Cornelius a Lapide

Genesi XXVIII

(La Scala di Giacobbe a Betel)


Indice


Sinossi del Capitolo

Giacobbe, fuggendo da Esaù, si reca in Mesopotamia e, dormendo lungo la via, vede Dio appoggiato a una scala, per la quale gli angeli salivano e scendevano, che lo consola; e da ciò chiamò il luogo Betel; e infine al versetto 20 fa un voto a Dio.

Nota: Tutti questi eventi accaddero nel settantasettesimo anno dell'età di Giacobbe, come ho mostrato all'inizio del capitolo 27.


Testo della Vulgata: Genesi 28,1-22

1. Isacco dunque chiamò Giacobbe, e lo benedisse, e gli comandò dicendo: Non prendere moglie dalla stirpe di Canaan; 2. ma va' e parti per la Mesopotamia di Siria, alla casa di Betuèl padre di tua madre, e prendi di là una moglie tra le figlie di Làbano tuo zio. 3. E Dio onnipotente ti benedica, e ti faccia crescere, e ti moltiplichi, affinché tu divenga una moltitudine di popoli. 4. E ti dia le benedizioni di Abramo, e alla tua discendenza dopo di te, affinché tu possieda la terra del tuo pellegrinaggio, che promise a tuo nonno. 5. E dopo che Isacco lo ebbe congedato, partì e giunse in Mesopotamia di Siria, da Làbano figlio di Betuèl il Siro, fratello di Rebecca sua madre. 6. Ma Esaù, vedendo che suo padre aveva benedetto Giacobbe e lo aveva mandato in Mesopotamia di Siria per prendere di là moglie, e che dopo la benedizione gli aveva comandato dicendo: Non prenderai moglie tra le figlie di Canaan; 7. e che Giacobbe, obbedendo ai suoi genitori, era partito per la Siria; 8. vedendo anche che suo padre non guardava con favore le figlie di Canaan, 9. andò da Ismaele e sposò, oltre a quelle che già aveva, Macalat, figlia di Ismaele figlio di Abramo, sorella di Nebaiot. 10. Giacobbe dunque partì da Bersabea e si diresse verso Carran. 11. E giunto a un certo luogo, e volendo riposarvi dopo il tramonto del sole, prese alcune delle pietre che vi giacevano e, postele sotto il capo, dormì in quello stesso luogo. 12. E vide in sogno una scala posta sulla terra, e la cima di essa toccava il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa, 13. e il Signore appoggiato alla scala gli diceva: Io sono il Signore Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale dormi, la darò a te e alla tua discendenza. 14. E la tua discendenza sarà come la polvere della terra: ti estenderai a Occidente e a Oriente, e a Settentrione e a Mezzogiorno; e in te e nella tua discendenza saranno benedette tutte le tribù della terra. 15. E sarò il tuo custode dovunque andrai, e ti ricondurrò in questa terra; né ti abbandonerò finché non avrò compiuto tutto ciò che ho detto. 16. E quando Giacobbe si svegliò dal sonno, disse: Veramente il Signore è in questo luogo, e io non lo sapevo. 17. E tremando disse: Quanto è terribile questo luogo! Questo non è altro che la casa di Dio e la porta del cielo. 18. Alzatosi dunque Giacobbe al mattino, prese la pietra che aveva posto sotto il capo, e la eresse come stele, versando olio sopra di essa. 19. E chiamò il nome della città Betel, che prima si chiamava Luza. 20. Fece anche un voto, dicendo: Se Dio sarà con me e mi custodirà nella via per la quale cammino, e mi darà pane da mangiare e vesti da indossare, 21. e tornerò prosperamente alla casa di mio padre, il Signore sarà il mio Dio, 22. e questa pietra, che ho eretto come stele, sarà chiamata Casa di Dio; e di tutte le cose che mi darai, ti offrirò le decime.


Versetto 1: Lo benedisse

1. LO BENEDISSE — confermò la benedizione data poco prima. Così Sant'Agostino.


Versetto 2: In Mesopotamia

2. IN MESOPOTAMIA — a Carran, ossia Carre, città della Mesopotamia, che distava circa otto giorni di cammino da Bersabea, dove abitavano Isacco e Giacobbe.

LA CASA DI BETUÈL — che era stata di Betuèl, ma essendo questi morto, apparteneva ormai a suo figlio, cioè Làbano, zio di Giacobbe.


Versetto 3: Ti faccia crescere e moltiplicare

3. TI FACCIA CRESCERE E MOLTIPLICARE, AFFINCHÉ TU DIVENGA UNA MOLTITUDINE DI POPOLI — ti faccia crescere con molta prole e una grande famiglia, così che da te nascano molte tribù e moltitudini di popoli. E in effetti le dodici tribù discendenti da Giacobbe furono realmente numerose.


Versetto 4: Alla tua discendenza dopo di te

4. ALLA TUA DISCENDENZA DOPO DI TE. — Da qui Sant'Agostino, nel libro XVI della Città di Dio, capitolo 38, e Ruperto deducono che le promesse di Dio riguardo al possesso della terra di Canaan, alla numerosa discendenza e alle ricchezze, a Cristo che sarebbe nato da lui, ecc., fatte ad Abramo e a Isacco, furono appropriate a Giacobbe e ai suoi discendenti; e per questa ragione Esaù è considerato come escluso ed estraneo alla stirpe e alla famiglia di Abramo e di Isacco, e come divenuto padre e fondatore di una nazione straniera, cioè gli Idumei; da cui conseguentemente la condizione e l'obbligo inclusi nel patto e nella benedizione di Abramo, cioè la legge della circoncisione, non vincolavano Esaù e gli Idumei; benché essi la accettassero volontariamente e liberamente, come risulta da Geremia 9,25 e 26.


Versetto 5: Giunse in Mesopotamia

5. GIUNSE IN MESOPOTAMIA — per quel viaggio che è narrato più ampiamente al versetto 10. Si tratta dunque di una prolessi; Mosè infatti volle porre davanti agli occhi tutti insieme, quasi in sinossi, e confrontare le gesta sia di Esaù che di Giacobbe, e la fuga di Giacobbe dal fratello e la sua destinazione, per poi riprenderla e narrarla più diffusamente in ciò che segue. Mosè intende infatti raccontare per esteso le gesta di Giacobbe, in quanto padre dei dodici Patriarchi e di tutti gli Israeliti; perciò, per potersi dedicare interamente a queste, menziona brevemente di passaggio e riassume le gesta di Esaù, che accaddero nello stesso periodo.

