Cornelius a Lapide

Genesi XXV


Indice


Sinossi del Capitolo

Abramo genera sei figli da Chetura e muore. In secondo luogo, al versetto 12, si enumerano i figli e la morte di Ismaele. In terzo luogo, al versetto 20, Rebecca partorisce Giacobbe ed Esaù a Isacco; dei quali il minore è preferito da Dio al maggiore. In quarto luogo, al versetto 29, Esaù vende la sua primogenitura a Giacobbe per un piatto di cibo.


Testo della Vulgata: Genesi 25,1-34

1. Abramo prese un'altra moglie di nome Chetura: 2. la quale gli partorì Zamram, Jecsan, Medan, Madian, Jesboc e Sue. 3. Jecsan generò anche Saba e Dedan. I figli di Dedan furono gli Assurim, i Letusim e i Leummim. 4. Da Madian nacquero Efa, Ofer, Enoc, Abida ed Eldaa: tutti costoro erano figli di Chetura. 5. E Abramo diede tutto ciò che possedeva a Isacco: 6. ma ai figli delle concubine elargì doni, e li separò da Isacco suo figlio, mentre egli stesso era ancora in vita, verso la regione orientale. 7. I giorni della vita di Abramo furono centosettantacinque anni. 8. E venendo meno, morì in una buona vecchiaia, in età avanzata e pieno di giorni: e fu riunito al suo popolo. 9. Isacco e Ismaele, suoi figli, lo seppellirono nella spelonca doppia, situata nel campo di Efron figlio di Seor l'Ittita, di fronte a Mamre, 10. che aveva acquistato dai figli di Het: là fu sepolto egli stesso e Sara sua moglie. 11. Dopo la sua morte, Dio benedisse Isacco suo figlio, il quale abitava presso il pozzo chiamato «del Vivente e del Veggente». 12. Queste sono le generazioni di Ismaele, figlio di Abramo, che Agar l'Egiziana, serva di Sara, gli partorì: 13. e questi i nomi dei suoi figli secondo le loro denominazioni e generazioni. Il primogenito di Ismaele fu Nabaiot, poi Cedar, Adbeel e Mabsam, 14. anche Masma, Duma e Massa, 15. Adar, Tema, Jetur, Nafis e Cedma. 16. Questi sono i figli di Ismaele: e questi i loro nomi secondo i loro villaggi e accampamenti, dodici principi delle loro tribù. 17. Gli anni della vita di Ismaele furono centotrentasette, e venendo meno morì e fu riunito al suo popolo. 18. Abitò da Avila fino a Sur, che guarda l'Egitto andando verso l'Assiria; morì in presenza di tutti i suoi fratelli. 19. Queste pure sono le generazioni di Isacco, figlio di Abramo: Abramo generò Isacco. 20. Il quale, all'età di quarant'anni, prese in moglie Rebecca, figlia di Betuele, siro della Mesopotamia, sorella di Labano. 21. Isacco supplicò il Signore per la sua sposa, perché era sterile: e il Signore lo esaudì e concesse il concepimento a Rebecca. 22. Ma i piccoli si urtavano nel suo grembo, e lei disse: «Se doveva accadermi questo, che bisogno c'era di concepire?» E andò a consultare il Signore. 23. Il quale rispondendo disse: «Due nazioni sono nel tuo grembo, e due popoli si divideranno dal tuo seno, e un popolo supererà l'altro, e il maggiore servirà il minore.» 24. Era ormai giunto il tempo del parto, ed ecco che gemelli furono trovati nel suo grembo. 25. Quello che uscì per primo era rosso, e tutto ispido come una pelle: e fu chiamato Esaù. Subito l'altro, uscendo, teneva con la mano la pianta del piede del fratello: e perciò fu chiamato Giacobbe. 26. Isacco aveva sessant'anni quando gli nacquero i piccoli. 27. Cresciuti che furono, Esaù divenne un uomo esperto nella caccia e un uomo dei campi; Giacobbe invece era un uomo semplice che abitava nelle tende. 28. Isacco amava Esaù, perché mangiava della sua caccia: e Rebecca amava Giacobbe. 29. Giacobbe cucinò una minestra: e quando Esaù venne dal campo, sfinito, 30. disse: «Dammi di questa minestra rossa, perché sono completamente sfinito.» Per questa ragione fu chiamato Edom. 31. Giacobbe gli disse: «Vendimi la tua primogenitura.» 32. Quello rispose: «Ecco, io muoio: a che mi gioverà la primogenitura?» 33. Giacobbe disse: «Giuramelo dunque.» Esaù gli giurò e vendette la primogenitura. 34. E così, ricevuto del pane e un piatto di lenticchie, mangiò, bevve e se ne andò, disprezzando di aver venduto la primogenitura.


Versetto 1: Abramo prese un'altra moglie

Sara era morta, Agar era stata allontanata per comando di Dio, e forse era anch'essa morta: dunque Abramo prese un'altra, una terza moglie, affinché per mezzo suo la discendenza si moltiplicasse anche fra le nazioni. Ciò avvenne dopo che Isacco ebbe sposato Rebecca (di cui si parla nel capitolo precedente), e di conseguenza dopo l'anno 140 della vita di Abramo.

Allegoricamente, i figli di Agar sono i pagani e gli infedeli, mentre i figli di Chetura sono gli eretici, i quali perseguiteranno i figli di Isacco, cioè i fedeli e i cattolici. Così dicono Origene e Sant'Agostino, Questione 70.

DI NOME CHETURA. Gli ebrei, Lira e Tommaso l'Inglese ritengono che ella fosse la stessa persona di Agar, chiamata Chetura, cioè «profumata d'incenso», perché dopo essere stata cacciata dalla casa di Abramo, si era dedicata alla castità, alla preghiera e al culto di Dio, il cui simbolo è l'incenso e la sua combustione. Aggiungono che Abramo, dopo la morte di Sara, mandò Isacco a riportare Agar, ossia Chetura. Ma queste sono invenzioni dei Giudei, che l'Abulense e il Gaetano confutano ampiamente. Sembra che tanto Chetura quanto Agar fossero ancelle, ossia schiave di Abramo; poiché se fossero state di nascita libera, non sarebbero chiamate concubine al versetto 6.

Nota: Abramo sposò Chetura dopo la morte di Sara, la quale morì all'età di 127 anni, quando Abramo ne aveva 137. A questa età dunque sposò Chetura e da lei ebbe sei figli; Chetura era infatti vigorosa e feconda. Inoltre Dio, che aveva dato ad Abramo la capacità di generare da Sara al di là della natura, assistette anche la sua capacità di generare da Chetura, e supplì a ciò che in lui mancava.


