Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Isacco nasce, viene circonciso e svezzato. In secondo luogo, versetto 10, Ismaele e Agar vengono cacciati dalla casa di Abramo; un angelo li consola nel deserto. In terzo luogo, versetto 22, Abramo stringe un'alleanza con Abimelech.
Testo della Vulgata: Genesi 21,1-34
1. Il Signore visitò Sara come aveva promesso: e compì ciò che aveva detto. 2. Ed ella concepì e partorì un figlio nella sua vecchiaia, nel tempo che Dio le aveva predetto. 3. E Abramo chiamò il nome del figlio che Sara gli aveva generato, Isacco: 4. e lo circoncise l'ottavo giorno, come Dio gli aveva comandato, 5. quando aveva cento anni: poiché a questa età del padre, nacque Isacco. 6. E Sara disse: Dio mi ha dato motivo di ridere: chiunque ne udrà, riderà con me. 7. E disse ancora: Chi avrebbe creduto che Abramo avrebbe udito che Sara allattava un figlio, da lei partorito già nella sua vecchiaia? 8. E il bambino crebbe, e fu svezzato: e Abramo fece un grande banchetto nel giorno del suo svezzamento. 9. E quando Sara vide il figlio di Agar l'Egiziana giocare con suo figlio Isacco, disse ad Abramo: 10. Caccia questa serva e suo figlio: poiché il figlio della serva non sarà erede con mio figlio Isacco. 11. Abramo prese la cosa duramente a causa di suo figlio. 12. E Dio gli disse: Non ti sembri cosa dura riguardo al ragazzo e alla tua serva: in tutto ciò che Sara ti ha detto, ascolta la sua voce: perché in Isacco sarà chiamata la tua discendenza. 13. Ma anche il figlio della serva farò diventare una grande nazione, perché è tua discendenza. 14. Abramo dunque si alzò al mattino, e prendendo del pane e un otre d'acqua, lo pose sulla spalla di lei, le consegnò il ragazzo e la mandò via. Ed essendosene andata, vagava nel deserto di Bersabea. 15. E quando l'acqua nell'otre fu consumata, gettò il ragazzo sotto uno degli alberi che là si trovavano, 16. e se ne andò e si sedette a distanza, quanto può arrivare un tiro d'arco; disse infatti: Non vedrò morire il ragazzo: e sedendosi di fronte, alzò la voce e pianse. 17. E Dio udì la voce del ragazzo: e l'angelo di Dio chiamò Agar dal cielo, dicendo: Che fai, Agar? Non temere: poiché Dio ha udito la voce del ragazzo dal luogo dove si trova. 18. Alzati, prendi il ragazzo, e tienigli la mano, perché farò di lui una grande nazione. 19. E Dio le aprì gli occhi: e vedendo un pozzo d'acqua, andò e riempì l'otre e diede da bere al ragazzo. 20. E Dio fu con lui: e crebbe, e abitò nel deserto, e divenne un giovane arciere. 21. E abitò nel deserto di Paran, e sua madre gli prese una moglie dalla terra d'Egitto. 22. In quello stesso tempo Abimelech e Picol, il comandante del suo esercito, dissero ad Abramo: Dio è con te in tutto ciò che fai. 23. Giura dunque per Dio che non farai del male a me, né ai miei discendenti, né alla mia stirpe: ma secondo la misericordia che ti ho usato, farai a me e alla terra nella quale hai soggiornato come forestiero. 24. E Abramo disse: Giurerò. 25. E rimproverò Abimelech a causa di un pozzo d'acqua che i suoi servi avevano preso con la forza. 26. E Abimelech rispose: Non sapevo chi avesse fatto ciò: e tu non me lo hai detto, e io non ne ho sentito parlare fino ad oggi. 27. Abramo dunque prese pecore e buoi, e li diede ad Abimelech: e i due strinsero un'alleanza. 28. E Abramo mise a parte sette agnelle del gregge. 29. E Abimelech gli disse: Che significano queste sette agnelle che hai messo a parte? 30. Ed egli disse: Riceverai sette agnelle dalla mia mano, affinché siano per me una testimonianza che io ho scavato questo pozzo. 31. Perciò quel luogo fu chiamato Bersabea, perché là entrambi giurarono. 32. E strinsero un'alleanza presso il pozzo del giuramento. 33. E Abimelech si alzò, e Picol, il comandante del suo esercito, e tornarono nella terra dei Filistei: e Abramo piantò un bosco a Bersabea, e là invocò il nome del Signore, Dio eterno. 34. E fu forestiero nella terra dei Filistei per molti giorni.
