Cornelius a Lapide

Esodo IV


Indice


Sinossi del Capitolo

Mosè riceve da Dio tre segni di triplice conversione per la sua missione: primo, la verga in serpente; secondo, la mano in lebbra; terzo, l'acqua in sangue. In secondo luogo, Mosè si scusa variamente da questa missione; infine, adirandosi Dio, egli acconsente e ritorna in Egitto con la moglie e i figli. In terzo luogo, al versetto 24, l'Angelo minaccia Mosè di morte: perciò la moglie circoncide il figlio; subito l'Angelo lascia andare Mosè. Infine, al versetto 27, Aronne, per ammonizione di Dio, va incontro al fratello Mosè.


Testo della Vulgata: Esodo 4,1-31

1. Mosè rispose e disse: Non mi crederanno, né ascolteranno la mia voce; ma diranno: Il Signore non ti è apparso. 2. Allora gli disse: Che cos'è quello che tieni in mano? Rispose: Una verga. 3. Il Signore disse: Gettala a terra. La gettò, e fu trasformata in un serpente, cosicché Mosè fuggì. 4. E il Signore disse: Stendi la mano e afferralo per la coda. Egli la stese, e lo tenne, e fu trasformato in verga. 5. Affinché credano, disse, che il Signore Dio dei loro padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, ti è apparso. 6. E il Signore disse ancora: Metti la tua mano nel seno. E dopo che l'ebbe messa nel seno, la trasse fuori lebbrosa come neve. 7. Ritira, disse, la tua mano nel seno. La ritirò, e la trasse fuori di nuovo, ed era simile al resto della sua carne. 8. Se non ti crederanno, disse, né avranno udito la parola del primo segno, crederanno alla parola del segno seguente. 9. Che se neppure a questi due segni crederanno, né avranno udito la tua voce: prendi l'acqua del fiume, e versala sulla terra arida, e qualunque cosa avrai attinto dal fiume si trasformerà in sangue. 10. Mosè disse: Ti supplico, Signore, io non sono eloquente da ieri e dall'altro ieri; e da quando hai parlato al tuo servo, ho la lingua più impacciata e più lenta. 11. Il Signore gli disse: Chi ha fatto la bocca dell'uomo? O chi ha fatto il muto e il sordo, il vedente e il cieco? Non sono forse io? 12. Va' dunque, e io sarò nella tua bocca, e ti insegnerò ciò che dovrai dire. 13. Ma egli disse: Ti supplico, Signore, manda chi vorrai mandare. 14. Il Signore, adirato con Mosè, disse: Aronne tuo fratello il Levita, io so che è eloquente: ecco, egli esce per venirti incontro, e vedendoti si rallegrerà nel suo cuore. 15. Parla a lui, e poni le mie parole nella sua bocca; e io sarò nella tua bocca e nella sua bocca, e vi mostrerò ciò che dovrete fare. 16. Egli parlerà per te al popolo, e sarà la tua bocca; ma tu sarai per lui in quelle cose che appartengono a Dio. 17. E prendi questa verga nella tua mano, con la quale compirai i segni. 18. Mosè andò e tornò da Ietro suo suocero, e gli disse: Andrò e tornerò dai miei fratelli in Egitto, per vedere se sono ancora vivi. E Ietro gli disse: Va' in pace. 19. Allora il Signore disse a Mosè in Madian: Va', e ritorna in Egitto: poiché sono morti tutti coloro che cercavano la tua vita. 20. Mosè prese dunque la moglie e i suoi figli, e li pose sopra un asino, e tornò in Egitto, portando la verga di Dio nella sua mano. 21. E il Signore gli disse mentre tornava in Egitto: Fa' in modo di compiere tutti i prodigi che ho posto nella tua mano davanti al Faraone: io indurerò il suo cuore, e non lascerà andare il popolo. 22. E gli dirai: Così dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. 23. Ti ho detto: Lascia andare il mio figlio, perché mi serva; e tu hai rifiutato di lasciarlo andare: ecco, io ucciderò il tuo figlio primogenito. 24. E mentre era in viaggio, all'albergo il Signore gli andò incontro e cercava di ucciderlo. 25. Subito Sefora prese una pietra acutissima e circoncise il prepuzio di suo figlio, e toccò i suoi piedi, e disse: Tu sei per me uno sposo di sangue. 26. E lo lasciò andare dopo che ella ebbe detto: Sposo di sangue, a motivo della circoncisione. 27. E il Signore disse ad Aronne: Va' incontro a Mosè nel deserto. Egli andò

a incontrarlo al monte di Dio, e lo baciò. 28. E Mosè riferì ad Aronne tutte le parole del Signore con le quali lo aveva mandato, e i segni che aveva comandato. 29. E vennero insieme, e radunarono tutti gli anziani dei figli d'Israele. 30. E Aronne disse tutte le parole che il Signore aveva detto a Mosè, e compì i segni davanti al popolo, 31. e il popolo credette. E udirono che il Signore aveva visitato i figli d'Israele, e che aveva guardato alla loro afflizione: e prostratisi, adorarono.


Versetto 1: Non mi crederanno

1. NON MI CREDERANNO -- il popolo e la plebe degli Ebrei: poiché tra loro molti sono di dura cervice. Infatti riguardo agli anziani, Dio aveva predetto nel capitolo 3, versetto 18, che avrebbero creduto, cosa che Mosè senza dubbio credeva. Questa è la terza scusa di Mosè a causa dell'incredulità del popolo: perciò Dio discende ai segni.


Versetto 2: Che cos'è quello che tieni in mano?

2. CHE COS'È QUELLO CHE TIENI IN MANO? -- Dio interroga Mosè non come chi ignora, ma per dargli l'occasione di rispondere ciò che desiderava udire da lui.

RISPOSE: UNA VERGA -- una verga pastorale, con la quale pasceva le pecore. In ebraico vi è una bella paronomasia: Dio aveva chiesto mazze, «che cos'è questo?»; Mosè risponde: matte, «è una verga».

Si chiede: che cosa significa questa verga in senso letterale? Rabbi Abraham risponde: La verga è il Faraone, il quale al tempo di Giuseppe fu verso gli Ebrei come una verga molle, flessibile al cenno di Giuseppe; ma dopo la morte di Giuseppe fu trasformato in serpente, insidiando gli Ebrei e tramando la loro rovina; tuttavia alla fine ridivenne come una verga, quando, domato dalle piaghe di Mosè, permise agli Ebrei di uscire dall'Egitto -- anzi, li costrinse.

Ma io dico: Da questa verga e dalla sua metamorfosi erano significati i cambiamenti e le vicissitudini degli Ebrei, ovvero i loro tre stati in Egitto. Infatti gli Ebrei tenevano la verga, cioè lo scettro e la sovranità, finché Giuseppe visse e governò; morto lui, questa verga fu gettata a terra e trasformata in serpente, poiché gli Ebrei, prima cari, dopo la morte di Giuseppe furono odiati dagli Egiziani, come se fossero serpenti che tramavano insidie e morte contro gli Egiziani; di nuovo questo serpente fu ritrasformato in verga nella mano di Mosè, come recita il testo ebraico, poiché Mosè restituì al suo popolo lo scettro, la libertà e il dominio. Così dicono Lirano, l'Abulense e Pererio.

Simbolicamente, da questa verga era significata la guida e la suprema potestà che Dio stava per dare a Mosè, con la quale egli percosse e punì gli Egiziani, ma protesse, condusse e governò gli Ebrei; questa verga fu infatti per Mosè come uno scettro, che era temibile e odioso agli Egiziani come un serpente, ma amabile per gli Ebrei come una verga e un bastone pastorale. Mosè è dunque mandato da Dio armato non di lancia, ma di un bastone -- tuttavia taumaturgico -- e con esso sconfigge l'Egitto. Questo è un tipo di Cristo che manda gli Apostoli con un bastone e li arma del potere di compiere miracoli, con i quali avrebbero sottomesso a sé il mondo, Marco, ultimo capitolo, versetto 17. Perciò San Bernardo dice: «Risuona la tromba della salvezza, i miracoli risplendono, e il mondo crede: ciò che si dice è prontamente creduto, mentre ciò che suscita meraviglia viene mostrato.» Che una parte di questa verga mosaica fu trovata nell'anno di Cristo 1008, e che dalla Francia, dall'Italia e da altre province moltissimi vi accorsero, Baronio lo narra da Glabro per il suddetto anno.