Versetto 2: Madian

Dal quale discesero i Madianiti: questi dunque sono i discendenti di Abramo da Chetura a noi noti; gli altri sono sconosciuti. Giuseppe Flavio tuttavia riferisce che essi abitarono l'Arabia Felice, fino al Mar Rosso.


Versetto 3: I figli di Dedan furono gli Assurim, i Letusim e i Leummim

Questi sono nomi di nazioni e popoli che trassero la loro origine dai figli di Dedan. Così dice Vatablo, e ciò è chiaro dall'ebraico. Forse furono così chiamati dal mestiere di ciascuno; poiché Assurim, secondo San Girolamo, significa mercanti; Letusim, fabbri del ferro e del bronzo; Leummim, di molte tribù e popoli, cioè possessori o governanti. Il Caldeo traduce: «che abitano in accampamenti, in tende e nelle isole».


Versetto 4: Ofer

Suo figlio Afer diede il nome alla città e alla regione d'Africa, come insegna Giuseppe Flavio citando Alessandro Polistore e Cleodemo; sebbene altri, seguendo Solino, vogliano che l'Africa sia stata così chiamata da Afro, figlio di Libi e di Ercole. Alcuni ritengono che dai figli di Chetura discendessero i Brahmani, che sono i sapienti e quasi i religiosi degli Indiani, e che fossero chiamati Brahmani, come se si dicesse «Abrahamini»; donde i Brahmani venerano anche un certo Perabrama, come il più antico degli dèi, il quale sembra essere il primo dei loro padri.


Versetto 6: Ma ai figli delle concubine

Di Agar e di Chetura. Da ciò risulta chiaro che Abramo non trascurò Agar e Ismaele, anche se li aveva allontanati da sé; ma inviava loro doni di tanto in tanto.

Si noti che queste concubine erano vere mogli (così infatti sono chiamate al versetto 1 e altrove), ma di rango inferiore e generalmente schiave. Perciò la moglie principale era ed era chiamata la padrona. Così Abramo diede a Isca, nel capitolo 11, versetto 29, il nome Sarai, cioè «mia principessa» o «mia signora». Questa moglie principale era sposata previo fidanzamento, con una dote stabilita e rito solenne, ed era la madre di famiglia e partecipe col marito di tutti i beni, e governante della casa; infine suo figlio era l'erede del padre. Le concubine comunemente e ordinariamente non avevano nulla di tutto ciò; ma rimanevano generalmente schiave, e di condizione servile. Così dicono Pererio e altri.

DONI. Oro, argento, vesti, bestiame, ecc.

LI SEPARÒ, affinché non contendessero con Isacco e non lo turbassero nel possesso della Terra Promessa. Inoltre, affinché i loro discendenti non corrompessero i figli di Isacco con la loro idolatria e i loro vizi.

VERSO LA REGIONE ORIENTALE. Nota: I discendenti di Ismaele confinavano direttamente con i discendenti di Isacco, verso Oriente. I nati da Chetura invece abitarono al di là degli Ismaeliti, ancora più a Oriente, e perciò nella Scrittura sono sempre chiamati «figli d'Oriente», dei quali si fa frequente menzione. Vedi Arias nel suo libro Canaan, capitoli 3 e 4.


Versetto 8: E venendo meno

Come a dire: Abramo non morì di malattia, né per violenza alcuna inflitta dall'esterno, ma per vecchiaia, venendo meno il suo umore naturale, il calore e le forze.

MORÌ. Abramo morì 40 anni dopo la morte di suo padre Terach, 35 anni dopo il matrimonio di Isacco (il quale avvenne nell'anno 140 di Abramo, anno 40 di Isacco), quando Esaù e Giacobbe, nati da Isacco sessantenne, avevano già 15 anni. Sebbene infatti Mosè narri la nascita di Giacobbe e di Esaù più avanti in questo capitolo, dopo la morte di Abramo, essa in realtà avvenne prima. Mosè volle infatti raccontare insieme tutte le gesta, la vita e la morte di Abramo, e poi proseguire separatamente e con ordine le gesta di Isacco e di Giacobbe. Alcune cose dunque sono qui congiunte per anticipazione, sebbene siano accadute dopo, perché appartengono allo stesso argomento; e per la medesima ragione altre sono posposte, sebbene siano accadute prima, per hysterologia.

Nota: Abramo nacque nell'anno 292 dopo il Diluvio; visse 175 anni; morì dunque nell'anno 467 dopo il Diluvio. Noè morì nell'anno 350 dopo il Diluvio, quando Abramo aveva 58 anni. Sem, figlio di Noè, che fu il nono antenato di Abramo, visse 502 anni dopo il Diluvio; e dunque Sem sopravvisse ad Abramo di 35 anni. Eber, sesto antenato di Abramo, morì nell'anno 561 dopo il Diluvio; sopravvisse dunque ad Abramo, suo sesto pronipote, di 94 anni. Eber morì pertanto nell'anno 109 della vita di Giacobbe, così come Sem morì quando Giacobbe aveva 50 anni.

Nota secondo: Abramo morì nell'anno del mondo 2123, quando Ismaele aveva 89 anni e Isacco 75, e vide i due figli di Isacco come pure i dodici figli di Ismaele, tutti principi di altrettanti popoli. I figli di Chetura avevano allora circa 30 anni. Abramo aveva infatti sposato Chetura poco dopo l'anno 140 della sua età, come ho detto.

Nota terzo: Dalla morte di Abramo fino alla discesa di Giacobbe in Egitto, avvenuta nell'anno 130 dell'età di Giacobbe, trascorsero 115 anni; dalla morte di Abramo fino all'uscita di Mosè e degli Ebrei dall'Egitto trascorsero 330 anni. Poiché Mosè a quel tempo, all'uscita degli Ebrei dall'Egitto, aveva ottant'anni, ne consegue che nacque 250 anni dopo la morte di Abramo.

Nota quarto: Questa è la cronologia della vita di Abramo. Abramo, all'età di 75 anni, fu chiamato da Dio dalla Caldea e partì per Carran; a 85 anni sposò Agar, e a 86 gli nacque Ismaele; a 99 fu circonciso; nello stesso anno Sodoma fu bruciata dal fuoco celeste; a 100 gli nacque Isacco; a 105 Isacco fu svezzato e Ismaele cacciato di casa; a 125 avvenne il sacrificio di Isacco; a 135 morì Terach; a 137 morì Sara; a 140 diede Rebecca in moglie a Isacco; a 160 da Isacco gli nacquero i nipoti Giacobbe ed Esaù; a 175 morì Abramo.

