Cornelius a Lapide (Cornelius Cornelissen van den Steen, 1567–1637)
(I figli di Giacobbe e le verghe scortecciate)
Indice
Sinossi del Capitolo
Sette altri figli nascono a Giacobbe: onde egli, al versetto 25, pensa di ritornare in patria; ma è trattenuto dal suocero mediante un nuovo patto e un nuovo salario, nel quale egli raggira il suo suocero ingannatore, al versetto 37, con un giusto stratagemma attraverso la scortecciatura delle verghe: e così si arricchisce.
Testo della Vulgata: Genesi 30,1-43
1. Ora Rachele, vedendo di essere sterile, invidiò sua sorella, e disse a suo marito: Dammi dei figli, altrimenti morirò. 2. Giacobbe le rispose adirato: Sono io forse al posto di Dio, che ti ha privata del frutto del tuo grembo? 3. Ma ella disse: Ho la mia serva Bilha: entra da lei, affinché partorisca sulle mie ginocchia, e io possa avere figli da lei. 4. E gli diede Bilha in moglie: la quale, 5. essendo entrato da lei il marito, concepì e partorì un figlio. 6. E Rachele disse: Il Signore ha giudicato in mio favore, e ha ascoltato la mia voce, dandomi un figlio, e perciò chiamò il suo nome Dan. 7. E Bilha, concependo di nuovo, partorì un altro figlio, 8. per il quale Rachele disse: Dio mi ha messa a confronto con mia sorella, e ho prevalso: e lo chiamò Neftali. 9. Lia, accorgendosi di aver cessato di partorire, diede la sua serva Zilpa a suo marito. 10. E quando costei, dopo aver concepito, partorì un figlio, 11. disse: Felicemente! e perciò chiamò il suo nome Gad. 12. Anche Zilpa partorì un altro. 13. E Lia disse: Questo è per la mia beatitudine: poiché le donne mi diranno beata; perciò lo chiamò Aser. 14. E Ruben, uscendo nel campo al tempo della mietitura del grano, trovò delle mandragore, che portò a sua madre Lia. E Rachele disse: Dammi una parte delle mandragore di tuo figlio. 15. Ella rispose: Ti sembra poco avermi sottratto il marito, se non prendi anche le mandragore di mio figlio? Rachele disse: Che egli dorma con te questa notte in cambio delle mandragore di tuo figlio. 16. E quando Giacobbe tornava dai campi la sera, Lia gli uscì incontro. E disse: Verrai da me, perché ti ho preso a prezzo con le mandragore di mio figlio. E dormì con lei quella notte. 17. E Dio esaudì le sue preghiere: e concepì e partorì un quinto figlio, 18. e disse: Dio mi ha dato la mia ricompensa, perché ho dato la mia serva a mio marito, e chiamò il suo nome Issacar. 19. E Lia, concependo di nuovo, partorì un sesto figlio, 20. e disse: Dio mi ha dotata di una buona dote: anche questa volta mio marito starà con me, perché gli ho generato sei figli: e perciò chiamò il suo nome Zabulon. 21. Dopo il quale partorì una figlia, chiamata Dina. 22. Anche il Signore, ricordandosi di Rachele, l'esaudì e aprì il suo grembo. 23. E concepì e partorì un figlio, dicendo: Dio ha tolto il mio obbrobrio. 24. E chiamò il suo nome Giuseppe, dicendo: Il Signore mi aggiunga un altro figlio. 25. E quando Giuseppe fu nato, Giacobbe disse a suo suocero: Lasciami andare, affinché io ritorni nella mia patria e nella mia terra. 26. Dammi le mie mogli e i miei figli, per i quali ti ho servito, affinché io parta: tu conosci il servizio con il quale ti ho servito. 27. Labano gli disse: Possa io trovare grazia ai tuoi occhi: ho appreso per esperienza che Dio mi ha benedetto per causa tua: 28. fissa il tuo salario e io te lo darò. 29. Ma egli rispose: Tu sai come ti ho servito, e quanto grandi sono divenuti i tuoi possedimenti nelle mie mani. 30. Poco avevi prima che io venissi da te, e ora sei diventato ricco: e il Signore ti ha benedetto al mio arrivo. È giusto dunque che provveda anch'io alla mia casa. 31. E Labano disse: Che cosa ti darò? Ma egli disse: Non voglio nulla; ma se farai ciò che ti chiedo, pascerò e custodirò di nuovo i tuoi greggi. 32. Percorri tutti i tuoi greggi, separa tutte le pecore variegate e chiazzate: e tutto ciò che è scuro, macchiato e variegato, tanto fra le pecore quanto fra le capre, sarà il mio salario. 33. E domani la mia giustizia risponderà per me, quando verrà il tempo del nostro accordo davanti a te: e tutto ciò che non sarà variegato, macchiato e scuro, tanto fra le pecore quanto fra le capre, mi accuserà di furto. 34. E Labano disse: Mi è gradito ciò che chiedi. 35. E in quel giorno separò le capre e le pecore, i capri e gli arieti, che erano variegati e macchiati: ma l'intero gregge di un solo colore, cioè di vello bianco e nero, lo consegnò nelle mani dei suoi figli. 36. E pose una distanza di tre giornate di cammino fra sé e il suo genero, che pasceva il resto dei suoi greggi. 37. Allora Giacobbe prese verghe verdi di pioppo, di mandorlo e di platano, e in parte le scortecciò: e tolta la corteccia, nelle parti spogliate apparve il bianco: ma quelle rimaste intatte restarono verdi: e in questo modo il colore divenne variegato. 38. E le pose nei canali dove si versava l'acqua: affinché quando i greggi venissero a bere, avessero le verghe davanti agli occhi, e concepissero alla loro vista. 39. E avvenne che nel pieno ardore dell'accoppiamento, le pecore fissavano le verghe, e partorivano prole macchiata e variegata, cosparsa di diversi colori. 40. E Giacobbe separò il gregge, e pose le verghe nei canali davanti agli occhi degli arieti: ma tutto ciò che era bianco e nero apparteneva a Labano: e il resto a Giacobbe, tenendo i greggi separati. 41. Pertanto, quando le pecore precoci si accoppiavano, Giacobbe poneva le verghe nei canali dell'acqua davanti agli occhi degli arieti e delle pecore, affinché concepissero guardandole. 42. Ma quando era l'accoppiamento tardivo, e l'ultimo concepimento, non le poneva. E così la prole tardiva fu di Labano, e quella precoce di Giacobbe. 43. E l'uomo si arricchì oltremisura, e possedette molti greggi, serve e servi, cammelli e asini.
Versetto 1: Invidiò sua sorella
1. INVIDIÒ SUA SORELLA. — Tra fratelli e sorelle, se uno è preferito o eccelle sull'altro, facilmente sorge l'invidia. Inoltre, Rachele non era ancora santa, anzi non era ancora fedele; adorava infatti ancora gli idoli, come dirò al capitolo 31, versetto 19.
DAMMI DEI FIGLI. — Gli Ebrei pensano che Rachele alluda a Rebecca e Isacco, Genesi capitolo 25, versetto 21, come per dire: Fa' in modo, o Giacobbe, e ottieni con le tue preghiere che io diventi feconda, così come tuo padre pregando ottenne per tua madre Rebecca la discendenza, cioè te ed Esaù.
Versetto 2: Sono io forse al posto di Dio?