Allegoricamente, la verga è la croce lignea di Cristo, che fu trasformata in serpente per i Giudei e gli empi: costoro infatti aborriscono la croce come supplizio di malfattori; ma per la coda, cioè alla fine del mondo, la afferreranno e sapranno che non è un serpente, ma una verga, cioè la potenza e la sapienza di Dio. Così dicono San Cirillo, Origene, Omelia 4; Sant'Agostino, Sermone 86 Sulle stagioni.

Ancora Cirillo nelle Collectanea sull'Esodo dice: La verga, dice, è la natura umana, che fu creata retta da Dio e posta nel paradiso, dove era nella mano di Mosè, cioè nella cura e protezione di Dio; per il peccato questa verga fu gettata a terra, quando le fu detto: «Tu sei terra, e alla terra ritornerai»; qui fu trasformata in serpente, poiché credette, acconsentì e si unì al serpente tentatore; e, come il serpente ha un veleno innato, così noi contraiamo il peccato originale da Adamo per naturale propagazione, per il quale strisciamo a terra come serpenti, e non gustiamo nulla se non le cose terrene: Cristo afferrò questo serpente non per il capo dove ha il veleno, ma per la coda, poiché assunse la natura umana senza peccato. Ancora, per la coda, cioè nell'ultima età del mondo, assunse la natura umana, e così la unì a sé e a Dio, anzi la rese più bella e più augusta. Così dice Pererio.

Anagogicamente, lo stesso Cirillo, nel libro Sull'Incarnazione, capitolo 14: La verga, dice, è Cristo, che è la potenza del Padre, e che tiene la verga ossia lo scettro del regno e della giustizia. Questa fu trasformata in serpente nell'Incarnazione; la natura umana infatti, per il peccato, era divenuta maligna come un serpente: e Cristo rivestì la natura e la somiglianza del peccatore; perciò il serpente innalzato nel deserto significava Cristo innalzato sulla croce, come è detto in Giovanni 3,14. Questo serpente, mediante la risurrezione, fu nuovamente fatto verga, cioè signore, re, giudice, trionfatore e principe del cielo e della terra.

Allo stesso modo Cirillo nel medesimo luogo, capitolo 15, interpreta il seguente segno della lebbra di Mosè come riferito a Cristo nato, sofferente e risorgente.

Tropologicamente, la verga è la disciplina, la correzione e il castigo, che all'inizio appare orribile ai fanciulli, agli imperfetti e ai non mortificati, come un serpente; ma alla fine, quando ne sperimentano il frutto, riconoscono che è una verga paterna e pastorale: poiché, come dice l'Apostolo in Ebrei 12,11: «Ogni disciplina nel presente sembra non essere di gioia, ma di dolore; in seguito tuttavia renderà il frutto pacifichissimo della giustizia a quelli che per mezzo di essa sono stati esercitati.»


Versetto 3: Cosicché Mosè fuggì

3. COSICCHÉ MOSÈ FUGGÌ. -- Questo serpente infatti, prodotto da una grande verga, era grande e spaventoso: perciò Filone lo chiama drago, il principe dei serpenti.


Versetto 5: Affinché credano

5. AFFINCHÉ CREDANO. -- Si sottintenda: compirai questo segno della verga davanti a loro, cioè che tu la trasformi in serpente e di nuovo in verga: a questo fine, affinché credano che tu sei stato mandato da me.


Versetto 6: La trasse fuori lebbrosa

6. E DOPO CHE L'EBBE MESSA NEL SENO, LA TRASSE FUORI LEBBROSA. -- Questo è il secondo segno, della mano lebbrosa e guarita.

Simbolicamente, in senso letterale, Mosè che pone la mano nel seno significava che egli aveva cura del popolo e lo portava quasi nel suo seno, Numeri 11,12. La mano infatti significava il popolo ebreo: perciò nel seno di Mosè la mano divenne lebbrosa, poiché quando gli Egiziani videro che il popolo aveva Mosè come guida, e che era da lui favorito, innalzato e difeso, cominciarono a trattarlo più duramente e ad affliggerlo; ma Mosè, ponendola una seconda volta nel seno, cioè assumendo la piena e perfetta cura del popolo, vendicandolo con le piaghe inflitte al Faraone, riportò la mano sana e integra, poiché condusse il popolo salvo fuori dall'Egitto.

Simbolicamente e tropologicamente, con questo segno era significata la causa dell'afflizione degli Ebrei: la mano nel seno rappresenta infatti gli Ebrei nel culto e nella religione, e di conseguenza nella cura e nel seno, per così dire, di Dio; qui la mano divenne lebbrosa, poiché gli Ebrei erano caduti negli idoli e nei vizi degli Egiziani; ma Dio lavò via queste cose e purificò la mano dalla lebbra, quando di nuovo collocò gli Ebrei mediante Mosè nel suo seno, accettandoli come suo popolo e sua Chiesa. Così dicono San Cirillo e Teodoreto.

Teodoreto aggiunge che Dio volle con questo segno ammonire Mosè alla perpetua umiltà, quando dapprima infettò di lebbra la sua mano, che sarebbe divenuta taumaturgica e avrebbe trasformato gli stessi elementi.

Allegoricamente, Sant'Agostino, Sermone 86 Sulle stagioni, dice: La mano lebbrosa è la Sinagoga dei Giudei, la quale, infettata dalla lebbra, cioè dall'incredulità verso Cristo, fu rigettata da Dio; a essa succedette la mano credente e monda, cioè la Chiesa fedele dei Gentili, eletta da Dio.

In secondo luogo, Pererio dice: La mano di Mosè è Cristo Figlio di Dio, che è, per così dire, la mano del Padre; per mezzo di lui infatti il Padre fece tutte le cose. Egli era dall'eternità nel seno del Padre, ma quando fu tratto fuori mediante l'Incarnazione, apparve lebbroso, cioè sopraffatto da fatiche e dolori. Perciò Isaia 53 dice: «Non ha bellezza né decoro, e lo stimammo come un lebbroso.» Ma ritirato nuovamente mediante la risurrezione e l'ascensione nel seno del Padre, e sedendo alla destra di Dio, apparve glorioso.


Versetto 8: Né avranno udito la voce del primo segno

8. NÉ AVRANNO UDITO LA VOCE DEL PRIMO SEGNO -- cioè la voce confermata dal primo segno: il segno infatti parlava con voce muta che il discorso di Mosè era il discorso di Dio, e questo segno era il sigillo di tale fatto.


Versetto 9: Prendi l'acqua del fiume

9. PRENDI L'ACQUA DEL FIUME -- il Nilo.

E SI TRASFORMERÀ IN SANGUE. -- Questo terzo segno, con il quale Mosè trasformò l'acqua in sangue, fu appropriato: con esso infatti rimproverò agli Egiziani, per così dire, l'infanticidio degli Ebrei, e vendicò il loro sangue con questo sangue, e presagì l'annegamento nelle acque e nel Mar Rosso di coloro che avevano annegato i piccoli degli Ebrei nelle acque. «Era infatti giusto che il fiume, al quale avevano consegnato i piccoli degli Ebrei perché fossero annegati da crudele morte, rendesse ai responsabili del crimine un calice di sangue, e che gustassero bevendo il cruore della corrente inquinata, che avevano macchiato di parricida strage», dice Origene, Omelia 4, e da lui Sant'Agostino, Sermone 87 Sulle stagioni. Giuseppe Flavio pensa che Mosè sperimentò questo terzo segno, come i due precedenti, e lo compì qui davanti al Signore. Ma Filone più rettamente giudica che Mosè sperimentò qui davanti al Signore solo i due segni precedenti, ma differì questo terzo segno e lo riservò per compierlo davanti al Faraone: questo è ciò che la Scrittura qui significa.

Tertulliano, nel libro Sulla risurrezione della carne, capitolo 28, con questi tre segni intende misticamente la triplice potenza di Dio: Egli infatti primo sottomise il serpente, cioè il diavolo; secondo, trarrà fuori la carne lebbrosa, anzi corrotta, dal seno della morte nella risurrezione; terzo, perseguirà ogni sangue, dice, con il giudizio, cioè con giusto giudizio vendicherà dalla morte e risusciterà tutto il sangue versato nel martirio o nella morte, mediante la comune risurrezione di tutti.


