e compie il lavoro delle ancelle.» Invero nella casa del giusto nessuno è ozioso: ciascuno è premuroso nell'essere il primo a prestare la mano all'ospitalità o a qualunque altra opera pia. San Carlo Borromeo, pur avendo una famiglia numerosa, distribuiva a ciascuno i propri compiti per tutto il giorno, compiti sia utili che pii, così che nessuno avesse nemmeno un quarto d'ora libero e non occupato durante la giornata. Me lo raccontarono a Roma coloro che vissero a lungo con lui. Per questa ragione tutta la sua casa era quieta, ordinata, santa e feconda come le api. Imitino ciò i principi e i prelati; poiché l'ozio rovina le famiglie, specialmente quelle di corte. E San Girolamo, epistola 26 a Pammachio: «Egli stesso (Abramo) lavò i loro piedi, egli stesso portò sulle spalle il grasso vitello dall'armento, stette come servo mentre i viandanti pranzavano, e pose davanti a loro cibi cucinati dalle mani di Sara, pur essendo egli stesso digiuno.»


Versetto 2: Tre uomini

TRE UOMINI. — Il Concilio di Sirmio, canone 14, ritiene che quello di mezzo dei tre fosse il Figlio di Dio; ma questo fu un conciliabolo degli ariani, come Baronio spiega diffusamente all'anno di Cristo 357.

Si noti dunque, in primo luogo, che questi tre uomini erano angeli, i quali formarono e assunsero un corpo umano dall'aria, per parlare con Abramo. Paolo infatti, Ebrei capitolo 13, versetto 2, e Mosè nel capitolo seguente, versetto 1, li chiama angeli. Così Sant'Agostino, libro XVI de La Città di Dio, capitolo 29, e altri ovunque. Gli ebrei e Lirano pensano che uno di questi tre fosse inviato ad annunciare la nascita del figlio di Sara; il secondo, a distruggere Sodoma; il terzo, a liberare Lot da Sodoma. Ma in realtà non uno, bensì due furono inviati insieme, sia per distruggere Sodoma sia per liberarne Lot, come è chiaro dal capitolo 19, versetti 1, 10 e 16. Così l'Abulense.

In secondo luogo, uno dei tre, cioè quello di mezzo, appariva più illustre degli altri, poiché era un angelo superiore; per questo quasi soltanto lui parla qui, ed è chiamato Signore. Gli ebrei, secondo Lirano e Tostato, ritengono che questo angelo di mezzo fosse Michele, il quale avrebbe avuto Gabriele alla destra e Raffaele alla sinistra; questi due li mandò poi a distruggere Sodoma e a condurne fuori Lot, come si tratta nel capitolo seguente. Perciò Abramo si rivolge a questo unico angelo di mezzo, come più illustre degli altri due, lo ascolta e lo adora. Donde allegoricamente Eucherio, libro II sulla Genesi, capitolo 27: «Nei tre uomini,» dice, «che vennero da Abramo, era prefigurato l'avvento del Signore Cristo, accompagnato da due angeli, che i più ritengono essere Mosè ed Elia; l'uno legislatore dell'antica legge, il quale attraverso quella stessa legge indicò la venuta del Signore; l'altro che verrà alla fine del mondo, per annunciare la seconda venuta di Cristo, e predicare il Suo Vangelo.»

In terzo luogo, Abramo al suo primo incontro con questi tre, li ritenne tutti e tre uomini, cioè ordinari ospiti suoi; l'Apostolo infatti, Ebrei 13, dice che egli accolse angeli senza saperlo e senza rendersene conto, poiché li credeva uomini, non angeli: perciò lava i piedi a tutti e tre come se fossero uomini, e diligentemente prepara e provvede il banchetto e tutto ciò che è necessario agli ospiti. Così San Giovanni Crisostomo e Ambrogio.

Si obietterà: come si dice allora qui che li adorò? Rispondo: «li adorò», cioè prostrandosi a terra, mostrò loro la riverenza civile consueta presso gli orientali. In modo simile adorò i figli di Het, capitolo 23, versetto 7.