IN UNA BUONA VECCHIAIA, maturamente e al tempo suo, sia che si consideri la sua età, sia la sua grazia; l'età, perché era decrepito e senza infermità; la grazia, perché si dipartì pieno di meriti. Poiché, come dice Filone nel suo libro «Chi è l'erede delle cose divine», un certo profeta disse giustamente che avrebbe preferito vivere un solo giorno con la virtù piuttosto che mille anni nell'ombra della morte, cioè nel peccato e nella vita malvagia.

PIENO DI GIORNI, sazio di vivere, come ha il testo ebraico, e desideroso di essere sciolto.

Aristotele si lamentò che la natura avesse concesso cinque o dieci secoli di vita agli animali, mentre all'uomo, nato per cose così grandi, fosse fissato un termine assai più breve. Ma l'uomo fedele sa questo: «So di salire per discendere, di verdeggiare per appassire, di crescere per invecchiare, di vivere per morire, di morire per essere beato in eterno.» Il tempo vola, dice Cicerone, e questa vita non è altro che una corsa verso la morte, nella quale, come dice Sant'Agostino, a nessuno è permesso di fermarsi neppure un poco, né di procedere un po' più lentamente. Saggio è dunque colui che per tutta la vita ha imparato a vivere, anzi a morire, e sa che questo corpo è un grave fardello per le anime nobili, e perciò desidera che esso sia restituito alla terra da cui ebbe origine, e la polvere sia resa alla polvere, affinché lo spirito, libero, voli verso i padri, verso gli angeli e verso Dio.

Se Abramo, sazio della vita, desiderò la morte quando era diretto al Limbo, perché un cristiano non dovrebbe desiderare la morte quando è diretto in cielo? B. Tommaso Moro, prossimo alla decapitazione, quando il carnefice gli chiese perdono come d'uso, gli diede un bacio e una moneta d'oro, dicendo: «Tu mi conferirai oggi un beneficio che nessun mortale ha mai conferito né potuto conferire.» Si ascolti Santa Teodora che accorre al luogo del supplizio e contende col soldato che, scambiandosi le vesti, l'aveva liberata dal carcere affinché non fosse violata, su chi dovesse subire il martirio: «Non ti ho scelto come garante della mia morte, ma ti ho desiderato come custode del mio pudore; è contro di me che è stata pronunciata la sentenza, che fu pronunciata a mio favore. Morirò certamente innocente, per non morire colpevole. Qui non c'è via di mezzo: oggi o sono rea del tuo sangue, o martire del mio», come riferisce Sant'Ambrogio, nel libro II De Virginibus.

FU RIUNITO AL SUO POPOLO, come a dire: Abramo depose la mortalità, come tutti gli altri, entrò nella via di ogni carne, e dallo stato dei viventi qui passò allo stato dei padri, dimoranti nell'altra vita.

Da questa espressione Teodoreto, il Gaetano, Lira e Pererio concludono: in primo luogo, che l'anima dell'uomo è immortale; in secondo luogo, che le anime dei morti non vivono in solitudine, ma in comunità e in società, quasi in un popolo, sia che si trovino in cielo, sia nel Limbo, come ai tempi di Abramo; in terzo luogo, che tanto degli empi, come Roboamo, Acaz e altri, quanto dei buoni si dice: «Dormì con i suoi padri»; ma quasi soltanto dei buoni e dei giusti, come di Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè e Aronne, si dice: «Fu riunito al suo popolo.» In quarto luogo, Sant'Agostino (Questione 268), Tostato e il Burgense intendono per «popolo» la compagnia degli angeli, alla quale Abramo e gli altri santi padri furono riuniti. Ma più semplicemente e più propriamente Ruperto e altri intendono per «popolo» la compagnia degli uomini giusti, alla quale i giusti sono raccolti alla morte, come dal campo si raccoglie e si ammassa nel granaio la messe matura. In quinto luogo, il Burgense nota che nell'Antico Testamento si legge: «Fu riunito al suo popolo», cioè a Eber, Noè, Abele, Set, Adamo e ad altri che attendevano la beatitudine nel Limbo; ma nel Nuovo Testamento, in cui le anime pure volano subito in cielo, si dice: «Beati i morti che muoiono nel Signore», ecc. «Bene, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore.»

Per l'epitaffio di Abramo, si veda il Siracide, capitolo 44, versetto 20, dove si dice: «Abramo fu grande padre di una moltitudine di nazioni, e non si trovò nessuno simile a lui nella gloria, egli che custodì la legge dell'Altissimo», ecc.

Il Burgense aggiunge che prima di Abramo nessuno dei padri era disceso al Limbo; ma che Adamo, Abele, Set, Enos, Noè e tutti i giusti prima di Abramo erano andati prima in Purgatorio, a causa dei peccati veniali che avevano commesso: perché, egli dice, di loro si dice che morirono; ma di Abramo per primo si dice che fu riunito al suo popolo, cioè nel Limbo.

Ma ciò non è improbabile. Abele infatti morì martire, e perciò andò al Limbo, non al Purgatorio. Così Noè fu un uomo giusto e perfetto, anzi camminò con Dio. Costoro e altri andarono dunque al Limbo; tuttavia non si dice che furono riuniti al loro popolo, perché allora non vi era ancora un popolo e una moltitudine di giusti nel Limbo; ma essi, morendo, gradualmente radunarono e costituirono questo popolo. Quando infatti Abele fu ucciso, non vi era nessuno nel Limbo, ma egli fu il primo ad andarvi.

Qui si conclude la terza parte della Genesi, che va dalla nascita di Abramo alla sua morte, e qui anche Pererio conclude il suo terzo volume del Commento alla Genesi.


Versetto 11: Benedisse Isacco

Fece del bene a Isacco, arricchendolo.


Versetto 14: Anche Masma, Duma e Massa

Sono i nomi propri di tre figli di Ismaele. Gli ebrei li usano congiunti come un proverbio, dicendo: masma, duma, vemassa. Con ciò vogliono significare che molto si deve udire, tacere e sopportare; ciò che i greci esprimono con «sopporta e astieniti». Poiché masma in ebraico significa udito, duma silenzio, massa sopportazione. Ciò che gli italiani dicono: «Odi, vedi, taci, se vuoi vivere in pace.»


