Cornelius a Lapide

Genesi XXXIX

(Giuseppe e la moglie di Putifarre)


Indice


Sinossi del Capitolo

La castità di Giuseppe è messa alla prova dalla sua padrona: egli, lasciandole il mantello, fugge, e perciò viene gettato in carcere a causa della falsa accusa della padrona.


Testo della Vulgata (Genesi 39,1-23)

1. Giuseppe dunque fu condotto in Egitto, e Putifarre, eunuco del Faraone, capo dell'esercito, uomo egiziano, lo comprò dalla mano degli Ismaeliti, dai quali era stato condotto là. 2. E il Signore era con lui, ed egli era un uomo che prosperava in ogni cosa: e dimorava nella casa del suo padrone, 3. il quale sapeva molto bene che il Signore era con lui, e che tutte le cose che faceva erano da Lui dirette nella sua mano. 4. E Giuseppe trovò grazia davanti al suo padrone, e lo serviva, e posto a capo di ogni cosa, governava la casa a lui affidata, e tutte le cose che gli erano state consegnate: 5. e il Signore benedisse la casa dell'Egiziano a motivo di Giuseppe, e moltiplicò tutti i suoi beni tanto negli edifici quanto nei campi. 6. Né conosceva altro, se non il pane che mangiava. Ora Giuseppe era bello di volto e avvenente di aspetto. 7. E dopo molti giorni la sua padrona posò gli occhi su Giuseppe e disse: Giaci con me. 8. Ma egli, non acconsentendo in alcun modo all'atto nefando, le disse: Ecco, il mio padrone, avendo consegnato ogni cosa a me, non sa ciò che possiede nella propria casa: 9. né vi è cosa alcuna che non sia in mio potere, o che non mi abbia consegnato, eccetto te, che sei sua moglie: come dunque posso compiere questo male e peccare contro il mio Dio? 10. Con tali parole giorno dopo giorno, la donna molestava il giovane, e quello rifiutava la disonestà. 11. Ora accadde un certo giorno che Giuseppe entrò in casa per svolgere un lavoro senza testimoni: 12. e quella, afferrato il lembo della sua veste, disse: Giaci con me. Ma egli, lasciato il mantello nella mano di lei, fuggì e uscì fuori. 13. E quando la donna vide la veste nelle sue mani, e che era stata disprezzata, 14. chiamò a sé gli uomini della sua casa e disse loro: Vedete, ha introdotto un uomo ebreo per schernirci: è venuto da me per giacere con me, e quando io gridai, 15. e udì la mia voce, lasciò il mantello che io tenevo e fuggì fuori. 16. Come prova dunque della sua fedeltà, trattenne il mantello e lo mostrò al marito quando tornò a casa, 17. e disse: Il servo ebreo che tu hai introdotto è venuto da me per oltraggiarmi: 18. e quando mi sentì gridare, lasciò il mantello che io tenevo e fuggì fuori. 19. Il suo padrone, udite queste cose e troppo credulo alle parole della moglie, si adirò grandemente: 20. e consegnò Giuseppe in prigione, dove erano custoditi i prigionieri del re, e vi fu rinchiuso. 21. Ma il Signore era con Giuseppe, e avendo misericordia di lui gli diede grazia agli occhi del capo della prigione. 22. Il quale consegnò nelle sue mani tutti i prigionieri che erano tenuti in custodia; e qualunque cosa si facesse, era sotto di lui. 23. Né conosceva alcunché, essendo tutte le cose affidate a lui; poiché il Signore era con lui, e dirigeva tutte le sue opere.


Versetto 1: Giuseppe dunque

Qui Mosè ritorna alla storia di Giuseppe, interrotta nel capitolo precedente dalla storia della genealogia di Giuda; infatti Mosè prosegue le gesta di Giuseppe e di Giuda sopra gli altri fratelli, poiché Giuda e Giuseppe si divisero la primogenitura di Ruben, dalla quale egli stesso decadde a causa dell'incesto, come risulterà nel capitolo XLIX, versetti 3 e 4.