Si noti qui con quanta non solo carità, ma anche riverenza Abramo fosse solito accogliere gli ospiti. Da Abramo apprese tale riverenza l'abate Apollonio, come è narrato nelle Vite dei Padri: egli stesso accoglieva i fratelli che venivano da lontano, adorandoli e prostrandosi fino a terra, e alzandosi li baciava, e consigliava ai fratelli di accogliere i fratelli in arrivo come se accogliessero il Signore: «Poiché,» diceva, «la nostra tradizione vuole che i fratelli che arrivano siano adorati, giacché è certo che nella loro venuta è presente la venuta di Cristo;» e aggiungeva l'esempio di Abramo. Imbevuto di questa tradizione dei Padri, San Benedetto prescrive: «A tutti gli ospiti sia in arrivo che in partenza, con il capo inchinato o con tutto il corpo prostrato a terra, si adori in essi Cristo, che in essi è anche accolto.»

In quarto luogo, Abramo, nel trattare con questi tre, gradualmente dal loro splendore, dal loro parlare, dalla loro maestà e da altri segni, e dall'ispirazione di Dio, riconobbe che non erano uomini ma angeli, ambasciatori di Dio, anzi che portavano il ruolo e la persona di Dio, specialmente quello di mezzo che parla in persona di Dio ed è sempre chiamato «Geova», che è il nome proprio di Dio, a cui è dovuta l'adorazione.

In modo simile, un ambasciatore di un re può essere onorato in due modi: primo, come ambasciatore; secondo, come il re di cui assume e rappresenta la persona, cosicché si ritenga che non tanto l'ambasciatore, quanto il re nell'ambasciatore sia venerato e onorato, così come i santi sono rappresentati e venerati nelle loro immagini: poiché l'ambasciatore è l'immagine viva del suo re.

In quinto luogo, questi tre simbolicamente significavano la Santissima Trinità, e quello di mezzo significava l'essenza divina, comune alle tre Persone. Così Sant'Ambrogio, Eusebio e Cirillo; per cui Abramo ne vide tre e ne adorò uno, come canta la Chiesa.

Da ciò consegue che Abramo prima adorò questi angeli con dulia, come angeli e ambasciatori di Dio; in secondo luogo, riconoscendo che essi rappresentavano Dio e la Santissima Trinità in essi rappresentata, li adorò con latria, come insegna Sant'Agostino; poiché colui che qui appare e parla con Abramo è sempre chiamato «Geova», che è il nome proprio di Dio, a cui è dovuta la latria.


Versetto 4: Siano lavati

SIANO LAVATI. — Permettete che i miei servi, o piuttosto io stesso (come suggerisce Sant'Agostino, sermone 70 De Tempore, e San Girolamo, epistola 26 a Pammachio) vi lavi i piedi. Abramo si volse da quello di mezzo, a cui si era rivolto per primo, ai due ai lati, dirigendo a loro il suo discorso, come siamo soliti fare quando trattiamo con più persone.

Si noti qui l'usanza di Abramo e degli antichi di lavare i piedi agli ospiti, sia per togliere la sporcizia sia per alleviare la stanchezza, di cui ho parlato a 1 Timoteo 5, versetto 10. Si veda anche Guglielmo Hamer qui, e diffusamente Giacomo Gretsero nella sua opera sul lavaggio dei piedi.

Si può chiedere qui: che tipo di piedi e che tipo di corpo assumono gli angeli, e in che modo? Rispondo: primo, gli angeli non possono unire a sé alcun corpo sostanzialmente, cioè per unione ipostatica, poiché ciò appartiene alla sola potenza divina; secondo, gli angeli possono assumere corpi unendoli a sé accidentalmente, e muovendoli come se fossero vivi. Terzo, sebbene gli angeli possano assumere cadaveri recentemente deceduti e muoverli come se fossero veramente vivi, come talvolta fanno i demoni, essi comunemente si formano un corpo dall'aria circostante, mescolando esalazioni più dense, alcune più scure, altre più luminose, in modo tale da mescolarle e condensarle insieme così da sembrare corpi solidi con veri colori e forme di membra umane, cosicché la verità non possa essere discernuta dagli occhi. Ciò è evidente dal fatto che questi corpi, quando gli angeli scompaiono, si dissolvono immediatamente in aria e vapore. Così Vasquez, Parte 1, Questione 184.