Moralmente, Sant'Ambrogio, nel libro II del De Giacobbe e della vita beata, insegna che Giacobbe fu felice anche nella fuga e nell'esilio. «Non fu forse felice Giacobbe» dice «anche quando lasciava la patria? Anzi fu davvero felice, perché accettò le durezze dell'esilio per mitigare l'ira del fratello. Se infatti è felice chi evita il peccato, certamente non si può negare che sia felice chi allevia la colpa di un altro e allontana un delitto. E così evitò un fratricidio già preparato con l'esilio volontario, e con questo atto cercò la salvezza per sé e donò l'innocenza al fratello. Giustamente dunque la grazia divina lo accompagnò ovunque, cosicché anche nel sonno potesse acquistare il dono della vita beata; vedeva infatti i misteri delle cose future e udiva oracoli divini.»

Infatti nel sonno ricevette magnifiche consolazioni da Dio, visioni, benedizioni e promesse, secondo il Cantico dei Cantici 5,2: «Io dormo, ma il mio cuore veglia.» Per questo Clemente Alessandrino, nel libro II del Pedagogo, capitolo 9, paragona così coloro che dormono sobriamente agli angeli sempre vigilanti, poiché ricevono l'eternità della vita dalla meditazione della loro veglia. Con ciò egli significa che l'anima, per così dire, muore se cessa dalla meditazione, ma vive e si rende eterna se si esercita nella meditazione continua.


Versetto 8: Del Siro

8. DEL SIRO — cioè il Mesopotamico. Vedi quanto detto al capitolo 25, versetto 20.

VEDENDO ANCHE — cioè osservando e constatando. Così l'ebraico. «Vedendo» qui, dunque, non significa lo stesso che indagare, ma come a dire: quando per prova ed esperienza ebbe appreso e scoperto. Sembra che Esaù volesse prendere questa terza moglie che piacesse ai genitori, o almeno dispiacesse loro meno delle due precedenti, che erano cananee. Ma non volle prendere moglie dalla casa di Nacor, benché sapesse che ciò sarebbe stato più gradito ai suoi genitori: e questo per una certa fierezza d'animo, perché Giacobbe era andato là, e non voleva sembrare di seguire e imitare il fratello, tanto più che egli stesso era il maggiore.


Versetto 9: Andò da Ismaele

9. ANDÒ DA ISMAELE — cioè dagli Ismaeliti: Ismaele infatti era già morto da quattordici anni; questi eventi infatti, come ho detto all'inizio del capitolo 27, accaddero nel settantasettesimo anno di Giacobbe; ma Ismaele morì all'età di 137 anni, che fu il 123° anno di Isacco e il 63° di Giacobbe. Così il Tostato.


Versetto 11: Prese alcune pietre

11. PRESE ALCUNE DELLE PIETRE. — Da queste parole, il rabbino Neemia, nel Midrash Tehillim, a proposito del Salmo 90: «Ai suoi angeli ha dato ordine riguardo a te», e il libro Rabbà in questo passo, ritengono che Giacobbe prese tre pietre e che esse furono trasformate in una sola, di cui si dice al versetto 18: «Prese la pietra che aveva posto sotto il capo e la eresse come stele»; affinché con ciò fosse significato il mistero della Santissima Trinità, nella quale tre Persone si uniscono in un'unica essenza, e perciò Giacobbe esclamò al versetto 17: «Quanto è mirabile questo luogo!» Ma questa sembra una finzione e favola rabbinica; infatti San Girolamo non dice nulla di simile, né alcun interprete antico o moderno. Ciò che dunque si dice: «Prese alcune delle pietre», intendi: una pietra più grande e più adatta, come egli stesso spiega al versetto 18, dicendo: «Prese la pietra che aveva posto sotto il capo.»


Versetto 11: Ponendola sotto il capo (Moralità)

PONENDOLA SOTTO IL CAPO. — Moralmente: Si noti qui che Giacobbe si prepara un letto e un cuscino duri, cioè una pietra; perché un letto duro, un cibo duro e ogni cosa dura si addicono ai cortigiani del cielo. «Vedi» dice San Giovanni Crisostomo «la forza del giovane, che usa pietre come cuscino; vedi il suo spirito virile: dorme sul pavimento.» Ma da questa pietra (che era tipo di Cristo) egli è rinfrancato e rafforzato. Per questo San Girolamo, commentando il Salmo 133, chiama questa pietra di Giacobbe la pietra dell'aiuto: «Chi aveva un tale cuscino» dice «nel quale rinfrescava l'arsura della persecuzione, vede una scala per la quale, se fosse necessario, sarebbe accolto in cielo.» Cristo dunque è il cuscino di coloro che faticano, nel quale soavemente riposano e ricevono i refrigeri del cielo. Al contrario, i letti d'oro e morbidi sono come sepolcri di sonno, mollezza, torpore e accidia, mentre quelli duri e di pietra sono palestre e campi di esercizio della forza e della virtù. Perciò Sant'Ambrogio, nel libro II del De Giacobbe: «Giacobbe» dice «fu un buon operaio anche nel sonno, poiché trattò più affari con Dio dormendo che vegliando.»


Versetto 12: E vide in sogno

12. E VIDE IN SOGNO. — Fu dunque questa una visione immaginaria e simbolica.

UNA SCALA ERETTA. — I Settanta leggono: «Una scala saldamente piantata.» Alcázar, commentando l'Apocalisse, capitolo 4, versetto 1, ritiene che Dio stesse presso questa scala non in cielo ma sulla terra, ai gradini più bassi della scala, per sostenerla e sorreggerla; perché Egli parlò con Giacobbe, che dormiva sulla terra presso la scala, ed era dunque vicino a lui. Ma più propriamente, Giuseppe Flavio e Gaetano ritengono che Dio stesse in cielo e si appoggiasse ai gradini più alti della scala. Infatti gli angeli salivano verso Dio per questa scala, per portare i suoi comandi sulla terra; né è sorprendente che Dio parlasse dal cielo a Giacobbe sulla terra, perché questa locuzione, come anche la visione, non fu sensibile ma immaginaria o intellettuale, la quale può avvenire fra persone molto distanti tra loro, e spesso avviene, non solo da parte di Dio, ma anche degli angeli.


Che cosa significa letteralmente la scala di Giacobbe?

Si domanda in primo luogo: che cosa significa letteralmente questa scala di Giacobbe?