E PUTIFARRE LO COMPRÒ. — Gli Ebrei riferiscono, dice San Girolamo, che Putifarre comprò Giuseppe a causa della sua straordinaria bellezza, per un turpe scopo, e perciò, per vendetta divina, le sue parti virili si inaridirono, cosicché divenne eunuco, e per questa ragione fu scelto come sacerdote di Eliopoli; e che sua figlia fu Asenat, che Giuseppe in seguito prese come moglie. San Girolamo sembra approvare questa tradizione, e Ruperto la segue. Ma altri, generalmente e non senza ragione, la considerano una favola, fabbricata dai Giudei secondo il loro costume.


Versetto 2: E il Signore era con lui

E il Signore era con lui, — dirigendo e facendo prosperare lui e tutte le sue azioni in ogni cosa, e rendendolo amabile e gradito a tutti. Così San Giovanni Crisostomo. Donde segue: «Ed era un uomo (non per età, poiché era un giovane di 17 anni, ma per prudenza e gravità) che prosperava in ogni cosa.» Quanto è felice e fortunato colui di cui Dio dirige ogni azione!

Si noti che Giuseppe trovò Dio anche in Egitto: poiché l'uomo pio e santo, ovunque si trovi, trova Dio, secondo quel detto del Salmo CXXXVIII: «Se salgo in cielo, Tu sei là.» Vedi la fedeltà di Dio, che mai nelle avversità abbandona i suoi, come fa il mondo.

Vedi ancora come ogni terra è patria per l'uomo forte. Stilpone, catturato da Demetrio a Megara e interrogato se avesse perso qualcosa, rispose: «La guerra non conquista alcun bottino dalla virtù.» E Biante, quando la sua patria fu conquistata, fuggendo, disse: «Porto tutti i miei beni con me.» Giuseppe qui sentì e fece lo stesso. San Giovanni Crisostomo aggiunge, nell'omelia 62, che Giuseppe in così tante e grandi calamità non si perse d'animo, né diffidò del suo sogno, né della promessa di Dio circa la sua esaltazione, tanto meno pensò di essere stato abbandonato da Dio; ma «sopportò ogni cosa, dice, con fortezza e mansuetudine, sperando da Dio una sorte migliore, né dubitando che per questa via sarebbe stato esaltato. Questo è infatti il modo di Dio, dice, non liberare dalle tentazioni e dai pericoli gli uomini illustri per virtù, ma manifestare la propria potenza in quelle stesse cose, cosicché le tentazioni stesse diventino per loro occasione di grande gioia. Per questo anche il beato Davide dice: "Nella tribolazione mi hai dilatato;" non dice "mi hai liberato," ma "mi hai dilatato," cioè me stesso. Ascolta Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo IV: "Ogni peccato, dice, è servile; l'innocenza è libera. Ma come non è schiavo colui che è sottomesso alla concupiscenza? Assume ogni timore, insidia i sogni di ciascuno: per soddisfare il desiderio di una sola persona, diventa schiavo di tutti."» E poco dopo: «Non ti sembra che costui domini nella schiavitù, mentre quello serve nella libertà? Giuseppe era schiavo, il Faraone era re: la schiavitù del primo era più beata del regno del secondo. Anzi, tutto l'Egitto sarebbe perito di fame, se non avesse sottomesso il suo regno al consiglio di uno schiavo. Hanno dunque di che gloriarsi gli schiavi di nascita: anche Giuseppe fu schiavo; hanno qualcuno da imitare, affinché imparino che possono mutare la propria condizione, non il proprio carattere; che vi è libertà anche tra i servi domestici e costanza anche nella servitù.»