Da ciò consegue: primo, che in tali corpi non vi sono colori veri ma apparenti, come quelli che vediamo nelle nubi; secondo, che un angelo in tale corpo non può esercitare alcuna operazione vitale propria degli esseri viventi, come vedere, mangiare, udire, sentire, parlare: poiché perché queste siano vitali, è necessario un corpo vivo e animato, e un angelo non può animare un corpo, ma può imitare tali operazioni così bene che noi non possiamo riconoscerle come false, finte o simulate. Terzo, tali corpi non sono veramente densi e solidi, come gli altri corpi: ma appaiono tali per la resistenza dell'angelo.

Vasquez ne deduce che tali corpi non hanno vera morbidezza né durezza; e conseguentemente, secondo, che al tatto potremmo riconoscere che non sono veri corpi umani, e lo prova da Giovanni 20: «Toccate e vedete, poiché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho Io.» Ma questo passo non è conclusivo, come ho detto in quel luogo. Così come un angelo può esibire le altre proprietà di un corpo, allo stesso modo morbidezza e durezza del corpo umano, resistendo più o meno in questa o quella parte, può esibirle in tale corpo, cosicché non possa essere distinto da un essere umano; come infatti possiamo rendere la mano, il braccio o il dito ora rigido, ora morbido e flessibile, secondo che l'anima tramite i nervi e i muscoli vuole o non vuole resistere; e come il riccio, o porcellino da giardino, che volgarmente chiamiamo istrice, può estendere o ritrarre i suoi aculei come spine: così può fare un angelo. Che sia così è evidente: poiché gli angeli si lasciarono toccare, quando Abramo qui lavò i loro piedi, come è chiaro dal versetto 5; e quando afferrarono la mano di Lot e lo condussero fuori da Sodoma, capitolo 19, versetto 16.


Versetto 5: Un boccone di pane

UN BOCCONE DI PANE. — Con modestia li invita soltanto a del pane, mentre prepara loro un banchetto splendido, come è evidente da ciò che segue; frugale tuttavia, secondo l'uso di quell'epoca; poiché qui non si legge di pernici, capponi, cervi, ecc. Simile è il capitolo 31, versetto 34, e altrove.

Così Platone rimproverò il lusso di Aristippo nel comprare pesce. Focione, rimproverando il figlio Foco, che aveva acquistato più provviste del solito, lo minacciò che se avesse mangiato o ingurgitato più di quanto la natura richiedesse, ne avrebbe pagato la giusta pena. Dalla legge del console C. Fannio fu stabilito che presso i romani non si servisse alcun volatile tranne una sola gallina non ingrassata; e fissò il limite per ogni cena domestica a dieci assi: testimoni ne sono Macrobio e Gellio. Cicerone lodò Q. Crasso e Q. Scevola non per la sola eleganza, ma per l'eleganza mista a molta frugalità: «Crasso,» diceva, «era il più frugale tra gli eleganti, Scevola il più elegante tra i frugali.» M. Catone durante la pretura e il consolato beveva lo stesso vino dei suoi operai: acquistava le provviste per la cena al mercato per trenta assi, e diceva di farlo per il bene della repubblica, affinché il suo corpo fosse robusto per sopportare il servizio militare.

PERTANTO — cioè affinché mi onoriate accettando la mia ospitalità; oppure, come altri spiegano, come a dire: la provvidenza di Dio ha disposto che in quest'ora di pranzo passaste per la mia via, affinché poteste sperimentare la mia ospitalità, e così gratificate non tanto voi stessi quanto me, che traggo meravigliosa gioia e nutrimento dagli ospiti e dall'ospitalità.


Versetto 6: Tre misure

TRE MISURE. — «Satum», o come dicono gli ebrei, seah, è un tipo di misura per gli aridi, uguale al bat, che è per i liquidi; il nostro traduttore altrove lo rende con modius; poiché dunque tre modii, o tre sata, facevano un efa, come è chiaro da Rut 2,17, così come dieci efa facevano un cor, che contiene trenta modii, come è chiaro da Ezechiele 45,11, ne consegue che un satum era un terzo di efa e un trentesimo di cor.

