Cornelius a Lapide (Cornelius Cornelissen van den Steen, 1567–1637)
(Giuseppe venduto dai suoi fratelli)
Indice
Sinossi del Capitolo
Giuseppe narra i suoi sogni; i fratelli lo invidiano e tramano la sua morte, ma Ruben lo libera. Poi, al versetto 26, su consiglio di Giuda, vendono Giuseppe ai Madianiti, e questi lo vendono a Putifarre in Egitto.
Testo della Vulgata
1. Giacobbe dunque abitava nella terra di Canaan, nella quale suo padre aveva dimorato come straniero. 2. E queste sono le generazioni di lui: Giuseppe, quando aveva sedici anni, pascolava il gregge con i suoi fratelli, ancora fanciullo; e stava con i figli di Bila e Zilpa, mogli di suo padre; e accusò i suoi fratelli presso il padre di un delitto gravissimo. 3. Ora Israele amava Giuseppe sopra tutti i suoi figli, perché lo aveva generato nella vecchiaia; e gli fece una tunica di vari colori. 4. I suoi fratelli, vedendo che era amato dal padre più di tutti i figli, lo odiavano e non potevano parlargli pacificamente. 5. Accadde anche che raccontò ai fratelli un sogno che aveva avuto, il che fu seme di un odio ancora maggiore. 6. E disse loro: Ascoltate il mio sogno che ho sognato: 7. Mi sembrava che noi legassimo dei covoni nel campo, e il mio covone si alzava, per così dire, e stava ritto, e i vostri covoni tutt'intorno si prostravano davanti al mio covone. 8. I fratelli risposero: Sarai forse tu il nostro re? O saremo sottoposti al tuo dominio? Questa ragione di sogni e parole dunque alimentò l'invidia e l'odio. 9. Vide anche un altro sogno, e raccontandolo ai fratelli disse: Ho visto in sogno come il sole, e la luna, e undici stelle che mi adoravano. 10. E quando lo ebbe raccontato a suo padre e ai fratelli, suo padre lo rimproverò e disse: Che cosa significa questo sogno che hai sognato? Forse io, tua madre e i tuoi fratelli ti adoreremo sulla terra? 11. I suoi fratelli dunque lo invidiavano; ma il padre considerava la cosa in silenzio. 12. E mentre i suoi fratelli si trattenevano a Sichem, pascolando i greggi del padre, 13. Israele gli disse: I tuoi fratelli pascolano le pecore a Sichem; vieni, ti manderò da loro. E lui rispondendo: 14. Sono pronto, gli disse: Va', e vedi se tutto va bene per i tuoi fratelli e per il bestiame, e riferiscimi come stanno le cose. Mandato dalla valle di Ebron, giunse a Sichem; 15. e un uomo lo trovò che vagava per il campo e gli chiese che cosa cercasse. 16. Ma egli rispose: Cerco i miei fratelli; dimmi dove pascolano i greggi. 17. E l'uomo gli disse: Sono partiti da questo luogo; ho sentito dire: Andiamo a Dotan. Giuseppe dunque andò dietro ai suoi fratelli e li trovò a Dotan. 18. E quando lo videro da lontano, prima che si avvicinasse a loro, tramarono di ucciderlo; 19. e dicevano l'uno all'altro: Ecco, viene il sognatore; 20. venite, uccidiamolo e gettiamolo in una vecchia cisterna, e diremo: Una bestia feroce lo ha divorato; e allora si vedrà a che cosa gli giovano i suoi sogni. 21. Ma Ruben, udendo questo, cercava di liberarlo dalle loro mani e disse: 22. Non toglietegli la vita, né spargete il suo sangue; ma gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, e mantenete le vostre mani innocenti; ora diceva questo volendo strapparlo dalle loro mani e restituirlo a suo padre. 23. Appena dunque giunse presso i suoi fratelli, lo spogliarono della sua lunga tunica di vari colori; 24. e lo gettarono in una vecchia cisterna, che non aveva acqua. 25. E sedendosi a mangiare, videro dei viaggiatori ismaeliti che venivano da Galaad, e i loro cammelli che trasportavano aromi, balsamo e mirra verso l'Egitto. 26. Giuda dunque disse ai suoi fratelli: Che ci giova uccidere il nostro fratello e nascondere il suo sangue? 27. È meglio che sia venduto agli Ismaeliti e che le nostre mani non si contaminino; perché egli è nostro fratello e nostra carne. I fratelli acconsentirono alle sue parole. 28. E quando i mercanti madianiti passarono, lo trassero fuori dalla cisterna e lo vendettero agli Ismaeliti per venti pezzi d'argento; e lo condussero in Egitto.
29. E Ruben, tornando alla cisterna, non trovò il fanciullo; 30. e stracciandosi le vesti, andando dai suoi fratelli, disse: Il fanciullo non si trova, e io dove andrò? 31. Ed essi presero la sua tunica e la intinsero nel sangue di un capretto che avevano ucciso; 32. mandando uomini a portarla al padre e a dire: Questa abbiamo trovato; guarda se è la tunica di tuo figlio o no. 33. E il padre, riconoscendola, disse: È la tunica di mio figlio; una bestia feroce lo ha divorato, una belva ha divorato Giuseppe. 34. E stracciandosi le vesti, si coprì di sacco, piangendo suo figlio per lungo tempo. 35. E tutti i suoi figli, riunendosi per consolare il dolore del padre, non volle accettare consolazione, ma disse: Scenderò da mio figlio piangendo nel sepolcro. E mentre egli perseverava nel pianto, 36. i Madianiti vendettero Giuseppe in Egitto a Putifarre, eunuco del Faraone, capitano dei soldati.
Versetto 2
2. QUESTE SONO LE GENERAZIONI DI LUI, cioè di Giacobbe, come a dire: D'ora in poi narrerò i discendenti di Giacobbe, le loro vicende, avvenimenti e imprese, soprattutto quelle di Giuseppe, come ho fatto per Esaù nel capitolo precedente. Qui infatti inizia la storia di Giuseppe, innocentissimo, castissimo e pazientissimo. Si veda Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe.
Giuseppe quando aveva sedici anni. Gli Ebrei, i Caldei, i Settanta e Giuseppe Flavio hanno diciassette, vale a dire che Giuseppe aveva compiuto il sedicesimo anno e aveva iniziato il diciassettesimo. Perciò Filone dice: Aveva circa 17 anni. Perciò l'ebraico recita: «Giuseppe era figlio di 17 anni.» Poiché l'ebraico ben, cioè "figlio", significa l'inizio e quasi l'edificazione di quella cosa, dalla radice banah, cioè "edificò", come risulta da Esodo II,5, come a dire: Giuseppe era ancora in fase di edificazione dal suo diciassettesimo anno, ovvero era nel suo diciassettesimo anno.