Rispondono Filone e Origene, citati da San Girolamo, epistola 161, che questa scala rappresenta la metempsicosi, ossia la migrazione dell'anima umana da un corpo all'altro. Essi ritengono infatti che l'anima di ogni uomo sia esistita prima del corpo, e quante volte allora peccò e discese dal cielo alla terra, altrettante volte ora cambia corpo, migrando dall'uno all'altro, finché attraverso di essi, come attraverso certi gradi di penitenza (a guisa di gradini di scala), risalga in cielo.

Inoltre, in questa discesa dell'anima, Origene assegna questi gradi. Prima, dice, l'anima è calata in corpi più sottili; poi, se continua a peccare, in corpi più grossolani; e infine è precipitata in corpi terreni. Del resto Filone, nel suo libro La piantagione di Noè, scrive che per mezzo di questa scala è significata, o realmente si compie, la discesa delle anime nei corpi al momento della nascita.

Spiegando infatti queste parole, Origene dice che Giacobbe vide una scala e scrive: «L'aria, come una città popolosa, ha cittadini immortali, cioè anime, che sono pari in numero alle stelle; alcune di esse discendono per essere legate a corpi mortali», ecc. Da ciò Origene immaginò anche che le anime degli uomini fossero angeli che, cacciati per peccati commessi in cielo, discesero per questa scala gradualmente in corpi diversi e sempre più vili.

Ascolta San Girolamo che scrive a Pammachio contro gli errori di Giovanni di Gerusalemme: «Origene insegna che per la scala di Giacobbe le creature razionali discendono gradualmente fino all'ultimo grado, cioè alla carne e al sangue, e che non è possibile che qualcuno precipiti di colpo dal numero cento al numero uno, senza passare per ciascun numero, come per i gradini di una scala, fino all'ultimo, e che cambiano tanti corpi quante dimore hanno cambiato dal cielo alla terra.» Offre un esempio: «Immagina qualcuno di grado tribunitizio degradato per propria colpa, attraverso ciascun grado della cavalleria fino al titolo di recluta — un tribuno diventa forse immediatamente recluta? No, ma prima diventa primicerio, poi senatore, poi centurione, poi capopattuglia, poi circitore, poi cavaliere, poi recluta.» Ma questi sono i deliri di Pitagora e di Origene.


La scala come simbolo della Provvidenza divina

Dico dunque con Teodoreto, Aben Ezra, gli Ebrei e Pererio, che questa scala è, in primo luogo, simbolo della provvidenza e del governo divino; per questo Dio vi si appoggia, come causa prima e primo motore di tutte le cose, che comanda al tempo di procedere dall'eternità e, rimanendo Egli stesso stabile, dà a tutte le cose il loro moto.

In secondo luogo, gli angeli salgono e scendono come ministri ed esecutori della provvidenza di Dio, ai quali Dio assegna individualmente a ciascuno i propri compiti.

In terzo luogo, questa scala si estende dal cielo alla terra, perché Dio governa le cose inferiori per mezzo delle superiori, e gli uomini per mezzo degli angeli.

In quarto luogo, i due lati della scala sono la soavità e la fortezza; Dio infatti, governando il mondo con la sua sapienza, giunge da un capo all'altro con forza e dispone tutte le cose con soavità.

In quinto luogo, i vari gradini della scala sono i vari modi della provvidenza di Dio, e le varie specie e perfezioni delle cose che ne derivano.

Così Omero nell'Iliade, libro 8, descrive e rappresenta la provvidenza divina mediante una catena d'oro, calata da Giove dal cielo sulla terra, con la quale Giove comprende, vincola e attrae a sé tutte le cose.


Le tre consolazioni di Dio per Giacobbe

In secondo luogo, più propriamente e particolarmente, Diodoro di Tarso insegna che gli angeli discendenti significano la felice partenza di Giacobbe verso la Mesopotamia, e quelli ascendenti il suo felice ritorno in Palestina. Dio volle infatti con questa visione consolare e incoraggiare Giacobbe, il quale, abbandonando i genitori e odiato dal fratello, fuggiasco, esule e solitario, triste e ansioso, dormiva qui duramente sulla roccia, come a dire: Non rattristarti, non temere, o Giacobbe. So che tre cose ti gravano e ti angustiano: la patria, i genitori, il fratello; a queste oppongo tre cose che ti consolino — la scala, Dio e gli angeli.

In primo luogo, hai lasciato la patria e come straniero ti dirigi verso una terra estranea: ma guarda la scala, che ti apre il cielo, che ti mostra la via preparata per te verso il cielo; in secondo luogo, hai abbandonato i genitori e come fuggiasco vai verso gente sconosciuta in Mesopotamia: ma sappi che Dio dirige questo tuo viaggio, ti è vicino, ti guida, ti protegge, e parimenti con il suo aiuto ti benedirà e ti arricchirà; in terzo luogo, sei odiato dal fratello e viaggi solo: ma sappi che gli angeli sono tuoi compagni e guide, che ti condurranno sano e salvo in Mesopotamia e ti ricondurranno incolume dai tuoi genitori in Canaan. Che questo sia il senso letterale risulta da ciò che segue, che narra come queste cose accaddero a Giacobbe esattamente in questo modo.


Moralità: La cura di Dio per i suoi

Moralmente: Si noti qui che Dio si prende cura dei suoi, specialmente di coloro che si distinguono per virtù e degli eroi come Giacobbe, con tanta cura per mezzo di Sé stesso e per mezzo degli angeli, come se fosse tutto dedito a loro e non si occupasse di null'altro nel mondo intero, secondo il Cantico dei Cantici 2,16: «Il mio Diletto è mio e io sono suo.» Dove San Bernardo, nel sermone 68 sul Cantico dei Cantici, dice: «È dunque quella maestà così intenta a costei, su cui grava il governo dell'universo, e la cura dei secoli è trasferita ai soli affari, anzi agli ozi dell'amore? Proprio così. Tutte le cose infatti sono per gli eletti.» Non neghiamo dunque la provvidenza di Dio verso le altre creature, ma la sposa sola rivendica per sé la cura speciale di Dio.

Tale fu la Beata Vergine, che in questa scala è il gradino più alto, sul quale Dio si appoggia, come dirò tra poco. Per questo San Tommaso, II-II, Questione 103, articolo 4, risposta alla 2ª obiezione, insegna che ella dev'essere venerata sopra gli altri santi con l'iperdulia, perché, dice, con la sua cooperazione si avvicinò più di ogni altro ai confini della divinità; nell'Incarnazione di Cristo fece infatti tutto ciò a cui poteva estendersi la forza della natura, e quando questa venne meno, subentrò la divinità, per completare da sola la sostanza stessa dell'opera.