Versetto 6: Non conosceva altro, se non il pane che mangiava

Non Putifarre, ma Giuseppe, dice Girolamo Prado su Ezechiele, capitolo XIX, versetto 39, come per dire: Giuseppe non si appropriava né rivendicava assolutamente nulla da un patrimonio così ricco affidatogli dal suo padrone, eccetto il sostentamento necessario alla vita; cosicché «conoscere» qui significa lo stesso che rivendicare per sé, riconoscere come proprio, attribuire a sé, come se Giuseppe qui fosse lodato per una certa rara moderazione o astinenza.

Ma poiché nel versetto 13 la stessa cosa è detta, non di Giuseppe, ma del custode della prigione, cioè che non conosceva nulla dei propri affari, ma aveva affidato tutto a Giuseppe: pertanto è meglio anche qui intendere la stessa espressione nello stesso modo, come per dire: Putifarre affidò tutti i suoi beni a Giuseppe a tal punto che non indagava su nulla, non conosceva nulla, non si prendeva cura di nulla, se non soltanto di sedersi a tavola e godere di ciò che Giuseppe amministrava e procurava. Così Filone e Sant'Ambrogio.


Versetto 7: Dopo molti giorni

Dopo molti giorni, — circa l'undicesimo anno della sua cattività e servitù in Egitto, quando aveva già 27 anni. Infatti a 17 anni Giuseppe fu condotto in Egitto, e a 30 anni fu liberato dalla prigione, nella quale era rimasto tre anni a causa di questa falsa accusa della sua padrona, come mostrerò al capitolo XL, versetto 4; fu dunque gettato in prigione a 27 anni.

LA SUA PADRONA POSÒ GLI OCCHI SU GIUSEPPE. — Non c'è da meravigliarsi, poiché gli occhi sono le guide nell'amore. Chi dunque vuole essere casto, imiti Giobbe che dice, nel capitolo XXXI: «Ho stretto un patto con i miei occhi, per non pensare neppure a una fanciulla.» Ancora, imparino qui i giovani, dice Sant'Ambrogio, a guardarsi dagli occhi delle donne: poiché sono amati anche coloro che non vogliono essere amati.


Versetto 9: Come dunque posso compiere questo male?

COME DUNQUE POSSO COMPIERE QUESTO MALE? — fino a essere così ingrato, infedele e ingiusto verso il mio padrone che è così benevolo nei miei confronti?

E PECCARE CONTRO IL MIO DIO, — che, essendo presente ovunque, contemplo e venero, che amo come Padre e temo come vendicatore.

Pererio qui piamente osserva che vi sono tre vincoli con i quali gli uomini santi si sentono potentemente trattenuti dal poter offendere Dio. Il primo è la riverenza verso la maestà divina, presente ovunque e che vede ogni cosa. Poiché gli uomini santi, camminando sempre al cospetto di Dio, pare loro impossibile fare qualcosa che non sia casto e santo, e perciò, affinché non offendano in alcunché la Divinità presente, si guardano con somma religiosità da tutto ciò che Gli dispiace. Gli empi fanno il contrario, di cui è detto nel Salmo IX: «Dio non è davanti ai suoi occhi, le sue vie sono contaminate in ogni tempo, i tuoi giudizi sono rimossi dal suo cospetto.» Tali furono quegli anziani che insidiarono Susanna, dei quali è detto in Daniele XIII, 9: «Pervertirono la propria mente e distolsero i propri occhi, per non guardare il cielo né ricordare i giusti giudizi.»