Queste cose dunque accaddero a Giuseppe poco dopo la morte di sua madre Rachele e la nascita di Beniamino, cioè nello stesso anno o nell'anno seguente, quando Giacobbe aveva 107 anni, vale a dire nell'anno del mondo 2216. Si noti: Giuseppe da questo suo sedicesimo anno al trentesimo, per ben tredici anni, sopportò una dura e misera servitù; ma al suo trentesimo anno fu elevato al principato, e in esso visse felice e glorioso, come principe d'Egitto, per 80 anni, fino alla sua morte; morì infatti all'età di 110 anni. E così Giuseppe fu un tipo espresso di Cristo sofferente e risorto. Si veda San Giovanni Crisostomo, Omelia 61 e seguenti, e Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe: «Imparate», dice Ambrogio, «in Abramo l'instancabile devozione della fede; in Isacco la purezza di una mente sincera; in Giacobbe la sopportazione delle fatiche; in Giuseppe lo specchio della castità;» si aggiunga, anche della pazienza e della costanza nel sopportare odi, persecuzioni, calunnie, servitù, carcere, ecc.
ANCORA FANCIULLO, sia per l'età, sia per i costumi e l'innocenza.
STAVA CON I FIGLI DI BILA E ZILPA. Sembra che Giacobbe avesse diviso il suo gregge in due, dando l'uno da pascolare ai sei figli di Lia, e affidando l'altro ai figli di Bila e Zilpa, le ancelle, ai quali unì Giuseppe; poiché costoro tolleravano facilmente che Giuseppe fosse loro preferito, cosa che i figli di Lia non tolleravano. Come infatti vi era rivalità tra Rachele e Lia, così anche tra i loro figli; i figli di Lia ritenevano, specialmente dopo la morte di Rachele, che i diritti di primogenitura spettassero a loro in quanto figli maggiori, nati dalla madre maggiore, che era ancora in vita.
E ACCUSÒ. Così leggono l'ebraico, il caldeo, Aquila, Simmaco e Teodozìone. Ma i Settanta nell'edizione romana hanno katenengkan, cioè «accusarono», vale a dire i fratelli accusarono lo stesso Giuseppe; e così leggono Teodoreto, San Giovanni Crisostomo, Diodoro e Cirillo. Ma si deve correggere in katenengken, cioè «accusò»; così infatti leggono i Settanta nell'edizione regia, e lo esigono i testi ebraici, come pure la stessa sequenza della narrazione.
Si noti: Giuseppe, essendo innocente e santo, osservò l'ordine della correzione fraterna che la stessa ragione naturale detta, cioè che il prossimo sia prima ammonito privatamente riguardo al suo peccato, prima di deferire la cosa al superiore. Giuseppe dunque ammonì prima i suoi fratelli; ma, vedendo che la sua ammonizione era trascurata da loro, li denunciò al padre. Così dice l'Abulense.
I SUOI FRATELLI, specialmente i figli di Bila e Zilpa, dice San Cirillo, in quanto viveva e pascolava le pecore con loro.
DI UN DELITTO GRAVISSIMO, contro natura, cioè del peccato o di sodomia, come sostiene Ruperto; o di bestialità con le pecore che pascolavano, come sostengono San Tommaso, l'Abulense e Ugo di San Vittore — il quale pertanto, essendo vergognoso, orrendo e infame, Mosè non volle qui nominare; è infatti questo un peccato da tacere, da sopprimere nel silenzio a causa della sua enormità. L'ebraico ha dibba raa, cioè «cattiva fama» o «cattiva infamia»; dal che appare che questo peccato dei fratelli di Giuseppe era indicibile, infame e pubblico.
Altri, come Pererio, intendono per «delitto gravissimo» le risse e gli odi reciproci; altri intendono la mormorazione contro il padre, perché preferiva il più giovane Giuseppe a loro stessi. Ma queste cose non sono dibba, cioè infamia, e cosa infame, turpe e indicibile. Alcuni Giudei pensano che Giuseppe abbia accusato solo Ruben del suo incesto con Bila. Ma ciò contrasta con quanto è detto qui, che cioè accusò non un fratello, ma fratelli, come se ne avesse accusati parecchi. Così dice l'Abulense.
Versetto 3
3. E PERCHÉ LO AVEVA GENERATO NELLA VECCHIAIA. In ebraico si legge: perché era figlio della vecchiaia, cioè dotato di modestia, prudenza e costumi senili, dice Teodoreto, Giuseppe Flavio e il Burgense; perciò il caldeo traduce: perché era per lui un figlio sapiente. Ma il nostro Traduttore rende meglio e più fedelmente: «perché lo aveva generato nella vecchiaia». Sebbene infatti Giacobbe, entro il secondo settennio della sua servitù, abbia generato tutti i figli, compreso Giuseppe, con la sola eccezione di Beniamino; tuttavia Giuseppe era l'ultimo e il più piccolo di tutti, eccetto Beniamino, che in questo sedicesimo anno di Giuseppe era soltanto un infante di un anno. Giuseppe dunque è chiamato figlio della vecchiaia, non in senso assoluto, ma in rapporto agli altri figli di Giacobbe, che furono tutti generati prima di Giuseppe, cosicché rispetto a loro Giuseppe era il figlio della vecchiaia, cioè generato per ultimo, nell'ultimo periodo di generazione del padre.
Filone nota, nel suo libro Su Abramo, che i genitori sono soliti amare i figli generati nella vecchiaia più degli altri figli, perché tali figli sono gli ultimi frutti dei genitori, dopo i quali non ne sperano altri. In secondo luogo, perché tali figli sono segni di una buona e vigorosa vecchiaia nei genitori. Ascolta Filone: «I genitori amano con più passione i figli nati tardi», dice, «o perché sono stati a lungo desiderati, o perché la loro natura esaurita non spera più prole, o perché gioiscono sommamente di essere ancora abbastanza forti da generare nella vecchiaia.» Si aggiunga anche che Giuseppe era simile a suo padre e a suo nonno; come infatti Giacobbe nacque dalla sterile Rebecca, e Isacco dalla sterile Sara, così Giuseppe uscì dalla sterile Rachele e dal vecchio Giacobbe, dice Ruperto. Gaetano aggiunge che attraverso tali figli, essendo verosimilmente destinati a vivere più a lungo, si possono preservare il nome e la memoria dei genitori.