Versetto 15: Tema

Dal quale venne la città e la regione di Teman, a meridione dell'Idumea, il cui re fu Elifaz, amico del santo Giobbe, che perciò è detto il Temanita.


Versetto 17: Fu riunito al suo popolo

Da questa espressione gli ebrei concludono che Ismaele, dopo aver schernito e vessato Isacco, quando fu cacciato dalla casa di Abramo, mutò mente e vita, visse rettamente e perciò fu salvato. Vedi quanto detto al versetto 8.


Versetto 18: Avila

È una regione, non dell'India, ma situata presso il deserto di Sur, tra l'Egitto, l'Assiria e la Palestina; di cui al capitolo 2, versetto 11. I discendenti di Ismaele possedettero dunque tutto quel tratto che dal Golfo Persico si estende fino all'Assiria, che oggi si ritiene si chiami Cabana.

IN PRESENZA DI TUTTI I SUOI FRATELLI, perché Ismaele abitava in mezzo ai suoi fratelli; aveva infatti Isacco a Occidente e i figli di Chetura a Oriente.

MORÌ IN PRESENZA DI TUTTI I SUOI FRATELLI. Per «morì», l'ebraico ha naphal, cioè «cadde», come a dire: Mentre i suoi fratelli stavano in piedi, vivevano e guardavano, Ismaele cadde e morì; e ciò alquanto prematuramente, all'età di 137 anni, mentre i suoi altri parenti e fratelli vissero più a lungo; Isacco infatti visse 180 anni. Ismaele morì 48 anni dopo la morte di Abramo: era nato infatti nell'anno 86 di Abramo. Abramo visse in tutto 175 anni. Altri spiegano così: «cadde», cioè cadde la sua sorte, come a dire: Ismaele abitò tra i suoi fratelli, come traducono i Settanta, il Caldeo e l'Arabo. Ma qui non si fa alcuna menzione della sorte. Perciò Pagnino traduce: «e morì».


Versetto 20: Di Betuele, siro della Mesopotamia

Come a dire: Betuele era siro, originario di quella parte della Siria che si chiama Mesopotamia. Su ciò si noti in primo luogo: «Siro» in ebraico si dice Arammi, come se si dicesse Armeno; e la Siria si chiama Aram, come se si dicesse Armenia. Sembra dunque da questa parola ebraica che la Siria, ampiamente estesa come dirò subito, fosse un tempo chiamata Armenia, da Aram figlio di Sem, nipote di Noè, Genesi 10.

In secondo luogo, presso gli antichi la Siria si estendeva in lungo e in largo, e comprendeva molte regioni, distinte con vari soprannomi, come risulta da 2 Re, capitolo 10, versetti 6 e 8.

In primo luogo, la regione in cui è situata Damasco si chiama Aram Dammesec, cioè Siria di Damasco.

In secondo luogo, la Siria in cui è situata Zoba si chiama Aram, o Siria di Zoba. È quella che giace tra il Libano e l'Antilibano, e fu chiamata, per corruzione della parola ebraica Zoba, Siria Cava, e dai greci Celesiria, a causa della pianura avvallata rispetto ai pendii dei monti (che è ciò che Zoba significa in ebraico).

In terzo luogo, Aram naharaim, cioè Siria dei due fiumi, è la Mesopotamia, detta anche Interamna, perché è situata tra l'Eufrate e il Tigri. La stessa è chiamata Aram Padan, come a dire Siria delle pianure. Padan infatti nella lingua ismaelita significa campo, ossia regione pianeggiante. Donde anche il nobilissimo fiume d'Italia è chiamato Padus (Po), perché scorre a lungo per regioni pianeggianti. Così Betuele è qui chiamato siro, perché era mesopotamico, cioè originario di Carran, città della Mesopotamia.

In quarto luogo, vi è la Siria di Maaca; così chiamata da Maaca, figlio di Nacor dalla moglie Reuma, Genesi capitolo 22, ultimo versetto.


Versetto 21: E pregò

In ebraico è iethar, cioè «pregò molto e insistentemente», ammansendo Dio amorosamente con una preghiera dolce e soave. Donde San Giovanni Crisostomo ritiene che Isacco abbia pregato per vent'anni per la rimozione della sterilità di Rebecca, e solo nel ventesimo anno l'abbia ottenuta; poiché Isacco sposò Rebecca nell'anno 40 della sua età, e solo nell'anno 60 generò da lei Giacobbe ed Esaù. «Affinché anche noi», egli stesso dice nell'Omelia 49, «emulando il giusto, siamo costanti nelle preghiere divine, ogniqualvolta abbiamo chiesto qualcosa a Dio. Se infatti quel giusto, così dotato di virtù e in così grande grazia presso Dio, mostrò tanta costanza e zelo nel pregare continuamente Dio, così che fu rimossa la sterilità di Rebecca: che diremo noi, che siamo oppressi da così gravi pesi di peccati; e tuttavia, se abbiamo mostrato un qualche zelo e diligenza per breve tempo, ci intorpidiamo e ci ritiriamo, se non siamo esauditi immediatamente», ecc.

Nota: Dio volle che le sante donne Sara e Rebecca (come anche Rachele e Anna) fossero per un certo tempo sterili, per insegnarci che quel seme benedetto, cioè Cristo, nato da Sara e da Rebecca (come pure gli uomini santissimi, Giuseppe da Rachele e Samuele da Anna), non era nato per forza di natura, ma per puro dono di Dio, per miracolo, e dato al mondo. Così dice San Giovanni Crisostomo. Dio aveva dunque decretato che da Rebecca nascessero Giacobbe e Cristo, ma non senza la mediazione delle cause seconde e le preghiere di Isacco che lo ottenessero.


Versetto 22: I piccoli si urtavano nel suo grembo

I Settanta traducono eskirtoun, che Sant'Ambrogio rende come «esultavano»; Sant'Agostino, «si agitavano»; in ebraico è iitrotsetsu, che San Girolamo traduce «scalciavano»; Aquila, «si schiacciavano a vicenda»; Simmaco, epalaion, cioè «lottavano», come fossero atleti.

Questi bambini dunque si scuotevano, si spingevano e si premevano l'un l'altro, mentre ciascuno si sforzava e cercava di uscire per primo dal grembo materno e nascere, per essere il primogenito.