Il secondo è il ricordo della benevolenza e della beneficenza di Dio verso di noi. E questo è ciò che dice il Signore in Osea XI: «Con le funi di Adamo (cioè quelle con cui gli uomini sono solitamente attratti, ovvero l'amore e la bontà) li attirerò con i vincoli della carità.» Chi non giudicherebbe impossibile per sé peccare contro Dio, se considerasse seriamente i tanti e così grandi benefici di Dio verso di lui, passati, presenti e futuri, che Egli ha promesso ai suoi? E che Dio è Colui nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo, il cui dono è tutto il bene che possediamo nel corpo e nell'anima? Infine, se considerasse che Dio in Sé è sommamente buono, bellissimo, dolcissimo, sommamente amabile, e tale si mostra a noi ora e ancor più si mostrerà in cielo, se costantemente aderiamo a Lui. Vedi Sant'Agostino, sermone 83 Sulle Stagioni, dove, parlando del nostro Giuseppe, da Sant'Ambrogio trae questa aurea sentenza: «L'amante del dilettissimo Dio non è vinto dall'amore di una donna; la giovinezza che agita un'anima casta non la smuove, né l'autorità di chi lo ama: veramente un grande uomo, che venduto non seppe allora servire, amato non riamiò, pregato non acconsentì, afferrato fuggì.»

Il terzo vincolo è il timore di Dio, concepito dalla considerazione del severissimo giudizio e della vendetta che Dio sia spesso esercita in questa vita, sia certissimamente e rigidissimamente eserciterà nel giorno del giudizio, dove non lascerà alcun peccato, anche il minimo, impunito. Donde Davide, nel Salmo CXVIII: «Trafiggi con il tuo timore le mie carni: poiché ho temuto i tuoi giudizi.»

Di qui San Basilio su quel testo del Salmo XXXIII: «Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore del Signore: Quando, dice, il desiderio di peccare ti assale, vorrei che tu pensassi a quel terribile tribunale di Cristo, nel quale il Giudice siederà su un trono eccelso; e tutta la Sua creazione starà accanto, tremando alla Sua gloriosa presenza: anche noi dovremo essere condotti uno per uno a rendere conto di ciò che abbiamo fatto nella vita. Allora, per coloro che hanno perpetrato il male, certi terribili e orrendi angeli staranno presenti, con volti infuocati e spirando fuoco sugli uomini, cioè sugli empi. Oltre a queste cose, considera il profondo abisso, e le tenebre inestricabili, e il fuoco privo di splendore, avente il potere di bruciare ma privato della luce; poi la stirpe dei vermi, che iniettano veleno e divorano la carne, insaziabilmente affamati e senza mai provare sazietà, e che infliggono dolori intollerabili con il loro stesso rodere. Infine, ciò che è più grave di tutto, quell'obbrobrio e la confusione sempiterna. Temi queste cose, e con questo timore come freno, trattieni la tua anima dalla concupiscenza dei peccati.» Così San Basilio.

La casta Susanna imitò il casto Giuseppe, quando, sollecitata al delitto, disse: «Sono stretta da ogni parte; ma è meglio per me cadere nelle vostre mani senza compierlo, che peccare al cospetto del Signore.» Così tutti i Santi resistettero al peccato fino alla morte. Paolo, in Romani VIII: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? La tribolazione, o l'angoscia, ecc. Sono certo che né la morte, né la vita,» ecc. Ruffino disse all'imperatore Teodosio che avrebbe provveduto affinché Ambrogio allentasse le catene impostegli. A cui Teodosio rispose: «Conosco la costanza di Ambrogio, e che per nessun terrore della maestà regale trasgredirà la legge di Dio.» All'imperatrice Eudossia, che minacciava San Giovanni Crisostomo, i suoi dissero: «Invano spaventi quell'uomo; egli non teme nulla se non il peccato.» San Luigi, re di Francia, da fanciullo apprese dalla madre Bianca «piuttosto incontrare la morte che acconsentire al peccato mortale.» Tobia disse al figlio: «Bada di non acconsentire mai al peccato; avrai molti beni se temerai Dio.» Sant'Edmondo, arcivescovo di Canterbury: «Preferirei gettarmi in un rogo ardentissimo piuttosto che commettere consapevolmente alcun peccato contro Dio.» Il Sapiente: «Fuggi dal peccato come dal volto di un serpente.» Sant'Anselmo: «Se potessi vedere corporalmente da un lato l'orrore del peccato, e dall'altro la pena dell'inferno, e dovessi necessariamente essere immerso in uno dei due, sceglierei l'inferno prima del peccato.» Così i Maccabei, così i Martiri preferirono i tormenti al peccato.

