Cornelius a Lapide

Esodo V


Indice


Sinossi del capitolo

Mosè con suo fratello porta a compimento l'ambasciata di Dio presso il Faraone: costui la disprezza e opprime più gravemente gli Ebrei. Questi perciò rimostrano con Mosè; infine Mosè fa ricorso a Dio.


Testo della Vulgata: Esodo 5,1-23

1. Dopo ciò Mosè e Aronne si presentarono e dissero al Faraone: Così dice il Signore Dio d'Israele: Lascia andare il mio popolo, affinché mi offra sacrifici nel deserto. 2. Ma egli rispose: Chi è il Signore, perché io ascolti la sua voce e lasci andare Israele? Non conosco il Signore e non lascerò andare Israele. 3. E dissero: Il Dio degli Ebrei ci ha chiamati, affinché andiamo per un cammino di tre giorni nel deserto e sacrifichiamo al Signore nostro Dio, perché non ci colpisca la pestilenza o la spada. 4. Il re d'Egitto disse loro: Perché voi, Mosè e Aronne, distraete il popolo dai suoi lavori? Andate ai vostri pesi. 5. E il Faraone disse: Il popolo della terra è numeroso; vedete che la moltitudine è cresciuta; quanto più se concedeste loro riposo dai lavori? 6. Pertanto in quel giorno comandò ai sorveglianti delle opere e agli aguzzini del popolo, dicendo: 7. Non darete più al popolo paglia per fabbricare i mattoni, come prima, ma vadano essi stessi a raccogliere stoppie. 8. E la misura dei mattoni che facevano prima, la imporrete su di loro, e non ne diminuirete nulla; poiché sono oziosi, e perciò gridano dicendo: Andiamo a sacrificare al nostro Dio. 9. Siano oppressi dal lavoro e lo compiano, affinché non prestino ascolto a parole menzognere. 10. I sorveglianti delle opere e gli aguzzini dunque uscirono e dissero al popolo: Così dice il Faraone: Non vi do paglia. 11. Andate e raccoglietela dovunque possiate trovarla, e nulla del vostro lavoro sarà diminuito. 12. E il popolo fu disperso per tutta la terra d'Egitto a raccogliere paglia. 13. E i sorveglianti delle opere li incalzavano, dicendo: Completate il vostro lavoro ogni giorno, come eravate soliti fare quando vi si dava la paglia. 14. E quelli che erano preposti alle opere dei figli d'Israele furono battuti dagli aguzzini del Faraone, i quali dicevano: Perché non avete completato la vostra misura di mattoni come prima, né ieri né oggi? 15. E i preposti dei figli d'Israele vennero e gridarono al Faraone, dicendo: Perché tratti così i tuoi servi? 16. Non ci viene data paglia, e i mattoni ci vengono ugualmente richiesti. Ecco, i tuoi servi sono battuti a colpi di sferza, e si agisce ingiustamente contro il tuo popolo. 17. Ed egli disse: Siete oziosi, siete oziosi, e perciò dite: Andiamo a sacrificare al Signore. 18. Andate dunque e lavorate; non vi sarà data paglia, e consegnerete il consueto numero di mattoni. 19. E i preposti dei figli d'Israele si videro in cattive condizioni, poiché era stato detto loro: Non sarà diminuito nulla dei mattoni per ciascun giorno. 20. E incontrarono Mosè e Aronne, che stavano di fronte, mentre uscivano dal Faraone. 21. E dissero loro: Il Signore vi veda e giudichi, poiché avete reso fetido il nostro odore davanti al Faraone e ai suoi servi, e gli avete dato una spada per ucciderci. 22. E Mosè tornò al Signore e disse: Signore, perché hai afflitto questo popolo? Perché mi hai mandato? 23. Poiché da quando mi sono presentato al Faraone per parlare nel tuo nome, egli ha afflitto il tuo popolo, e tu non li hai liberati.


Versetto 1: Dopo ciò Mosè e Aronne si presentarono

1. DOPO CIÒ MOSÈ E ARONNE SI PRESENTARONO — con gli anziani del popolo, dice Lira: così infatti aveva comandato il Signore al capitolo III, versetto 18. Tostato e Pererio giudicano meglio che solo Mosè con Aronne abbia portato a compimento questa ambasciata: infatti solo essi sono nominati qui e al versetto 4. Poiché al posto degli anziani, che Dio aveva inizialmente affiancato al timoroso Mosè, sostituì poi Aronne, il quale sarebbe stato compagno di Mosè e guida della parola, come risulta dal capitolo IV, versetto 14.

Si noti qui che lo spirito e l'indole di Mosè erano diversi da quelli di Calvino, il quale, con il pretesto della religione riformata, propaga il suo vangelo incitando il popolo alle armi e alla ribellione contro i propri governanti. Mosè infatti non fa nulla di simile, ma per comando di Dio si reca dal re stesso, lo ammonisce e lo prega di obbedire al comando di Dio e di lasciar andare il popolo.