Nota: Questa contesa e questa lotta dei piccoli Giacobbe ed Esaù non avvenne per forza di natura, ma per disposizione di Dio, come presagio che Giacobbe ed Esaù, una volta nati, avrebbero lottato e conteso tra loro per la primogenitura e il primato, come risulta dal versetto 23. Donde Giacobbe tenne la pianta del piede di Esaù, come volendo soppiantarlo affinché non uscisse per primo dal grembo. Così dice Ruperto: «La posizione di ciascuno mostra chi fosse il capo della contesa all'interno; cioè Esaù, colpito da Giacobbe, sembra fuggire, mentre Giacobbe, tenendogli il piede con la mano, mostra la figura di uno che insegue e colpisce il dorso del vinto.» Aggiunge allegoricamente che con questa lotta di Giacobbe ed Esaù è significata la lotta dei cristiani con i giudei.

La Storia Scolastica, e Sant'Ambrogio nel libro IV De Fide, capitolo 4, e Sant'Agostino come citato da Dionigi il Certosino (tuttavia finora non ho trovato nulla di simile in Sant'Agostino) ritengono che questo urto fosse simile all'esultanza di Giovanni Battista nel grembo della madre, e che perciò tanto Giacobbe quanto Giovanni Battista siano stati santificati nel grembo materno. Confermano ciò dal fatto che l'Apostolo in Romani 9 afferma che Dio amò Giacobbe prima che avesse compiuto alcunché di bene, e quando era ancora nel grembo di sua madre. Ma con lo stesso ragionamento si dovrebbe dire che anche Esaù fu santificato nel grembo. Altra fu dunque l'esultanza di San Giovanni, altra la collisione e la lotta di Giacobbe ed Esaù, altro anche il pensiero dell'Apostolo, come ho spiegato in Romani 9. Questa loro opinione manca dunque di fondamento, e sembra asserita temerariamente.

Così le vite e le imprese degli uomini illustri sono state spesso presignificate da prodigi e presagi. Socrate vide in sogno un piccolo cigno che nel suo grembo metteva le piume, il quale immediatamente, spuntategli le ali, volò in alto e produsse i canti più soavi: costui era naturalmente Platone, discepolo di Socrate, il quale tra i filosofi brillò per sapienza e per eloquenza. Donde il giorno dopo, quando Platone fu presentato a Socrate dal padre: «Questo è», disse, «il cigno che ho visto.» Lo testimonia Diogene Laerzio nella Vita di Platone.

La madre di San Domenico, quand'era incinta, vide in sogno di avere nel grembo un cagnolino che portava in bocca una fiaccola, con la quale, venuto alla luce, avrebbe incendiato il mondo. Con questo sogno era significato che San Domenico avrebbe infiammato gli uomini in tutto il mondo con lo splendore della sua santità e della sua dottrina.

San Tommaso d'Aquino, quand'era ancora bambino, girando un foglio di carta, anzi mangiandolo, significava quanto sarebbe stato studioso da adulto.

Dalla bocca di Sant'Efrem fanciullo, i suoi genitori videro uscire una vite che riempiva tutta la regione circostante, significando quanto si sarebbe diffusa la sua dottrina e la sua virtù.

E ANDÒ A CONSULTARE IL SIGNORE sul monte Moria per mezzo di Melchisedec. Così dicono Eusebio, Gennadio, Teodoreto e Diodoro. Similmente il Crisostomo nell'Omelia 50 dice che Rebecca consultò Dio per mezzo di un sacerdote, e per mezzo dello stesso ricevette la risposta da Dio. Donde aggiunge: «Vedi quanta era la dignità dei sacerdoti anche allora.»

In secondo luogo, la Parafrasi Gerosolimitana e gli ebrei traducono: «Andò a chiedere misericordia nella casa dove Sem predicava.» Sem figlio di Noè era infatti ancora vivo: morì quando Giacobbe aveva cinquant'anni. Gli ebrei inoltre ritengono che Melchisedec fosse Sem: e così questa loro interpretazione coinciderebbe con la prima di Eusebio.

In terzo luogo, molto facilmente e chiaramente Teodoreto, Diodoro e Procopio ritengono che Rebecca, costernata nell'animo, si sia recata a un vicino altare domestico e là abbia pregato Dio, il quale per mezzo di un angelo rispose ciò che segue: «Due nazioni sono nel tuo grembo, e il maggiore servirà il minore.» Dal che Rebecca comprese che Giacobbe sarebbe stato preferito a Esaù, e che a lui sarebbero spettati la primogenitura e la benedizione paterna.


Versetto 23: Due nazioni

DUE NAZIONI — due figli che saranno i padri e i capi di due nazioni, cioè dei Giudei e degli Idumei, avversari l'uno dell'altro. Vedi Amos 1,11.

IL MAGGIORE SERVIRÀ IL MINORE. — Il primogenito Esaù servirà il minore Giacobbe, non nella propria persona (di ciò infatti non leggiamo che sia mai accaduto; anzi piuttosto Giacobbe si sottomise a Esaù), ma nella sua posterità. I Giudei infatti, discendenti di Giacobbe, quasi unici eredi di Abramo possedettero la terra promessa di Canaan e furono arricchiti dei benefici di Dio, e gli Idumei, discendenti di Esaù, li servirono al tempo di Davide e di Salomone, come risulta da 2 Re, capitolo 8. E sebbene in seguito scuotessero il giogo, furono nuovamente sottomessi da Ircano, ricevettero la circoncisione e si fusero in un unico popolo con i Giudei, come attesta Giuseppe Flavio, Antichità XIV, capitolo 17. Perciò Plinio e altri talvolta confondono gli Idumei con i Giudei.

Allegoricamente, i Giudei, sebbene siano più antichi, serviranno e saranno posposti ai cristiani nella Chiesa, nella grazia e nella salvezza, così come la legge antica servì la nuova, Romani 9,10.

Tropologicamente, i tiranni malvagi servono i buoni Martiri, perché con la loro persecuzione, le croci e i tormenti preparano e fabbricano per essi corone eterne. Inoltre, spesso i malvagi saranno sottomessi ai buoni in questa vita; ma certamente e sempre lo saranno dopo il giorno del giudizio; allora infatti i giusti giudicheranno le nazioni e domineranno i popoli. Così Sant'Agostino, Sermone 78.

In secondo luogo, nei giusti il maggiore serve il minore, cioè la carne serve allo spirito e i vizi cedono alle virtù, dice Origene.