Ascolta anche i pagani: Aristotele, Etica III: «È meglio morire che fare qualsiasi cosa contro il bene della virtù.» Seneca: «Anche se sapessi che gli uomini non lo saprebbero e Dio perdonerebbe, non vorrei comunque peccare, a causa della turpitudine del peccato.» Che cos'è infatti il peccato? È un cadavere, è lebbra, è una cloaca fetidissima; è una mostruosità della natura razionale; è un'offesa e un'ingiuria alla Maestà divina; è la colpa del fuoco eterno; è un deicidio, è un cristicidio. Papiniano il giureconsulto, benché pagano, preferì morire piuttosto che difendere il parricidio dell'imperatore Caracalla, che aveva ucciso il fratello Geta: ne è testimone Sparziano nella Vita di Caracalla. Il fanciullo Democle, alle terme, per sfuggire all'assalto lascivo del re Demetrio, si gettò nell'acqua bollente: piuttosto che contaminarsi, preferì morire: ne è testimone Plutarco nella Vita di Demetrio.


Versetto 10: Con tali parole giorno dopo giorno gli parlava

Si noti qui l'invincibile costanza di Giuseppe. Infatti anche alberi imponenti cadono quando colpiti da grandi e ripetuti colpi; anche le rocce più dure vengono scavate dalle gocce più minuscole che cadono incessantemente: quanto più un uomo, la cui carne non è di bronzo, come dice Giobbe, né la sua forza è la forza delle pietre, può essere vinto dalla grandezza e dalla persistenza delle tentazioni. Eppure Giuseppe non cedette, né alla debolezza della natura umana, né all'inclinazione dell'età giovanile verso la lussuria, né alla sollecitazione persistente della sua padrona, né alle ricchezze e alle promesse che ella offriva, né alle minacce e ai gravissimi pericoli a cui si esponeva se avesse rifiutato l'atto. Impara qui che nessuna tentazione, per quanto grande sia, è insuperabile, e che sarai inescusabile se ti lascerai vincere da essa, poiché puoi e devi vincerne ogni una, così come fece Giuseppe, per la grazia di Dio, specialmente se sei sempre memore dell'eternità e dell'eterna gloria o dell'inferno: combatti per l'eternità.

DISONESTÀ, — cioè adulterio.


Versetto 12: Fuggì

12. Il lembo, — l'orlo o l'estremità della sua veste. Giuseppe Flavio aggiunge che ella finse una malattia e sollecitò Giuseppe in un giorno di festa solenne, quando la servitù era assente dalla casa. Ma Giuseppe Flavio sembra aver aggiunto questi particolari, come anche altri, di propria invenzione oltre la verità; se infatti fosse stato così, come avrebbe potuto la donna, nel versetto 13, quando Giuseppe fuggì, gridare e chiamare i servi domestici?

Fuggì. — Giuseppe avrebbe potuto, come giovane nel vigore dell'età, strappare con forza la propria veste alla donna, ma non volle: e ciò in primo luogo per riverenza, per non usare alcuna forza contro la sua padrona. In secondo luogo, perché il rimedio più immediato contro le tentazioni della lussuria non è la lotta, ma la fuga. Donde l'Apostolo dice: «Fuggite la fornicazione.» Vedi su questa fuga, e sull'evitare la familiarità con le donne, Sant'Agostino, sermone 230 Sulle Stagioni, dove tra le altre cose dice: «Giuseppe, per sfuggire alla sua impudica padrona, fuggì; perciò contro l'assalto della lussuria afferra la fuga se vuoi ottenere la vittoria; né ti sia vergognoso fuggire, se desideri ottenere la palma della castità. Fra tutti i combattimenti dei cristiani, le sole battaglie più dure sono quelle della castità, dove la lotta è quotidiana e la vittoria rara: qui dunque ai cristiani non possono mancare quotidiani martìri. Poiché se la castità, la verità e la giustizia sono Cristo; e se colui che insidia queste è un persecutore, allora colui che vuole sia difenderle negli altri sia custodirle in sé stesso, sarà un Martire.» Giustamente dunque San Bernardo nelle Sentenze brevi dice: «La frugalità nell'abbondanza, la generosità nella povertà, la castità nella giovinezza, è martirio senza sangue.»