Oltre a questa causa d'amore, ve ne fu un'altra, e anzi la principale, cioè l'innocenza di vita e di costumi in Giuseppe. Così dice San Giovanni Crisostomo, Omelia 61. Inoltre, a ciò contribuì non poco, sotto il profilo fisico, la condizione di vecchiaia e l'amore del padre. Poiché i vecchi sono di natura fredda, maturi, sapienti, casti e composti, perciò generano, e parimenti educano, figli con tali qualità. Un chiaro esempio si trova nell'illustre famiglia Anizia (che poi fu chiamata Frangipane), la quale ricevette la sua origine e il suo nome da un'anziana (anus). Anizio, infatti, suo capostipite e fondatore, fu così chiamato perché nacque da una madre anziana, cioè vecchia. Questa famiglia infatti produsse San Paolino Vescovo di Nola, San Benedetto, Santa Scolastica, San Placido, Severino Boezio, Santa Silvia, San Gregorio Magno, San Tommaso d'Aquino e moltissimi altri insigni per castità, sapienza e ogni virtù, come insegna Francesco Zazzera da Panvinio nel suo trattato Sulla famiglia Anizia; il quale tuttavia aggiunge che alcuni ritengono che gli Anizi fossero di origine e nome greco, e fossero chiamati quasi anikios, cioè «invitti». Un esempio di gran lunga più chiaro si trova nella Beata Vergine: Dio infatti dispose opportunamente che ella nascesse e fosse educata da genitori anziani e santi, Anna e Gioacchino, poiché la destinava ad essere il vertice dell'umiltà, lo splendore della verginità, il sole della sapienza e della santità, e ad elevarla al di sopra degli Angeli, dei Cherubini e dei Serafini.
E GLI FECE UNA TUNICA DI VARI COLORI. In ebraico passim, cioè variegata con pezze e fili di diversi colori. Così i Settanta. Come infatti trimitos è una veste a tre fili, ovvero di tre orditure, così polymitos è una veste a molti fili, ovvero di molte orditure. Aquila traduce «telare»; Simmaco «con maniche».
Simbolicamente, questa tunica di vari colori è la variegatura delle virtù, dice Ruperto. «Giustamente dunque gli fece una tunica variegata, con cui significava che doveva essere preferito ai fratelli per il manto delle diverse virtù», dice Sant'Ambrogio; e, come dice Filone, nel suo libro Su Giuseppe, o Sul politico, questa toga multicolore è la multiforme prudenza del principe. Un principe infatti, quale divenne Giuseppe, deve essere multicolore, perché deve essere uno nella pace, un altro nella guerra, uno con i nemici, un altro con gli amici, ecc., e perciò deve essere polytropos (versatile), quale Omero canta che fu Ulisse, il quale sapeva volgersi e adattarsi a tutte le forme e figure secondo la natura delle cose e delle persone.
Ma San Gregorio, nei Moralia libro I, ultimo capitolo, il quale con Aquila intende questa tunica come telare, dice: La tunica telare è la perseveranza, che si estende fino ai talloni, cioè fino al termine della vita.
Si noti qui: La causa dell'odio e dell'invidia dei fratelli contro Giuseppe fu, in primo luogo, che Giuseppe era amato di più dal padre; in secondo luogo, che li aveva accusati presso il padre di un delitto; in terzo luogo, i sogni di Giuseppe; in quarto luogo, la sua tunica di vari colori che colpiva incessantemente gli occhi dei fratelli. Questa tunica fu infatti un tormento per gli occhi dei fratelli, e costò cara a Giuseppe e a suo padre. Poiché con essa i fratelli lo spogliarono, tramarono la sua morte, e infine lo vendettero agli Ismaeliti.
Imparino da questo esempio i genitori ad amare, vestire ed educare i loro figli in modo uguale, e a distribuire i propri doni e beni equamente per quanto possibile, affinché, se preferiscono uno all'altro, quello non si scoraggi e l'altro non insuperbisca, e così non suscitino tra loro perpetua invidia e risse, e di conseguenza perpetuo dolore e tristezza per sé stessi. Gli odi tra fratelli e amici sono infatti solitamente amarissimi, e la causa di ciò la dà Aristotele nel libro VII della Politica, capitolo VII: sia perché ogni mutamento procede da un contrario all'altro, e perciò il sommo amore si converte in sommo odio; sia perché un'offesa inflitta da un fratello o da un amico sembra più amara, poiché da coloro dai quali ritengono che un beneficio sia loro dovuto, si sentono non solo privati di esso, ma anche offesi, e gli uomini trovano ciò amaro.
Versetto 4
4. LO ODIAVANO. Questo è un notevole passo morale sull'invidia. Si notino dunque qui le caratteristiche e i rimedi dell'invidia. In primo luogo, l'invidia è simile all'oftalmia, che è offesa e ferita da cose molto brillanti e splendenti; così infatti l'invidia si inasprisce e si consuma davanti ai beni, alla virtù e alla gloria altrui. Perciò Aristotele, interrogato su «che cosa sia l'invidia», rispose: «È l'antagonista dei fortunati.» In secondo luogo, più crescono la virtù e la gloria, più cresce anche l'invidia. Perciò Temistocle, quando era giovane, diceva con rammarico di non aver ancora compiuto alcuna impresa illustre: Perché, diceva, nessuno ancora mi invidia. In terzo luogo, l'invidia non nuoce a nessuno se non a sé stessa. Come infatti la ruggine consuma il ferro, così l'invidia logora e consuma l'invidioso; e come si dice che la vipera roda e squarci il ventre della madre per nascere, così l'invidia rode e squarcia la mente dell'invidioso. Perciò Orazio: I tiranni di Sicilia non inventarono tormento più grande dell'invidia.
Vuoi un'immagine e una rappresentazione dell'invidia? Ovidio la dipinge così nelle Metamorfosi, libro II: Il pallore siede sul suo volto, e la magrezza in tutto il corpo; lo sguardo non è mai dritto; i denti sono lividi di ruggine; il petto è verde di fiele; la lingua è intrisa di veleno. Il riso è assente, se non quello provocato dai dolori altrui; non gode del sonno, destata da cure insonni; ma vede gli sgraditi successi degli uomini e si consuma nel vederli, e strazia gli altri mentre viene essa stessa straziata; è il suo stesso castigo.