2. SONO IO FORSE AL POSTO DI DIO? — Sono io forse Dio, o esercito la funzione e il ruolo di Dio? Come a dire: Chiedi i figli a Dio, non a me. Così la parafrasi caldea. Mirabilmente e simbolicamente, Riccardo di San Vittore, nel libro intitolato Benjamin minor, spiega queste serve così: «Ciascuna delle due,» dice, «prese la propria serva — Lia prese Zilpa, Rachele prese Bilha — cioè l'affetto prese la sensualità, la ragione prese l'immaginazione. La sensualità serve l'affetto, l'immaginazione è ancella della ragione. E ciascuna di esse è riconosciuta come così necessaria alla propria padrona, che senza di loro il mondo intero sembrerebbe non poter conferire loro nulla. Infatti senza l'immaginazione la ragione non saprebbe nulla; senza la sensualità l'affetto non gusterebbe nulla. L'immaginazione dunque (come serva) corre avanti e indietro tra padrona e servo, tra la ragione e il senso: e tutto ciò che ha attinto esteriormente attraverso il senso della carne, lo rappresenta interiormente al servizio della ragione. Ma anche la sensualità si affaccenda ed è sollecita nel frequente servizio, ed è essa stessa sempre e ovunque pronta a servire la propria padrona Lia. È lei che abitualmente condisce e serve i cibi delle delizie carnali, e invita al loro uso prima del tempo opportuno, e provoca oltre misura,» ecc.
I Rabbini insegnano che Dio si riservò quattro chiavi. Primo, la chiave della pioggia, affinché la inviasse e la riversasse dai suoi tesori a suo piacimento, Deuteronomio 28,12. Secondo, la chiave della vita, cioè della generazione, come è evidente in questo passo. Terzo, la chiave del nutrimento, per scacciare la carestia, Salmo 145,16. Quarto, la chiave dei sepolcri, cioè della risurrezione, Ezechiele 37,12.
Versetto 3: Affinché partorisca sulle mie ginocchia
3. AFFINCHÉ PARTORISCA SULLE MIE GINOCCHIA — cioè affinché io riceva il figlio nato da lei, come dalla mia serva, come mio proprio, come le madri sogliono porre i loro figli sulle ginocchia, Isaia 66,12. Da ciò risulta chiaro che né Giacobbe, prendendo le serve come mogli, né le sue mogli, offrendogliele e dandogliele, peccarono per lussuria; ma fecero ciò per desiderio di una prole abbondante, che era la benedizione di quel tempo, promessa ad Abramo e alla sua discendenza. Giacobbe dunque chiese e ricevette una sola moglie, cioè Rachele: ma quando al suo posto fu sostituita Lia, fu costretto a sposare anche lei: una terza, cioè la sua serva, qui Rachele la aggiunge, essendo sterile, affinché almeno adottasse figli da lei; allo stesso modo Lia aggiunge una quarta, avendo ormai cessato di partorire, versetto 9. Così Sant'Agostino.
Versetto 6: Il Signore ha giudicato in mio favore (Dan)
6. IL SIGNORE HA GIUDICATO IN MIO FAVORE — come a dire: Ero con mia sorella in una sorta di lite e contesa: poiché gareggiai con lei per la prole e la fecondità, e fino ad ora, essendo sterile, le ero inferiore; ma ora mi sono innalzata sopra di lei, e Dio ha giudicato la causa in mio favore, cosicché non sono più considerata sterile ma feconda e prolifica, proprio come mia sorella. Perciò chiamò suo figlio Dan, cioè giudizio, ossia una causa giudicata in mio favore da Dio.
Versetto 8: Dio mi ha messa a confronto con mia sorella (Neftali)
8. DIO MI HA MESSA A CONFRONTO CON MIA SORELLA. — In ebraico è naphtule Elohim niphtalti, che il Caldeo rende: Dio mi ha confrontata, e sono stata confrontata; i Settanta: Dio mi ha accolta, e sono stata confrontata. Ma letteralmente si tradurrebbe: con lotte di Dio (cioè grandi e difficili: poiché le cose grandi si dicono «di Dio») ho lottato astutamente, e ho prevalso. È una metafora tratta dai lottatori, i quali con l'intrecciarsi delle membra, ora in una direzione, ora nell'altra, l'uno torce l'altro, per rovesciarlo e gettarlo a terra; il che è questione di astuzia e scaltrezza più che di forza e vigore. La radice patal infatti significa torcere, e farlo astutamente, come i lottatori sogliono agire con accortezza e inganno: perciò petil è chiamato un filo ritorto, e niphtal è chiamato fraudolento e ingannevole. Rachele dunque dice: Ho conteso e lottato, per così dire, con Lia per la fecondità e la gloria della prole, e ora l'ho astutamente vinta lei che non partorisce più, poiché con ingegno e scaltrezza ho sostituito la mia fertile serva al posto di me sterile presso mio marito: perciò chiamò suo figlio Neftali, come a dire, uno che lotta, che contende, e lo fa astutamente e con scaltrezza. Onde Giuseppe Flavio interpreta Neftali come «artificioso», cioè scaltro e astuto; Oleaster invece traduce «avviluppato», il che equivale allo stesso: poiché gli astuti sogliono avvolgere e celare i loro stratagemmi.
Versetto 11: Felicemente (Gad)
11. FELICEMENTE. — In ebraico è bagad, che può essere letto e tradotto in due modi: Primo, diviso come ba gad, cioè è venuta una schiera o un esercito, come a dire: Ho ormai generato tanti figli che posso formare con essi una schiera da battaglia: così il Caldeo e Aquila. Secondo, come un'unica parola, come generalmente leggono i codici ebraici: begad, cioè fortuna, fortunatamente, felicemente. Così i Settanta e il nostro traduttore. Onde anche Rabbi Salomone traduce: è venuta una stella buona, o un buon pianeta, come a dire: Mi ha sorriso un astro più benigno, e, come dice Seneca, un dono della Fortuna influente.
Nota: La parola ebraica Gad propriamente significa cinto, ossia equipaggiato per la battaglia, cioè un soldato o un esercito: di qui significa Marte, il dio e patrono della guerra; da ciò ancora significa fortuna. Infatti i Gentili credevano che Marte concedesse buona fortuna, vittoria e bottino ai soldati: e così per Gad, che è nell'ebraico, il nostro traduttore, Pagnino e gli Ebrei traducono fortuna, Isaia 65,11. Onde anche gli Arabi, secondo Aben Ezra, chiamano Gad Dio: così come i Cimbri e i Germani chiamarono Dio «God», dall'ebraico Gad, a quanto sembra (sebbene Goropio pensi che «God» sia detto come «goet», cioè buono): erano infatti bellicosi; e perciò adoravano come Dio Marte e la Fortuna, cioè Gad. Così dunque Lia chiamò questo figlio Gad, cioè buona fortuna, dice Teodoreto e Sant'Agostino, forse perché nella casa di Labano, suo padre, che era gentile e idolatra, aveva spesso visto Gad, cioè la Fortuna, nominata e forse adorata. Infatti molti Gentili adorarono la Fortuna come Dio.