Che cosa significa la scala allegoricamente?

Si domanda in secondo luogo: che cosa significa allegoricamente questa scala di Giacobbe?

Eustazio risponde che questa scala significa la croce di Cristo. Così anche Sant'Agostino, nel sermone 79: Il Signore, dice, appoggiato alla scala è Cristo pendente dalla croce; di là prese la sposa, cioè si unì la Chiesa. Appropriatamente; la croce è infatti una scala e una via per la quale Cristo e tutti i cristiani sono saliti e ogni giorno salgono in cielo.

Così leggiamo nel martirio delle Sante Perpetua e Felicita, il 7 marzo, il cui coraggio Sant'Agostino celebra nel Salmo 47 e spesso altrove, che esse ricevettero da Dio un presagio e un segno del loro martirio attraverso una scala. Quando infatti erano tenute prigioniere in carcere, Santa Perpetua vide in visione una scala d'oro che si estendeva dalla terra al cielo, ai cui gradini erano affisse molte spade, ed erano acutissime, così che sembrava che nessuno potesse salirvi senza grave ferita. In basso c'era un dragone orribile che voleva impedire a chiunque di salire. Vide poi Saturo (che era uno dei suoi quattro compagni, i quali furono tutti coronati dal martirio insieme con lei nell'anno del Signore 205) salire la scala con grande coraggio, ed esortare gli altri a seguirlo intrepidamente e a non temere il dragone, perché non poteva fermarli. Si svegliò poi e narrò questa visione ai compagni, i quali tutti resero grazie a Dio. Compresero infatti di essere chiamati al martirio; quella scala infatti, irta di tanti coltelli e spade, era il mezzo con cui Dio voleva condurli gloriosamente in cielo, e il dragone infernale non poteva impedire il loro cammino e la loro ascesa.


La scala dell'Incarnazione

Ma più appropriatamente e genuinamente, Diodoro, Vatablo e Ruperto ritengono che lo Spirito Santo rappresentò per mezzo di questa scala l'Incarnazione del Verbo, cioè la generazione di Cristo, che sarebbe nato da Giacobbe e sarebbe disceso attraverso vari gradini, cioè generazioni e progenitori, dei quali l'ultimo è Giuseppe con la Beata Vergine, e il più alto è Adamo, che fu direttamente e immediatamente creato da Dio.

In secondo luogo, i due lati della scala sono la misericordia e la verità, ossia la fedeltà di Dio riguardo al Messia promesso; queste due infatti fecero sì che il Verbo discendesse verso di noi e assumesse la nostra carne.

In terzo luogo, questa scala tocca la terra, perché il Verbo si è incarnato sulla terra e l'ha benedetta con il suo tocco dell'Incarnazione; e tocca il cielo, perché Cristo, che si è incarnato, è il Figlio di Dio, cioè Dio-uomo: Cristo infatti congiunse in Sé le cose celesti alle terrene, le infime alle somme, e così Dio all'uomo. Per questo Egli stesso dice: «Nessuno sale in cielo se non Colui che è disceso dal cielo»; Egli dunque è la nostra scala, per la quale saliamo a Dio: nessuno infatti viene al Padre se non per Cristo.

In quarto luogo, gli angeli discendono per annunciare agli uomini questo mistero dell'Incarnazione; gli stessi salgono per portare in alto a Dio gli ardenti desideri e le preghiere dei Patriarchi. Per questo il Beato Pietro Crisologo, nel sermone 3 Sull'Annunciazione, chiama l'Incarnazione l'affare di tutti i secoli, poiché in esso ogni età si adoperò, e attraverso gli angeli si trattò con Dio con ardore riguardo a questo rimedio comune del mondo, finché nella casa della Vergine fu portato a compimento l'affare celeste.

In quinto luogo, i gradini di questa scala sono le varie virtù di Cristo, e specialmente quattro, cioè: 1. l'umiltà nella nascita; 2. la povertà nella mangiatoia; 3. la carità nel corso della vita; 4. l'obbedienza nella passione: questa è la via verso il cielo, camminate in essa.

Infine, la Beata Vergine è chiamata Scala di Giacobbe nelle sue Litanie; e così la chiama San Bernardo (o chiunque sia l'autore) nel suo sermone Sulla Beata Maria, pagina 394: «Essa» dice «è la scala, il roveto, l'aia, la stella, la verga, il vello, il talamo, la porta, il giardino, l'aurora. Essa è infatti la Scala di Giacobbe, che ha dodici gradini tra due lati. Il lato destro è il disprezzo di sé fino all'amore di Dio; il sinistro è il disprezzo del mondo fino all'amore del Regno. Le ascensioni di questa scala sono i dodici gradi di umiltà. Il primo è l'odio del peccato; il secondo, la fuga dalla trasgressione; il terzo, il timore dell'odio; il quarto, in tutte queste cose sottomettersi al Creatore; il quinto, obbedire al superiore; il sesto, obbedire all'uguale; il settimo, servire l'inferiore; l'ottavo, essere soggetto a se stesso; il nono, meditare costantemente il proprio fine; il decimo, temere sempre le proprie opere; l'undicesimo, confessare umilmente i propri pensieri; il dodicesimo, in tutto muoversi per la mano, il cenno e la volontà del Signore. Per questi gradini salgono gli angeli, e innalzano gli uomini. Così si dispongono nel cuore le ascensioni, progredendo gradualmente e salendo passo dopo passo. Così nella casa del Padre raggiungono luminose dimore. Questi sono i dodici Apostoli, che seguono nel deserto le orme di Gesù Cristo.»


La scala della perfezione

Da qui, in secondo luogo, San Basilio, commentando il Salmo 1, dice: La scala è l'ascesa alla perfezione; la sua cima è la carità; i suoi gradini sono i dieci gradi della rinuncia, dei quali il primo è rinunciare alle cose terrene, così da dire con gli Apostoli: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa»; il secondo, dimenticare le medesime cose, Salmo 44: «Ascolta, figlia, ecc., e dimentica il tuo popolo»; il terzo, odiare e aborrire le medesime cose come sterco; il quarto, spogliarsi dell'amore dei genitori e dei parenti; il quinto, odiare la propria anima per Cristo, così da non preoccuparsi affatto della propria vita, anche se dovesse avere la sentenza di morte, dice San Basilio; il sesto, rinnegare il proprio giudizio e la propria volontà; il settimo, mortificare sempre i propri desideri, per adempiere quel detto di Cristo: «Rinneghi se stesso e prenda la sua croce ogni giorno»; l'ottavo, seguire Cristo e imparare da Lui, perché è mite e umile di cuore; il nono, amare costantemente ed efficacemente il prossimo, anche i nemici; il decimo, nel quale il Signore fu visto, è aderire a Dio ed essere uniti a Lui in un solo spirito. Così dice Pererio.