Perciò Anacarsi disse che l'invidia è la sega dell'anima; e Socrate, che è l'ulcera dell'anima. Perciò anche Evagora giudicò che gli invidiosi sono più infelici degli altri uomini, e doppiamente più miseri: perché gli altri sono tormentati solo dai propri mali, ma gli invidiosi sono inoltre tormentati dai beni altrui. In quarto luogo, l'invidia di solito rende più illustre e più fortunato colui del quale si è invidiosi: così i fratelli di Giuseppe, vendendolo per invidia, furono la causa della sua esaltazione in Egitto. In quinto luogo, San Gregorio, nei Moralia libro V, su quel passo di Giacomo capitolo 5, «l'invidia uccide il piccolo», insegna che l'invidioso è di animo meschino, di cuore angusto, e di carattere vile e abietto; poiché invidiando gli altri mostra di essere minore e inferiore a loro, e rivela la propria piccolezza e povertà: ciò che infatti invidia, egli stesso non lo possiede e lo desidera ardentemente. In sesto luogo, l'invidia divora e consuma anche il corpo. Perciò il Sapiente dice in Proverbi XIV: «La vita della carne è la sanità del cuore; l'invidia è la carie delle ossa.»
Ascolta Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo II: «Si guadagna di più per un figlio al quale si guadagna l'amore dei fratelli. Questa è la più splendida generosità dei genitori, questa la più ricca eredità dei figli. Unisca i figli un uguale favore, quelli che un'uguale natura ha unito. La pietà non conosce guadagno di denaro dove c'è perdita di pietà. Perché ti meravigli se per un podere o una casa sorgono liti tra fratelli, quando per una tunica l'invidia divampò tra i figli del santo Giacobbe?» Tuttavia scusa Giacobbe, «perché amava di più colui nel quale prevedeva i segni maggiori di virtù, cosicché il padre sembra aver preferito non tanto il figlio quanto il profeta il mistero; e giustamente gli fece una tunica variegata, con cui significava che doveva essere preferito ai fratelli per il manto delle diverse virtù.»
In settimo luogo, San Basilio, nel suo discorso Sull'invidia, insegna che il rimedio più efficace contro l'invidia è il disprezzo della gloria e di tutti i beni temporali, in quanto fugaci e caduchi, e l'amore e il desiderio dei beni eterni. Su questo argomento si veda San Gregorio, Moralia libro V, alla fine. Così anche Cratete di Tebe diceva che la sua patria era il disprezzo della gloria e la povertà, sulle quali la fortuna non poteva esercitare alcun potere. Diceva anche di essere cittadino e discepolo di Diogene il Cinico, il quale non era esposto ad alcuna insidia dell'invidia. Le ricchezze e gli onori infatti di solito attirano l'invidia degli uomini. Così riferisce di lui Laerzio, libro VI. Anche Gregorio di Nazianzo dice veramente nei suoi Distici giambici: «Con l'approvazione di Cristo, la malvagità non può nulla; senza il consenso di Cristo, la fatica non può nulla.» In ottavo luogo, Catone il Vecchio diceva che coloro che usavano la propria fortuna con moderazione e sobrietà erano meno colpiti dall'invidia. Non invidiano noi, diceva, ma i beni che ci circondano; al contrario, coloro che usano i propri beni con insolenza attirano su di sé l'invidia. Testimone ne è Plutarco nelle sue Massime romane. San Gregorio di Nazianzo, quando la Chiesa era turbata dai suoi rivali e detrattori, cedette e disse: «Non sia mai che per causa mia sorga qualche discordia tra i sacerdoti di Dio. Se quella tempesta è a causa mia, prendetemi e gettatemi nel mare.» Così Cleobulo, interrogato da qualcuno su quali cose si dovessero soprattutto evitare, rispose: L'invidia degli amici, e le insidie dei nemici.
Si vedano anche le quattordici proprietà dell'invidia in Pererio a questo luogo, numero 30 e seguenti. Il nostro Vincenzo Regio assegna otto rimedi all'invidia nel libro IV delle Disquisizioni evangeliche, capitolo XVI.
Versetto 6
6. ASCOLTATE IL MIO SOGNO. Questo sogno, come l'esito dichiarò, non fu naturale ma inviato da Dio, con il quale Dio preannunciava e significava gli eventi futuri, sia a Giuseppe sia ai suoi fratelli.
Versetto 7
7. MI SEMBRAVA CHE NOI LEGASSIMO DEI COVONI, di messi e grano. Con questo simbolo era aptamente prefigurato il viaggio dei fratelli in Egitto, per comprare grano in tempo di carestia. Inoltre, che i covoni dei fratelli adorassero il covone di Giuseppe significava chiaramente che i fratelli avrebbero adorato Giuseppe in Egitto. Così dice Teodoreto, Questione XCIII.
Tropologicamente, questo covone di Giuseppe è Cristo, che tutte le letture della Legge e dei Profeti, tutti i Santi e gli Angeli circondano e adorano, dice Ruperto. E Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo II, dice: «In ciò fu certamente rivelata la futura resurrezione del Signore Gesù, il quale, quando lo videro in Galilea, gli undici discepoli adorarono; e tutti i Santi, quando saranno risorti, lo adoreranno, portando i frutti delle buone opere, come sta scritto: Verranno con gioia, portando i loro covoni.»
Versetto 9
9. IL SOLE, E LA LUNA, E UNDICI STELLE CHE MI ADORAVANO. Qui la visione precedente è confermata da Dio con un altro simbolo e sogno. Il sole significa il padre, la luna la madre, cioè Bila, la quale, essendo ancella di Rachele, dopo la morte di Rachele fu come una madre per Giuseppe, dicono Lira e l'Abulense; le undici stelle significano gli undici fratelli che avrebbero adorato Giuseppe in Egitto.
I covoni inoltre furono visti adorare Giuseppe inchinandosi a lui e piegando e prostrando le loro spighe davanti a lui. Così il sole, la luna e le stelle, abbassandosi dall'alto ai suoi piedi, furono visti venerarlo; forse apparvero anche rivestiti di volto umano (come li dipingono i pittori); e lo prostrarono e inchinarono davanti a Giuseppe a terra.