Versetto 13: Questo è per la mia beatitudine (Aser)
13. QUESTO È PER LA MIA BEATITUDINE. — Ora infatti sono beata con un sesto figlio; ora non solo da me stessa, ma anche dalla mia serva Zilpa, così come mia sorella Rachele da Bilha, do prole a mio marito; e perciò sarò proclamata beata da tutti per i miei molti figli: di qui chiamò suo figlio Aser, cioè beato. A ciò allude la Beata Vergine Madre di Dio quando cantò: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata.» Poiché ciò che il Poeta cantò di Livia, moglie di Cesare Augusto, che fu madre di Druso e di Tiberio Cesare:
«Né vi è madre più fortunata della tua, che attraverso due parti diede tanti beni;»
ciò si applica con assai maggiore verità all'unico parto della Beata Vergine.
Versetto 14: Ruben trovò le mandragore
14. E RUBEN USCÌ. — Ruben aveva allora cinque anni: infatti tutti questi dodici figli, eccetto Beniamino, nacquero a Giacobbe da quattro mogli durante il secondo settennio di servitù, cioè sette anni dal matrimonio di Rachele e Lia. L'ultimo, Giuseppe, nacque alla fine di questo settennio, versetto 25. Pertanto, poiché Lia nei primi quattro anni di questo settennio partorì quattro figli a Giacobbe, cioè il primo Ruben, il secondo Simeone, il terzo Levi, il quarto Giuda, dopo il quale cessò di partorire: ne consegue che Ruben avesse già cinque anni. Infatti dopo ciò, Lia nuovamente nel sesto anno partorì Issacar, e nel settimo e ultimo anno di parto partorì Zabulon.
MANDRAGORE. — In ebraico è dodim, cioè mammelle, con le quali gli interpreti più recenti intendono i gigli. Ma assai meglio e più veracemente il nostro traduttore rende mandragore; le mandragore infatti hanno l'aspetto di mammelle. Secondo, sono odorose e belle. Terzo, inducono il sonno; perciò sono date a coloro che devono essere operati dai chirurghi, affinché non sentano il dolore dell'incisione. Quarto, da molti si dice che abbiano il potere di un filtro amoroso, dicono Dioscoride e Teofrasto. Quinto, promuovono la fecondità: stimolano infatti le mestruazioni, e così purgano e preparano l'utero al concepimento, dice Aristotele, libro 2 del De generatione animalium, ed Epifanio nel Filologo, capitolo 4.
Si obietterà: La mandragora è molto fredda; dunque ostacola il concepimento. Così Sant'Agostino, libro 22 Contro Fausto, capitolo 56, dove ritiene che le mandragore fossero ricercate da Rachele non per il concepimento, ma per la rarità del frutto e la gradevolezza del profumo. Risponde Levino Lemnio, nel suo libro Sulle erbe della Sacra Scrittura, capitolo 11, che la mandragora, essendo estremamente fredda, nelle regioni fredde e negli uteri freddi causa sterilità; ma nelle regioni calde e torride, quale è la Giudea e la Mesopotamia, dove abitavano Giacobbe e Rachele, produce fecondità, perché tempera e umetta il calore e la secchezza dell'utero. Si veda di più in Dioscoride, libro 6, capitolo 6, e in Mattioli nello stesso luogo.
Per queste ragioni dunque Rachele cercò questa mandragora e la acquistò da Lia, ma invano e senza risultato: poiché, come è chiaro da ciò che segue, rimase sterile per altri tre anni, dopo i quali fu resa feconda non dalle mandragore ma dalla potenza di Dio, sia naturale sia soprannaturale, e partorì Giuseppe.
Tropologicamente, San Cirillo, libro 11: La mandragora, dice — cioè mediante il sonno e la morte della croce — Cristo ristorò, guarì e rese feconda la Chiesa. Ancora, la mandragora odorosa è simbolo della buona fama, dice Sant'Agostino sopra; questa infatti deve essere ricercata e procurata da ciascuno.
Filone dice che la mandragora estende le sue radici sottoterra, somiglianti a un cadavere umano: perciò questa radice è chiamata da Pitagora anthropomorphon, e da Columella semi-uomo. Forse anche al tempo di Rachele c'erano impostori simili ai nostri, i quali dalla radice della mandragora (sebbene Mattioli ritenga che lo facciano non dalla mandragora ma dalla brionia), la quale ha l'aspetto di cosce e piedi umani, intagliano piccole figure, nelle quali, inserendo semi di miglio nei tagli più sottili, fanno crescere piccole radici simili a capelli umani, e poi le vendono a gran prezzo, come se queste fossero state esseri animati sottoterra, che essi avrebbero estratto a rischio della vita sotto il patibolo, e che possedessero rare e occulte virtù — ad esempio, di rendere feconda la sterile; cosicché per questa credenza Rachele le cercasse tanto avidamente.
Versetto 16: Verrai da me (Issacar)
16. VERRAI DA ME. — Giacobbe era solito, per amore di pace e di equità, distribuire le notti tra le singole mogli; e poiché quella notte spettava a Rachele, ella cedette il proprio diritto a Lia in cambio delle mandragore: a questo prezzo infatti Lia sembrò comprarsi il marito dalla sorella per quella notte, secondo l'antico costume, di cui ho trattato al capitolo 29, versetto 18. Così Sant'Agostino. E di qui chiamò la prole Issacar, quasi ies sachar, cioè c'è una ricompensa, vale a dire delle mie mandragore che vendetti a Rachele, o piuttosto la ricompensa della mia carità e generosità, con la quale diedi la mia serva a mio marito, come dice Lia stessa. Inoltre, propriamente e semplicemente Issacar equivale a sachar, cioè ricompensa. Infatti lo Yod aggiunto e premesso ai nomi propri è di solito un elemento eemantico, ossia formativo del nome, come appare in Ismaele, Isacco, Giacobbe, Geova, ecc. Così i Settanta, San Girolamo, Giuseppe Flavio.
Versetto 20: Zabulon
20. ZABULON. — Zabulon equivale a dimora, ovvero chi coabita, come a dire: Per i tanti figli da me generati, mio marito mi amerà e dimorerà con me lietamente e stabilmente.
Versetto 23: Dio ha tolto il mio obbrobrio
23. IL MIO OBBROBRIO — la mia sterilità, che allora era vergogna e disonore.
Versetto 24: Il Signore mi aggiunga (Giuseppe)
24. IL SIGNORE MI AGGIUNGA. — Rachele desidera che le venga aggiunto un secondo figlio; perciò da questo suo voto e desiderio chiama il figlio Giuseppe; Giuseppe dunque equivale ad aggiungente, ovvero crescente, come risulta dal capitolo 49, versetto 22.
San Cirillo, libro 11, offre l'allegoria di questi undici nomi dei Patriarchi. Per l'allegoria dell'intero capitolo, si veda Sant'Agostino, libro 22 Contro Fausto, capitoli 46 e seguenti.
Allegoria e simbolismo dei dodici nomi
Simbolicamente, Riccardo di San Vittore, nel suo libro Sui dodici Patriarchi, li interpreta come dodici pie disposizioni e virtù dell'anima. Ascoltiamolo:
«Il timore, che è l'inizio della sapienza, è la prima prole delle virtù. Chi desidera avere un tale figlio, consideri i mali che ha commesso, non solo diligentemente, ma anche frequentemente. Da tale considerazione nasce il timore, cioè quel figlio che giustamente si chiama Ruben, ossia figlio della visione. Perciò quando egli nasce, sua madre giustamente esclama: Dio ha visto la mia umiliazione; poiché allora si comincia veramente a vedere e a essere visti: a vedere Dio mediante lo sguardo del timore, a essere visti da Dio mediante lo sguardo della pietà.