Si noti qui, in secondo luogo, la notevole e coraggiosa obbedienza di Mosè verso Dio, e la sua carità verso il popolo: poiché avrebbe potuto giustamente temere di essere respinto dal tiranno, eppure si reca da lui, rivela i comandi di Dio e chiede la liberazione del popolo.

AFFINCHÉ MI OFFRA SACRIFICI. — In ebraico vejachoggu, cioè affinché celebrino una festa, vale a dire mediante sacrifici solenni: è infatti con sacrifici solenni soprattutto che celebriamo le feste.


Versetto 2: Chi è il Signore?

2. Chi è il Signore? — Il Faraone esprime la superba contumacia del diavolo, dice Rabano; poiché la cieca superbia aveva talmente accecato la sua mente che lo stolto disse: Non c'è Dio; non c'è potenza più grande di me, specialmente non la divinità di una nazione ebraica straniera, ammessa per condiscendenza e disprezzata, che possa costringermi a rilasciare gli Ebrei e obbligarmi ad obbedirle.

Non conosco il Signore — non conosco il vostro Dio, o Mosè ed Ebrei. Inoltre, non conosco alcun Dio che possa comandarmi con tale autorità da dover rilasciare gli Ebrei. Pertanto questo Faraone era sommamente superbo, e quindi ateo. Così dice Pererio. Poiché sebbene l'esistenza di Dio sia nota di per sé, se consideriamo la cosa in sé stessa, tuttavia per noi non è nota di per sé, ma dev'essere dimostrata a partire dagli effetti: altrimenti infatti non vi sarebbero tanti pagani e atei. Così dice San Tommaso, I Parte, Questione II, articolo 1.


Versetto 3: Il Dio degli Ebrei ci ha chiamati

3. IL DIO DEGLI EBREI CI HA CHIAMATI. — Artapano, citato da Eusebio nel libro IX della Preparazione, ultimo capitolo, aggiunge che quattro miracoli accaddero a Mosè quando si presentò al Faraone. Primo, che il fuoco eruppe dalla terra con una voce che diceva che gli Ebrei sarebbero stati presto liberati da lui e ricondotti alla loro antica patria. Secondo, che Mosè fu imprigionato dal Faraone, ma uscì di là durante la notte, essendo morti i guardiani e le porte essendo state spezzate, recandosi dal re stesso. Terzo, che il re stesso, quando il nome tetragrammatico fu pronunciato al suo orecchio da Mosè, divenne muto, ma fu presto guarito da Mosè. Quarto, che tutti i sacerdoti del Faraone spirarono per uno spasmo al medesimo nome. Ma queste appaiono essere invenzioni giudaiche.

PERCHÉ NON CI COLPISCA LA PESTILENZA O LA SPADA. — In ebraico: perché non ci assalga (Dio) con la pestilenza o la spada, vale a dire se non gli obbediamo, affinché usciamo dall'Egitto e gli sacrifichiamo nel deserto. Da ciò risulta chiaro che la spiegazione del Beato Cirillo nel libro I del De Adorazione in Spirito e Verità, foglio 21, non è genuina; egli infatti spiega come se Mosè dicesse: Dobbiamo sacrificare nel deserto, e non nelle città o nei campi, perché là non incontriamo un cadavere ucciso dalla pestilenza o dalla spada, che presso di voi e altri idolatri si è soliti evitare come impuro nel sacrificare. In ebraico infatti non dice «perché non ci colpisca la pestilenza», bensì «ci assalga con la pestilenza», cioè perché Dio non ci colpisca con la pestilenza.


Versetto 4: Voi distraete il popolo

4. Voi distraete. — In ebraico, fate cessare.


Versetto 5: La moltitudine è cresciuta

5. E IL FARAONE DISSE — ai suoi sorveglianti delle opere.

VEDETE CHE LA MOLTITUDINE È CRESCIUTA. — Da ciò risulta chiaro che la legge dell'infanticidio, in quanto infame e esecrabile, era stata da tempo abrogata. Così dice Gaetano.


Versetto 7: Non darete più paglia

7. NON DARETE PIÙ AL POPOLO PAGLIA PER FABBRICARE I MATTONI. — La paglia si usa per i mattoni non per accendere il fuoco con cui i mattoni vengono cotti, come spiega San Bernardo che sarà citato poco dopo, bensì la paglia tritata si mescola nell'argilla affinché tenga insieme l'argilla e la leghi e unisca a sé stessa, cosicché i mattoni siano più tenaci e resistenti, dice Lira. Infatti la paglia si mescola nell'argilla con cui si intonacano le pareti di terra, e forse il suolo egiziano è meno coeso e meno coagulato del nostro, sicché deve essere congiunto e consolidato con la paglia per formare i mattoni.