Impara qui che i padri e i governanti (come era Giacobbe) devono essere nella famiglia e nella società ciò che il sole è nell'universo. Simile fu ciò che leggiamo di Esopo, quel grande favolista, nella sua Vita, cioè che fu magnificamente ricevuto come un ambasciatore reale da Nectanebo, re d'Egitto. Il re infatti, avvolto in un manto reale militare, portando sul capo una tiara tempestata di gemme, circondato da una corona di nobili, sedeva su un trono elevato. Il re gli chiese allora: A che cosa assomigli me, e coloro che mi circondano? Il favolista rispose: Assomiglio te al sole primaverile, e costoro a preziose spighe di grano. A questa parola il re fu talmente deliziato che onorò l'uomo con ammirazione e doni. Si veda ciò che dirò su Isaia capitolo XLV, versetto 1. Uno specchio eccellente di una famiglia è dunque quella in cui il padre è come il sole, la madre come la luna, e i figli come stelle per lo splendore dei loro costumi. Perciò Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo II, prova che il fanciullo Gesù fu adorato da Giuseppe e Maria, dal Salmo CXLVIII,3: «Lodatelo, sole e luna.» Giuseppe, dice, è come il sole; Maria tiene il posto della luna. Come infatti il sole riscalda la terra, così il padre riscalda e protegge la famiglia. Come la luna mutua la sua luce dal sole, così la moglie riceve dal marito la sua dignità e autorità. Inoltre, come la luna è ora piena, ora vuota, così il grembo della madre è ora pieno, ora vuoto; in terzo luogo, la luna presiede alle cose umide e ai fanciulli, e così anche la madre è tutta occupata nell'educazione e nel governo dei figli; in quarto luogo, la luna governa la notte, il sole il giorno: così il marito amministra gli affari fuori casa, la moglie in casa. A questi luminari maggiori nella famiglia seguono quelli minori delle stelle scintillanti nella moltitudine dei figli, dei quali Dio disse ad Abramo: «Guarda il cielo e conta le stelle se puoi; così sarà la tua discendenza.» Così dice Fernandez, alla fine della Visione 3. Allegoricamente, Giuseppe qui porta il tipo di Cristo. Ascolta Sant'Ambrogio, nel luogo già citato: «Chi», dice, «è colui che i genitori e i fratelli adorarono sulla terra, se non Cristo Gesù, quando Maria e Giuseppe con i discepoli lo adorarono, confessando che il vero Dio era in quel corpo, del quale solo fu detto: Lodatelo, sole e luna; lodatelo, tutte le stelle e la luce.»
Versetto 10
10. SUO PADRE LO RIMPROVERÒ, non perché fosse offeso, o perché disprezzasse questo sogno (egli stesso infatti, sospettando che questo sogno fosse da Dio e preannunciasse cose future, considerava la cosa in silenzio), ma affinché con questo rimprovero liberasse Giuseppe dall'invidia dei fratelli e lo mantenesse nella modestia.
Versetto 11
11. MA IL PADRE CONSIDERAVA LA COSA IN SILENZIO. Giacobbe era dedito alla contemplazione, come suo padre Isacco, che usciva a meditare nel campo, Genesi XXIV; e perciò in tutte le sue opere era circospetto, ordinato e santo.
Ascolta San Bernardo, libro I Sulla Considerazione, capitolo VII: «La considerazione», dice, «purifica la mente; poi governa gli affetti, dirige le azioni, corregge gli eccessi, compone i costumi, rende la vita onorevole e ordinata; infine conferisce la conoscenza delle cose divine e umane insieme. È essa che distingue ciò che è confuso, chiude ciò che è spalancato, raccoglie ciò che è sparso, scruta i segreti, indaga la verità, esamina il verosimile, e smaschera ciò che è finto e falso. È essa che predispone ciò che si deve fare, e riconsidera ciò che è stato fatto, affinché nulla rimanga nella mente che non sia stato corretto o che necessiti di correzione. È essa infine che nella prosperità prevede l'avversità, e nell'avversità quasi non la sente: delle quali cose la prima appartiene alla fortezza, la seconda alla prudenza.»
Allegoricamente, Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo II, dice: Giuseppe, mandato dal padre ai fratelli che pascolavano le pecore, è Cristo mandato dal Padre nella carne, affinché salvasse noi, e specialmente i Giudei, come suoi fratelli. Perciò Egli stesso dice: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele.»
Versetto 13
13. VIENI, TI MANDERÒ. Da ciò risulta chiaro che Giacobbe aveva richiamato Giuseppe dai fratelli e dai greggi, affinché con la sua assenza l'invidia dei fratelli si sopisse. Dopo qualche tempo, ritenendo che si fosse placata, rimanda Giuseppe da loro, perché facesse da messaggero tra essi e sé stesso, e così si riconquistasse la benevolenza dei fratelli. Inoltre, il padre non voleva che restasse a casa ozioso. La virtù infatti si nutre nell'operosità; nell'accidia si avvizzisce.
Versetto 14
14. MANDATO DALLA VALLE DI EBRON. Da ciò risulta chiaro che Giacobbe, come Isacco e Abramo, aveva dimorato a Ebron, e di là aveva mandato Giuseppe ai suoi fratelli.
Versetto 19 — «Il sognatore»
IL SOGNATORE. In ebraico baal hachalomot, cioè «signore dei sogni», ossia colui che ha e possiede sogni; in secondo luogo, esperto nel fabbricare sogni; in terzo luogo, signore e principe, ma in sogno, come a dire: Giuseppe sarà il nostro signore e principe, non nella realtà, ma in sogno: sogna di diventare il nostro principe; sia dunque principe, ma attraverso i suoi sogni: chiamiamolo e facciamolo principe e re dei sogni.
Allegoricamente, Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo III, dice: «Ciò fu scritto di Giuseppe, ma si compì in Cristo, quando i Giudei durante la sua Passione dicevano: Se è il Re d'Israele, scenda ora dalla croce.»
Versetto 22
22. NON UCCIDETE LA SUA ANIMA — cioè la sua vita, di cui l'anima è la causa. È una metonimia. Pertanto i Sadducei argomentavano erroneamente da questa espressione che l'anima fosse mortale e potesse essere uccisa e morire. Altri intendono per «anima» la carne, ossia il corpo, e adducono un passo simile di Levitico 21, versetti 1 e 11. Ma lì, non la carne viva bensì il cadavere è chiamato «anima», per antifrasi.
GETTATELO NELLA CISTERNA. Ruben disse questo per liberare Giuseppe dalla morte; pensava infatti di estrarlo segretamente dalla cisterna e ricondurlo al padre, affinché con questo atto di pietà verso un fratello tanto caro al padre, recuperasse il favore che aveva perduto per il suo incesto con la concubina del padre.