Che cosa significa la scala simbolicamente?

Si domanda in terzo luogo: che cosa significa questa scala simbolicamente?

Filone risponde nel suo libro Sui sogni: La scala, dice, è l'anima; la sua base è il senso e l'appetito delle cose terrene; la sua cima è la mente purissima, che sale a Dio attraverso i gradini della contemplazione, così come, al contrario, la base suddetta discende alla terra e alle cose terrene attraverso i gradini delle concupiscenze. L'uomo badi dunque a non discendere seguendo la base, ma piuttosto a salire guardando alla propria cima.

In secondo luogo, lo stesso Filone dice: La scala è l'incostanza di questa vita, nella quale alcuni sono precipitati dal più alto al più basso, e altri sono innalzati dal più basso al più alto, e ciò per volere e volontà di Dio, che, appoggiandosi a questa scala, la regge e la dirige. Così Pittaco, citato da Eliano, libro 2, fece della scala un'immagine della fortuna e della vicissitudine, della felicità e dell'infelicità; i fortunati infatti salgono sulla ruota della fortuna, e gli sfortunati scendono. Ma queste sono nozioni filosofiche e non riguardano il pensiero dello Spirito Santo in questo passo.


Che cosa significa la scala tropologicamente?

Si domanda in quarto luogo: che cosa significa questa scala di Giacobbe tropologicamente?

Tertulliano risponde alla fine del libro III Contro Marcione: Questa scala è la via per la quale i giusti dispongono ascensioni nel loro cuore verso il cielo. Lo stesso suggerisce lo Spirito Santo, Sapienza 10,10, dove, parlando di questo nostro Giacobbe e della visione di questa scala celeste, dice così: «Essa (la sapienza) guidò il giusto, che fuggiva dall'ira del fratello, per vie diritte, e gli mostrò il regno di Dio.» Per questo Barlaam disse a Giosafat: «Le virtù sono, per così dire, certe scale del cielo», come attesta il Damasceno nella sua Storia, capitolo 20. I due lati di questa scala sono la fede e le opere; ovvero la Parola di Dio e i sacramenti; ovvero «sopporta e astieniti» — le quali due parole, se qualcuno le osserva, vivrà una vita tranquillissima e santissima, senza peccato, come soleva dire Epitteto.

I gradini sono le ascensioni delle varie leggi e virtù; inoltre questi gradini appartengono agli incipienti, ai proficienti e ai perfetti, ai quali Dio al vertice si unisce, e nei quali si compiace e abita. Gli angeli che salgono verso Dio, dice San Gregorio, nel libro V dei Moralia, e sulla sua scia San Tommaso, II-II, Questione 181, ultimo articolo, significano la vita contemplativa; quelli che discendono verso le cose umane significano la vita attiva.

Perciò Alcázar appropriatamente intende per questi angeli gli Apostoli e gli altri predicatori del Vangelo, che effondono sugli uomini mediante la predicazione la sapienza che attinsero da Dio nella meditazione. Affinché dunque il predicatore predichi rettamente, deve prima salire a Dio in cielo mediante la meditazione, per attingere da Lui ciò che deve dire. Giacobbe vide dunque in questi angeli una prefigurazione della sua discendenza e dei suoi posteri, cioè gli araldi del Vangelo, che sarebbero nati da Cristo suo discendente, i quali avrebbero insegnato agli uomini la scienza dei Santi, che perciò si dice che Dio abbia dato e rivelato a Giacobbe, Sapienza 10,10.


La scala come regola della vita religiosa

Qui si inserisce anche la spiegazione di Zenone, Vescovo di Verona, il quale ritiene che questa scala significhi i due Testamenti, che attraverso certi gradini di osservanza conducono l'uomo dalla terra a Dio. Gli angeli discendenti sono gli uomini che decadono dalle cose spirituali a quelle mondane, e che, nutriti un tempo di porpora, ora abbracciano lo sterco; quelli ascendenti invece sono gli uomini giusti, che dispongono nel loro cuore le ascensioni, cercando le cose che sono in cielo e non quelle che sono sulla terra.

Ma perché qui nessuno si ferma? San Bernardo risponde, nell'epistola 253, perché in questa via, tra il progresso e il regresso, non c'è via di mezzo; come su una ruota che gira, chi vi siede non può fermarsi, ma deve necessariamente o salire o scendere. O monaco, credi di aver faticato abbastanza, non vuoi progredire: è necessario che tu regredisca; ciò che trascuri qui non potrai recuperarlo per tutta l'eternità. Come la formica dunque accumula meriti in questa vita, affinché per essi tu viva, e viva gloriosamente, nella vita eterna che ti attende; «qualunque cosa la tua mano è in grado di fare, opera con sollecitudine»; quanto gioirai nell'eternità per questo breve tempo ben speso!

Infine San Bernardo, nel sermone sul testo Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa: La scala, dice, è la disciplina della vita Religiosa, ovvero la regola dell'Ordine, ad esempio quella per la quale il diletto di Dio, Benedetto, salì al cielo; i due lati sono l'umiltà della mente e l'austerità della vita; i gradini sono le varie regole e gli atti di virtù. La scala infatti, essendo stretta, significa la via stretta della disciplina che conduce al cielo. Infatti, come dice Sant'Agostino nelle Sentenze, Sentenza 19: «Stretta è la via che conduce alla vita, e tuttavia non vi si corre se non con il cuore dilatato; perché il cammino delle virtù per il quale camminano i poveri di Cristo è ampio per la speranza dei fedeli, anche se è stretto per la vanità degli infedeli.» Sant'Antonino nella Summa Theologica, parte III, titolo 26, capitolo 10, § 11: Il bene della vita Religiosa, dice, fu significato da quella nobile scala di Giacobbe, i cui gradini non sono altri che quelli della lettura, della meditazione, della mortificazione e di simili esercizi di cui è composta la vita Religiosa. Su questa scala salgono gli angeli, per offrire queste opere a Dio; e scendono, per portare a loro volta alle anime religiose i vari doni e benefici dello Sposo. E Dio vi si appoggia, perché sulla sua grazia e sul suo aiuto si fondano tutti i nostri sforzi, che, tenuti da Lui, non possono cadere; ed Egli stesso è il sostegno di coloro che salgono, e per coloro che giungono alla fine è il premio. Per questo di essa si dice veramente: «Questo non è altro che la casa di Dio e la porta del cielo.»