Versetto 1: Il Signore visitò Sara
«Il Signore visitò Sara» — dandole il concepimento e la prole promessa. Così Ruperto. In secondo luogo, dopo che Isacco fu concepito e nacque, l'angelo, come vicario di Dio, visitò Sara in forma corporea, per congratularsi con lei della sua prole, secondo quanto aveva promesso nel capitolo 18, dicendo: «Tornerò da te in questo tempo, e Sara avrà un figlio.»
L'ebraico paqad denota propriamente esaminare qualcosa con cura, perciò si prese cura, visitò, ebbe riguardo, fu memore di qualcuno, o di una promessa.
Versetto 2: Nella sua vecchiaia
«Nella sua vecchiaia.» — «Sua», cioè di lui, vale a dire di Abramo, è un ebraismo: l'ebraico infatti dice così: Sara partorì ad Abramo un figlio nella sua vecchiaia, ovvero per la sua vecchiaia, il quale fosse consolazione e diletto per il vecchio Abramo. Si aggiunga che gli Ebrei dicono che la prole nasce al padre, non alla madre, perché la prole è erede del padre, e propaga il nome e la famiglia del padre, non della madre.
Versetto 3: E Abramo chiamò il suo figlio Isacco
«E Abramo chiamò il nome di suo figlio, ecc., Isacco» — perché Isacco in ebraico significa lo stesso che riso. Isacco fu infatti il riso e la gioia del vecchio Abramo e della sterile Sara, anzi del mondo intero; poiché da lui doveva nascere Cristo. Perciò al versetto 6 Sara dice: «Dio mi ha dato motivo di ridere; chiunque ne udrà, riderà con me.» Quindi allegoricamente Sant'Ambrogio, nel suo libro Su Isacco, capitolo 1: «Isacco,» dice, «già con il suo nome indica una figura e una grazia. Isacco in latino significa infatti riso: e il riso è il segno della gioia. E chi non sa che Egli (Cristo) è la gioia di tutti, il quale, soppresso il terrore della morte spaventosa o rimosso il dolore, è divenuto per tutti la remissione dei peccati? E così l'uno veniva nominato, e l'Altro veniva designato; l'uno veniva espresso, e l'Altro veniva annunciato.»
Versetto 5: Quando aveva cento anni
«Quando aveva cento anni.» — Ciò si riferisce non a «aveva comandato» ma a «circoncise». Isacco fu infatti circonciso, come pure nacque, nel centesimo anno di Abramo. Nota: in quel tempo viveva ancora a Carran Terach, padre di Abramo e nonno di Isacco. Terach infatti generò Abramo nel settantesimo anno della sua età; quando dunque Abramo aveva cento anni e generò Isacco, Terach aveva 170 anni; dopo ciò Terach visse ancora 35 anni: morì infatti nel 205° anno della sua età, Genesi 11,32.
Tropologicamente Sant'Ambrogio, libro 1 Su Abramo, capitolo 7: «Se sarai centenario, cioè perfetto, avrai posterità, la gioia dell'esultanza, l'eredità della vita eterna:» poiché cento è il numero della perfezione, e Isacco significa riso ed esultanza.
Versetto 6: Dio mi ha dato motivo di ridere
«Dio mi ha dato motivo di ridere.» — Il Caldeo traduce: Dio mi ha dato gioia, chiunque ne udrà si congratulerà con me. Sara fu figura della Beata Maria che partorisce Cristo, il quale è il desiderio e la gioia dei colli eterni, donde ella canta: «Il mio spirito ha esultato in Dio mio Salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva: ecco, d'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.»
Versetto 7: Chi avrebbe creduto che Abramo avrebbe udito
«Chi avrebbe creduto che Abramo avrebbe udito.» — In ebraico mi millel, chi avrebbe detto ad Abramo? «Che Sara allattasse.» — Dio insieme al parto restituì il latte a Sara per miracolo, perché voleva che ella come madre allattasse Isacco da sé, non per mezzo di una balia.