Tropologicamente, Esaù rappresenta gli empi, per dodici analogie, dice Pererio.

La prima è che Esaù fu primo e più onorato fra gli uomini, ma Giacobbe davanti a Dio: così gli empi in questa vita superano i buoni per doti di natura, ingegno, prudenza, nobiltà, forza, bellezza e ricchezze, e sono stimati dagli uomini, mentre davanti a Dio sono ingloriosi e ignobili; il contrario è vero per i buoni.

La seconda è che il maggiore servirà il minore; così infatti i malvagi in questo mondo sembrano dominare i buoni, ma in realtà li servono e servono alla loro gloria e alle loro corone, come ho detto.

La terza: il conflitto fra Giacobbe ed Esaù significa la lotta e il combattimento costante che vi è tra i malvagi e i buoni.

La quarta: Esaù esce per primo, ma Giacobbe gli tiene il calcagno. Così gli inizi degli empi sono lieti e prosperi, ma le loro fini sono luttuose e funeste in eterno.

La quinta: Esaù era tutto ispido, il che significava i suoi costumi aspri, l'animo feroce, l'indole astuta e l'inclinazione lussuriosa: tali sono gli empi.

La sesta: Esaù era cacciatore e agricoltore. Così gli empi sono completamente dediti alla terra e ai beni terreni.

La settima: Esaù vendette la sua primogenitura per un vile piatto di lenticchie. Così gli empi scambiano il diritto di adozione a figli di Dio e la speranza della vita eterna con i beni più vili.

L'ottava: Esaù disprezzò la sua perdita. Così i reprobi non tengono in alcun conto la perdita della grazia divina e della gloria celeste.

La nona: Esaù, sposando donne cananee, offese gravemente i genitori. Così i malvagi, quando si legano a compagni malvagi, offendono gravemente Dio e la Chiesa.

La decima: Esaù alla fine percepì i suoi mali e le sue perdite, e gemette, pianse e si pentì, ma con un pentimento vano e inutile. Un simile pentimento praticano i reprobi in Sapienza 5.

L'undicesima: Esaù odiava Giacobbe e lo perseguitava. Così i malvagi perseguitano i buoni.

La dodicesima: Isacco amava Esaù perché mangiava della sua caccia; ma Rebecca amava Giacobbe semplicemente e assolutamente, perché era buono e santo. Così i malvagi non devono essere amati se non in modo relativo, perché le loro opere artificiali e le loro invenzioni materiali sono utili alla società; ma gli eletti e i santi, così come sono grandi e onorati davanti a Dio, devono essere amati e onorati semplicemente e assolutamente.


Versetto 25: Era tutto ispido come una pelle, e fu chiamato Esaù

I neonati nascono generalmente glabri; ma Esaù nacque ispido su tutto il corpo, per disposizione di Dio, affinché il suo carattere rozzo e aspro, i suoi costumi e la sua vita futura fossero prefigurati.

Esaù dunque, nascendo, non appariva tanto un neonato quanto un uomo adulto per la sua pelosità e ispidezza, e perciò fu chiamato Esaù, come asui, cioè «reso perfetto» e «compiuto»: era infatti ispido come un uomo maturo. In secondo luogo, per la stessa ragione fu anche chiamato Seir, cioè «peloso». In terzo luogo fu chiamato Edom, cioè «rosso», sia per il suo colorito rosso, sia soprattutto per la minestra rossa per la quale vendette la sua primogenitura a Giacobbe, come risulta dal versetto 30. Così San Girolamo su Abdia, il Gaetano, l'Oleaster e Pererio.

Ancora San Girolamo su Amos 2,9: «Dalla quale parola (quercia), Filone, il più eloquente degli ebrei, ritiene che Esaù sia stato chiamato droinon, cioè quercino e robusto, sebbene Esaù possa anche intendersi come noema, cioè una cosa fatta, così da riferirsi alle opere malvagie.» Ma come Esaù potesse essere chiamato dalla quercia, non vedo; la quercia in ebraico si chiama infatti ela, non Esaù, a meno che Filone non derivi Esaù da un'altra radice.

SUBITO L'ALTRO, USCENDO, TENEVA CON LA MANO LA PIANTA DEL PIEDE DEL FRATELLO. — La sua posizione era come di chi volesse procedere per primo, o uscire dal grembo insieme col fratello, come se si sforzasse di precederlo, o almeno di rivendicare con lui il diritto della primogenitura. Ciò avvenne non naturalmente, ma per disposizione e ordinamento di Dio. Vedi quanto detto al versetto 22.

E PERCIÒ LO CHIAMÒ (Isacco il padre, al quale spettava dare il nome al figlio) GIACOBBE. — Giacobbe significa infatti lo stesso che «soppiantatore», come risulta dal capitolo 27,36, o «colui che tiene la pianta del piede». (Ekeb infatti significa «pianta del piede» o «calcagno»), e dunque «colui che inganna e soppianta».

Eucherio ha un'allegoria nel libro II, capitolo 46, cioè che Giacobbe è Cristo, il quale soppiantò Esaù, cioè i Giudei.


Versetto 27: Un agricoltore

I Settanta hanno agroikos, cioè «agreste». In ebraico è: Esaù era un uomo dei campi, cioè assiduamente e volentieri stava nei campi, lontano dalla città, raramente a casa, vivendo quasi sempre all'aperto.

UN UOMO SEMPLICE. — In ebraico è tam, che i Settanta traducono aplastos, cioè «non finto», come a dire senza inganno e senza frode. Simmaco lo traduce atomos, cioè «senza colpa». Aquila ha aplous, cioè «non doppio, ma semplice». Propriamente tam significa lo stesso che retto, innocente, integro, perfetto; la radice tamam significa infatti «perfezionare, compiere».

Un uomo semplice è dunque un uomo retto, che si dedica unicamente a Dio e alla virtù, e non vaga per molte vie traverse e illecite. Così Giobbe è detto uomo semplice. E dunque questa semplicità non si oppone alla prudenza, ma all'inganno e alla falsità; e questa semplicità è verità, purezza, sincerità e innocenza dell'animo, esente da falsità, simulazione e peccato, e non mescolata, dice San Giovanni Crisostomo. Così Cicerone, nel De Finibus, libro II, dice: «Amiamo ciò che è vero, cioè fedele, semplice, costante; e odiamo ciò che è vano, falso, ingannevole, come la frode, lo spergiuro, la malizia, l'ingiustizia.» Con questa semplicità Giacobbe ottenne da Dio ogni prosperità, così che gli si attribuisce giustamente questo motto: «Prudente semplicità, fitta felicità.»