Così San Romualdo, come è riferito nella sua Vita, dalla visione di una scala che dalla terra più profonda giungeva con la sua cima al cielo, per la quale contemplava monaci in vesti bianche salire e scendere, riconobbe mirabilmente che era significata la perfezione della vita Religiosa e il suo abito. Perciò chiese e ottenne quel medesimo luogo da un nobiluomo, suo signore, di nome Maldulo, e vi edificò il monastero principale del suo Ordine, nell'anno del Signore 1009, che da allora fu chiamato Camaldoli, quasi «campo di Maldulo»; è situato presso Firenze sull'Appennino, fiorente ormai da seicento anni per l'abbondanza di santi eremiti, vale a dire angeli terrestri.

Così Sant'Antonino, trattando della morte di San Domenico: Il Priore di Brescia, dice, nella stessa ora in cui San Domenico morì, vide un'apertura nel cielo, attraverso la quale furono calate due scale candidissime: la Beata Vergine ne reggeva una, Cristo l'altra; e gli angeli salivano e scendevano; e in cima a ciascuna scala era posta una sedia, e uno vi sedeva che somigliava a un Frate Predicatore (era San Domenico), con il volto velato, come se andasse verso il cielo; e Cristo e sua madre traevano le scale in alto, insieme alla sedia e a colui che vi sedeva, e allora l'apertura si chiuse. Con questa visione fu significata la via per la quale San Domenico passò al regno celeste, vale a dire che un segno certo di predestinazione, e una via certa verso il cielo, è sia la regola sia la vita Religiosa, che San Domenico e gli altri fondatori di Ordini istituirono per ispirazione di Dio; e anche la radice e la sorgente di questa vita, cioè l'imitazione seria, il culto, e di conseguenza l'aiuto e il patrocinio della Beata Vergine. Per questo la Beata Vergine è chiamata dai Padri, e nelle Litanie lauretane, porta e scala del cielo.


Che cosa significa la scala anagogicamente?

Si domanda in quinto luogo: che cosa significa questa scala anagogicamente? Rispondo: Questa scala rappresenta le varie sedi, gradi e cori dei Santi e degli angeli nei cieli. Gli angeli discendono quando sono inviati a custodire gli uomini; salgono quando ritornano, e collocano le anime dei giusti nei gradi di questa scala, cioè nelle sedi degli angeli che caddero e divennero demoni. Anche il Sapiente vi allude, al capitolo 10, versetto 10, come ho detto sopra.

Perciò ai Santi che lottano in questa vita è stato frequentemente mostrato il loro posto nel cielo, la loro corona, come a Santo Stefano, ai Quaranta Martiri la cui memoria si celebra il 9 marzo, a San Nicola da Tolentino, a San Francesco, a San Vitale. Vitale infatti, quando era costretto dai persecutori a negare Cristo, lo confessava con ancor maggiore audacia; per questo fu torturato con ogni genere di tormento, così che non c'era luogo sul suo corpo senza ferita. Ma il Martire, sopportando le sofferenze con animo forte, effondendo preghiere ardentissime, disse: «Signore Gesù Cristo, mio Salvatore e mio Dio, comanda che il mio spirito sia accolto; perché ormai desidero ricevere la corona che il tuo santo angelo mi ha mostrato.» Detto ciò, volò in cielo; ne sono testimoni Sant'Ambrogio e San Girolamo, Esortazione alle vergini. Giustamente dunque lo stesso Girolamo, nell'epistola a Giuliano, volume I: «Giacobbe vide» dice «la scala, e il Signore appoggiato ad essa dall'alto, per porgere la mano agli stanchi, per spronare alla fatica coloro che salivano con il proprio sguardo.»


Versetto 13: La terra sulla quale dormi

13. LA TERRA SULLA QUALE DORMI — tutta la terra di Canaan. TI DARÒ E ALLA TUA DISCENDENZA. — «Ti» cioè alla tua discendenza: il «e» qui è esegetico, ossia un segno di spiegazione, e significa «cioè».


Versetto 14: In te saranno benedette tutte le tribù

14. IN TE E NELLA TUA DISCENDENZA SARANNO BENEDETTE TUTTE LE TRIBÙ DELLA TERRA. — «In te», in quanto origine e capostipite; ma «nella tua discendenza», cioè per mezzo di Cristo che nascerà da te, saranno prossimamente e immediatamente benedette, cioè dotate di giustizia, grazia e salvezza, tutte le tribù della terra, vale a dire quelle che riceveranno Cristo, crederanno in Lui e Gli obbediranno.


Versetto 15: Sei benedizioni promesse a Giacobbe

15. FINCHÉ NON AVRÒ COMPIUTO — cioè fino a quando non avrò completato. Si notino qui sei immensi beni che Dio promette al suo servo Giacobbe, triste e afflitto. Il primo è: «La terra sulla quale dormi, la darò a te»; il secondo: «La tua discendenza sarà innumerevole, come la polvere della terra»; il terzo: «In te saranno benedette tutte le tribù della terra»; il quarto: «Sarò il tuo custode dovunque andrai»; il quinto: «Ti ricondurrò in questa terra»; il sesto: «Non ti abbandonerò finché non avrò compiuto tutto ciò che ho detto.»


Versetto 17: Quanto è terribile questo luogo

17. E TREMANDO — pervaso da sacro timore, orrore e riverenza. QUANTO È TERRIBILE! — quanto è sacro, con quanta riverenza, tremore e umiltà è da venerarsi questo luogo, per la presenza di Dio e degli angeli che salgono e scendono per la scala!

QUESTO NON È ALTRO CHE LA CASA DI DIO — dove cioè Dio si appoggia alla scala e abita con i suoi angeli che salgono e scendono. Il Caldeo traduce: Quanto è terribile questo luogo! Non è un luogo comune, ma un luogo nel quale c'è il beneplacito davanti a Dio, e di fronte a questo luogo c'è la porta del cielo.

Si veda qui come, dal tempo di Giacobbe e di Abramo, Dio abbia illustrato certi luoghi con la sua apparizione, i suoi benefici e i suoi miracoli, e abbia voluto esservi adorato e invocato. Perché dunque i Novatori protestano contro la Beata Vergine di Loreto, di Halle, di Aspricollis?