»Nato il primo figlio, segue il secondo, poiché è necessario che al grande timore succeda il dolore. Ma Dio non disprezzerà un cuore contrito e umiliato, bensì lo esaudirà per la sua benignità; e perciò un tale figlio si chiama Simeone, ossia ascolto.
»Ma quale consolazione, chiedo, può esserci per i penitenti e per coloro che veramente piangono, se non l'unica speranza del perdono? Questo è quel terzo dei figli di Giacobbe, che perciò si chiama Levi, ossia aggiunto. Non "dato" ma "aggiunto" la parola divina chiama questo figlio, affinché nessuno, prima del timore e del degno dolore della penitenza, presuma sulla speranza del perdono.
»Ma come dopo il timore crescente di giorno in giorno sorse necessariamente il dolore, così parimenti dopo la speranza nasce l'amore. Questo è dunque il figlio che nasce al quarto posto, e si chiama Giuda, ossia colui che confessa, nella Sacra Scrittura. Poiché ciò che amiamo, lo lodiamo con la bocca e lo confessiamo con il cuore.
»A questi seguono Dan e Neftali, figli della serva di Rachele; e poiché mediante l'ufficio di Dan accusiamo, condanniamo e castichiamo i pensieri seduttori, giustamente lo chiamiamo Dan, ossia giudizio. Onde è scritto: Dan giudicherà il suo popolo. Se dunque egli custodisce bene questo suo popolo, se esercita diligentemente il suo giudizio, avverrà che nelle altre tribù raramente si troverà qualcosa che debba essere condannato.
»Neftali poi pone dinanzi agli occhi della mente l'immagine dei beni eterni; e poiché è solito convertire ogni natura riconosciuta delle cose visibili in un'intelligenza spirituale, giustamente si chiama Neftali, ossia conversione.
»Vedendo dunque che la sorella Rachele si rallegrava della prole adottiva, anche Lia fu spinta a dare la sua serva al marito; da lei nacquero Gad e Aser, cioè il rigore dell'astinenza e il vigore della disciplina. Gad dunque nasce per primo, poiché è più importante che prima siamo temperanti riguardo ai nostri beni, e poi forti nel tollerare i mali altrui. Per mezzo di Gad sono repressi i mali che sorgono interiormente; per mezzo di Aser sono respinti i mali che assalgono dall'esterno; onde si dice: Gad, cinto per la battaglia, combatterà davanti a lui.
»Questi sono Gad e Aser, che escludono la falsa gioia e introducono la vera gioia, e perciò dopo la loro nascita viene Issacar, che si interpreta come ricompensa. Quale altra ricompensa cerchiamo per tante e così grandi fatiche, se non la vera gioia?
»Dopo Issacar nasce Zabulon, che si interpreta come dimora della fortezza; poiché mediante la degustazione della gioia interiore si genera l'odio dei vizi e si acquista la forza della vera fortezza. Questo è Zabulon, che adirandosi è solito placare l'ira di Dio, che piamente infuriandosi contro i vizi degli uomini, quasi non risparmiandoli, meglio li risparmia.» Poi dimostra ciò con gli esempi di Mosè, Finees ed Elia.
Ma quanto è difficile conservare tutti questi figli di Giacobbe — virtù, dico, dell'anima — senza il discernimento! Ciò si può dedurre dal fatto che «senza di esso non possiamo né acquistare i beni dell'anima né conservare quelli già acquistati. Questo è dunque quel Giuseppe, che nasce sì tardi, ma è amato dal padre più degli altri: il quale sa non solo crescere con le virtù che crescono, avanzare con quelle che avanzano; ma anche dalle mancanze dei fratelli tendere al progresso, e dalle perdite altrui acquistare i guadagni della prudenza. Perciò è giustamente chiamato dal padre Giuseppe, ossia accrescimento, e figlio crescente; lui adorano il sole, la luna e le stelle, cioè il padre, la madre e i fratelli, poiché tutte le virtù onorano il discernimento come loro signora e guida.»
Beniamino chiude la fila dei fratelli, per sua madre vero Ben-oni, cioè figlio del dolore: poiché mentre egli nasce, ella muore, per l'angoscia del parto frequente e l'immensità del dolore nel partorire. Ma che cos'è la morte di Rachele, se non il venir meno della mente nella contemplazione? Non era forse morta Rachele allora, e ogni senso della ragione umana era venuto meno nell'Apostolo, quando diceva: Se nel corpo o fuori del corpo, non lo so; lo sa Dio. Nessuno dunque pensi di poter penetrare con il ragionamento fino allo splendore di quella luce divina; nessuno creda di poterla comprendere con la raziocinazione umana. È necessario che Rachele muoia, affinché nasca l'estatico Beniamino.»
Versetto 25: Lasciami andare
25. E NATO GIUSEPPE, GIACOBBE DISSE AL SUOCERO: LASCIAMI ANDARE — poiché ho ormai completato i quattordici anni di servitù con i quali mi sono obbligato verso di te per Rachele e Lia, capitolo 29, versetti 18 e 27.
Da ciò risulta che Giuseppe nacque alla fine del secondo settennio, cioè quando si compì il quattordicesimo anno dell'arrivo e del servizio di Giacobbe in Mesopotamia, ossia nella casa di Labano. Poiché infatti si era obbligato verso Labano per 14 anni di servitù, non poteva chiedere la libertà e il congedo se non al loro compimento; poiché dunque qui, alla nascita di Giuseppe, chiede subito il congedo, ne consegue che alla nascita di Giuseppe i 14 anni erano già compiuti; tuttavia Giacobbe rimase ancora sei anni presso Labano. Infatti, come segue, stipulò presto un nuovo patto con Labano, cosicché come fino ad allora aveva servito 14 anni per Rachele e Lia, così d'ora in poi avrebbe servito per una certa parte del gregge: e così dopo la nascita di Giuseppe servì Labano ancora sei anni, cioè in tutto 20 anni, come risulta dal capitolo 31, versetto 41.
Inoltre, Giuseppe nacque nell'anno novantuno di Giacobbe suo padre. Ciò risulta dal fatto che quando Giacobbe scese in Egitto e si presentò davanti al Faraone all'età di 130 anni, Genesi 47,9, Giuseppe aveva allora 39 anni; infatti Giuseppe, quando fu fatto governatore dell'Egitto dal Faraone, aveva 30 anni, Genesi capitolo 41, versetto 46; da quel momento seguirono subito sette anni di abbondanza, predetti da Giuseppe; e poi sette anni di carestia, nel secondo anno della quale Giacobbe scese in Egitto, capitolo 45, versetti 6 e seguenti. Giacobbe dunque scese in Egitto nel nono anno dopo l'ascesa al potere di Giuseppe, quando Giuseppe aveva 39 anni e Giacobbe ne aveva allora 130. Ora si sottraggano i 39 anni di vita di Giuseppe dai 130 anni di vita di Giacobbe, e si otterrà 91 come l'anno di Giacobbe in cui nacque Giuseppe. Da entrambi questi punti, ora esposti e dimostrati, segue manifestamente che Giacobbe aveva ottenuto la benedizione da Esaù e perciò era fuggito in Mesopotamia all'età di 77 anni (come dissi all'inizio del capitolo 27), poiché dopo 14 anni di arrivo e di servizio nella casa di Labano, ossia nel suo novantuno anno, gli nacque Giuseppe.