ABITAVA NELLE TENDE — si tratteneva in casa. Così i Settanta. Le case degli antichi, specialmente dei patriarchi, erano tende o tabernacoli, come a dire: Giacobbe in casa si dedicava a una vita tranquilla, ai compiti domestici e alla coltivazione del proprio animo. Così il Gaetano.

Giustamente disse Esiodo: «Meglio stare in casa, dannoso è vagare fuori.» Gli ebrei, secondo Lira, intendono per «tende» le scuole che Giacobbe frequentava per apprendere la sapienza e il timor di Dio. Una, dicono, era la scuola di Melchisedec ossia di Sem, la seconda di Eber, la terza di Abramo. Donde il Caldeo traduce: «Giacobbe era un uomo integro e studente (uditore) della casa di dottrina», che non è altro che una scuola. Se ciò è vero, si veda quanto siano antiche le scuole e le accademie. Tale fu anche, al tempo di Giosuè 15,15, Kiriat-Sefer, cioè la città delle lettere, come a dire un'Accademia. Sull'antichità e l'origine delle singole accademie, si veda Middendorp.

Tropologicamente, San Gregorio, Moralia, libro V, capitolo 7: «I pii», dice, «si ritirano dalle distrazioni nei segreti recessi della mente, e là riposano come nel seno della tranquillità; questi sono i tabernacoli dei pii.»


Versetto 28: Rebecca amava Giacobbe

Perché Giacobbe era più quieto, più mite, più gradevole di Esaù, e perché Rebecca aveva udito da Dio al versetto 23 che egli doveva essere preferito al fratello maggiore.


Versetto 29: Una minestra

Di lenticchie, come risulta dal versetto 34. Era questa una lenticchia egiziana, dice Sant'Agostino commentando il Salmo 46, saporita e gustosa, secondo Ateneo, libro IV, e Gellio, libro XVII, capitolo 8.

Questo cibo è chiamato pulmentum («minestra») perché era fatto alla maniera della polenta: come infatti si fa la polenta dal riso, dai piselli e dalle fave, così anche dalle lenticchie. Inoltre qualsiasi cibo preparato può essere chiamato pulmentum: poiché il primo cibo degli antichi, compresi i Romani, era la polenta, secondo Plinio, libro XVIII, capitolo 8; donde i primi Romani erano chiamati «mangiatori di polenta»: e da ciò ogni cibo fu chiamato pulmentum.


Versetto 30: Dammi di questa minestra rossa

Piacevolmente rosseggiante, forse perché era colorata con zafferano, coriandolo o un condimento simile; così infatti Zenone ordinava che nella minestra di lenticchie alessandrina si mescolassero grani di coriandolo, che sono rossi. L'ebraico indica l'eccessiva avidità e golosità di Esaù: ha infatti: «Coprimi, riempimi, saziami di quel rosso, rosso.» I più dotti ebrei infatti derivano haliteni dalla radice ata, che significa coprire e sommergere.

EDOM — cioè rosso, rubicondo, sanguigno, come ho detto al versetto 25.


Versetto 31: Vendimi la tua primogenitura

Vendimi il tuo protokeion, cioè il diritto della tua primogenitura.

Si domanda qui in primo luogo: quale fosse il diritto del primogenito nella legge di natura. Rispondo che era quadruplice. Il primo era che il primogenito era il principe dei fratelli, e quasi loro padre e signore, cosicché i fratelli si inchinavano davanti a lui, come risulta dal capitolo 27,29 e dai capitoli 32 e 33; il primogenito succedeva infatti nella dignità paterna. E questo è ciò che dice Isidoro di Pelusio nella Catena: che i primogeniti succedevano nel regno e nella dignità patriarcale.

Il secondo era che nella divisione dell'eredità paterna, ogni fratello riceveva una parte singola, ma il primogenito ne riceveva una doppia, come risulta da Deuteronomio 21,17. Così Teodoreto.

Il terzo era che dopo il Diluvio, il primogenito era il sacerdote della famiglia; donde anche nella legge di Mosè i leviti furono scelti per il sacerdozio al posto di tutti i primogeniti d'Israele, Numeri 3,12. Parimenti, i primogeniti succedevano ai genitori nel pontificato, come risulta da Numeri 20,28. Così San Girolamo, Ruperto, Tostato ed Eucherio, capitolo 44.

Perciò gli ebrei, e fra loro Eucherio, così spiegano: «Vendimi la tua primogenitura», cioè «vendimi la tua veste sacerdotale (e di conseguenza lo stesso sacerdozio), con la quale i primogeniti, come sacerdoti, erano soliti vestirsi per offrire i sacrifici a Dio». Aggiungono che Rebecca rivestì Giacobbe di questa veste quando egli sottrasse al fratello Esaù la benedizione del padre, Genesi 27,15. Tuttavia questo diritto del sacerdozio fu concesso anche ad alcuni che non erano primogeniti, come Abramo, e ciò per speciale disposizione ed elezione di Dio: perché Abramo era fedele, e padre dei fedeli, mentre gli altri suoi fratelli sembrano essere stati infedeli e idolatri.

Il quarto era che il padre morendo benediceva in modo speciale il primogenito, come risulta dal capitolo 27,4: questa benedizione era allora molto stimata, e spesso era di gran valore ed efficacia presso Dio.

L'Abulense e Lipomano aggiungono che il primogenito nelle solennità e nei banchetti pubblici era solito benedire i fratelli e i nipoti, in quanto loro maggiore. Ma ciò non è espressamente dichiarato in nessun luogo.

Si domanda in secondo luogo se Esaù abbia peccato vendendo, e Giacobbe comprando, il diritto della primogenitura.

Si noti: il diritto della primogenitura era primariamente temporale: era infatti il diritto di preminenza fra i fratelli, e il diritto a una doppia porzione dell'eredità. Secondariamente, tuttavia, aveva annesso un diritto spirituale, cioè il diritto del sacerdozio e il diritto alla benedizione del padre.

Il Gaetano ritiene che Esaù abbia peccato solo di gola, e che abbia venduto la primogenitura solo in quanto essa era qualcosa di temporale, come oggi si può lecitamente vendere un calice consacrato, se lo si vende per quanto vale in sé, senza esigere di più in ragione della consacrazione.