Allegoricamente, Giuseppe è gettato nella cisterna, cioè Cristo discese agli inferi: estratto di là, è venduto agli Ismaeliti, perché Cristo risorgendo è ottenuto da tutti i Gentili attraverso il commercio della fede, dice Eucherio, libro III, capitolo 37.
Versetto 24
E LO GETTARONO. Giuseppe Flavio aggiunge che Giuseppe fu calato con una fune da Ruben. Che faceva Giuseppe in quel frangente? Era come una pecora fra i lupi: piangeva, gemeva, pregava. Si odano gli stessi fratelli nel capitolo 42: «Giustamente,» dicono, «soffriamo queste cose, perché abbiamo peccato contro nostro fratello, vedendo l'angoscia della sua anima quando ci supplicava, e noi non lo ascoltammo.» Sant'Efrem descrive in modo commovente questa supplica di Giuseppe ai suoi fratelli nel suo trattato Sulle lodi di Giuseppe.
Versetto 25
RESINA. Resina è il nome dato a un umore tenace che stilla da un albero e vi aderisce; la più pregiata è quella che fluisce dal terebinto e si chiama terebintina.
STORACE. Lo storace è una lacrima di mirra, che fluisce e stilla dalla mirra; perciò è chiamato storace, cioè «gocciolante», dal greco stazein, che significa «gocciolare».
Versetto 26
DISSE DUNQUE GIUDA. Giuda, temendo che Giuseppe potesse alla fine essere ucciso dai fratelli nella cisterna, per questa ragione li persuade a venderlo. Severiano osserva che era opportuno che l'autore della vendita di Giuseppe fosse Giuda, perché Cristo, di cui Giuseppe era figura, doveva essere venduto da Giuda; ma questo Giuda vendette Giuseppe con buona intenzione e fine, mentre quel Giuda vendette Cristo con intenzione malvagia e sacrilega.
AGLI ISMAELITI. Poco prima Mosè aveva chiamato questi mercanti Madianiti, o perché abitavano in Madian pur essendo discendenti di Ismaele, o piuttosto perché erano in parte Ismaeliti e in parte Madianiti. Così infatti i mercanti fiamminghi e francesi sono soliti viaggiare insieme alle fiere. Così dicono Caietano e Pererio.
PER VENTI PEZZI D'ARGENTO. Si intendano sicli. Così il Caldeo, cioè 20 fiorini brabantini. Così dicono Pererio, Maldonato e altri; sebbene alcuni, come Ribera e Suárez, ritengano che il pezzo d'argento fosse mezzo siclo, cosicché Giuseppe sarebbe stato venduto per 10 fiorini brabantini. Origene, Sant'Agostino e Beda leggono «trenta pezzi d'argento», perché per la stessa somma fu venduto Cristo. Ma l'ebraico, il caldeo, il greco e Giuseppe Flavio leggono costantemente «venti pezzi d'argento». Come dice San Girolamo, non era conveniente che il servo fosse venduto per tanto quanto il padrone — cioè Giuseppe per tanto quanto Cristo. O piuttosto, Cristo, essendo uomo, fu venduto per meno di Giuseppe, che era un ragazzo; un uomo infatti si compra a minor prezzo per 30 fiorini che un ragazzo per 20. Inoltre, Cristo fu acquistato per la croce, ma Giuseppe soltanto per la servitù; pertanto la vendita di Cristo fu più vile e ignominiosa di quella di Giuseppe.
Versetto 28
28. LO VENDETTERO. San Basilio osserva, nella sua omelia Sull'invidia, che gli invidiosi, con quegli stessi mezzi con cui cercano di oscurare la gloria altrui, la rendono ancora più splendente. «Perciò,» dice San Gregorio, Morali libro VI, capitolo 12, «Giuseppe fu venduto dai fratelli affinché non fosse adorato da loro; ma fu adorato proprio perché fu venduto. Così il disegno divino, mentre lo si evita, si compie; così la sapienza umana, mentre gli resiste, ne è sopraffatta.» Non disse forse il vero quel Santo? «I persecutori sono orefici che forgiano per noi le corone sia del regno presente sia di quello eterno.»
Ai fratelli e al mondo, dunque, Giuseppe appariva misero e sfortunato; ma in realtà non lo era. Poiché con questo stesso fatto Dio comincia a innalzare il suo covone e ad abbattere i covoni dei fratelli. Dio infatti comincia a esaltare quando umilia; e quanto più intende esaltare qualcuno, tanto più profondamente lo umilia. Così fece con Giuseppe, e soprattutto con Cristo. Il talamo della virtù e della gloria è dunque l'avversità e l'umiliazione.
Versetto 30
IL RAGAZZO NON C'È, E DOVE ANDRÒ? Come a dire: Poiché Giuseppe, carissimo a nostro padre, è perito o è stato ucciso, sia da voi sia da bestie feroci, che farò? Dove mi volgerò? Dove andrò? Poiché non oso comparire dinanzi a nostro padre. Nostro padre infatti esigerà da me, in quanto figlio maggiore, il suo Giuseppe, e poiché non potrò presentarglielo, causerò a nostro padre un immenso dolore e attirerò su di me una grande offesa. Poiché dunque ho già gravemente offeso nostro padre con il mio incesto, e poiché so che questa perdita di Giuseppe lo offenderà contro di me ancor di più, non oso presentarmi al suo cospetto: dove dunque andrò?
Versetto 31
E PRESERO LA SUA TUNICA E LA INTINSERO NEL SANGUE DI UN CAPRETTO CHE AVEVANO UCCISO. Allegoricamente, Sant'Ambrogio, nel suo libro Su Giuseppe, capitolo 3, dice: «Anche questo, che aspersero la sua tunica con il sangue di un capretto, sembra significare che, assalendolo con false testimonianze, trascinarono nell'odio del peccato Colui che perdona i peccati di tutti. Per noi è l'agnello, per loro il capro. Per noi fu immolato l'Agnello di Dio, che tolse il peccato del mondo; per loro il capro, di cui inasprì gli errori e accumulò le trasgressioni.»
Versetto 34
E SI STRACCIÒ LE VESTI. Era un antico costume stracciarsi le vesti nel lutto; e questo era un simbolo di lamentazione, poiché lo stracciare le vesti significava un cuore lacerato dal dolore. Questa fu la settima tribolazione di Giacobbe.