Imparino qui le madri che devono nutrire e allattare da sé la propria prole: la natura infatti ha imposto loro questo dovere. Perciò ha loro concesso mammelle e capezzoli, come piccoli vasi adatti a nutrire la prole. E alcuni ritengono che sia peccato mortale servirsi di una balia senza motivo; tuttavia riteniamo meglio dire, con Navarro nel suo Enchiridion, capitolo 14, numero 17, che si tratti solo di peccato veniale: tuttavia a causa di certe circostanze può essere un peccato più grave. Ma se ciò viene fatto per un motivo legittimo, non vi sarà alcun peccato. Peccano dunque quelle madri che, senza giusta causa e necessità, sdegnano di allattare i propri figli: e peccano ancor più gravemente quelle che li affidano senza discernimento a qualsivoglia balia, spesso sconosciuta, malaticcia, ecc., dal che nascono molti mali: poiché oltre al fatto che talvolta vengono sostituiti altri bambini, in primo luogo, l'infante o non sopravvive, o vive più debole, perché è costretto a succhiare un latte non conforme alla sua natura; mentre se fosse nutrito dallo stesso corpo da cui è nato, e scaldato dal calore del corpo materno, crescerebbe robusto e di migliore ingegno e indole. Si veda Plinio, libro 28, capitolo 9, dove scrive che il latte materno è il più utile e il più adatto alla natura della prole. Si veda anche in Aulo Gellio, libro 12, Notti Attiche, capitolo 1, l'Orazione del filosofo Favorino, nella quale si enumerano moltissimi inconvenienti che derivano da tale allevamento con latte altrui. Che ciò sia verissimo risulta dal fatto che se i capretti vengono nutriti con latte di pecora, il loro pelo cresce più delicato; e se gli agnelli vengono nutriti con latte di capra, la loro lana diventa più ruvida; anzi gli alberi, se trapiantati dal loro luogo naturale, dall'umore che le radici trapiantate assorbono, spesso o si alterano o periscono. Se dunque le balie sono rozze, o malvagie, o impudiche, o iracondi, o dedite al bere, o crudeli, o magari affette da lebbra o da qualche altro tipo di malattia, la prole generalmente risulterà tale. Così Didone in Virgilio rimprovera Enea come degenere, in quanto non fu allevato dalla propria madre. Lampridio scrive che Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, soffrì di cattiva salute per tutta la vita, perché era stato allattato da una balia malaticcia; e lo stesso accadde a molti altri. Si racconta anche di Tiberio Cesare che fu un gran bevitore, perché tale era la sua balia.
In secondo luogo, dal fatto che un figlio non venga allattato dalla propria madre, accade che la madre ami meno il figlio, e il figlio ami meno la madre. Perciò Sant'Ambrogio, libro 1 Su Abramo, capitolo 7, dal fatto che Sara allattò suo figlio, deduce: Le donne sono esortate a ricordare la loro dignità e a nutrire i propri figli: questa è infatti la grazia delle madri, questo il loro onore; infine, dice, le madri sogliono amare di più coloro che esse stesse hanno allattato.
Donde vediamo un amore naturale maggiore tra genitori e figli nel popolo comune che nelle famiglie nobili: perché le donne nobili generalmente fanno allattare i loro bambini da balie, e spesso non li vedono né sono da loro vedute prima di un anno o due.
In terzo luogo, San Basilio, omelia 9 sull'Esamerone, mostra che non vi è quasi alcuna specie che affidi la propria prole ad un'altra per allevarla, per quanto feroce e crudele possa essere. Vediamo, dice, che in un numeroso gregge di pecore, un agnello balzando fuori dagli stalli riconosce subito la voce della propria madre, accorre a lei e va diritto alle proprie fonti di latte, e la madre riconosce il proprio tra innumerevoli agnelli; lupi, leoni, tigri e altre fiere selvagge accudiscono i propri cuccioli così da averli quasi sempre al seno o in grembo. Gli uccelli hanno spesso 5, 6, 7 e 8 e più piccoli sotto le ali, e benché la natura non abbia dato loro il latte, e non abbiano grano né altri semi con cui nutrire i loro pulcini, tuttavia si danno cura di procurare loro il necessario; anzi, cosa ancor più ammirabile, tanto è grande il desiderio di nutrire e covare in queste stesse fiere e negli uccelli, che talvolta maschio e femmina si contendono questo compito, come è evidente nei cigni e negli orsi, animali peraltro selvatici, che perfino plasmano i loro cuccioli informi leccandoli. E così soltanto tra gli esseri umani la prole viene abbandonata dalle madri ed esposta a chissà quali balie.