In terzo luogo, Giuseppe fuggì affinché né toccasse la donna né fosse toccato da lei: poiché anche il solo contatto di una donna, come contagioso e velenoso, è da evitare per un uomo, non meno del morso del cane più rabbioso, dice San Girolamo, libro I Contro Gioviniano.

Nota qui: Imita e afferra con Giuseppe il duplice scudo della castità. Il primo è il ricordo di Dio presente, il Suo amore e timore, se invero consideri sia la presenza di Dio, il giudizio di Dio, la vendetta di Dio e l'inferno; sia la bontà di Dio, la bellezza e le delizie, che superano immensamente ogni bellezza e piacere corporeo, di cui ho parlato al versetto 9. Il secondo è la fuga dalle occasioni e dalle tentazioni, e specialmente dalle donne. Così infatti fuggì Giuseppe, lasciando il suo mantello.

Ma che fare se la fuga non è possibile? Ascolta ciò che fece Sant'Eufrasia Martire, la quale, condannata a un postribolo perché rifiutava di sacrificare agli idoli, quando fu aggredita da un giovane malvagio, eludendolo con questo stratagemma, sia preservò la sua modestia sia ottenne il martirio. Se, disse, mi risparmi, ti insegnerò una pozione con la quale, una volta unto, non potrai essere ferito da alcuna arma o spada in battaglia. Egli promise, se ella ne avesse dato prova; allora ella disse: Prendi la prova su di me; e ungendole il collo con cera mescolata a olio, disse: Colpiscilo con tutta la forza che puoi. Il giovane fece così, e con un solo colpo le tagliò la testa. In questo stratagemma ammirerai ugualmente l'astuzia della vergine e la sua costanza: ne è testimone Niceforo, Storia, libro VII, capitolo XIII. Ella non aveva infatti in quel momento altro rimedio per preservare la propria castità se non questo pio inganno, al quale il giovane la costrinse bramando la sua pudicizia, che per preservare ella preferì morire; onde giustamente ingannò il giovane, che di conseguenza deve essere considerato l'autore della sua morte, sia fisicamente sia moralmente. Ella pertanto è martire, non suicida.

Nota in secondo luogo, con Ruperto, le virtù eroiche di Giuseppe: primo, la temperanza e la continenza; poiché essendo un giovane di 27 anni, e per di più avvenente, amato e sollecitato in segreto dalla sua padrona che gli prometteva grandi cose, non ricambiò il suo amore, ma rimase costante nella sua castità. Secondo, la giustizia e la fedeltà; poiché aborrì il letto del suo padrone. Terzo, la prudenza; poiché, afferrato, fuggì. Quarto, la fortezza; poiché non temé le furie dell'amante insana, né la prigione, né la morte stessa, e le disprezzò per la sua castità. Quinto, la costanza; poiché importunato ogni giorno dalla sua padrona, resistette e rimase saldo come un diamante.