Versetto 10: Io non sono eloquente

10. TI SUPPLICO, SIGNORE. -- Si sottintenda: risparmiami, non mandarmi. Questo è infatti compreso per aposiopesi.

IO NON SONO ELOQUENTE. -- Simmaco rende: non sono eloquente, cioè forbito nel parlare; in ebraico: non sono un uomo di parole, uno che parla molte cose con eloquenza, cosicché il Faraone non sarebbe disposto ad ascoltare un oratore così magro.

DA IERI E DALL'ALTRO IERI -- da un tempo precedente: è un ebraismo.

E DA QUANDO. -- In ebraico, anche da quando hai parlato con me, come a dire: né sono diventato più eloquente per il tuo discorso, come puoi constatare dalle mie parole; perciò meno appropriata è l'esposizione di Filone, che è questa: Quando confronto la mia eloquenza con la tua, o Signore, mi riconosco muto e senza lingua: poiché il senso di Mosè è diverso, come ora dimostrerò.

HO LA LINGUA PIÙ IMPACCIATA E PIÙ LENTA. -- Nota: queste parole dipendono dalle precedenti, come a dire: Anche da quando hai parlato con me, Signore, sono rimasto con la lingua più impacciata, né sono diventato più eloquente, sebbene tu spesso renda articolate le lingue dei bambini.

Perciò la Bibbia Regia divide erroneamente queste parole con un punto e virgola posto dopo «tuo servo», così che inizi una nuova frase, cioè, «ho la lingua più impacciata e più lenta». Dalla prima lettura, che è quella genuina, alcuni pensano che questo difetto di lingua in Mosè fosse accresciuto dalla visione e dal colloquio con Dio, a causa della suprema ammirazione e riverenza di Mosè per la divina maestà. Ma il testo ebraico suggerisce il contrario; recita infatti così: «Signor mio, io non sono eloquente, neppure da ieri, neppure dall'altro ieri, neppure dal tempo in cui hai parlato al tuo servo; poiché sono pesante di bocca e pesante di lingua», come a dire: Non sono mai stato eloquente, nemmeno dal tempo in cui hai parlato con me, poiché per natura ho una lingua impacciata e lenta. Il Caldeo rende: Poiché sono di parola pesante e di lingua profonda, come a dire: Parlo con difficoltà e lentamente, così che sembro trarre le parole dal profondo e dal fondo del petto. Un altro impedimento, quello della voce sottile, lo esprimono i Settanta quando traducono: «Sono di voce sottile e di lingua lenta»: e questa interpretazione della voce sottile fu seguita da Origene, Omelia 3; San Girolamo, su Geremia capitolo 1; Filone, Teodoreto, Agostino, Questioni 10 e 16, dove dice: «Forse la superbia regale non permetteva a chi si avvicinava di parlare da vicino», cosicché Mosè giustamente temeva che, a causa della sottigliezza della sua voce, non sarebbe stato udito dal Faraone.

Questa è la quarta scusa di Mosè, con la quale declina la missione presso il Faraone, tratta dall'impedimento della lingua. Dove si noti che in Mosè vi era un quintuplice difetto: primo, che, come indicano gli ebraici, era un uomo di poche parole, cioè magro e povero nel parlare; secondo, che nel parlare non era eloquente, ma rozzo, scomposto e inelegante; terzo, che nel discorso non era pronto, ma lento di lingua; quarto, che la voce era sottile e debole; quinto, che la lingua era impacciata, cosicché non poteva pronunciare correttamente certe lettere e certi suoni; forse anche che era balbuziente o bleso. A causa di questi difetti Mosè, nel capitolo 6, si definisce incirconciso di labbra.

Si noti qui l'umiltà di Mosè, con la quale confessa i propri difetti e declina un incarico così onorevole; perciò meritò che, per mezzo della sua voce debole, Dio confondesse gli eloquenti e i sapienti degli Egiziani, dice Teodoreto.

Si chiede se questo difetto della lingua di Mosè fosse naturale, o gli fosse sopraggiunto per accidente. Alcuni, citati da Ugo di San Vittore, pensano che l'unico difetto di lingua in Mosè fosse che durante i 40 anni in cui aveva vissuto in Madian, aveva dimenticato la lingua egiziana. Ma la Scrittura qui pone non questo difetto di lingua, ma un altro difetto della lingua -- anzi, difetti. In secondo luogo, gli Ebrei riferiscono che Mosè, quando aveva tre anni, portò alla bocca dei carboni ardenti e si bruciò la punta della lingua, e da ciò contrasse questo difetto della lingua; ma questa è una favola giudaica. In terzo luogo, Origene, Omelia 3; San Gregorio, Omelia 8 su Ezechiele, e Ruperto, Libro 1 sull'Esodo, capitolo 18, pensano che Mosè fosse per natura articolato, ma dopo che cominciò a conversare con Dio, in confronto alla sapienza e all'eloquenza divina, gli sembrò di essere un bambino e un muto; e che «da ieri e dall'altro ieri», cioè da questi tre giorni in cui ho parlato con Te, Signore: da ciò risulta infatti chiaro che queste cose tra Dio e Mosè furono fatte e dette non in un solo giorno, ma in tre giorni.

Ma questa esposizione è confutata dal fatto che Mosè, dopo questo colloquio con Dio, rimase inarticolato e lento nel parlare, e, come egli stesso dice nel capitolo 6, versetto 12, incirconciso di labbra: perciò nello stesso luogo Dio gli aggiunge Aronne come compagno e interprete, affinché parli al popolo per conto di Mosè.

Dico dunque che questo difetto di lingua era naturale in Mosè, e a lui connaturato, e non gli sopravvenne per accidente. Dio scelse dunque Mosè, così inarticolato, per questa missione, sia per mantenere Mosè nell'umiltà mediante questo difetto, sia affinché la liberazione degli Ebrei fosse attribuita non all'eloquenza di Mosè, ma alla potenza di Dio; Dio infatti scelse le cose deboli del mondo per confondere le forti. Allo stesso modo Dio scelse Apostoli rozzi e inarticolati, per mezzo dei quali convertì il mondo. Così dice Teodoreto.

Nota: Mosè era esteriormente inarticolato tra gli uomini, ma interiormente eloquente davanti a Dio, poiché con l'efficacia della sua preghiera e santità ottenne da Dio tutto ciò che volle, come risulta da Esodo 32, versetti 11 e 14.


Versetto 11: Chi ha fatto la bocca dell'uomo?

11. CHI HA FATTO LA BOCCA DELL'UOMO? O CHI HA FATTO IL MUTO E IL SORDO, IL VEDENTE E IL CIECO? NON SONO FORSE IO? -- come a dire: Io sono Colui che dà e toglie i sensi e l'uso dei sensi, quando mi piace, cosicché posso sciogliere la lingua dei balbuzienti e legare le lingue degli agili quando mi piace: poiché dunque ora ti mando e ti designo come mio ambasciatore, ti darò anche una bocca e l'eloquenza.

Impara qui che l'eloquenza e la grazia della parola sono un dono di Dio, sia naturale sia soprannaturale. Perciò, quando Platone era ancora un bambino che dormiva nella culla, si videro delle api versare nella sua bocca un'abbondanza di miele; il che era un presagio che dalla bocca di Platone, per dono di Dio, sarebbe fluito un discorso più dolce del miele. Perciò anche Senofonte fu chiamato la Musa Attica per l'eleganza del suo parlare. Così pure nel caso di Sant'Ambrogio, quando era ancora un bambino, uno sciame di api si posò sulla sua bocca, il che presagiva la divina eloquenza dell'uomo, dice Paolino nella sua Vita. La madre di San Domenico, quando era incinta, le sembrò in sogno di portare nel grembo un cagnolino che teneva in bocca una fiaccola, con la quale, venuto alla luce, avrebbe incendiato il mondo: con questo sogno era significato che San Domenico con la sua predicazione eloquente, fervida e pia avrebbe infiammato tutti all'amore di Dio. Qualcosa di simile accadde alla madre di San Bernardo, che fu veramente mellifluo. È poi mirabile che vediamo ripetutamente uomini altrimenti austeri e rozzi, dotati da Dio di eloquenza, e che dicono molte cose con grazia ed eleganza. Così quando Senocrate, duro e austero per natura, parlava con grazia e arguzia, e gli uditori si meravigliavano, Platone disse: «Perché vi meravigliate? Non vedete forse che tra i cardi e le ortiche solitamente crescono gigli e rose?»


Versetto 13: Manda chi vorrai mandare

13. TI SUPPLICO, SIGNORE, MANDA CHI VORRAI MANDARE -- come a dire: Manda un altro, che hai preconosciuto che avresti mandato.