Inoltre questo modio, o satum ebraico, conteneva tre modii attici, come si può ricavare da Giuseppe Flavio, libro XV delle Antichità, capitolo 11. Ma conteneva un modio e mezzo italico, secondo San Girolamo su Matteo capitolo 13, e Giuseppe Flavio, Antichità libro IX, capitolo 4.

Focacce cotte sotto la cenere. — Queste sono larghe e piatte, senza lievitazione, cotte immediatamente sotto la cenere fuori dal forno: affinché con questo mezzo si possa subito alleviare la fame degli ospiti.

Nota: Gli ebrei anticamente, come ancora fanno i saraceni e quasi tutti i mori, i quali sono simili agli ebrei nella lingua, nel vestire e nei riti, erano soliti impastare la farina ogni giorno in un vaso e una ciotola di terracotta, e da essa cuocere il pane ogni giorno, o nei forni, o sulla graticola, o in una padella coperta, circondata da ogni lato di carboni e cenere: sia affinché il pane fosse più fresco, sia affinché potesse essere preparato sul momento e pronto all'occorrenza — quando gli ospiti arrivavano. Perciò nelle Scritture è frequente la menzione del pane cotto sotto la cenere, che gli ebrei chiamano ugga, come a dire «bruciacchiato».

Tropologicamente, sul dovere di Abramo e Sara, cioè dello spirito e della carne nelle cose e nelle promesse divine, discorre San Gregorio, libro IX dei Moralia, capitolo 51: «Sara,» dice, «udendo le promesse di Dio, ride, ma ridendo viene rimproverata, e rimproverata è subito resa feconda: poiché quando la cura della carne ha cessato di confidare in se stessa, contro ogni speranza riceve dalla promessa divina ciò che dubitava di avere dal ragionamento umano; per cui anche Isacco è giustamente chiamato "riso", poiché quando la mente concepisce fiducia nella speranza celeste, che altro genera se non gioia? Si deve dunque fare attenzione, affinché la cura della carne non ecceda i limiti della necessità, né presuma di sé in ciò che moderatamente compie,» ecc.


Versetto 8: Stava accanto a loro

STAVA ACCANTO A LORO — come uno che serve e incoraggia i suoi tre ospiti a pranzare bene. SOTTO L'ALBERO. — Sant'Agostino, sermone 66 De Tempore: «Abramo,» dice, «abitava presso un albero, sotto il quale era stata posta una sorta di riparo, angusto invero per un uomo, ma sufficiente per la maestà divina. Poiché la fede devota aveva costruito un palazzo degno di Dio, nel quale la maestà divina avrebbe pranzato.»


Versetto 9: Dopo che ebbero mangiato

E dopo che ebbero mangiato. — Questo mangiare degli angeli non era reale, né vitale, poiché non era compiuto da un'anima che informava il corpo, ma che assisteva un corpo aereo da essi assunto; perciò gli angeli trasferivano il cibo all'interno del corpo che avevano assunto, e là lo dissolvevano in aria, così come il sole dissolve e consuma l'umidità della terra in vapore, senza convertirlo in se stesso. Così Teodoreto. Si veda quanto detto al versetto 4.

Diverso è il caso di Cristo, il quale dopo la Sua risurrezione mangiò veramente con gli Apostoli, ma in modo simile a questi angeli, dissolse il cibo che aveva mangiato in aria; poiché un corpo glorificato non è nutrito dal cibo. Così San Tommaso, Parte 1, Questione 51, articolo 2, risposta 5.


Versetto 10: Ritornerò da te

DISSE A LUI (Abramo) — uno parlando per tre, cioè quello di mezzo, più illustre degli altri, che era stato inviato principalmente per questo scopo; poiché gli altri due andarono poi a Sodoma per distruggerla, come è chiaro dal versetto 22.

RITORNERÒ DA TE IN QUESTO TEMPO — l'anno successivo, in questo stesso giorno e ora, come hanno i Settanta; è dunque certo che ritornò da Abramo: questo infatti promette qui, benché il fatto che lo abbia realmente adempiuto non sia narrato in ciò che segue.