Versetto 27: Ho appreso per esperienza
27. HO APPRESO PER ESPERIENZA CHE DIO MI HA BENEDETTO PER CAUSA TUA — come a dire: Tu sei fortunato, e io sono fortunato per causa tua; tu hai portato la tua buona fortuna con te nella mia casa.
Nota: L'esperienza insegna che alcuni uomini sono fortunati, cosicché qualunque cosa facciano riesce prosperamente, e rendono persino fortunate le famiglie e i membri di quelle famiglie: onde sono chiamati «di buon piede», e dai Cartaginesi «Namphaniones», dice Sant'Agostino, Lettera 44; altri sono sfortunati, cosicché quasi tutto riesce loro infelicemente, anche se è stato preconepito e disposto con la massima prudenza. Perciò in guerra e nella scelta del comandante si esamina soprattutto se colui che si deve scegliere sia fortunato o sfortunato.
Così in guerra fu fortunato Alessandro, che in dodici anni sottomise il mondo. Così fortunato fu Policrate, tiranno dei Sami. Così fortunato fu Giulio Cesare, anche quando intraprendeva le più grandi imprese con somma temerarietà, e così, confidando in questa sua fortuna, superava ogni pericolo; onde navigando dalla Macedonia a Brindisi nella stagione più pericolosa dell'anno, disse al timoniere spaventato: «Non temere; porti il fortunato Cesare.»
Parimenti in questo secolo fu fortunato Carlo V, imperatore, e per questo terribile ai Turchi, al punto che i suoi soldati erano invincibili sotto Carlo; ma in seguito, assoldati da Francesco, re di Francia, mutarono la loro fortuna insieme al condottiero, dice Paolo Giovio. Parimenti fortunato fu Enrico IV, re di Francia, nell'ottenere e governare il regno, fino alla morte. Infine Plutarco, nel libro Sulla fortuna dei Romani, insegna che la fortuna non meno della virtù innalzò i Romani a tanta altezza d'impero.
Si domanderà: Quale è la causa di questa disparità? I ciechi pagani giudicarono che la causa fosse la Fortuna, dea cieca, che non secondo il merito ma per caso spirava felicità anche sugli empi e sugli indegni, ma spesso infelicità sui pii e sui degni; gli astrologi genetliaci l'attribuirono al fato di ciascuno. Gli astrologi la assegnano alle stelle e all'oroscopo. Il volgo pensa che queste cose avvengano per caso. Mettiamo qui da parte l'industria e la prudenza umana, che è spesso causa di un esito felice.
Ma io dico che Dio è la causa per cui alcuni sono fortunati e altri sfortunati. Dio infatti è il Signore di tutto, che dispensa a ciascuno come vuole. E così, come concede a uno l'ingegno, le ricchezze, la salute, la bellezza, la forza e altri doni di natura, mentre rende un altro stolto, povero, malato, deforme e debole: così parimenti con la sua speciale provvidenza rende uno fortunato e un altro sfortunato, e piega e coordina a tal fine le cause seconde. Questo è ciò che dice il Salmista, Salmo 30,26: «Nelle tue mani sono le mie sorti.» E il Sapiente, Proverbi 16,33: «Le sorti si gettano nel grembo, ma sono governate dal Signore.» E Siracide 33,11: Il Signore «li separò (gli uomini) e mutò le loro vie; alcuni di essi li benedisse e li esaltò, e alcuni di essi li santificò e li attrasse a sé, e alcuni di essi li maledisse e li umiliò, come argilla del vasaio nella sua mano, per plasmarla e disporla: tutte le sue vie sono secondo la sua disposizione.» Benché dunque questi effetti siano spesso casuali e fortuiti rispetto alle cause seconde, dalle quali non furono previsti, ma avvengono al di là della loro intenzione e causalità, quasi per accidente e per caso: tuttavia rispetto a Dio non sono fortuiti, ma previsti, provveduti e ordinati in sé. Onde Sant'Agostino, libro 1 delle Ritrattazioni, capitolo 1, giudicò che il nome di fortuna dovesse essere bandito dalla bocca del cristiano, cioè secondo il significato dei pagani: perché altrimenti Dio, come è la natura naturante (se mi è lecito parlare così con certi filosofi), così è la fortuna fortunante, cioè Egli stesso è l'autore di ogni fortuna, come di ogni natura; onde da questi eventi raccogliamo e riconosciamo che esiste una mente che presiede a tutte le cose, che governa tutto ciò — che esiste la provvidenza, che esiste Dio. Come infatti alcuni sarebbero costantemente fortunati in tutti i loro affari e altri sfortunati, se non perché Dio costantemente spira felicità su quelli e infelicità su questi? come rettamente dimostra Alberto Ero, libro 4 Sulla Provvidenza, capitolo 7.
La ragione per cui Dio rende gli uomini così disuguali in questa materia è: primo, per mostrare che Egli è il Signore assoluto di tutto. Secondo, affinché nell'universo vi siano gradi e sorti disuguali tra gli uomini: ciò pertiene infatti alla varietà e alla bellezza dell'universo. Terzo, affinché gli uomini da queste cose riconoscano Dio e non le chiedano ad altri che a Dio. Onde Dio promise ai Giudei, se avessero osservato la legge, questa felicità nei beni terreni, affinché il popolo rozzo fosse condotto da questa speranza alla legge e al culto di Dio; inoltre rese felici i Patriarchi, affinché i pagani, attratti dalla speranza di tale prosperità, riconoscessero e adorassero lo stesso Dio. Quarto, affinché coloro che sono fortunati usino la loro buona fortuna per la gloria di Dio e per l'aiuto degli altri; mentre gli sfortunati trovino nella loro sventura la materia della virtù, della modestia e della pazienza. E per questa ragione Dio rende la maggior parte degli uomini né del tutto fortunati né del tutto sfortunati, ma fortunati in alcune cose e sfortunati in altre; e intesse e tempera la loro vita di felicità e infelicità con mirabile varietà. Quinto, affinché i fedeli, vedendo che i pii talvolta sono infelici e gli empi felici, sappiano che tutte le cose terrene sono indifferenti, e imparino a disprezzare questa felicità terrena e ad aspirare alla vera, celeste ed eterna, alla quale Cristo ci conduce con la parola e con l'esempio. Infatti, come dice Sant'Agostino nel De vera religione, capitolo 10: «Tutta la vita di Cristo fu una disciplina di costumi.» Cristo infatti insegnò che tutti i beni del mondo, che Egli disprezzò, sono da disprezzare; dimostrò che tutti i mali che Egli sopportò sono da sopportare — cosicché né la felicità fosse cercata nei primi, né l'infelicità temuta nei secondi.
Si noti qui che, benché tra i cristiani molti uomini buoni e pii siano naturalmente sfortunati, tutti tuttavia sono e saranno soprannaturalmente felici, poiché Dio mediante questa infelicità li dirige al disprezzo del mondo, alla vera sapienza, alla gloria della pazienza e della fortezza, e infine alla felicità eterna. Così «per coloro che amano Dio, tutte le cose,» anche le avversità, «cooperano al bene;» e: «Beato l'uomo che non ha camminato nel consiglio degli empi, ecc. Tutto ciò che farà prospererà.» E perciò nelle cose pie e soprannaturali sperimentiamo che gli uomini santi, specialmente quelli che si affidano interamente a Dio e continuamente chiedono di essere diretti da Lui, nelle loro opere, oltre il merito della virtù e della fatica, hanno generalmente esiti felici.