L'ebraico dice: manda, ti prego, per mano (cioè di un altro), chi vorrai mandare, come a dire: Per un'ambasciata così grande, serviti di un altro strumento più adatto di me; questo è ciò che «mano» significa presso gli Ebrei.

Gaetano nota che questa è la quinta scusa di Mosè. La prima fu infatti nel capitolo 3, versetto 11, dalla propria incapacità, che era inadatto e impari a un compito così grande. La seconda, capitolo 3, versetto 13, dal nome sconosciuto di Dio. La terza, capitolo 4, versetto 1, dall'incredulità degli Ebrei. La quarta, capitolo 4, versetto 10, dal difetto della lingua. E quando vide che queste scuse non erano accettate da Dio, aggiunge questa quinta interpellazione e supplica, con la quale tentò di scrollarsi interamente di dosso e trasferire a un altro questa missione, supplicando: «Manda chi vorrai mandare», come a dire: Manda chiunque tu voglia, purché non mandi me, che sono inadatto a un compito così grande. Così dice Vatablo.

Perciò Lirano sbaglia a pensare che con queste parole Mosè pregasse Dio di mandare specificamente il fratello Aronne, in quanto più eloquente di lui, e che, come aggiungono e inventano alcuni Rabbini, fino ad allora aveva fatto il profeta in Israele. Né ha ragione Rabbi Salomone nel pensare che Mosè chiedesse di mandare Giosuè, riguardo al quale gli era stato rivelato che dopo la sua morte avrebbe guidato gli Ebrei in Canaan. Le parole di Mosè sono infatti generali e indefinite. In secondo luogo, molti Padri, come San Giustino, Tertulliano, Cipriano, Eusebio, scrivendo contro i Giudei, e Ruperto, pensano che Mosè qui chiedesse la venuta del Messia; il suo nome era infatti «il Mandato» o «Colui che sarà mandato», come risulta da Genesi 49,10, come a dire: Poiché, o Signore, hai stabilito di mandare il Messia, e poiché un giorno lo manderai per liberarci dal peccato, mandalo piuttosto adesso, affinché con la stessa opera liberi il tuo popolo dall'Egitto. Questo senso è molto probabile e appropriato, qualunque cosa obietti l'Abulense, e per quanto audacemente Eugubino protesti contro Padri così grandi. Così infatti un tempo gli altri Patriarchi, nelle circostanze gravi, guardavano sempre al Cristo promesso e sospiravano per lui, come risulta da Giacobbe in Genesi 49, versetti 10 e 18.

Si chiede se Mosè abbia peccato resistendo così spesso alla chiamata e alla missione di Dio. Alcuni Ebrei pensano che Mosè abbia peccato per incredulità, sfiducia e disobbedienza mortale; e che perciò sia stato punito col fatto che non guidò gli Ebrei nella terra promessa. Ma questa è una censura troppo severa e priva di fondamento: non per questo, ma per un altro atto di sfiducia presso le acque della contraddizione, Mosè fu escluso dalla terra santa, come risulta da Numeri 20. Ancora più assurdo è ciò che dice Rabbi Salomone, che Mosè fu privato del sacerdozio per questo peccato, e che esso fu trasferito ad Aronne. In secondo luogo, San Basilio, Gregorio, Girolamo, e Pererio che li cita, scusano completamente Mosè e lodano la sua scusa come procedente dall'umiltà, sia perché Mosè conosceva il cuore pervicace e inesorabile del Faraone, e la dura cervice degli Ebrei, dice Basilio, che pensava di non poter piegare; sia perché è proprio di chi è veramente obbediente fuggire e declinare gli incarichi onorevoli (quale era questa missione); ma offrirsi volontariamente e alacremente alle cose dure e difficili, come insegna San Gregorio, Libro 35 dei Moralia, capitolo 13. Allo stesso modo Saul si scusò dalla regalità come se ne fosse indegno, 1 Re capitolo 9, e Geremia, capitolo 1, dalla profezia e dalla predicazione.

«Mosè,» dice San Gregorio, «poiché era umile di mente davanti a se stesso, subito si ritrassero dalla gloria di un così grande governo che gli era offerto. Ma Paolo, quando udì da Agabo quanta avversità lo attendesse a Gerusalemme, subito rispose: Sono pronto non solo a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome di Gesù. Per la virtù incrollabile di entrambi questi condottieri che ci precedono, siamo ammaestrati che, se veramente ci sforziamo di afferrare la palma dell'obbedienza, nelle cose prospere di questo mondo dobbiamo servire solo per comando, ma nelle avversità anche per devozione.»

Ma io dico con Gaetano e l'Abulense che Mosè peccò per veniale pusillanimità e disobbedienza; quando infatti considerava la propria debolezza, vi si aggrappava troppo, giudicando se stesso più debole di chi potesse sostenere un peso così grande imposto da Dio, non considerando che Dio, il quale lo chiamava, gli avrebbe anche provveduto forza e coraggio. Benché dunque Mosè non rigettasse né declinasse direttamente la volontà di Dio, desiderava tuttavia che Dio volesse diversamente e mandasse un altro, e insistette troppo presso Dio in questo, fino a cinque volte; per la qual cosa Dio giustamente si adirò con lui, come con uno che tergiversava troppo: o, come dice l'ebraico, iichar, cioè si accese improvvisamente, conservando tuttavia la sua amicizia con Mosè: perciò presto temperò quest'ira con la clemenza, e mandò Mosè, ormai acquiescente, al Faraone, aggiungendogli Aronne come compagno.

Si dirà: Mosè sapeva già prima di essere stato eletto da Dio per questo compito; e perciò uccise quell'Egiziano tanto coraggiosamente quanto pericolosamente, come ho mostrato da Santo Stefano nel capitolo 2, versetto 12: come dunque divenne qui così pusillanime, da declinare ora questo incarico?

Rispondo: Ciò accadde perché una cosa ardua mostrata da lontano, e che deve compiersi molto tempo dopo, quasi assente, non colpisce né scuote la mente; la stessa cosa però, quando è presente e deve essere messa in esecuzione, allora colpisce l'uomo cosicché trema e suda: allora infatti il peso della cosa, tutte le difficoltà e i pericoli sono percepiti molto più vividamente di prima. Lo sperimentiamo in noi stessi e nei nostri soldati inesperti di guerra: quando sono fuori dalla portata del giavellotto, sembrano leoni, pronti a osare qualunque cosa; ma quando devono combattere corpo a corpo con il nemico, mentre le trombe squillano e le schiere gridano da entrambe le parti, allora impallidiscono, tremano e i loro cuori palpitano, e, come si suol dire, sono leoni in pace, cervi in battaglia. Così dunque Mosè, quando ricevette l'oracolo sulla sua futura guida, non temette; ma quando lo vide imporglisi, e scorse da vicino i suoi pesi e le sue difficoltà, allora cominciò a tremare e a cercare ogni via di fuga, conservando tuttavia l'amicizia e l'obbedienza verso Dio: perciò quando vide che Dio assolutamente lo voleva, e non ammetteva scuse, ma si adirava, immediatamente obbedì e accettò il peso.


Versetto 14: Aronne tuo fratello, il Levita

14. ARONNE TUO FRATELLO, IL LEVITA. -- La parola «Levita» è aggiunta al nome Aronne come soprannome derivato dalla tribu, secondo l'uso giudaico: essi infatti prendevano il soprannome dalla propria tribu, come gli olandesi dal genitore, e altri ovunque dalla famiglia. Inoltre «Levita» era un soprannome onorifico, per il sacerdozio annesso alla tribu di Levi, nella quale Aronne doveva essere il primo e il capo.


Versetto 15: Io sarò nella tua bocca

15. IO SARÒ NELLA TUA BOCCA. -- Dall'ebraico si può tradurre: Io sarò con la tua bocca, come a dire: Io sarò il direttore della tua bocca, suggerirò, modererò e dirigerò la tua lingua e le tue parole: «Poiché appartiene al Signore governare la lingua,» come dice il Sapiente in Proverbi 16,1, e ciò deve essere incessantemente implorato da Dio con i Santi, specialmente da chi governa altri; così Ester al capitolo 14, versetto 13, prega Dio: «Concedimi, dice, un discorso ben composto nella mia bocca;» e l'Apostolo in Efesini 6,19 desidera che si preghi per lui, «affinché mi sia data, dice, la parola nell'aprire la mia bocca.»