Si vergognino dunque di essere superate nel dovere della carità dagli animali bruti; e imitino le sante donne che nutrirono i propri figli con il proprio latte, come Sara fece con Isacco, Rebecca con Giacobbe, Anna con Samuele, e quella nobile madre dei sette fratelli Maccabei, 2 Maccabei 7, e la stessa Madre di Dio allattò il suo Figlio Cristo Signore. Anche Sant'Agostino nelle sue Confessioni riconosce che insieme al latte della madre assorbì l'onore e la riverenza di Dio. Da tutto ciò consegue che una consuetudine depravata ha fatto sì, contro la natura stessa (come dice San Gregorio in risposta alla domanda di Agostino, Vescovo degli Inglesi, capitolo 10), che le donne sdegnino di allattare i figli che generano, e li affidino ad altre donne, il che sembra essere stato inventato per causa di incontinenza: poiché rifiutando di contenersi, disprezzano di allattare coloro che generano.
Versetto 8: Fu svezzato
«Fu svezzato.» — Il che avveniva allora intorno al quinto anno, come ora avviene al terzo: specialmente se la prole era unica e singolarmente amata; Isacco aveva dunque cinque anni quando Ismaele lo tormentava e perseguitava.
Il periodo dell'allattamento, come ancora oggi presso diversi popoli d'Oriente, così anche anticamente durava due o tre anni. Cf. 2 Maccabei 7,28; Giuseppe Flavio, Antichità libro 2, capitolo 9.
«Fece un grande banchetto nel giorno dello svezzamento.» — Perché era allora usanza, dice Gaetano, che l'inizio del mangiare del primogenito, come di chi cominciava ormai a vivere da sé e destinato a essere vitale, venisse celebrato con la gioia comune di un banchetto.
In secondo luogo, affinché i convitati, e il popolo ovunque in abbondanza, potessero vedere dal latte di Sara che il parto era stato autentico, non supposto, né surrettizio, dice San Giovanni Crisostomo.
Tropologicamente Sant'Agostino e Ruperto: Grande, dicono, è la gioia quando una persona è nutrita non con il latte, ma con il cibo solido della sapienza e della virtù.
Versetto 9: Che giocava
«Che giocava» — deridendo, beffando, tormentando, anzi perseguitando Isacco, come spiega l'Apostolo, Galati 4,29. Così il duello di Ioab con Abner è chiamato gioco, 2 Samuele 2,14: «Si alzino i giovani e giochino,» cioè si battano in duello; così i cani giocano con i gatti, e i gatti con i topi.
La ragione per cui Ismaele derise e tormentò Isacco sembra essere stata l'invidia per un banchetto così solenne (che Abramo fece per lo svezzamento di Isacco), e per la primogenitura e la promessa del seme benedetto che doveva nascere da Isacco: Ismaele riteneva infatti che queste cose spettassero piuttosto a lui, come primogenito e più anziano di 12 anni, che a Isacco. Così San Girolamo e altri.
Inoltre, Sara si adirò giustamente non solo contro Ismaele, ma anche contro sua madre Agar, perché non frenava la derisione e l'insolenza del figlio.
Versetto 10: Caccia la serva
«Caccia la serva.» — Sara disse ciò mossa da Dio, come si ricava dal versetto 12; con spirito prudente e profetico temeva infatti che Ismaele, il quale già così presto tormentava il suo Isacco, in seguito, crescendo gli odi, lo soppiantasse o lo soprafacesse; voleva dunque che fosse separato ed espulso dalla casa. Così vediamo che è molto meglio e più pacifico che i figli di letti diversi vengano separati e vivano a parte, cioè quelli nati dallo stesso genitore ma da madre diversa.
Allegoricamente, Ismaele fu cacciato e ripudiato, cioè la Sinagoga, perché derise il figlio della donna libera, cioè perché schernì, flagellò e crocifisse Cristo Re della libertà, e perseguì i suoi servi affrancati, cioè gli Apostoli e i Cristiani, con odio ostinato.
Versetto 12: E Dio gli disse
«E Dio gli disse» — di notte in sogno per mezzo di una visione, come risulta dal versetto 14. «In Isacco sarà chiamata la tua discendenza» — in Isacco e negli Isaccidi la tua posterità sarà computata e chiamata: i figli di Isacco saranno infatti chiamati figli di Abramo, e saranno eredi della promessa che io feci a te, o Abramo; ma non i figli di Ismaele: questi non saranno chiamati Abramiti, ma Ismaeliti, Agareni e Saraceni.