Di qui San Giovanni Crisostomo dice che ammira il gesto di Giuseppe più dei tre giovani ebrei rimasti illesi nella fornace babilonese. Poiché come quelli, così anche Giuseppe in mezzo alle fiamme rimase illeso, non bruciato, ma risplendette più puro, più integro, più robusto e più illustre: cosicché l'acclamazione giustamente rivolta a San Domenico (non il fondatore dell'Ordine, ma un altro dello stesso Ordine) quando fu vittorioso in una simile tentazione, poteva essere rivolta a Giuseppe dai demoni: «Hai vinto, hai vinto; poiché sei stato nel fuoco e non sei bruciato.» Di qui anche Sant'Ambrogio si meraviglia di Giuseppe che così domina la concupiscenza e ogni cosa. Ascoltalo, nel libro Su Giuseppe, capitolo V: «Grande fu l'uomo Giuseppe, che venduto non conobbe tuttavia spirito servile, amato non riamiò, pregato non acconsentì, afferrato fuggì. Egli, confrontato dalla moglie del suo padrone, poté essere trattenuto per la veste ma non poté essere preso nell'animo: né sopportò più a lungo le sue stesse parole; giudicava infatti un contagio indugiare oltre, affinché attraverso le mani dell'adultera non passassero a lui gli incentivi della lussuria. E così si spogliò della veste e scrollò via l'accusa. Fu lui il padrone, che non ricevette le fiamme dell'amante, che non sentì i lacci della seduttrice, che nessun terrore di morte spaventò, che preferì morire libero dal crimine piuttosto che scegliere la compagnia di un potere criminale.» E San Gregorio, omelia 15 su Ezechiele: «Ci sforziamo di vincere il fascino della carne. Ci venga in mente Giuseppe, il quale, quando la padrona lo tentava, si adoperò a preservare la continenza della carne anche a rischio della vita. Donde avvenne che, poiché sapeva ben governare le proprie membra, fu posto a governare tutto l'Egitto.»

Allegoricamente: Giuseppe, dice Ruperto, è Cristo, la donna egiziana è la Sinagoga, che carnalmente ama il Messia, aspettando il Suo regno terreno e carnale; ma Cristo, lasciandole il Suo vestimento, cioè le cerimonie della legge, fuggì verso i Gentili, dai quali è adorato in spirito e verità.

Simbolicamente, Filone dice: Giuseppe è un principe o re; Putifarre suo padrone è il popolo, nel quale risiede il diritto stesso della regalità; la moglie è il desiderio e la concupiscenza da cui il popolo è spesso condotto: Giuseppe, cioè il vero principe, vi resiste costantemente, se ama e difende sinceramente il bene pubblico.

Parimenti in senso tropologico, il padrone è la ragione, la moglie è la concupiscenza: Giuseppe vi resiste, cioè lo spirito continente e costante.


Versetto 13: Quando la donna vide

Si noti qui l'ingegno versatile, l'impudenza e la malvagità della donna, ovvero: «La donna o ama o odia,» non c'è una via di mezzo. Secondo, la sua depravazione, audacia e i suoi inganni, con cui riversa il proprio crimine su Giuseppe. Terzo, le sue furie, con cui prepara la morte a colui che prima aveva amato, ovvero: La donna è crudelissima / quando la vergogna applica gli sproni all'odio.


Versetto 19: Troppo credulo

Egli infatti non diede a Giuseppe l'opportunità di discolparsi, né indagò il fatto; ma immediatamente condannò l'innocente. Secondo, il geloso non notò che questa stessa veste era prova di una violenza originata dalla donna, e dell'innocenza e riverenza di Giuseppe. Poiché se egli (come saggiamente dice Filone) avesse voluto usare la forza contro la padrona, avrebbe potuto facilmente, essendo più forte di una donna, conservare la propria veste, e anzi strappare la sua a lei.


Versetto 20: E consegnò Giuseppe in prigione

«Umiliarono, dice Davide nel Salmo CIV, i suoi piedi nei ceppi, il ferro trafisse la sua anima;» ma poco dopo, con la guida di Dio, Giuseppe divenne libero fra i prigionieri, anzi il loro capo. Giuseppe, dice Giuseppe Flavio, si consolava in prigione, riflettendo che Dio era più potente di coloro che lo tenevano in catene. Sapeva infatti che Dio si prendeva cura di lui e della sua innocenza; né dubitava che Dio lo avrebbe liberato da quei vincoli con gloria, presente o futura. Donde «volentieri, dice Sant'Ambrogio, sopportò questo martirio della prigione e della morte per la castità.» Poiché Giuseppe, essendo stato incarcerato per una falsa accusa di adulterio, era in certo pericolo di martirio e di morte.