VITA ACCOMPAGNANDO. — Mentre tu vivi, e Sara è vigorosa e lieta; in ebraico è «secondo questo tempo di vita», cioè, come traduce il caldeo, in questo tempo in cui sarete vivi; non parlano infatti della propria vita (essendo essi angeli, sulla cui vita perenne non vi può essere alcun dubbio), ma della vita e del benessere di Abramo e Sara, e qui la promettono a entrambi, insieme alla prole, come a dire: Sarete vivi allora, e avrete un figlio.

Perciò l'Abulense non spiega correttamente «vita accompagnando» come se significasse «se la vita sopravviverà tanto a voi quanto a me», quasi l'angelo parlasse dubbiosamente della propria vita, come un uomo che è incerto circa la sua vita futura; poiché l'angelo qui promette con certezza che ritornerà da Abramo e Sara, e promette loro con certezza la prole, e di conseguenza assicura la vita certa a entrambi; esclude dunque ogni dubbio tanto sulla prole quanto sulla vita.


Versetto 11: I corsi propri delle donne

I corsi propri delle donne erano cessati — cioè il flusso delle mestruazioni, che è necessario per il concepimento.


Versetto 12: Rise in segreto

RISE IN SEGRETO. — In ebraico, caldeo e greco è «rise dentro di sé»: rise come di una cosa impossibile, cioè che una donna vecchia e sterile avrebbe partorito. Così Sant'Agostino qui, Questione 36. Il riso è infatti una sorta di confutazione, dice Platone nel Gorgia. Per questo anche l'angelo rimproverò il suo riso, come proveniente dal dubbio o dalla sfiducia, quando disse: «C'è forse qualcosa di difficile per Dio?» Sant'Ambrogio tuttavia ritiene che questo riso di Sara fosse indizio di un mistero futuro piuttosto che argomento di incredulità: «Rise infatti,» dice, «non sapendo ancora di che ridesse, cioè che stava per generare in Isacco una gioia pubblica.» Ma ciò che ho detto prima è più vero.

Il mio signore — mio marito Abramo. Sull'esempio di Sara, le buone mogli devono riverire i mariti e chiamarli signori, come ammonisce San Pietro, 1 Pietro 3,5-6.


Versetto 13: Il Signore disse

Ma il Signore disse — cioè quell'angelo di mezzo che rappresentava il Signore, come ho detto al versetto 2. Con questa dichiarazione, l'angelo rivelando il riso nascosto di Sara mostrò di non essere un uomo, ma un angelo o Dio. Perciò per quanto segue: «C'è forse qualcosa di difficile per Dio?» il caldeo traduce: «sarà forse nascosta una parola dalla faccia del Signore?»; poiché l'ebraico pala può essere reso in entrambi i modi.


Versetto 16: Gli uomini

Gli uomini — quei tre angeli, versetto 2.


Versetto 17: Posso forse nascondere

Il Signore — l'angelo di mezzo, più illustre, che rappresentava la persona di Dio.

POSSO FORSE NASCONDERE — In ebraico hamecasse, «nasconderò forse?» Il Mio amore e la Mia familiarità non Mi permettono di nascondere questi Miei segreti al Mio amico Abramo, a Me così caro, specialmente perché so che, una volta compreso il Mio decreto sulla distruzione di Sodoma, egli pregherà per loro. Voglio dunque con questa rivelazione dargli materia di carità e di preghiera, e al tempo stesso mostrare quanto concedo alle sue preghiere, e d'altra parte volli rendere nota quanto grande fosse la perversità e la corruzione di Sodoma, nella quale neppure dieci giusti furono trovati, cosicché Abramo non osò intercedere ulteriormente per loro.


Versetto 18: Poiché egli diventerà

Poiché egli diventerà. — Questo è un argomento a maiori, come a dire: ho onorato Abramo con un così insigne beneficio di una posterità e benedizione così grandi; è dunque conveniente che non gli neghi un beneficio così piccolo, cioè la rivelazione del Mio segreto.

ASSAI POTENTE. — In ebraico atsum, cioè «ossuto», come traduce Aquila, cioè «forte» (come l'osso), come traduce Simmaco, cioè «numeroso», come traducono i Settanta: poiché la forza di un popolo consiste specialmente nella sua moltitudine.