Filone pensa che la balbuzie naturale di Mosè sia stata qui curata e tolta da Dio, come se Dio gli avesse detto: «Al mio comando articolerai tutto chiaramente, mutata in meglio la tua eloquenza, esprimendo i tuoi pensieri non diversamente da come scorrono le sorgenti più limpide.» Ma ciò non sembra vero; poiché a causa della mancanza di eloquenza di Mosè e dell'eloquenza di Aronne, Dio aggiunge Aronne come compagno di Mosè, come segue. Di nuovo al capitolo 6, versetto 12, Mosè afferma espressamente di essere ancora incirconciso di labbra.


Versetto 16: Egli sarà la tua bocca

16. EGLI SARÀ LA TUA BOCCA. -- Aronne sarà il tuo interprete.

MA TU SARAI PER LUI IN QUELLE COSE CHE PERTENGONO A DIO -- come a dire: Tu comanderai e disporrai ciò che si deve fare, come un intelletto che concepisce; ma Aronne pronuncerà quelle stesse cose, come una bocca che esegue e che esprime.

Mosè era come l'intelletto che concepisce, Aronne come la bocca eloquente.

Tu sarai per lui lelohim, come Dio, al posto di Dio, in vece di Dio, affinché da te egli comprenda la volontà di Dio, ossia la Mia volontà, e da te, per così dire, consulti e ascolti Me; poiché, come dice Cristo agli Apostoli: «Chi ascolta voi, ascolta Me;» e il Salmista dice ai principi e ai giudici: «Io ho detto: voi siete dei.» Il Caldeo traduce: tu sarai per lui come un principe, ma ciò è debole e improprio. Poiché Elohim propriamente significa Dio.

Moralmente, impara qui quanto grande bene siano un compagno e la compagnia: poiché ogni uomo ha difetti, l'uno supplisce ai difetti dell'altro; perché l'uomo è stato creato per il mutuo soccorso: perciò i sapienti della Grecia celebrarono tanto la storia del cieco con piedi sani, che portava sul collo un uomo senza piedi ma dalla vista acuta; con che ciascuno godeva dell'aiuto dell'altro, l'uno ricevendo il beneficio dei piedi, l'altro degli occhi del suo compagno, che a lui stesso mancavano. Di qui quell'epigramma di Ausonio, numero 123: «Ciò che manca all'uno, lo prende dall'altro.»

Così Mosè riceveva eloquenza da Aronne, e Aronne sapienza da Mosè. Sapientemente dunque il Sapiente dice: «Un fratello che è aiutato da un fratello è come una città forte,» Proverbi 18,19; Ecclesiaste 4,10: «È meglio essere in due che soli; poiché hanno il vantaggio della loro compagnia. Se uno cade, sarà sorretto dall'altro: guai al solitario! poiché non ha chi lo sollevi. E se qualcuno prevale contro uno, due gli resisteranno. Una fune a tre capi non si spezza facilmente.» Per questa ragione i religiosi vanno a due a due, e Cristo mandò i suoi discepoli a due a due a evangelizzare, sia perché avessero un compagno nelle fatiche, sia un testimone della loro vita. Perciò San Tommaso d'Aquino soleva dire: «Un monaco solo è un demonio solitario.» Poiché, come dice Seneca, Epistola 25: «La solitudine ci persuade a tutti i mali.» E nell'Epistola 11: «Gran parte dei peccati viene tolta, se un testimone assiste coloro che stanno per peccare.» L'imperatore Giustiniano, nella Novella Costituzione 133, considera un delitto che i monaci vivano senza testimoni; vuole dunque che essi «siano reciproci testimoni della vicendevole onestà» e castità; poiché, come dice Teodoro Studita nel suo testamento, paragrafo 15: «Contro una sola persona, la calunnia è facile.» Così Giuseppe subì la calunnia di adulterio dalla sua padrona, perché era solo; così anche Susanna subì la calunnia degli anziani, perché era sola. Giustamente dunque Sant'Agostino, nella Regola, capitolo 12, decreta così: «Quando siete insieme in chiesa, e ovunque vi siano donne presenti, custodite reciprocamente la vostra pudicizia. Poiché Dio, che abita in voi, anche in questo modo vi custodirà per mezzo gli uni degli altri.» Ascoltino i religiosi che sono soli il giudizio di Tommaso di Cantimpré, Libro 2, capitolo 11, paragrafo 1, e ascoltino e tremino: «Quanto è vera, dice, questa sentenza: Guai al solitario! Io lo so, che per trent'anni ho esercitato l'ufficio di Vescovo in diverse province, che in questa materia -- che i religiosi vadano soli per le strade, o restino soli nelle corti -- ho udito frequentemente mali orrendi, scandali orrendi e pericoli orrendi, che non avrebbero mai sostenuto né commesso se fosse stato loro aggiunto un compagno.»


Versetto 18: Andrò e tornerò dai miei fratelli

18. ANDRÒ E TORNERÒ DAI MIEI FRATELLI IN EGITTO, PER VEDERE SE SONO ANCORA VIVI. -- Mosè nasconde la visione di Dio al suocero, per modestia, e gli presenta un'altra ragione vera e giusta per partire, affinché ne ottenga cortesemente il permesso di andarsene.


Versetto 20: Li pose sopra un asino

20. LI POSE SOPRA UN ASINO. -- Il rabbino Salomone dice che questo è lo stesso asino che portò la legna ad Abramo per sacrificare Isacco, Genesi 22,3. Sullo stesso asino doveva cavalcare anche il Messia, secondo la profezia di Zaccaria capitolo 9, versetto 9: perché in ebraico, dice, questo asino ha il dimostrativo he, come se fosse illustre e famoso; e perché, se non fosse stato miracoloso e straordinario, non avrebbe potuto portare la madre con i figli già grandi. Chi non vede e non ride di questa favola? E tuttavia i giudei credono a questo rabbino Salomone in tutto, come se fosse il loro Pitagora, e tengono queste favole per tradizioni certe. Vedi qui il giusto giudizio di Dio sui giudei. «Poiché non accolsero l'amore della verità, perciò Dio manderà loro un'operazione di errore, affinché credano alla menzogna,» dice San Paolo, II Tessalonicesi II, 10. Tali sono infatti le inezie e le favole di cui abbonda il rabbino Salomone, cosicché è sorprendente che Lyra gli attribuisca tanto, e a sua volta a loro. Al suo argomento sopra citato, ho risposto che questi figli nacquero intorno a quel tempo, e perciò erano piccoli fanciulli, non più grandi.

PORTANDO LA VERGA DI DIO NELLA SUA MANO. -- Questa verga era il bastone pastorale di Mosè, con il quale pascolava e guidava le greggi di Ietro, che era stato trasformato, e doveva essere nuovamente trasformato in serpente davanti al Faraone; con il quale Mosè compì tutti i segni e le piaghe d'Egitto: perciò è chiamata «la verga di Dio». Gli Ebrei aggiungono, o piuttosto inventano, che questa verga era quadrilatera, e che su di essa era iscritto il nome tetragrammaton di Dio, ossia il nome di quattro lettere, cosicché su ciascuno dei quattro lati della verga era incisa una lettera del nome.

Artapano, citato da Eusebio, libro IX della Preparazione, ultimo capitolo, dice che questa verga di Mosè fu in seguito tenuta in venerazione dagli Egiziani, e che in sua memoria un bastone fu posto e venerato nel tempio di Iside. Essi infatti considerano Iside come la terra, la quale, percossa dal bastone di Mosè, produsse tanti prodigi.


Versetto 21: Bada di compiere tutti i prodigi

21. BADA DI COMPIERE TUTTI I PRODIGI CHE HO POSTO NELLA TUA MANO (cioè, in tuo potere; ossia quei tre segni che ti ho assegnato in questo capitolo, e altri che ti assegnerò in seguito -- bada e abbi cura di compierli tutti) DAVANTI AL FARAONE.

IO INDURIRÒ -- come Dio indurisce, lo tratterò al capitolo VII, versetto 3.


Versetto 22: Il mio figlio primogenito Israele

22. IL MIO FIGLIO PRIMOGENITO ISRAELE -- figlio per adozione, non per generazione naturale, come a dire: Io, Dio, ho adottato gli Israeliti come discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe quali Miei figli; li ho scelti come Mio popolo, affinché Mi servano e Mi adorino, e Io a mia volta sia il loro Padre, Protettore e Provveditore.