Allegoricamente, in Isacco, cioè in Cristo figlio di Isacco, e in Lui solo, i fedeli cristiani saranno chiamati figli di Abramo, che è il padre dei credenti, e di conseguenza figli di Dio ed eredi della vita eterna, Galati 3,17.23-24.
Versetto 14: La mandò via
«La mandò via.» — Qui Abramo compie un divorzio da Agar, per comando di Dio; perciò Agar e Abramo non erano più tenuti a rendersi reciprocamente il debito coniugale, così come uno sposo non è ora tenuto a rendere il debito a uno sposo adultero, o a uno separato per divorzio a causa di liti o altre giuste cause. Tuttavia non vi fu qui scioglimento del matrimonio tra Agar e Abramo, cosicché fosse lecito ad Agar sposare un altro. Agar fu infatti cacciata non dal matrimonio, ma soltanto dalla casa di Abramo per divorzio, a causa delle sue liti con Sara, così come viene cacciata un'adultera. Così l'Abulense.
«Le consegnò il ragazzo» — non da portare sulle spalle, ma da condurre a piedi; Ismaele aveva infatti già 17 anni, come risulta da quanto detto al versetto 8. Perciò ciò che ora leggiamo nella Settanta: «E pose il fanciullo sulla sua spalla,» sembra essere corrotto; e così, riordinando le parole, si deve leggere: «Abramo diede ad Agar pane e un otre d'acqua, e lo pose sulla sua spalla, e il ragazzo,» cioè lo affidò a lei, non da portare sulla spalla, ma da condurre per mano.
Versetto 15: Lo gettò a terra
«Lo gettò a terra» — non tanto con le braccia, quanto con l'animo, vale a dire: lo lasciò andare e lo abbandonò, sfinito dalla fame sotto un albero, come disperato e sul punto di morire. Così Sant'Agostino.
Versetto 16: E pianse
«E pianse» — Agar pianse, e pianse anche il ragazzo Ismaele, onde Dio lo udì piangere ed ebbe compassione di lui. «Così,» dice San Giovanni Crisostomo, omelia 46, «ogniqualvolta Dio lo vorrà, anche se siamo nel deserto e nell'estremo delle afflizioni, e non abbiamo alcuna speranza di salvezza, non avremo bisogno di nient'altro, poiché la grazia divina ci provvede ogni cosa. Se infatti avremo ottenuto la sua grazia, nessuno prevarrà contro di noi, ma saremo più potenti di tutti.» Perciò nelle circostanze anguste e disperate Dio è vicinissimo, e invocato soccorre subito. Poiché, come dice il Salmista: «A te è affidato il povero, tu sarai il sostegno dell'orfano.» Così Dio fu presente a Davide nel deserto, e lo strappò, quasi già catturato, dalle mani di Saul che lo inseguiva, 1 Samuele 23 e seguenti.
Versetto 17: Non temere
«Non temere» — il mio arrivo e il mio splendore, o la morte del ragazzo; poiché non morirà.
Versetto 19: E le aprì gli occhi
«E le aprì gli occhi» — Le fece vedere la sorgente vicina, che prima, turbata e prostrata dal dolore, non aveva visto, cioè Dio volse, diresse gli occhi di Agar e le mostrò il pozzo.
Così, allegoricamente, dice Ruperto, alla fine del mondo Dio mostrerà ai Giudei fuggiti dalla Chiesa e vaganti, la via della verità, e il pozzo della Scrittura, e in esso l'acqua della vita, cioè Cristo.
«Dio» — l'angelo che agiva in luogo di Dio. Si veda il Canone 16.
Versetto 20: E Dio fu con lui
«E Dio fu con lui» — supplisci Dio, come hanno l'ebraico, il caldeo e la Settanta, vale a dire: Dio favorì, aiutò, diresse, fece progredire Ismaele, per riguardo di suo padre Abramo. Sembra dunque favoloso ciò che gli Ebrei raccontano, che Ismaele si fosse dato al brigantaggio.
«E divenne un giovane arciere» — dalla giovinezza si dedicò alla caccia e al tiro contro le fiere.