Tertulliano, nel suo libro Sulla fuga, ritiene che Giacobbe in questa visione vide Cristo, che è la casa di Dio e al tempo stesso la porta per la quale entriamo in cielo, e che con queste sue parole intese e significò ciò.

E LA PORTA DEL CIELO — perché cioè di là vidi uscire gli angeli, quando scendono per la scala; e rientrare, quando per essa salgono verso Dio.

Allegoricamente, la Chiesa è Betel, cioè casa di Dio e porta del cielo: perché in essa, come nella sua propria casa, Dio abita per la sua presenza, sia spirituale sia reale e corporale nell'Eucaristia; e perché nella Chiesa sono i meriti di Cristo (di cui Giacobbe fu progenitore e tipo), per i quali la porta del cielo fu dischiusa.

Così dice Ruperto. Si veda Gaetano. Se dunque questo luogo e questa pietra furono così augusti e terribili, che cosa sarà la Chiesa dei cristiani, nella quale non un'ombra, cioè l'arca dell'alleanza, è custodita, come si faceva nel tabernacolo di Mosè, ma l'Onnipotente stesso, il Creatore di tutte le cose, sotto il candido velo dell'augustissimo Sacramento, quasi in una nube, veramente abita? San Giovanni Crisostomo dice bene, nell'omelia 36 sulla I Lettera ai Corinzi: «La Chiesa» dice «è il luogo degli Angeli, il luogo degli Arcangeli, il regno di Dio, il cielo stesso; e se non lo credi, guarda a questa mensa», cioè l'altare.


Versetto 18: Lo eresse come stele

18. LO ERESSE COME STELE — quella pietra, ossia quel sasso sul quale aveva dormito, Giacobbe lo sollevò e lo pose in piedi, affinché fosse monumento della visione e dell'apparizione che gli era stata fatta.

Nota: «Titolo» (titulus) si usa in quattro sensi e significa quattro cose. Primo, il titolo è l'iscrizione di una cosa, come il titolo di un libro, il titolo della croce; secondo, il titolo è una colonna o piramide eretta come trofeo di vittoria, o di un'impresa notevole; terzo, il titolo è una statua, un'immagine o un idolo eretto per il culto e l'adorazione, come il titolo proibito in Levitico 26,1; quarto, il titolo è un pezzo di legno, pietra o altra cosa, posta o eretta come memoria e indicazione di qualche evento, ad esempio la visione angelica fatta qui a Giacobbe. Giacobbe eresse infatti questa pietra come stele, affinché al ritorno da Carran nella patria, nello stesso luogo, ricordasse e venerasse questo beneficio di Dio, come consta che fece nel capitolo 35, versetto 5.

Da qui egli consacrò la medesima pietra anche come altare, come risulterà dall'ultimo versetto; per cui questa stele significa non solo un monumento, ma anche un altare. E da qui i primi cristiani, seguendo l'esempio di Giacobbe, chiamarono le loro chiese «titoli» (tituli), dal titolo, cioè dal segno della croce, e dal titolo, cioè dal nome di qualche Santo, in onore del quale erano intitolate, cioè nominate, consacrate e distinte — come il titolo di Santa Prassede è la chiesa di Santa Prassede; il titolo di San Lorenzo è la chiesa di San Lorenzo. Questo modo di dire è frequente nelle Vite dei primi Pontefici. Così dice Giacomo Gretsero, nel libro II Sulla Croce, capitolo 7. E da questi titoli i Cardinali trassero i loro titoli e cognomi, come insegna Girolamo Plato nel suo libro Sulla dignità dei Cardinali, capitolo 2.


Versetto 18: Versando olio sopra di essa

VERSANDO OLIO SOPRA DI ESSA — come segno di consacrazione, dice l'Abulense, perché le cose consacrate vengono unte con olio. Questa effusione di olio non fu dunque una libazione o un sacrificio; in nessun luogo infatti leggiamo che il solo olio fu offerto come libazione o sacrificio a Dio. E così Giacobbe, svegliatosi al mattino da questa visione divina, portò l'olio dalla vicina città di Luza, che fu poi da lui chiamata Betel, dice l'Abulense, e con esso unse la pietra sulla quale una visione così mirabile gli era accaduta durante il sonno, e ungendola la consacrò, per così dire, a Dio. Per cui in seguito si servì di essa come di un altare consacrato, e vi sacrificò, come risulta dal capitolo 35, versetto 7.

Così, seguendo l'esempio di Giacobbe, la Chiesa dedica e consacra a Dio altari e templi con la sacra unzione, il cui significato morale si veda in San Bernardo, nel sermone Sulla Dedicazione della Chiesa. Inoltre, con un'unzione simile, dice Teodoreto, le pie donne sono solite ungere le teche dei Martiri, per attestare sia la loro santità sia la propria devozione verso di loro. Da cui anche il demonio, come scimmia di Dio e dei Santi, imitò questa unzione nei suoi riti sacri, quando persuase i suoi seguaci a ungere e consacrare pietre a Termine. Così dice Sant'Agostino, nel libro XVI della Città di Dio, capitolo 38.

Allegoricamente, Sant'Agostino nello stesso luogo ritiene che qui sia significato Cristo e il Crisma dei cristiani: Cristo è infatti la pietra angolare della Chiesa, Efesini 2,20, che unge ed è unto con l'olio dell'esultanza sopra i suoi compagni.


Significato tropologico dell'olio

Tropologicamente, l'olio è simbolo delle grazie e delle virtù, per le otto proprietà, analogie e somiglianze che possiede. Primo, l'olio ha la virtù di illuminare: è infatti nutrimento e alimento della luce e delle lampade; secondo, l'olio ha la virtù di condire i cibi, in modo utile per la salute e gradevole per il gusto; terza virtù dell'olio è galleggiare sopra gli altri liquidi; quarta è riscaldare le ferite e lenire i dolori: per questo infatti in Luca, capitolo 10, quel Samaritano fasciò le ferite di colui che i briganti avevano lasciato mezzo morto dopo averlo coperto di gravissime percosse, versandovi olio e vino; quinta è rallegrare il volto e ristorare le membra stanche e languide: da cui quel detto del Salmo 104: «Perché rallegri il suo volto con l'olio»; sesta è alleggerire le fatiche e diminuire i travagli, a cui si riferisce quel detto di Isaia 10: «Il giogo marcirà al cospetto dell'olio»; settima è rinvigorire e rafforzare il corpo e renderlo idoneo alla lotta e al combattimento, come si soleva fare tra gli atleti; ottava è ammorbidire e impinguare, secondo quel detto del Salmo 22: «Hai unto con olio il mio capo»; da cui, per la sua morbidezza e ricchezza, l'olio è solitamente simbolo di misericordia. Tutte queste cose è facile applicarle alla grazia e alle virtù.