Versetto 19: Poiché so

POICHÉ SO. — Questa è la seconda ragione che muove Dio a rivelare i Suoi segreti ad Abramo, cioè che attraverso di essi, ossia attraverso la punizione di Sodoma, vuole che Abramo istruisca i suoi discendenti, affinché si guardino dai loro peccati, per non essere puniti in modo simile.

AFFINCHÉ PRATICHINO IL GIUDIZIO E LA GIUSTIZIA — cioè affinché vivano rettamente e giustamente: poiché «giudizio» significa ciò che secondo il giudizio di Dio e dei sapienti è retto, giusto e santo. Così Vatablo.

AFFINCHÉ IL SIGNORE COMPIA PER ABRAMO. — Questo si può anche tradurre dall'ebraico come «su Abramo». Dio parla qui di Se stesso in terza persona. Il significato è infatti: affinché Io adempia ciò che ho promesso ad Abramo, cioè affinché conferisca quelle cose ai suoi discendenti.


Versetto 20: Il grido di Sodoma

IL GRIDO DI SODOMA. — Questa è una prosopopea, come a dire: i peccati di Sodoma erano così enormi e sfrontati (questo è infatti ciò che significa «grido», dice Sant'Agostino) che erano sulla bocca di tutti pubblicamente e ovunque, e così la fama (come traduce Vatablo) di essi si diffuse attraverso gli angeli fino al cielo e giunse a Me: anzi i loro stessi peccati, come accusatori, salirono al cielo fino a Me, e gridano contro di loro.


Versetto 21: Scenderò e vedrò

«Scenderò e vedrò.» Dio scese per mezzo di questi due angeli, che parimenti rappresentavano Dio; i quali il terzo, cioè l'angelo di mezzo più illustre, mandò a Sodoma.

Da questo passo il Primo Concilio Lateranense, capitolo 8, ammonisce i giudici a non credere facilmente alle accuse, ma a esaminarle e indagarle lentamente e con maturità alla maniera di Dio, prima di condannare l'accusato. Poiché come dice Seneca, libro II De Ira: «Il giorno rivela la verità, e una pena differita può ancora essere riscossa, ma una già eseguita non può essere revocata.» Lo stesso deve fare ciascuno, affinché non creda facilmente agli accusatori o ai detrattori. È segno di animo pusillanime adirarsi prontamente e credere alle dicerie. Spesso infatti la malizia dà origine a una voce sinistra, e la credulità le dà incremento.

«Dio,» dice Filone nel De Confusione linguarum, «si dice che discenda a vedere, Egli che prevede tutte le cose con somma chiarezza prima che accadano, affinché ci sia insegnato che nessun uomo pensi di poter fare congetture sulle cose assenti, future e incerte; ma deve prima guardare con la massima attenzione, poiché si deve impiegare il testimone sicuro della vista piuttosto che il testimone fallace dell'udito.» E San Gregorio, libro XIX dei Moralia, capitolo 23, esponendo quelle parole di Giobbe, capitolo 29, versetto 16 — «E la causa che non conoscevo la investigavo con la massima diligenza» — dice così: «Dio, al quale tutte le cose sono nude e aperte, punì i mali dei sodomiti non per sentito dire, ma per vista diretta.» Perciò San Giovanni Crisostomo ammonisce i prelati a non decidere nulla a causa delle sole dicerie popolari: «Non giudicare,» dice, «dal tuo sospetto prima di aver appreso se la cosa è veramente così; e non accusare nessuno; ma piuttosto imita Dio, il quale dice in Genesi 18: Scenderò e vedrò.» Ben noto è il passo falso dell'imperatore Teodosio nella sua sentenza precipitosa e nel massacro dei tessalonicesi, di cui, dopo l'ammonizione di Sant'Ambrogio, si pentì poi così profondamente; e quello di Davide riguardo a Mefiboset, II Re 16,4, confrontato con II Re 19,27.

Dio qui parla e agisce alla maniera dei nostri giudici, i quali indagano un fatto da vicino e ispezionano la cosa stessa, come ho detto. Poiché Dio conosce tutte le cose dall'eternità, prima dell'esperienza.