SI RIVESTÌ DI CILICIO. Il primo di cui si legge che si rivestì di sacco o cilicio nel lutto fu Giacobbe in questo passo; da ciò in seguito i suoi discendenti, ossia gli Israeliti, imitarono la stessa pratica nel lutto. Di qui anche la veste dei cristiani penitenti fu, fin dai tempi antichi, il cilicio, come attesta Tertulliano nel suo libro Sulla Penitenza. Si glorino dunque del patriarca Giacobbe come loro antesignano coloro che portano il cilicio, e lo oppongano ai molli innovatori che aborriscono ogni asprezza, non hanno mai indossato un cilicio, e forse non ne hanno mai neppure visto uno.
Così Sant'Ilario, come attesta San Girolamo, domò il suo corpo con un ruvido cilicio fatto di foglie di palma. Così San Simeone Stilita, che stette ininterrottamente su una colonna per 80 anni, portava il cilicio, come attesta Teodoreto. Così eremiti, monaci, asceti e penitenti si armavano di cilici, come attestano Palladio, Teodoreto, Climaco e altri.
Ma ascolta riguardo alle donne — anzi riguardo a duchesse e regine. Santa Margherita, figlia del re d'Ungheria, mortificò il suo corpo con il cilicio. Lo stesso fece Santa Edvige, duchessa di Polonia. Santa Chiara, nobile vergine, portò per 28 anni un ruvido cilicio di pelle di maiale, con setole e peli aguzzi rivolti verso la carne e che la pungevano. Santa Radegonda, regina dei Franchi, scambiò le sue vesti di porpora con il cilicio. E per tralasciare le altre che il nostro Gretsero riferisce nel libro I del De Disciplina, ultimo capitolo, ascolta un esempio memorabile che un antico autore riferisce di Santa Cunegonda nella sua Vita.
Cunegonda era moglie dell'imperatore Enrico, e rimase vergine nel matrimonio. Per provare la sua verginità al marito, camminò illesa a piedi nudi sopra il ferro rovente. Dopo la morte del marito imperatore, da imperatrice si fece monaca, indossò il cilicio e volle sempre dormire con esso — anzi, morire con esso. Quando nella sua agonia vide che le si preparavano esequie regali e che si stendevano veli dorati sul feretro, volse il suo pallido volto — che prima avresti visto lieto come per uno sposo che viene — verso quelle cose, e con la mano fece cenno di rifiuto. «Questa veste,» disse, «non è mia; portatela via. Appartiene ad un'altra. Con queste fui unita a uno sposo terreno; con quelle a uno celeste. Nuda sono uscita dal grembo di mia madre, e nuda vi ritornerò. Avvolgete in queste il vile involucro della mia misera carne, e ponete il mio povero corpo nel suo piccolo luogo accanto alla tomba di mio fratello e del Signor Imperatore Enrico, che vedo ora chiamarmi.» E dette queste cose, rese lo spirito verginale a Cristo suo Sposo.
Così leggiamo di Cecilia: «Con il cilicio Cecilia domava le sue membra e implorava Dio con gemiti,» dicendo quel versetto di Davide: «Sia il mio cuore immacolato nei tuoi statuti, affinché io non sia confuso.» E così meritò la vista e la custodia di un angelo, la conversione del marito, l'illustre corona del martirio e l'integrità e l'incorruzione del suo corpo fino al giorno d'oggi.
Infine, San Martino giaceva morente sulla cenere e sul cilicio, e diceva: «Non conviene a un cristiano morire se non sulla cenere,» come attesta Sulpizio. A imitazione di ciò, San Carlo Borromeo stabilì che i suoi sacerdoti si coprissero di cilicio e cenere in punto di morte, e li precedette col suo esempio; morendo infatti giacque sul cilicio che frequentemente indossava quando era in salute, e sulla cenere precedentemente benedetta, come riporta la sua Vita, libro VII, capitolo 12.
Versetto 35 — Sul lutto e l'immortalità dell'anima
PIANGENDO SUO FIGLIO PER LUNGO TEMPO — ossia per 23 anni, cioè dal sedicesimo anno di Giuseppe, quando fu venduto, fino al suo trentanovesimo anno, quando i suoi fratelli andarono da lui in Egitto durante la carestia, e insieme al padre lo adorarono. Ma gradualmente il senso di questo dolore si attenuò in Giacobbe. Poiché «una ferita dell'anima, per quanto grande, è mitigata dal tempo.» Il tempo insegna dunque l'arte dell'oblio (che Temistocle desiderava apprendere più dell'arte della memoria).
SCENDERÒ DAL MIO FIGLIO PIANGENDO NEGLI INFERI. Per «inferi», alcuni traducono «sepolcro». Così Calvino, Eugubino, Vatablo, Pagnino e anche Lipomano. Ma l'ebraico sheol significa propriamente gli inferi, non il sepolcro, e così lo tradussero i Settanta come il nostro Interprete [la Vulgata]. E la ragione stessa dimostra che così si debba tradurre. Giacobbe infatti credeva che Giuseppe fosse stato divorato dalle bestie feroci e quindi fosse insepolto. Perciò non pensava né desiderava scendere da lui nel sepolcro, ma negli inferi — cioè nel limbo dei padri.
Si aggiunga che l'anima è trattenuta non nel sepolcro, ma nel limbo. E Giacobbe desiderava vedere l'anima del defunto Giuseppe sopravvivente. Il senso è dunque, come a dire: «Io, o figli miei, non accetterò alcuna consolazione finché non vedrò Giuseppe, il quale, essendo ormai morto, non vedrò finché dopo la morte la mia anima non sarà congiunta alla sua nel limbo. Confido pienamente infatti che l'anima dell'innocente Giuseppe sia andata presso le anime dei nostri antenati nel seno di Abramo, che spero sia riservato anche a me.» Da ciò è evidente che Giacobbe, dall'istruzione e dalla tradizione dei suoi antenati, credeva nell'immortalità dell'anima; inoltre, che le anime dei giusti morti prima di Cristo discendevano al limbo dei padri, dove si trovava il seno di Abramo.
La stessa cosa percepirono e videro come attraverso un'ombra i filosofi pagani. Eliano, nel libro XIII, riferisce che Cercida di Megalopoli, che era malato, interrogato se lascerebbe volentieri la vita, rispose: «Perché no? Mi diletto della separazione dell'anima dal corpo, poiché ascenderò a quelle sponde dove vedrò tra i filosofi Pitagora, tra i poeti Omero, tra i musici Olimpo, e altri uomini eccellentissimi in ogni ramo del sapere.»