Perciò è consiglio prudente che noi, che ci accingiamo a insegnare, predicare, ascoltare confessioni, convertire anime, ecc., ci uniamo a Dio in tutte le cose e preghiamo affinché Egli stesso diriga la nostra mente, la mano, i piedi e tutte le nostre vie e azioni, e che diciamo: «Guarda i tuoi servi, o Signore, e sia lo splendore del Signore Dio nostro sopra di noi, e dirigi le opere delle nostre mani sopra di noi.» Così Dio diresse e rese prosperi Abramo, Isacco e Giacobbe qui.
Versetto 30: Al mio ingresso
30. AL MIO INGRESSO — alla mia presenza, cioè per causa mia, come traduce il Caldeo. Si veda quanta prosperità gli uomini giusti e santi apportano alle case dei loro padroni, anche di quelli empi.
Versetto 32: Fa' il giro — Separa tutte le pecore
32. FA' IL GIRO. — Raduna in cerchio le tue pecore e capre, affinché insieme le esaminiamo tutte e separiamo le unicolori dalle multicolori. Onde in ebraico è eebor, cioè «passerò in rassegna» e «ispezionerò con te tutti i greggi».
SEPARA TUTTE LE PECORE. — Si noti che da questo passo fino alla fine del capitolo, l'ebraico è intricato e prolisso, che il nostro traduttore [la Vulgata] perciò rese chiaramente e brevemente, quasi in compendio, dando il senso piuttosto che traducendo parola per parola. Onde si noti in secondo luogo che non due patti, come alcuni vorrebbero, ma un solo patto tra Giacobbe e Labano è qui riferito fino alla fine del capitolo; lo esige infatti la connessione del patto e del suo esito, e la sequenza storica dell'intero capitolo. Il patto dunque fu questo: che tutta la prole delle pecore e delle capre di Labano, che Giacobbe era stato incaricato di pascolare per contratto, che da allora in poi sarebbe nata, se fosse stata di un solo colore — cioè interamente bianca o interamente nera — sarebbe andata a Labano; ma se fosse nata chiazzata e di vari colori, o scura, cioè nerastra, in parte bianca e in parte nera, sarebbe andata a Giacobbe. Così dicono San Girolamo, Lipomano e Pererio. E per questa ragione Labano consegnò a Giacobbe da pascolare solo le pecore e le capre di un solo colore, pensando che da esse sarebbero nati parimenti cuccioli unicolori, e così tutti sarebbero andati a lui, mentre a Giacobbe nulla o ben poco sarebbe toccato, e ciò solo per caso e accidentalmente. Le rimanenti pecore e capre di diverso colore le tolse a Giacobbe e le separò, e riservò a sé sia quegli animali sia tutta la loro prole, sia che nascesse unicolore sia multicolore.
SCURO, MACULATO E VARIEGATO. — «Scuro» significa fosco o nerastro, in cui il bianco è mescolato al nero, cosicché appare in parte bianco e in parte nero. «Maculato», in ebraico talu, è quello che ha grandi macchie bianche o nere. «Variegato», ovvero dal vello screziato, in ebraico nakud, cioè «punteggiato», è quello che è segnato e punteggiato di piccole macchie bianche o nere, quasi a punti.
TANTO TRA LE PECORE QUANTO TRA LE CAPRE. — Alcuni pensano dall'ebraico che Labano distinguesse tra pecore e capre in questo modo: che tra le pecore solo le interamente bianche sarebbero andate a Labano, mentre le scure e le variegate a Giacobbe; ma tra le capre le variegate e le maculate sarebbero state di Giacobbe, mentre le scure e le bianche di Labano. Ma il contrario esige il nostro traduttore [la Vulgata], vale a dire che sia tra le pecore sia tra le capre le unicolori andassero a Labano e le multicolori a Giacobbe; lo stesso criterio valeva infatti per le capre e per le pecore.
Versetto 33: La mia giustizia risponderà per me
33. E LA MIA GIUSTIZIA RISPONDERÀ PER ME DOMANI — come a dire: La natura ti favorisce nella questione del bestiame, cosicché dalle bianche nascono bianche, dalle nere nascono nere; ma la giustizia sarà con me, rispondendo per me, cioè ricompensandomi. Poiché Dio, come fermamente confido, guarderà la mia umiltà e ricompenserà e compenserà la mia fatica con una giusta mercede, che tu con un patto ingiusto cerchi di distogliere da me — facendo cioè in modo che dai tuoi animali unicolori ne nascano di multicolori per me. Così dice San Girolamo.
Così è detto in Isaia 59,12: «I nostri peccati hanno risposto contro di noi» — come a dire: I nostri peccati, interrogati quasi da Dio giudice, hanno confessato la verità — cioè che noi li avevamo commessi; e perciò hanno testimoniato che siamo rei di castigo, e ci hanno condannato ad esso. E così quel castigo fu inflitto a noi, e proclama che siamo peccatori. E Osea 5,5: «L'arroganza d'Israele testimonierà (griderà, accuserà) in faccia a lui» — cioè pubblicamente, apertamente, senza rispettare il proprio autore. Da ciò risulta che tanto le buone quanto le cattive azioni degli uomini sono testimoni della loro santità o malvagità, e apertamente rendono la loro testimonianza davanti a Dio giudice — anzi, se sono enormi, gridano al cielo. Questa è dunque la consolazione del giusto, questa è la consolazione del martire, cosicché con San Lorenzo possa dire: «Mi hai provato col fuoco, e non è stata trovata in me iniquità.» E da ciò nasce un'incredibile gioia e grandezza d'animo, cosicché egli disprezza e ride di ogni sofferenza e tormento.
Ascolta lo spirito del nostro martire Ogilvie, che in questo anno 1615 in Scozia fu il primo a subire la morte per la fede ortodossa. Quando per otto giorni interi i carnefici lo avevano costretto a vegliare continuamente pungendolo incessantemente con stili, aghi e spilli, e lo minacciavano con stivali frangi-stinchi e i più atroci supplizi, l'atleta di Cristo rispose: «Egregi carnefici, vi tengo tutti in nessun conto in questa causa; procedete secondo la vostra malizia eretica — non mi curo di voi; non ho chiesto nulla a nessuno, non chiederò mai, vi ho sempre disprezzati. Posso e voglio volentieri soffrire per questa causa più di quanto voi tutti insieme possiate infliggere. Cessate di minacciarmi con tali cose; imponetele a donne forsennate. Queste cose mi infiammano, non mi abbattono: le rido non diversamente che lo starnazzare di altrettante oche.» Lo disse e lo fece; anzi li incalzò e pretese da loro il mantenimento della minaccia — cioè che infliggessero i tormenti che avevano minacciato. A coloro che si meravigliavano disse: «Mi glorio nella causa, e trionfo in tale punizione; tutto possiamo in Colui che ci fortifica.»
DOMANI — nel tempo futuro. QUANDO SARÀ VENUTO IL TEMPO PATTUITO — quando, secondo il tuo accordo e la tua disposizione, alla fine dell'anno la prole dovrà essere divisa, cosicché le multicolori vadano a me e le unicolori a te.