Nota: primogenito, ossia, amato sopra le altre nazioni e scelto, e considerato come il primogenito; inoltre, il primo tra i popoli di Dio uniti nella fede e nel culto, e generato e nutrito in quella fede: tale fu infatti il popolo d'Israele.


Versetto 23: Ecco, io ucciderò il tuo figlio primogenito

23. Ecco, io ucciderò il tuo figlio. -- Egli pone soltanto l'ultima minaccia e piaga: perché fino a quel punto il cuore del Faraone rimase indurito; ma per mezzo di essa il suo cuore fu ammorbidito, cosicché lasciasse andare gli Ebrei.


Versetto 24: Il Signore gli venne incontro

24. Il Signore gli venne incontro -- cioè un angelo che portava la persona di Dio in forma umana. Perciò i Settanta traducono: un angelo gli venne incontro; vedi quanto detto al capitolo III, versetto 2.

E VOLLE UCCIDERLO -- o per soffocamento, come sostiene Tertulliano; o piuttosto, come dicono Teodoreto e Diodoro, minacciando la morte con la spada sguainata -- non il fanciullo, cioè il figlio incirconciso di Mosè (come sostiene Tertulliano, nel libro Contro i Giudei, capitolo III, e Sant'Agostino): questo infante infatti non aveva peccato, né aveva meritato la morte, poiché la colpa della circoncisione omessa risiedeva non in lui ma nei genitori. Dunque l'angelo minaccia questa morte contro Mosè; poiché il pronome «lo» designa Mosè, del quale si è parlato ininterrottamente fino a questo punto.

Il rabbino Salomone afferma assurdamente che questo angelo apparve in forma di drago, e inghiottì Mosè nella sua bocca spalancata fino al membro che doveva essere circonciso: vedendo ciò, Sefora comprese che ciò era accaduto a Mosè perché non aveva circonciso suo figlio; perciò ella lo circoncise immediatamente, e subito il drago rivomitò Mosè.

Si può chiedere perché l'angelo volesse uccidere Mosè. Sant'Agostino risponde per primo, nel sermone 86 Sulle stagioni, e ambedue gli Eusebi -- cioè quello di Emesa e quello di Cesarea -- che fu perché portava con sé la moglie, la quale sarebbe stata di impedimento a Mosè e alla sua missione; e la quale, dice Eusebio, avrebbe reso sospetta la sua missione agli Ebrei; poiché essi avrebbero detto a Mosè: Se vieni per condurci fuori dall'Egitto nella terra di Canaan, perché non hai lasciato la moglie e i figli, essendo tanti impedimenti, in Madian? Poiché attraverso Madian (cioè attraverso il Monte Sinai, che è adiacente a Madian) dobbiamo viaggiare verso Canaan. Ma Teodoreto giustamente scusa qui Mosè, dicendo che non avrebbe potuto lasciare la moglie in Madian senza offendere gravemente il suocero, e senza il sospetto di volerla ripudiare. Ma la Scrittura suggerisce un'altra causa per la morte minacciata contro Mosè.

In secondo luogo, Teodoreto e Diodoro pensano che l'angelo minacciò Mosè di morte affinché con questo timore scacciasse dal suo animo il timore del Faraone, come cacciando un chiodo con un altro chiodo, come a dire: Tu, o Mosè, temi troppo il Faraone; poiché dovresti piuttosto temere Me, giacché, come vedi, posso ucciderti subitamente e senza alcuna difficoltà.

Ma io dico che l'angelo volle uccidere Mosè perché non aveva circonciso suo figlio, come Dio aveva comandato, Genesi XVII, 12. Egli infatti doveva essere il legislatore del popolo; dunque egli stesso doveva essere il primo ad osservare la legge. Poiché comprendendo questa causa, la moglie di Mosè circoncise immediatamente il figlio, e subito l'angelo, come se fosse ormai soddisfatto, lasciò andare Mosè. Così dicono Isidoro di Pelusio, Ruperto, Lyra, Abulense e Gaetano.

Si può chiedere, in secondo luogo, perché Mosè, uomo santo, non circoncise il suo secondo figlio secondo la legge? Ruperto e il Caldeo rispondono che fu perché Ietro suo suocero e Sefora sua moglie, essendo gentili e madianiti, non avrebbero permesso che il fanciullo fosse afflitto con tale dolore e tale ferita. Ma contro ciò sta il fatto che avevano già circonciso il figlio maggiore: poiché Sefora circoncise soltanto uno, cioè il minore, perché evidentemente il maggiore era già circonciso; altrimenti l'angelo avrebbe costretto a circoncidere anche quello. Di nuovo, sta contro ciò il fatto che Sefora, circoncidendo immediatamente l'infante di propria iniziativa e da sola, mostrò a sufficienza di essere esperta in questo rito, e di averlo compiuto nella circoncisione del figlio maggiore.

Perciò gli Ebrei, Lyra, Abulense e Pererio giudicano più correttamente che questo figlio minore, cioè Eliezer, era nato da poco, e pertanto o Mosè o piuttosto la madre temevano un grave danno dal viaggio se lo avessero circonciso: Mosè dunque rinviò la cosa fino al suo arrivo in Egitto; per la stessa ragione infatti gli Ebrei erranti nel deserto non furono circoncisi per 40 anni, come risulta da Giosuè capitolo V. Ma l'angelo, minacciando la morte a Mosè, scosse da lui questo timore eccessivo, affinché Mosè, che doveva essere il futuro legislatore, non sembrasse essere stato troppo lasso nell'osservanza della legge. Mosè infatti, come loro condottiero, doveva precedere gli altri con un esempio perfetto di adempimento della legge. Sefora dunque vide l'angelo minacciare la morte al marito Mosè, a causa del fanciullo incirconciso, e forse additandolo con il dito.

Sefora dunque comprese che Mosè era in pericolo di vita a causa della circoncisione trascurata del figlio: in parte perché l'angelo, governando la sua immaginazione, le presentò questa apparenza e questa causa e gliela suggerì; in parte perché l'angelo indicò il fanciullo incirconciso con lo sguardo o con il dito; in parte perché Mosè le aveva insegnato il precetto della circoncisione dato da Dio sotto la minaccia di morte. Gaetano aggiunge, in quarto luogo, che vi fu un discorso dell'angelo riguardo al figlio incirconciso, benché la Scrittura non lo esprima qui.


Versetto 25: Sefora prese una pietra acutissima

25. SEFORA PRESE IMMEDIATAMENTE UNA PIETRA ACUTISSIMA. -- Non perché la circoncisione dovesse necessariamente essere compiuta con un coltello di pietra, come pensava Sant'Agostino, ma perché tale coltello fu il primo a presentarsi alla madre spaventata e in fretta; specialmente perché questi eventi accaddero nei pressi dell'Arabia Petrea, dove si trovano il Sinai e Madian, nella quale vi è maggiore abbondanza e uso di pietre che di ferro. Perciò là affilano le pietre come il ferro, e ne ricavano coltelli acutissimi. Altrimenti infatti, in Genesi XVII, dove è data la legge della circoncisione, non si fa alcuna menzione di pietra. Su questo argomento dirò di più a Giosuè V. Nel frattempo vedi San Tommaso, III Parte, Questione LXX, articolo 3, risposta al 2.

E CIRCONCISE IL PREPUZIO DI SUO FIGLIO -- cioè dei suoi figli, dice Gaetano; poiché egli pensa che entrambi i figli di Mosè furono qui circoncisi da Sefora. In secondo luogo, Ugo di San Vittore pensa che un solo figlio fu circonciso qui: perché la madre, dice, essendo gentile, aveva tenuto un figlio per sé, come proprio e incirconciso, lasciando l'altro a Mosè da circoncidere; oppure Mosè conduceva con sé un solo figlio, mentre aveva lasciato l'altro presso il suocero, come pegno del suo amore e della sua benevolenza. Ma contro queste opinioni sta la Sacra Scrittura, la quale dice espressamente al versetto 20 che Mosè, ritornando, portò con sé i suoi figli; eppure qui al versetto 25 dice che un solo figlio, ossia l'altro dei due, fu circonciso.

Di qui dunque appare che fu circonciso soltanto Eliezer, essendo nato di recente; ma il figlio maggiore Gersam era già stato circonciso prima, come ho detto.