Versetto 23: Che non mi farai del male
«Che non mi farai del male» — che non farai del male a me e ai miei discendenti; in ebraico si legge im tiscor, che non mentirai a me, cioè che non agirai con me con inganno. Così Vatablo. In secondo luogo, che non agirai iniquamente con me, che non mi sarai ingiurioso, che non opprimerai me e i miei con la forza: nella Scrittura infatti la menzogna è chiamata l'iniquità e l'ingiustizia stessa; e si dice mentire chi manca alla fede, e chi è ingiusto e ingiurioso verso il prossimo; costui agisce infatti contro la verità pratica, cioè contro il dovere e l'obbligo che deve rendere all'altro.
«Ma secondo la misericordia che ti ho usato.» — È un ebraismo, vale a dire: Come io ho ben meritato di te, dandoti pecore, buoi, servi, serve, e mille pezzi d'argento, capitolo 20, versetto 14: così anche tu ti adopererai a ben meritare di me e dei miei.
Versetto 31: Bersabea
«Bersabea.» — Il luogo fu così chiamato da beer, cioè pozzo, e shebua, cioè del giuramento, perché là Abramo giurò alleanza e fedeltà ad Abimelech. In secondo luogo, fu chiamato Bersabea da beer, cioè pozzo, e sheba, cioè sette, vale a dire il Pozzo dei Sette, cioè delle agnelle, che Abramo diede al re per il pozzo e il terreno circostante. Perciò Abramo possedeva questo pozzo, sebbene scavato da sé e dai suoi, non gratuitamente, né per diritto ereditario, ma per titolo di compra e di scambio. Si veda Sant'Agostino, Questione 56.
Da questo pozzo, la città vicina fu chiamata Bersabea, che è l'ultima città della Giudea a mezzogiorno, così come Dan è l'ultima a settentrione; donde la Scrittura suole esprimere la lunghezza della Giudea con questi due confini, dicendo: «Da Dan a Bersabea.» A Bersabea Abramo, Isacco e Giacobbe abitarono a lungo; perciò a Bersabea, come anche a Dan, Geroboamo collocò i suoi vitelli d'oro per farli adorare dal popolo. Questo pozzo è diverso dal Pozzo del Vivente e del Veggente, come risulta dal capitolo 16, versetto 14.
Gli Ebrei insegnano che l'ebraico nisba, cioè giuro, derivi da sheba, cioè sette, perché il giuramento non deve essere prestato se non per sette, cioè molti e gravi motivi, nonché argomenti e testimoni; il giuramento è infatti una cosa sacra, nella quale si interpone l'autorità e la veracità divina, che perciò non deve essere invocata temerariamente o alla leggera, ma con animo confermato e certo in molti modi.
Versetto 33: Piantò un bosco
«Piantò un bosco.» — La Settanta traduce: piantò un campo; Onkelos: piantò una piantagione; Gionata, che è l'autore del Targum Gerosolimitano, piantò un giardino denso di alberi e pieno dei migliori frutti. E Gionata aggiunge che Abramo in questo giardino era solito accogliere e ristorare i forestieri con l'ospitalità, e pattuire come prezzo che essi temessero e adorassero il Creatore del cielo e della terra, che aveva dato loro queste cose; donde da ciò che segue, «E là invocò il nome del Signore, Dio eterno,» risulta che Abramo eresse anche là un altare per la preghiera e il sacrificio. Era dunque questo come un eremo.
Perciò questo bosco in ebraico è chiamato escel, cioè un arboreto o un bosco piantato d'alberi, silenzioso e ameno, dalla radice scala, cioè «fu quieto e tranquillo»: perciò questo bosco è chiamato escel, dalla quiete, dal silenzio e dalla tranquillità; così come lo stesso bosco o luogo è chiamato in ebraico ascera, dalla felicità e dalla beatitudine: poiché in un bosco quieto e ameno, l'uomo si sente come in paradiso, felice e beato.
Questo bosco era l'oratorio e il ritiro di Abramo, nel quale di tanto in tanto si ritirava dagli affari e dalle occupazioni, quando stava per intrattenersi con Dio. Così dicono Gaetano e Pererio.
L'ebraico escel è una specie di tamerice. Gli antichi interpreti posero il genere per la specie, e lo tradussero come «albero» o «bosco».
Versetto 34: E fu forestiero
«E fu forestiero,» cioè residente e straniero, non nativo e stabilmente domiciliato. In ebraico infatti si legge vaiager, «e Abramo soggiornò nella terra dei Filistei.»