Versetto 19: Lo chiamò Betel

19. E CHIAMÒ IL NOME DELLA CITTÀ BETEL, CHE PRIMA SI CHIAMAVA LUZA. — La città che prima si chiamava Luz o Luza, dall'abbondanza di noci o mandorle (luz in ebraico significa «noce»), dice San Girolamo nelle Questioni ebraiche, fu chiamata Betel da Giacobbe, cioè «casa di Dio», perché dormendo accanto ad essa, aveva visto Dio appoggiato alla scala.

Questa Betel non è Gerusalemme, né il monte Moria, come vorrebbero gli Ebrei, Lyrano e Gaetano; ma, come giustamente sostengono l'Abulense, Adriconio e altri, è una città distante più di diciotto miglia da Gerusalemme, situata nel territorio della tribù di Efraim, presso Sichem, nella quale, come anche in Dan, quasi ai confini estremi del suo regno, Geroboamo eresse i suoi vitelli d'oro affinché il popolo li adorasse, abusando a tale scopo dell'esempio di Giacobbe, che nel medesimo luogo aveva eretto questa pietra come stele; per cui questa Betel è chiamata dai Profeti, per antifrasi, Bet-Aven, cioè «Casa dell'idolo» o «dell'iniquità», come traduce Teodozìone, Osea 4,5 e 10.

Alcuni ritengono che vi fossero due Betel, una qui nella tribù di Efraim, l'altra nella tribù di Beniamino, presso Ai, di cui parla Giosuè 18,22. Ma Andrea Masio confuta ciò e dimostra che vi fu una sola e medesima Betel, situata nel territorio di Luza, così da essere a una certa distanza da Luza stessa, dalla quale tuttavia la stessa Luza veniva talvolta chiamata Betel. Quale di queste opinioni sia più vera, discuteremo in Giosuè 18 e Giudici 1.


Versetto 21: Il Signore sarà il mio Dio

21. IL SIGNORE SARÀ IL MIO DIO. — Il Signore era già ed era stato Dio di Giacobbe dalla nascita. Il senso dunque è, come se dicesse: Se Dio mi avrà dato cibo, vesti e un felice ritorno in patria, gli faccio voto e promessa che d'ora in poi lo onorerò con un culto speciale e maggiore di quello con cui lo ho onorato prima, vale a dire che gli darò le decime, sia per i sacrifici sia per qualsiasi altro suo culto; e che dopo il mio ritorno dalla Mesopotamia dedicherò questo luogo a Dio come altare e tempio o cappella: così infatti lo stesso Giacobbe spiega questo suo voto in ciò che segue, come giustamente osserva Gaetano.

Moralmente, Ruperto incalza sulle parole di Giacobbe, Se Dio sarà con me e mi darà pane, e dice: «Questo lo disse come un povero, e veramente un mendicante di Dio. Né c'è da meravigliarsi, poiché il re grandissimo Davide dice: Ma io sono mendico e povero. Un buon esempio dunque è stato provveduto a noi figli dai nostri padri, affinché, per quanto ricchi siamo, diciamo tutti, come mendicanti davanti alla porta della grazia divina: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, ecc., e riconosciamo che esso ci viene come dono di Colui che solo poté creare il nutrimento necessario del pane non meno per un re su un trono splendente che per una vedova seduta alla macina.» Inoltre Giacobbe chiede pane, non carne, non pernici. Perché, come insegna Gregorio di Nissa nel suo libro Sulla preghiera: «Ci è comandato di cercare ciò che è sufficiente a conservare la natura del corpo: Dà il pane, diciamo a Dio, non il lusso, non le delizie, non gli ornamenti d'oro, non lo splendore delle gemme, non i campi, non le prefetture delle nazioni, non le vesti di seta, non i divertimenti musicali, né qualsiasi cosa per la quale l'anima sia distratta dalla cura divina e superiore; ma il pane.» E più avanti: «Ciò che devi alla natura è poco; perché moltiplichi i tributi contro te stesso? Il ventre è un esattore perpetuo di tributi, ecc. Di' a Colui che trae il pane dalla terra, di' a Colui che nutre i corvi, che dà cibo a ogni carne, che apre la sua mano e ricolma ogni vivente di benedizione: Da Te ho la vita, da Te anche mi giunga il sostentamento della vita. Tu dà il pane, cioè fa' che io ottenga il cibo da giuste fatiche. Perché se Dio è giustizia, non ha da Dio il pane chi ha il cibo da cosa acquisita con frode e ingiustizia.»

Infine San Giovanni Crisostomo riflette, nell'omelia 54, su «e mi darà pane.» Giacobbe in realtà anticipò la preghiera che Cristo poi insegnò e stabilì, dicendo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»; il nutrimento del giorno, dice: non chiediamo dunque nulla di temporale da Lui. È infatti assai indegno chiedere a Colui che è così generoso e così eccellente per virtù quelle cose che si dissolvono nella vita presente e sono soggette a grande vicissitudine. Di questo genere sono tutte le cose umane, sia che si parli di ricchezze, sia di potenza, sia di gloria umana. Ma chiediamo sempre le cose che durano, che bastano, che non conoscono mutamento.


Versetto 22: Questa pietra sarà chiamata Casa di Dio

22. QUESTA PIETRA CHE HO ERETTO SARÀ CHIAMATA CASA DI DIO. — È una metonimia: il contenuto è posto per il contenente, come a dire: Il luogo in cui si trova questa pietra, per mia applicazione, destinazione e quasi consacrazione, sarà e sarà chiamato santo, e casa o dimora di Dio, e su questa pietra, come su un altare, sacrificherò a Dio. Così dicono il Caldeo, Gaetano, Lipomano e altri. Che questo sia il senso risulta dal capitolo 35, versetto 7; là infatti Giacobbe adempie questo suo voto, di ritorno da Carran, e su questa pietra, come su un altare, offre sacrificio a Dio.

TI OFFRIRÒ LE DECIME. — Da qui risulta chiaro, contro Calvino, che si può piamente e religiosamente fare voto di un'opera, anche di una che non è comandata da Dio; tale è infatti il dare le decime, di cui Giacobbe qui fa voto.