MI ACCUSERANNO DI FURTO — se cioè tu troverai prole unicolore o altro che non sia multicolore presso di me, nel mio gregge proprio, contro il patto stipulato con te. Come a dire: Ti consegnerò fedelmente le unicolori; terrò per me le multicolori; non ruberò né nasconderò segretamente nulla delle unicolori.
Versetto 35: E separò
35. E SEPARÒ. — Alcuni pensano, dalle parole che immediatamente seguono, che questo fosse un patto diverso, un secondo patto tra Labano e Giacobbe: avendo visto infatti che il primo patto era riuscito favorevolmente a Giacobbe e che tutta la prole era nata screziata, pensano che perciò egli avesse ora cambiato il patto e voluto il contrario — cioè che gli screziati andassero a sé stesso e gli unicolori a Giacobbe. Ma ciò non è verosimile, poiché il contesto stesso della narrazione indica che qui si racconta soltanto l'esecuzione del primo patto.
MA CONSEGNÒ L'INTERO GREGGE UNICOLORE NELLE MANI DEI SUOI FIGLI. — Abulense, Lirano, Lipomano e Gaetano pensano che il nostro testo qui sia corrotto e debba essere emendato aggiungendo la negazione «non» — come se Labano avesse consegnato ai suoi figli non gli unicolori, cioè gli screziati, da pascolare, e a Giacobbe gli unicolori, affinché da essi nascessero parimenti prole unicolore, che doveva andare non a Giacobbe ma a sé stesso; questo infatti sembra significare l'ebraico. Ma l'ebraico è intricato e può essere tradotto in sensi opposti, e perciò con il nostro traduttore [la Vulgata] puoi rettamente renderlo così: «tutto ciò in cui vi era bianchezza, e tutto ciò che era nero tra gli agnelli (cioè tutti gli agnelli unicolori) lo consegnò nelle mani dei suoi figli».
In secondo luogo, Pererio scusa il nostro traduttore, dicendo che qui vi è un'isterologia — come a dire: Labano consegnò gli unicolori ai suoi figli, non ora, ma dopo il parto delle pecore, che è narrato alla fine del capitolo. Ma anche questo sembra forzato e artificioso.
Dico dunque che Labano consegnò le pecore unicolori da pascolare ai suoi figli, ai quali Giacobbe assisteva e presiedeva. Nel versetto precedente infatti aveva affidato l'intero suo gregge a Giacobbe, al quale aggiunse anche i propri figli come pastori e custodi secondo l'usanza, affinché Giacobbe con inganno non sottraesse di nascosto le pecore unicolori contro il patto. Così nel capitolo seguente, versetto 43, lo stesso Labano chiama sua la famiglia di Giacobbe. Labano dunque consegnò a Giacobbe, insieme agli altri suoi figli, le pecore e le capre unicolori, sperando che da esse nascessero parimenti prole unicolore per sé stesso. Ma le pecore screziati le separò e le riservò a sé stesso con i suoi servi da pascolare, affinché Giacobbe, pascolandole, non rivendicasse per sé in virtù del patto tutta la prole screziata che, come appariva, sarebbe nata da esse.
DI VELLO NERO. — L'ebraico chum qui significa «nero», poiché si oppone a laban, cioè «bianco». Ma nel versetto 32, chum significa «scuro» o «nerastro», perché è unito a «maculato» e «variegato».
Versetto 36: La distanza di tre giorni di cammino
36. LA DISTANZA DI TRE GIORNI DI CAMMINO — affinché le sue pecore screziati non potessero mescolarsi, né per la vista né per l'accoppiamento, con quelle unicolori che Giacobbe pascolava, e così nascessero prole screziata, che sarebbe andata non a sé stesso ma a Giacobbe. Così dice Lipomano.
Versetto 37: Giacobbe prese dunque verghe verdi di pioppo
37. GIACOBBE DUNQUE, PRENDENDO VERGHE VERDI DI PIOPPO — Nota l'ingegnosità e lo stratagemma di Giacobbe, che egli, istruito dagli angeli in sogno, come si ricava dal capitolo seguente, versetto 11, oppose alla violenza e all'astuzia umana di Labano.
Dirai: Giacobbe con questo espediente, quasi con una frode, viziò il contratto stipulato con Labano; e così con inganno e ingiustamente acquisì la proprietà di Labano. Il contratto infatti — che la prole unicolore andasse a Labano e quella screziata a Giacobbe — si intendeva, secondo l'intenzione comune dei contraenti, riferito a quelli che sarebbero nati naturalmente e per caso, non per artificio e frode.
Rispondo: È vero che questo contratto comunemente si intenderebbe e dovrebbe intendersi così, e che così fu inteso da Giacobbe e da Labano. Giacobbe dunque ricorse a questo stratagemma sotto un diverso titolo — vale a dire, in primo luogo, il titolo della compensazione. Egli infatti era violentemente oppresso da Labano, uomo avaro e ingiusto, e non poteva ottenere la giusta ricompensa per le sue fatiche in nessun altro modo se non con questo espediente. Labano infatti aveva soprattutto arrecato a Giacobbe una grave ingiuria sostituendo alla Rachele che gli era stata promessa la sgraziata Lia, sgradita a Giacobbe, e costringendo Giacobbe a servirlo per altri sette anni per lei. Poi, ingiustamente, dopo che il patto con Giacobbe riguardo ai greggi era stato stipulato, separò (versetto 35) le pecore unicolori dalle screziati, consegnando a Giacobbe solo le unicolori, dalle quali naturalmente tutta la prole sarebbe nata unicolore per sé stesso e nessuna screziata per Giacobbe. Pertanto, poiché Giacobbe non aveva un giudice a cui appellarsi, per necessità dichiarò il proprio diritto e reclamò il suo con questo espediente, affinché con tale arte ottenesse il salario a lui dovuto.
In secondo luogo, Giacobbe fece ciò per istruzione di Dio (tramite un angelo), come ho detto; Dio dunque gli diede questi capi di bestiame di Labano che sarebbero nati per mezzo di questo espediente — proprio come Dio, comandando agli Ebrei di spogliare l'Egitto, con ciò stesso diede loro i beni degli Egiziani (Esodo 12).
Chiederai se questo espediente e stratagemma fosse naturale, oppure se ottenesse il suo effetto per la cooperazione soprannaturale di Dio. Rispondo che fu naturale; nell'accoppiamento infatti la forza dell'immaginazione è solitamente al massimo grado, poiché l'anima allora esercita tutta la sua potenza, al punto che alcune madri bianche, dall'immagine e dall'immaginazione di un etiope, hanno generato un etiope. Ascolta Plinio, Libro 7, capitolo 12: «Il calcolo delle somiglianze», dice, «risiede nella mente, nella quale si crede che molti fattori fortuiti abbiano influenza — la vista, l'udito, la memoria e le immagini assorbite nel momento stesso del concepimento. Anche un pensiero di uno dei genitori che attraversa improvvisamente la mente si crede che plasmi una somiglianza o produca una mescolanza; e perciò vi sono più differenze tra gli uomini che tra gli altri animali, poiché la velocità dei pensieri, la celerità dell'animo e la varietà dell'ingegno imprimono segni multiformi — mentre negli altri animali le menti sono fisse e simili in tutti gli individui, ciascuno nel proprio genere».