Allegoricamente, Giuseppe è Cristo, il quale, innocente, fu consegnato da Giuda e dai Giudei e fu rinchiuso nella prigione della morte, ma fra i morti fu reso come libero da Dio Padre, e ricevette il potere e il dominio su tutti i prigionieri, e così sullo stesso inferno. Così Prospero e Ruperto. Ascolta Sant'Ambrogio, libro Su Giuseppe, capitolo VI: «Considera ora quel vero Ebreo (Cristo), quell'interprete non di un sogno, ma della verità e di una visione gloriosa, che da quella pienezza di divinità, dall'abbondanza della grazia celeste era venuto in questa prigione corporea; che la lusinga di questo mondo non poté mutare, ecc.; infine, afferrato da una sorta di mano adultera della Sinagoga attraverso la veste del Suo corpo, Egli depose la carne e salì libero dalla morte. La meretrice Lo calunniò quando non poté più vederLo: la prigione non Lo spaventò, gli inferi non Lo trattennero; anzi, là dove era disceso come per essere punito, di là liberò altri; dove essi stessi erano legati dai vincoli della morte, là Egli stesso sciolse i vincoli dei morti.»

Ancora, il nostro patriarca Giuseppe qui con la sua castità, innocenza, pazienza e grazia prefigurò Giuseppe sposo della Beata Vergine, la cui dignità e santità al di sopra della maggior parte degli altri Santi si può dedurre anche da ciò, che fu padre putativo di Cristo e della Vergine, e che fu chiamato e creduto padre di Cristo. Poiché, come dice San Bernardo, omelia 2 sul Missus est: «Quel Giuseppe, venduto per invidia fraterna e condotto in Egitto, prefigurò la vendita di Cristo: questo Giuseppe, fuggendo l'invidia di Erode, portò Cristo in Egitto. Quello, serbando la fede al suo padrone, rifiutò di unirsi alla padrona: questo, riconoscendo la sua signora, la madre del suo Signore, come vergine, ed essendo egli stesso continente, la custodì fedelmente. A quello fu data l'intelligenza nei misteri dei sogni: a questo fu dato di conoscere e di partecipare ai sacramenti celesti. Quello conservò il grano, non per sé, ma per tutto il popolo: questo ricevette il pane vivo dal cielo da conservare, tanto per sé quanto per il mondo intero.»


Versetto 23: Né conosceva alcunché

Non Giuseppe, ma il custode della prigione, il quale aveva affidato i prigionieri e ogni cosa nella prigione a Giuseppe. Vedi quanto detto al versetto 6. Elegantemente San Giovanni Crisostomo (o chiunque ne sia l'autore: poiché lo stile fa pensare a un autore latino), nell'omelia Su Giuseppe venduto, tomo 1: «Giuseppe santissimo entra nel carcere, visitatore più che prigioniero; provveditore, non complice nel crimine; medico, non malato. Così diventa il capo di tutti, diventa l'amministratore per la consolazione degli accusati. Godi, o innocenza, e giubila; godi, dico, poiché ovunque sei illesa, ovunque sicura. Se sei tentata, progredisci; se sei umiliata, sei innalzata; se combatti, vinci; se sei uccisa, sei coronata. Tu nella servitù sei libera, nel pericolo sicura, nella custodia lieta. I potenti ti onorano, i principi ti ammirano, i magnati ti cercano. I buoni ti obbediscono, i malvagi ti invidiano, i rivali sono gelosi, i nemici soccombono. Né potrai mai non essere vittoriosa, anche se fra gli uomini ti mancasse un giudice giusto.»