Socrate, prima di bere il veleno, disse: «Quanto stimate voi il conversare nell'altra vita con Orfeo, Museo, Omero e Esiodo? Di quale grande piacere godrò quando incontrerò Palamede, Aiace e altri condannati da giudizi ingiusti? In verità spesso vorrei uscire dalla vita, se fosse possibile, per poter trovare le cose di cui parlo.»
Catone, leggendo il libro di Platone Sull'immortalità dell'anima, si uccise per conseguire questa vita immortale.
Ciro, morendo nel racconto di Senofonte, disse ai suoi figli: «Non pensate, figli miei, che quando sarò partito da questa vita, non sarò da nessuna parte o non sarò nulla. Poiché anche quando vivevo con voi, non vedevate la mia anima, ma comprendevate che questo corpo era la sua dimora. Credete che essa sia la stessa, anche se ora è separata dal corpo.»
Cicerone, nel libro VI della Repubblica, introduce Scipione Africano, già uscito dalla vita, che parla così: «Sappi questo: che per tutti coloro che hanno conservato, aiutato e accresciuto la patria, vi è un luogo certo e determinato in cielo dove possano godere la vita eterna.» E interrogato se egli stesso e gli altri che si credevano morti fossero vivi: «Anzi,» disse, «sono proprio questi i vivi, coloro che sono sfuggiti dai vincoli del corpo come da un carcere. Ma quella che voi chiamate la vostra vita è morte.»
I loro argomenti erano i seguenti. Primo: la mente dell'uomo concepisce, contempla e desidera le cose celesti e immortali; dunque è celeste e immortale. Secondo: la mente in questa vita non ha sazietà, né un centro in cui possa riposare; dunque lo avrà nell'altra vita — altrimenti sarebbe più infelice delle altre creature. Terzo: tutto ciò che è corruttibile è o corpo o accidente. Questi infatti, poiché hanno contrari, possono corrompersi. Ma l'anima umana non è corporea né accidente; dunque è incorruttibile. Diverso è il caso delle anime degli animali bruti, poiché queste dipendono interamente dal corpo, e perciò devono essere considerate corporee e corruttibili.
Dica ora il cristiano con Tobia: «Siamo figli di santi, e aspettiamo quella vita che Dio darà a coloro che non mutano mai la loro fede da Lui.»
Versetto 36
36. ALL'EUNUCO — cioè al custode della camera regale. Nota: Agli eunuchi, in quanto incapaci di attività sessuale, era anticamente affidata la custodia della regina e delle sue ancelle, e della camera regale. Di qui gli eunuchi erano i più intimi e vicini servitori del re e della regina. Per questa ragione, gli eunuchi erano chiamati principi della corte, anche se non erano propriamente eunuchi — cioè uomini castrati. Per cui il Caldeo qui traduce «eunuco» come rabba, cioè principe, satrapo. Potifar infatti qui non era propriamente un eunuco, poiché aveva moglie. Così dicono Procopio, Gennadio, l'Abulense e Lirano. Similmente nel capitolo 40, versetto 1, il coppiere e il fornaio del Faraone sono chiamati eunuchi, cioè ministri del re. Poiché nei tempi antichi le corti dei re erano piene di eunuchi, e i re li impiegavano per ogni tipo di servizio, come è chiarissimo nella corte dell'imperatore Costanzo, che gli eunuchi riempivano e governavano.
AL CAPO DEI SOLDATI — il prefetto della guardia reale. In ebraico è sar hattabbachim, cioè «capo degli uccisori» o «di coloro che sgozzano», ossia dei soldati. I Settanta traducono archimageiros, che sebbene Sant'Ambrogio traduca come «capo dei cuochi», qui si rende più propriamente «capo degli uccisori» o «macellai». Poiché mageiron, come attesta San Girolamo, significa «uccidere». Di qui i cuochi furono chiamati mageiroi perché prima uccidono il bestiame e gli uccelli che devono essere cucinati, dalla parola machis, che secondo Favorino è lo stesso che machaera [una spada]. Tale sar hattabbachim e archimagirus fu Nabuzardan, poiché egli era il capo dell'esercito che Nabucodonosor pose a capo della guerra e della distruzione di Gerusalemme (2 Re, ultimo capitolo, versetto 11).
Conclusione morale
Moralmente, impara da questo capitolo quante persecuzioni e avversità Dio esercita su Giuseppe e sugli uomini retti, per perfezionarli nella pazienza, nella mansuetudine, e quindi nella purezza dell'anima. Giuseppe infatti attraverso questa pazienza raggiunse quella mirabile castità. Verissimo è quel detto di Cassiano, Conferenze libro XII, capitolo 7: «Quanto uno progredisce nella mansuetudine e nella pazienza del cuore, tanto progredirà nella purezza del corpo. È scritto infatti: Beati i miti, poiché essi possederanno la terra (del proprio corpo); poiché le passioni del corpo non si placheranno se prima non si saranno repressi i moti dell'anima.» Di qui anche un certo Santo dice: «L'uomo benigno gode di perpetua salute di corpo, di anima e di mente: gioisce nell'oltraggio, loda Dio nella calamità, placa gli adirati, trionfa sotto il giogo dell'umiltà e domina tutte le passioni» — specialmente l'ira e la lussuria.
Infine, San Giovanni Crisostomo, omelia 61: «Grande,» dice, «è la forza della virtù, e grande la debolezza della malizia.» Lo illustra alla fine attraverso la pazienza che Giuseppe continuamente mostrò: «Cosicché, come un atleta che combatte valorosamente, fosse coronato con la corona del regno, e l'esito dei sogni si adempisse, affinché coloro che lo avevano venduto apprendessero che non trassero alcun vantaggio dalla loro malizia. Poiché la virtù ha una forza così grande che diviene più gloriosa quando è combattuta. Nulla è più forte di essa, nulla più potente; ma colui che la possiede ha la grazia divina e ne ottiene una difesa: è più forte di tutti, invincibile, e non può essere catturato, non solo dalle insidie degli uomini ma anche dalle macchinazioni dei demoni. Sapendo ciò, non fuggiamo dall'essere maltrattati, ma dal fare il male; poiché questo è veramente essere maltrattati. Poiché chi tenta di affliggere il prossimo non gli arreca alcun danno, ma accumula per sé stesso tormenti eterni.» Infatti anche i fratelli, perseguitando Giuseppe, procurarono a lui gloria e a sé stessi ignominia, come lo stesso autore insegna nelle omelie 63 e seguenti.