E toccò (Sefora, come risulta dall'ebraico, quasi supplicando per la vita del marito Mosè) I SUOI PIEDI. -- I Settanta traducono: si prostrò ai suoi piedi, cioè dell'angelo che assaliva Mosè, dice Gaetano, per placarlo con una preghiera supplichevole. In secondo luogo, il Caldeo traduce: gettò il prepuzio del figlio ai piedi dell'angelo, come a dire: Se sei adirato con Mosè a causa del fanciullo incirconciso, ecco qui il prepuzio circonciso del fanciullo; dunque, placato, cessa di perseguitare mio marito. In terzo luogo, altri dicono «i suoi piedi» cioè i piedi del fanciullo, come a dire: La madre toccò o tinse i piedi del fanciullo, o con il sangue versato, o con il prepuzio reciso.

Ma io dico: Sefora «toccò i suoi piedi», cioè quelli di Mosè; poiché a lui disse ciò che segue: «Tu sei per me uno sposo di sangue.» Toccò dunque i piedi del marito e li asperse con il sangue e il prepuzio del figlio davanti all'angelo, affinché con ciò, quasi come un prezzo, lo salvasse e lo riscattasse dalla morte, dicendo: «Tu sei per me uno sposo di sangue a causa della circoncisione,» come a dire: Io, o marito, ti riscatto come mio sposo -- te che eri stato destinato dall'angelo a morte certa -- con il sangue di mio figlio, che ho versato nel circonciderlo.

Male dunque Ruperto lo spiega così: toccò i suoi piedi, cioè ella pregò importunamente Mosè di lasciarla tornare a casa dal padre; era infatti atterrita dalla visione dell'angelo. Da cui segue: «E lo lasciò andare.» Ma se fosse così, avrebbe dovuto dire: E la lasciò andare, cioè Mosè che lascia andare Sefora.

Nota: Toccare i piedi presso i giudei era segno sia di amore sia di riverenza e adorazione, specialmente delle donne verso gli uomini. Così la Sunamita, pregando Eliseo per il figlio morto, toccò i suoi piedi, IV Re IV, 27. Così Maria Maddalena e altre pie donne dopo la risurrezione tennero i piedi di Cristo, Matteo ultimo capitolo, versetto 9. Così (come risulta dagli antichi Concili) era uso nella Chiesa antica che coloro che salutavano i Vescovi toccassero loro le ginocchia con la mano. Questo era anche un uso dei Gentili; di qui quel passo in Omero, Iliade I, versetto 499: «E si sedette dinanzi a lui e gli afferrò le ginocchia.»

«Per prima cosa si prostrò alle ginocchia del Tonante.» Così da Plinio, libro IX, epistola 21, si dice «prostrato alle ginocchia». Ma coloro che imploravano il perdono di un'offesa si gettavano supplici ai piedi. Perciò Pietro Crisologo, sermone 93: «Si protenda verso i piedi,» dice, «chi cerca un perdono pronto.» Salviano di Marsiglia, nella sua epistola a Ipazio e Quieta: «Mi prostro alle vostre ginocchia, o carissimi genitori: io sono quella vostra Palladia.» E i figli supplici, prostrati ai piedi dei genitori, ne baciavano i piedi, dice lo stesso Salviano. Plinio dà la causa naturale di questo costume, libro XI, capitolo XLV: «Nelle ginocchia dell'uomo,» dice, «risiede una certa sacralità, secondo l'osservazione dei popoli: i supplici le toccano, verso di esse tendono le mani, le adorano come altari; forse perché in esse risiede il potere vitale. Presso gli antichi greci era costume nella supplica toccare il mento.»

La seconda ragione è che le ginocchia sono consacrate alla misericordia. Servio su quel passo dell'Eneide III: «Aveva parlato e, abbracciandogli le ginocchia e rotolandosi alle sue ginocchia, gli stava attaccato»: «I filosofi naturali,» dice, «affermano che le singole parti del corpo sono consacrate a divinità: l'orecchio alla Memoria, la fronte al Genio, la mano destra alla Fede, le ginocchia alla Misericordia.» E Pierio, Hieroglyphica 35: «Che il ginocchio sia la sede della misericordia,» dice, «tutta l'antica tradizione lo riconosce, così come l'orecchio è ritenuto la sede della memoria, e il naso dello scherno.» Perciò coloro che facevano voti tenevano le ginocchia, per significare che si impegnavano a ricevere ciò che chiedevano, dalla misericordia di cui le ginocchia sono la sede. Riguardo agli dei dei Gentili, Arnobio dice, libro VI: «Dunque non ridete di queste statue, le cui suole e ginocchia toccate e palpate mentre pregate?» Di qui subito il costume di suggellare i voti e incerare le ginocchia degli dei. Poiché ciascuno affiggeva il proprio voto, iscritto su tavolette cerate, alle ginocchia degli dei. Giovenale, satira 10: «Per il qual motivo è lecito incerare le ginocchia degli dei.»

La terza ragione è che nelle ginocchia risiede la potenza del moto e del camminare, e che esse sono simbolo di piena forza e vigore. Poiché come piegare le ginocchia è professione di debolezza e di bisogno, così non piegarle è segno di dignità e di potenza. Perciò l'elefante era per gli Egiziani simbolo di potenza regale perché non piega le ginocchia -- cioè non ha bisogno dell'aiuto di un altro, né deve supplicare un altro. Toccare le ginocchia dunque non è altro che riconoscere la forza e la potenza dell'altro, con la quale egli può portare soccorso se lo vuole, e sostenere chi vacilla.

Goropio dà una quarta ragione, libro V delle Origini di Anversa: Anticamente, dice, i supplici si prostravano alle ginocchia per baciare la coscia, come per significare che cercavano la loro vita dal luogo da cui l'avevano ricevuta: poiché il seme, e di conseguenza la prole e la posterità, hanno la loro origine dai lombi e dalla coscia. Così dunque Sefora, toccando i piedi del marito, mostrò amore e riverenza -- per ottenere la vita del marito; poiché al posto dei piedi dell'angelo (che non osava toccare) abbracciò i piedi del marito. I Settanta traducono: e l'angelo si allontanò da lui. Così dice Sant'Agostino.

Così Sidonio Apollinare, libro I, epistola 5: «Prostrato sulla soglia degli Apostoli,» dice.


Tu sei per me uno sposo di sangue

TU SEI PER ME UNO SPOSO DI SANGUE. -- È sorprendente che i Settanta abbiano tradotto: «il sangue di mio figlio si fermò.» Il Caldeo traduce chiaramente: Sefora offrì il prepuzio davanti a lui, l'angelo, e disse: «A causa del sangue di questa circoncisione (cioè il sangue trascurato che non era stato versato), il mio sposo era stato condannato a morte.»

Il rabbino Abramo riferisce queste parole al fanciullo circonciso, come se la madre, anche applaudendo il figlio circonciso, avesse detto: Tu sei per me uno sposo di sangue; gli Ebrei tramandano infatti che era costume presso le madri ebree chiamare i propri figli, quando venivano circoncisi, i loro sposi.

In secondo luogo, Rabano pensa che Sefora disse queste parole per ira, come a dire: Tu, o marito, sei la causa per cui ho dovuto versare il sangue di mio figlio; perciò giustamente mi sdegno e ti chiamo sposo di sangue.

In terzo luogo, altri lo spiegano così, come se ella dicesse: Vedo che tu sarai per me uno sposo faticoso e sanguinario, e che cose ben più grandi dovrò sopportare con te in Egitto. Lasciami dunque, che io possa tornare a casa dai miei genitori. Perciò pensano che Sefora a questo punto sia tornata a casa con i suoi figli.

In quarto luogo e nel modo migliore, come se ella dicesse: Se io non avessi versato il sangue di mio figlio nella circoncisione, tu saresti perito per mano dell'angelo-giustiziere. Dunque io ti ho nuovamente acquistato e comprato come mio sposo, non con una dote in denaro, ma con l'effusione del sangue di mio figlio, come spiegherò più ampiamente al versetto seguente.

Nota: Le nozze sia presso gli Ebrei sia presso i Romani si facevano per coempzione: il marito infatti, dando denaro alla moglie e ai suoi genitori, la comprava da loro come sua sposa; a sua volta, la moglie talvolta comprava il marito pagando un prezzo. Così Davide comprò da Saul la figlia Micol come sua sposa con cento prepuzi dei Filistei, II Re III, 14. Così Osea comprò una meretrice come sua sposa per quindici pezzi d'argento, Osea III, 2. Così un tempo i Sassoni e i Burgundi compravano le mogli dai loro genitori per trecento soldi. Di qui anche quel detto del poeta: «E Teti ti compri come genero con tutte le sue onde. Il re ti nega le nozze e una dote cercata col sangue.» Vedi Ribera su Osea III, versetto 2.