Galeno, nel libro che scrisse Sulla teriaca a Pisone, narra che una certa donna, contemplando un dipinto bellissimo, concepì un bel bambino da un marito deforme — «per la vista, credo, che trasmetteva l'immagine alla natura». San Girolamo qui nelle sue Tradizioni ebraiche dice: «Quintiliano, in quella controversia in cui una donna era accusata perché aveva partorito un etiope, argomenta in sua difesa che questa è la natura del concepimento che abbiamo descritto. E si trova scritto nei libri di Ippocrate che vi era una certa donna che doveva essere punita per sospetto di adulterio perché aveva partorito un bellissimo bambino, dissimile da entrambi i genitori e dalla famiglia — se il suddetto medico non avesse risolto la questione consigliando di indagare se per caso un tale dipinto fosse stato nella camera da letto di quella donna. Trovatolo, la donna fu liberata dalla pena e dal sospetto».
Parimenti Sant'Agostino riferisce ciò nella sua Questione 93 su questo passo, e anche nel Libro 18 della Città di Dio, capitolo 5, scrive che il demonio fece qualcosa di simile nel formare il bue Api, che gli Egiziani adoravano; il nuovo esemplare doveva infatti essere simile al precedente morto e contrassegnato da macchie bianche. Anche Isidoro, nel Libro 12 delle sue Etimologie, capitolo 1, verso la fine, dice: «Si dice che la stessa cosa avvenga nei branchi di cavalle — che si pongano stalloni di razza alla vista delle cavalle al momento del concepimento, affinché possano concepire e generare prole simile ad essi. Anche gli allevatori di colombi pongono le colombe più belle negli stessi luoghi frequentati dalle altre, affinché, catturata la loro vista, generino prole simile. Per questo alcuni vietano alle donne incinte di guardare i volti più brutti degli animali, come i cinocefali e le scimmie, affinché, incontrandone la vista, non facciano nascere prole simile. L'anima infatti nell'atto dell'unione sessuale trasmette al proprio interno forme intrinseche, e satura delle loro impronte, ne attira le fattezze nella propria natura».
Pertanto, mentre queste pecore di Giacobbe bevevano e al tempo stesso i maschi montavano le femmine, l'immagine diretta delle verghe scortecciate e screziati giacenti nell'acqua, mescolata con l'immagine riflessa — o ombra — dei maschi che montavano nell'acqua, produceva quasi un'unica immagine variegata per le femmine, come se vedessero i loro maschi bellamente screziati di macchie verdi e bianche. Donde, per la forza dell'immaginazione, imprimevano gli stessi colori sulla prole che allora stavano concependo. Lo stesso facevano i maschi — cioè imprimevano una simile forza e forma screziata sul proprio seme, dalla simile immagine combinata delle verghe con l'ombra delle femmine, per la vista e l'immaginazione. Così dicono San Girolamo, Sant'Agostino (Questione 93), l'Abulense, e ottimamente Francesco Vallesio nella sua Filosofia sacra, capitolo 11.
Si potrebbe in secondo luogo sospettare che le verghe di pioppo, di mandorlo e di platano, se poste nell'acqua, abbiano una qualche virtù intrinseca di produrre oscurità e macchie scure; tale virtù in molte acque è infatti attribuita da Aristotele (Storia degli animali, Libro 3, capitolo 12), Ovidio (ultimo libro delle Metamorfosi), Solino e altri.
Infine, la santità e le preghiere di Giacobbe giovarono moltissimo a questa impresa; gli angeli infatti, favorendo Giacobbe, applicavano con grandissima forza l'immaginazione delle pecore e la stimolavano verso questa immaginazione screziata delle verghe, come si ricava dal capitolo seguente, versetto 12. Anche Dio, volendo benedire e arricchire Giacobbe, tramite questa immaginazione, con il suo speciale concorso, imprimeva con potenza e abbondanza colori diversi sulla prole nel momento stesso del loro concepimento. Donde San Cirillo, il Crisostomo e Teodoreto ritengono che queste cose toccarono a Giacobbe non tanto per via naturale quanto per dono e provvidenza di Dio, e lo stesso Giacobbe lo confessa nel capitolo seguente, versetti 7, 8 e 9.
Dirai: Perché dalle verghe verdi non fu prodotta e non nacque alcuna prole verde? Rispondo: perché in nessun quadrupede vi è quella proporzione e temperamento di umori che è necessario per il colore verde. Pertanto, al posto del colore verde, nei neonati si produceva un colore nerastro o scuro, dice il Tostato, al che contribuiva non poco l'ombra e l'oscurità delle acque — acque che ombreggiavano e oscuravano il verde, cosicché non apparivano verdi ma fosche e nerastre.
In senso tropologico, queste verghe variegate sono le Sacre Scritture e i vari esempi dei vari Santi, i quali, mentre li contempliamo, producono e generano prole simile ad essi in virtù e opere eroiche. Così dicono Sant'Ambrogio (De Jacob, Libro 2, capitoli 4 e 6) e San Gregorio (Moralia, Libro 21, capitolo 1).
IN PARTE — Infatti una parte della verga, rivestita della sua corteccia, appariva verde, mentre la parte scortecciata e denudata appariva bianca.
Versetto 39: Nel pieno ardore dell'accoppiamento
39. NEL PIENO ARDORE — poiché dal calore l'immaginazione è massimamente eccitata, vigorosa e operante. Donde i filosofi naturali insegnano che il cervello richiede: primo, la siccità, per l'intelligenza — poiché «un'anima secca è la più sapiente»; secondo, l'umidità, per la memoria — poiché l'umore riceve facilmente un'immagine impressa, donde i giovani, avendo il cervello umido, apprendono facilmente qualsiasi cosa e la affidano alla memoria; terzo, il calore, per l'immaginazione — donde sperimentiamo nei nostri studi che quando il capo e il corpo sono caldi, le concezioni dell'immaginazione fioriscono e fluiscono; ma quando il capo è freddo, esse si ottundono, intorpidiscono e si smorzano. Al contrario, la prudenza e il giudizio sincero consistono nella freddezza, come insegna Aristotele (Sezione 14, Problema 8), e per questa ragione gli anziani eccellono in prudenza e giudizio.
Versetto 41: Nella prima stagione
41. NELLA PRIMA STAGIONE. — Come in Lombardia, così anche in Mesopotamia e in Siria, le pecore partoriscono due volte all'anno; o almeno alcune concepivano in primavera, altre in autunno. La prima stagione dunque è la primavera; quella tardiva è l'autunno. Giacobbe pertanto in primavera, quando sia l'aria sia gli animali sono vigorosi, poneva le verghe screziati, affinché nascesse per lui prole screziata, e questa, essendo primaverile, era migliore, più abbondante e più robusta. Ma in autunno non le poneva; e così allora nascevano per Labano prole unicolore, e più debole. Questa parte infatti la concesse a Labano — in parte affinché Labano non sospettasse la frode e non scoprisse l'espediente, e in parte per la propria equità e benevolenza. Vallesio suppone che entrambe queste stagioni di accoppiamento, la precoce e la tardiva, cadessero nello stesso giorno. Ma assai meglio e più veridicamente San Girolamo e gli altri scrittori latini, al pari degli Ebrei, le dividono e le distribuiscono tra primavera e autunno.