Nota: Dio prese questa esperienza nel capitolo seguente, versetto 5, quando Si presentò ai sodomiti per mezzo di questi due angeli sotto le sembianze di due uomini, che furono immediatamente sollecitati da loro per violenza carnale.

Si noti in secondo luogo che i peccati di Sodoma erano molti, ma i principali erano l'ozio, la gola, la superbia, l'inospitalità, la crudeltà, il disprezzo di Dio, e da questi nacque una lussuria così mostruosa, Ezechiele 16,49, come ho detto al capitolo 13, versetto 13.


Versetto 22: Si allontanarono

«E si allontanarono.» Da questo passo, e dal capitolo seguente, versetto 1, appare che due angeli partirono da Abramo verso Sodoma, ma il terzo rimase ancora con lui. Per cui Mosè aggiunge di lui (dice il caldeo) «davanti al Signore»; poiché Abramo lo prega fino alla fine del capitolo, affinché risparmi Sodoma. Perciò, terminata la preghiera e la conversazione, quel terzo si allontanò da Abramo e scomparve, come è chiaro dal versetto 33.


Versetto 25: Tu che giudichi tutta la terra

«Tu che giudichi tutta la terra» — che sei il giudice più giusto, la norma della giustizia, e il giudice dei giudici della terra.


Versetto 26: In mezzo alla città

«In mezzo alla città» — nella città stessa; questo è ciò che qui significa l'ebraismo. Per questa città o metropoli, cioè Sodoma, si intenda l'intera Pentapoli; per cui se Dio avesse trovato dieci giusti nell'intera Pentapoli, avrebbe risparmiato l'intera Pentapoli. Così dice l'Abulense. «Donde,» dice Sant'Ambrogio, «apprendiamo quale grande muro per la patria sia un uomo giusto, e come non dobbiamo invidiare gli uomini santi, né temerariamente denigrarli. La loro fede infatti ci salva, la loro giustizia ci difende dalla rovina; anche Sodoma, se avesse avuto dieci uomini giusti, avrebbe potuto non perire.»


Versetto 27: Ho cominciato

«Ho cominciato.» La parola «cominciare» nella Scrittura spesso significa desiderare, volere, ardere, tentare, prepararsi, intraprendere; poiché la parola ebraica è hoalti. Per cui l'ebraico letteralmente ha: «Desidero, ovvero ardo di parlare al Signore, benché io sia polvere e cenere», cioè il più vile e abietto. Così Vatablo.

Riconosci dunque, o uomo, o principe, specialmente davanti a Dio nella preghiera, che sei polvere e cenere: conosci te stesso. Sant'Agostino, libro XIII de La Città di Dio, capitolo 8, racconta che Alcibiade, nato di altissima stirpe, avendo conosciuto se stesso attraverso il discorso di Socrate, e compreso che non vi era differenza tra sé e un qualunque facchino, pianse e implorò che gli fosse impartita la virtù.

«Sappi,» dice l'autore del libro De Spiritu et anima attribuito a Sant'Agostino, capitolo 51, «che sei un uomo, il cui concepimento è peccato, la cui nascita è miseria, la cui vita è pena, e che deve necessariamente morire; perciò bada attentamente a ciò che fai, o a ciò che devi fare.» E San Bernardo nel suo carme: «Di che si inorgoglisce l'uomo, il cui concepimento è peccato, la cui nascita è pena, la cui vita è fatica, che deve necessariamente morire?»

Sant'Egidio, compagno di San Francesco, dice mirabilmente: «L'umiltà,» dice, «è come un fulmine, che colpisce sì, ma non lascia dietro di sé alcuna traccia; così davvero l'umiltà dissipa ogni peccato, e tuttavia fa sì che l'uomo sia un nulla ai propri occhi.» Con questa umiltà Abramo divenne caro e amico a Dio; poiché, come soleva dire San Luigi Vescovo di Tolosa: «Nulla è tanto gradito a Dio quanto se noi, che siamo grandi per il merito della nostra vita, siamo i più bassi nell'umiltà, poiché tanto più uno è prezioso a Dio, quanto più vile è ai propri occhi per amore di Dio.»