Alcuni lo spiegano così: Tu, o marito, o sposo, eri reo di sangue e di morte, e dovevi essere ucciso per la circoncisione omessa del tuo figlio. Ma io dico che il senso è: a causa della circoncisione, cioè a causa del sangue di mio figlio, che ho versato nella sua circoncisione; tu, o Mosè, sei per me uno sposo di sangue: perché con questo sangue, te condannato a morte, dalla morte ti ho redento. Come a dire: Prima che il figlio fosse circonciso, tu eri per me sposo di sangue, di strage e di uccisione, dice il rabbino David Kimchi, perché dovevi essere ucciso e il tuo sangue doveva essere versato dall'angelo. Ma ora, con il figlio circonciso, tu sei per me sposo del sangue della circoncisione, perché con il sangue della circoncisione di mio figlio, ho comprato la tua vita e te come mio sposo.

Simbolicamente, Mosè unito a una straniera rappresenta un Dottore cristiano dedito alla filosofia umana. Questa unione genera una prole, cioè dottrine vere, ma miste a dottrine vane e false; le quali se non vengono circoncise, portano la morte al cristiano -- per esempio, le dottrine dei filosofi sono che Dio è il primo motore, ma non è onnipotente; che non può fare qualcosa dal nulla, ma solo dalla materia a Lui coeterna; che non agisce liberamente, ma per fato e per necessità di natura. Tutte queste cose devono essere circoncise dal coltello di pietra, cioè dalla fede in Cristo.

Inoltre, impara qui che non basta al padre di famiglia essere egli stesso religioso e santo, ma deve curare che anche i suoi figli e tutta la famiglia lo siano. Ascolta quanto rettamente e piamente Sant'Elzeario, conte di Ariano, regolò la sua famiglia, dalla sua Vita, capitolo XVIII: «In primo luogo, stabilì che tutti quelli della sua casa udissero ogni giorno la Messa per intero. In secondo luogo, che vivessero castamente e puramente: coloro che facevano altrimenti, li espelleva dalla sua casa. Non voleva infatti che alcuno mangiasse il suo pane che egli sapesse implicato in peccato mortale, affinché non infettasse gli altri, e affinché non sembrasse favorire il peccato di quella persona. In terzo luogo, che i nobili e i cavalieri, e parimenti le vergini e le matrone, si confessassero una volta alla settimana e comunicassero una volta al mese. In quarto luogo, che le medesime vergini e matrone si dedicassero alle preghiere e ai pii esercizi dalla mattina fino al pasto di mezzogiorno, e dopo il pasto si occupassero di lavori manuali. In quinto luogo, che nessuno osasse bestemmiare Dio, la Beata Vergine, o alcuno dei Santi, o giurare temerariamente, o proferire cose indecenti; poiché i cattivi discorsi corrompono i buoni costumi. Chi avesse fatto altrimenti, lo costringeva a digiunare a pane e acqua. In sesto luogo, che nessuno giocasse a dadi o a qualsiasi altro gioco turpe e disonesto. In settimo luogo, che tutti coltivassero la pace, l'amicizia e la concordia: se qualcuno avesse offeso un altro, doveva immediatamente riconciliarsi con l'offeso. In ottavo luogo, che ogni giorno dopo il pasto di mezzogiorno o alla sera, in sua presenza, si tenesse tra di loro una conferenza e una conversazione su argomenti pii e salutari.» Leggi anche Tobia, capitolo IV, dove egli istruisce il figlio in ogni virtù. In questa stessa epoca, il Beato Tommaso Moro, Cancelliere d'Inghilterra e martire, formò i suoi figli e la sua famiglia tanto nelle lettere quanto nella virtù cristiana e nella pietà, cosicché Erasmo ne scrive: «La casa di Moro è una scuola e un ginnasio della religione cristiana.» Testimone ne è Stapleton nella sua Vita di Moro.

Allegoricamente, dica questo a Cristo il vero cristiano, specialmente il Religioso: «Tu sei per me uno sposo di sangue, o Cristo» -- sia perché con il Tuo sangue hai comprato e hai sposato la mia anima a Te. Perciò Sant'Agnese diceva al tiranno: «Il sangue di Cristo mio sposo ha colorato le mie guance»; sia perché Tu a tua volta esigi da me, affinché io sia una sposa degna di Te, il mio sangue, anzi la mia carne e la mia vita, mentre insegni che coloro che vogliono seguirTi e piacerTi devono circoncidere e mortificare le concupiscenze della carne e del sangue, mentre dici: Nessuno può essere Mio discepolo se non rinnega se stesso e porta la sua croce, se non odia e perde la sua anima in questo mondo, se non crocifigge la sua carne con i vizi e le concupiscenze, se non resiste al diavolo, alla carne e al mondo fino al sangue, fino alla morte e al martirio. E questa è «la circoncisione del cuore nello spirito, non nella lettera» -- non giudaica, ma cristiana; non esteriore, ma interiore -- «la cui lode non viene dagli uomini, ma da Dio,» Romani II, 29. Dunque per il martire, Cristo è lo sposo di sangue. Perciò San Cipriano in Sulla lode del martirio: «Al nostro sangue,» dice, «il cielo è aperto; il soldato entra gioendo delle sue ferite.» Il medesimo, libro II, epistola 4: «Voi,» dice, «siete i ricchi grappoli dalla vigna del Signore, e uve ormai mature nel frutto, calpestate dall'assalto dell'oppressione mondana; voi sentite il nostro torchio. Al posto del vino versate sangue; forti nella sopportazione della sofferenza, bevete volentieri il calice del martirio.»

Infine, non fu sufficiente a Mosè circoncidere un solo figlio, il maggiore, se non circoncideva anche il secondo: così per un Prelato, e per qualsiasi cristiano, non basta circoncidere l'intelletto dall'errore, se non circoncide anche l'affetto dalla cupidigia. Così dice Pererio.


Versetto 26: E lo lasciò andare

26. E lo lasciò andare. -- Cioè Sefora lasciò Mosè e tornò nella sua patria, dice Lyra. Ma contro ciò sta la parola ebraica iireph, che non significa mandare via in un altro luogo, ma riposare, cessare, lasciare in pace, non molestare un altro.

In terzo luogo, altri dicono «lo lasciò andare» significa che la malattia, con la quale l'angelo aveva colpito Mosè, lo abbandonò.

In quarto luogo e genuinamente, «lo lasciò andare» significa che l'angelo lasciò Mosè, e non lo minacciò più di morte, quando vide che suo figlio era ormai circonciso. Perciò ella mostrò ciò a lui, e conseguentemente all'angelo, che ella desiderava con questo mezzo placare e riconciliare con il marito, e ne implorò la misericordia e la potenza.


Versetto 27: Al monte di Dio

27. AL MONTE DI DIO -- al Monte Sinai. Sembra che Mosè, quando ormai accompagnato dal fratello Aronne e preparandosi pienamente ad intraprendere la sua missione, così ardua, rimandò la moglie e i figli in Madian, per essere più libero e più sgombro. Che Sefora si fosse separata da Mosè tornando presso i suoi è evidente dal fatto che in seguito ella tornò presso Mosè al Sinai, quando egli era uscito dall'Egitto con gli Ebrei, come si dice al capitolo XVIII, 2.


Versetto 30: E Aronne parlò

30. E ARONNE PARLÒ. -- Ecco, Aronne qui è la bocca e l'interprete di Mosè, come Dio aveva predetto al versetto 16.

E COMPÌ I SEGNI DAVANTI AL POPOLO. -- «Compì» si riferisce non ad Aronne, ma a Mosè, che immediatamente precede: poiché così erano stati ripartiti da Dio i compiti di Mosè e di Aronne, che Mosè con la sua autorità comandasse e compisse i segni, mentre Aronne proclamasse i comandi di Mosè e di Dio, come conduttore della parola.

Segni -- quei tre, dei quali si è fatta menzione all'inizio del capitolo.


Versetto 31: Aveva visitato

31. AVEVA VISITATO -- li aveva guardati per liberarli e condurli fuori dall'Egitto; poiché questa seconda parola è la spiegazione della prima.