Si obietterà: come mai allora l'Apostolo, in Ebrei 12,16, chiama Esaù profano? Risponde il Gaetano che Esaù era materialmente profano, vendendo a un prezzo così vile la primogenitura a cui era annessa una cosa così santa, che egli disprezzava, come sarebbe profano e sarebbe chiamato profano chi vendesse un calice consacrato per un boccone prelibato.

Ma dico in primo luogo: Esaù peccò primo, di gola; secondo, di disprezzo delle cose sacre, perché vendette la primogenitura, a cui era annesso il diritto del sacerdozio, per un cibo così vile; terzo, sembra aver peccato di simonia, perché vendette l'intero diritto della primogenitura, e di conseguenza il diritto del sacerdozio, che era spirituale. Per questo è chiamato profano dall'Apostolo in Ebrei 12: poiché propriamente e formalmente nessuno è profano se non chi viola e profana una cosa sacra vendendola o contaminandola. Esaù peccò dunque perché preferì il ventre alla virtù, il cibo all'onore, la gola al sacerdozio e alla benedizione.

Dico in secondo luogo: Giacobbe, comprando il diritto della primogenitura da Esaù, non peccò. In primo luogo, perché intendeva acquistare soltanto il diritto primario della primogenitura, che era temporale e vendibile; come si può vendere e comprare un campo a cui è annesso il diritto di patronato, dice Lipomano.

Si obietterà: almeno Giacobbe peccò per ingiustizia, perché comprò una cosa così grande a un prezzo così vile. Rispondo che non peccò, perché Esaù, volontariamente e consapevolmente, volle vendere a basso prezzo una cosa così grande, perché la disprezzava, come risulta dal versetto 34. A chi è consenziente e consapevole, anzi a chi dissipa e disprezza i propri beni, non si fa ingiustizia.

In secondo luogo, Giacobbe non peccò comprando questo diritto, perché, istruito dalla madre, sapeva che questo diritto spettava a lui per disposizione e dono di Dio, e che era stato trasferito da Esaù a lui. Rebecca aveva infatti udito ciò da un angelo al versetto 23. Inoltre, ella aveva comunicato la stessa cosa a Giacobbe, come si deduce sufficientemente dal fatto che, quando ella, al capitolo 27, spinse audacemente Giacobbe a sottrarre la benedizione al fratello, Giacobbe non si scusò per motivo di ingiustizia, come se la benedizione spettasse non a lui ma al fratello in quanto primogenito — cosa che certamente avrebbe fatto se non avesse saputo il contrario dall'insegnamento della madre. Era infatti uomo giusto e di coscienza timorata; obiettò soltanto il pericolo dell'ira paterna, qualora il padre scoprisse l'inganno.

Ma né Giacobbe né Rebecca avevano osato rivelare questa rivelazione di Dio, questa disposizione e questo trasferimento della primogenitura da Esaù a Giacobbe — né allo stesso Esaù, temendo la sua ira, né a Isacco, per non affliggerlo con il dolore: Isacco amava infatti teneramente Esaù. Ora dunque Giacobbe, ottenuta l'occasione di rivendicare e confermare il suo diritto, mediante la cessione volontaria del fratello in cambio della minestra rossa, a lui data dal fratello a questa condizione, non la trascurò ma l'accettò. Giacobbe dunque propriamente qui non comprò un bene del fratello, ma con astuzia strappò un bene proprio da un possessore ingiusto. Donde quando dice «Vendimi», è lo stesso che «dammi, consegnami, anzi restituiscimi il diritto a me dovuto». Vedi il Gaetano, Summa II-II, Questione 100, articolo 4.


Versetto 32: Ecco, io muoio

Esaù addusse il pretesto della necessità per la sua avidità e golosità: che egli abbia peccato di gola e di disprezzo della primogenitura risulta dal versetto 34. Non vi è dubbio infatti che nella casa così ricca di Isacco, suo figlio Esaù potesse avere pane, carne e altri cibi con cui nutrirsi. La fragranza dunque, il colore e il desiderio delle lenticchie che Giacobbe aveva cucinato furono così grandi in Esaù, che disse che sarebbe morto se non gli fossero state date subito. Così il Gaetano e Pererio. Sulle specie e i danni della gola, si veda San Gregorio, Moralia XXX, capitolo 27.


Versetto 33: Giuramelo dunque

Che tu ceda a me il diritto della primogenitura, e che mi permetterai di goderne pacificamente.


Versetto 34: Se ne andò disprezzando

Si noti l'ostinazione e l'impenitenza di Esaù; in secondo luogo, la sua perfidia e il suo spergiuro: disprezzò infatti di aver venduto questo diritto perché non aveva intenzione di mantenere il suo contratto, qui confermato con giuramento. Donde di fatto, senza alcuno scrupolo, volle rivendicare a sé questo diritto come se non lo avesse alienato né ceduto a Giacobbe.

Tropologicamente, più profani e vili di Esaù sono i peccatori che offendono Dio per un vile boccone, o per l'attrattiva dell'onore e della vanità. E così vendono al diavolo non soltanto l'anima, ma anche la grazia di Dio e il diritto all'eredità celeste: questo è infatti il diritto della primogenitura di Cristo e dei cristiani, che Cristo Unigenito acquistò loro con la sua morte e il suo sangue, e sigillò a coloro che nascono nel battesimo, incorporandoli in se stesso.

Giustamente dunque dice il Sapiente nei Proverbi 6,26: «Il prezzo di una meretrice è appena di un pane, ma la donna altrui cattura l'anima preziosa dell'uomo.» Ancora Antonio nella Melissa, Parte I, Sermone 16: «Il diavolo», dice, «dice: Dammi il presente, a Dio il futuro; dammi la tua giovinezza, a Dio la vecchiaia; dammi i tuoi piaceri, a Lui il corpo inutile. Oh quanto è grande il pericolo che ti sovrasta, quante sventure inattese ti minacciano!»

A questo proposito San Giovanni Crisostomo, Omelia 50: «Udendo queste cose», dice, «impariamo a non disprezzare mai i doni datici da Dio, e a non perdere cose grandi per cose piccole e vili. Perché infatti, dimmi, quando ci sono proposti il regno dei cieli e quei beni ineffabili, impazziamo per la brama delle ricchezze — cose momentanee che spesso non durano neppure fino a sera — e le preferiamo a quelle perpetue e sempiterne? E che cosa può esservi di peggiore di questa follia? Giacché siamo privati di quei beni a causa dell'eccessivo amore per questi, e non possiamo mai godere puramente di questi.»