Versetto 32: Non distruggerò per amore di dieci

«Non distruggerò per amore di dieci.» Qui Dio incusse timore e ritegno ad Abramo, affinché non procedesse oltre nella sua petizione fino a quattro, i quali in effetti erano i soli giusti a Sodoma, cioè Lot, sua moglie e le sue due figlie, dice San Giovanni Crisostomo. Poiché tutti gli altri, essendo per così dire colpevoli, furono consumati dal fuoco celeste a Sodoma. Dio fece ciò affinché, se avesse offerto meno e poi rifiutato, non rattristasse Abramo; aveva infatti assolutamente decretato di distruggere queste quattro città, poiché la misura dei peccati di Sodoma era già colma, anzi traboccava.

Si obietterà: perché almeno Dio non permise ad Abramo di scendere a otto o cinque, cosicché chiedesse che la Pentapoli fosse risparmiata per otto o cinque giusti? Risponde l'Abulense che nella Pentapoli facilmente vi erano sette o otto giusti; poiché se a Sodoma vi erano quattro giusti, in ciascuna delle restanti città facilmente se ne poteva trovare uno giusto; e poiché quelle città erano quattro, in totale vi sarebbero stati otto giusti nella Pentapoli.

Se si obietta: questi quattro giusti dunque bruciarono con gli empi nella Pentapoli? Risponde l'Abulense: assolutamente no, poiché come Lot con la moglie e le figlie lasciò Sodoma, così i restanti quattro giusti lasciarono le loro città e tutta la Pentapoli, o per avvertimento degli angeli o per ispirazione di Dio, prima della sua distruzione. Ma questa è mera congettura e divinazione. Poiché dunque tutti gli abitanti della Pentapoli, eccetto Lot con i suoi ed eccetto gli abitanti della città di Segor, furono colpiti e consumati dal fuoco celeste come da un fulmine improvviso, è chiaro che tutti erano ugualmente empi.

Rispondo dunque che Abramo non scese al di sotto di dieci, in parte perché aveva detto nel versetto precedente che questa sarebbe stata la sua ultima petizione; avendo infatti tante volte disceso riducendo il numero, non osò scendere ulteriormente, per non essere importuno a Dio e provocare in Lui fastidio o ira; in parte perché Abramo era disceso continuamente da quaranta fino a dieci, per decine. Con lo stesso metodo e la stessa coerenza, dunque, avrebbe dovuto scendere da dieci a uno o a nessuno. E infine, perché riteneva che dieci giusti si potessero facilmente trovare nella Pentapoli.

Ma perché Abramo non menzionò il suo nipote Lot? Perché non chiese che fosse sottratto alla comune distruzione? Mosè tralasciò ciò come cosa evidente? Oppure Abramo, sapendo che Lot era giusto, confidava che sarebbe stato liberato?

San Giovanni Crisostomo, omelia 42, insegna qui una lezione morale su quanto altamente debbano essere stimati i giusti, anche se esteriormente appaiono vili e poveri, poiché per amor loro Dio risparmia città e province scellerate: essi infatti sono le fondamenta e le colonne della società. Tale fu Davide, del quale Dio disse a Ezechia: «Proteggerò questa città, e la salverò per amore di Davide mio servo,» IV Re 19,34. Tale era Elia, che aveva soltanto un mantello di pelle, e Acab vestito di porpora aveva bisogno di quel mantello. Con quel mantello chiuse il cielo e fermò la discesa delle piogge. E la lingua del Profeta fu un freno per il cielo: mentre colui che era vestito di porpora e coronato di diadema andava in cerca del Profeta. Perciò Paolo dice di lui e di quelli simili a lui: «Andarono in giro coperti di pelli di pecora, di pelli di capra, bisognosi, afflitti, maltrattati — di cui il mondo non era degno,» Ebrei 11,37. «Cosicché non si debba dubitare che il mondo sussista ancora per i loro meriti,» dice Rufino, prefazione al libro II delle Vite dei Padri.


Versetto 33: Il Signore se ne andò

«E il Signore se ne andò.» Questo unico angelo, terminata la conversazione con Abramo, scomparve; ma gli altri due proseguirono verso Sodoma, come è chiaro dal capitolo seguente, versetto 1.