Simbolicamente, San Bernardo, nel sermone 34 tra i sermoni brevi: «Sotto il giogo del Faraone,» dice, «si fanno opere di fango, cioè opere dissolute e sordide; da lui viene data la paglia, cioè pensieri leggeri. È proprio della paglia accendersi facilmente e consumarsi in un istante: così anche i cattivi pensieri inviati dal diavolo si accendono rapidamente nelle nostre menti, con il consenso della mollezza della carne; ma se ci sforziamo virilmente di resistere, con l'aiuto di Dio si estinguono immediatamente. Con la paglia accesa, il fango veniva cotto e indurito in mattoni: similmente i pensieri malvagi, che sono come fango (come insegna San Gregorio, libro XXXIV dei Moralia, capitolo IX), sono accesi dalla paglia del diletto. Quando passano all'atto, allora vengono cotti; ma quando si trasformano in abitudine, allora si induriscono come in mattoni.»


Versetto 8: La misura dei mattoni

8. E LA MISURA DEI MATTONI CHE FACEVANO PRIMA, LA IMPORRETE SU DI LORO. — Come a dire: li costringerete a consegnare ogni giorno la consueta quota e il consueto compito di mattoni, sia quanto al numero sia quanto alla costruzione e alla massa. Onde i Settanta traducono, syntaxin tes plintheias, affinché rendiate la consueta costruzione, ossia la struttura della fabbricazione dei mattoni.

POICHÉ SONO OZIOSI — sono pigri e rilassati, languiscono nell'ozio. Così il testo ebraico.


Versetto 9: Affinché non prestino ascolto a parole menzognere

9. AFFINCHÉ NON PRESTINO ASCOLTO A PAROLE MENZOGNERE. — Ecco, il Faraone non ascolta Mosè, né crede che sia stato inviato da Dio, ma pensa o che stia mentendo su ciò, o che l'abbia sognato, come il Signore aveva predetto al capitolo III, 19.


Versetto 10: Non vi do paglia

10. Non vi do — non vi darò paglia: è un'enallage del tempo verbale. Ecco qui la sottile tirannia del Faraone, con la quale grava gli Ebrei e li spinge quasi alla corda e alla disperazione, affinché non abbiano alcun desiderio di pensare alla partenza o al Dio che li chiama. Ma quando la tentazione più violenta incalzava, la salvezza era vicinissima; così è solito agire Dio. Onde Procopio nota misticamente che il Faraone, cioè il diavolo, negando la paglia delle comodità ai peccatori che si sforzano di darsi a Dio, rende difficile la malvagità, affinché la sazietà di essa non generi disgusto nel suo devoto; poiché sempre tendiamo verso ciò che è proibito e desideriamo ciò che è negato.


Versetto 12: Il popolo fu disperso

12. E il popolo fu disperso. — Poiché parte di essi mescolava la terra e formava i mattoni, parte li disponeva, parte li cuoceva, parte raccoglieva la paglia; la quota dei mattoni infatti non veniva richiesta ai singoli individualmente (sarebbe stata un'operazione lunghissima, e per questo compito sarebbe stata necessaria una gran moltitudine di sorveglianti), bensì veniva richiesta in comune e collettivamente dai preposti ebrei, il cui dovere era di incalzare il proprio popolo al lavoro e alla quota da completare, e i quali, se qualcosa mancava nella quota, venivano puniti davanti ai sorveglianti egiziani.


Versetto 16: Si agisce ingiustamente

16. Si agisce ingiustamente. — Per non offendere il re, attribuiscono la sua ingiustizia alla colpa e alla crudeltà di altri, ossia dei sorveglianti: onde non dicono: «Tu agisci ingiustamente», bensì «si agisce» (impersonale); in ebraico si legge: «Si pecca contro il tuo popolo».


Versetto 17: Siete oziosi

17. Siete oziosi. — In ebraico, «oziosi voi oziosi», ovvero «pigri pigri», cioè siete pigrissimi. «L'ozio,» dice quello, «uccide il corpo, e la negligenza la mente: l'esercizio rende entrambi eccellentissimi.» San Giovanni Crisostomo, Omelia 45 sulla Genesi: «Un male grave,» dice, «è l'ozio, e fa sì che tutte le cose facili sembrino difficili; così come con la diligenza e la vigilanza anche le cose ardue e difficili diventano facili per noi.» E Omelia 54 sugli Atti: «Le preoccupazioni,» dice, «e le ansie sono la palestra e la scuola della filosofia, ecc. Se il ferro giace inoperoso, si corrode; se viene esercitato, risplende: similmente accade all'anima che si muove e lavora.» San Bernardo, Sulla Considerazione, Libro II: «Bisogna guardarsi,» dice, «dall'ozio nel tempo libero; va fuggita l'oziosità, madre delle frivolezze, matrigna delle virtù.» Sant'Ambrogio, Sermone 11 sul Salmo 118: «L'ozio,» dice, «tenta coloro che le guerre non avevano piegato; pericolosi dunque sono gli ozi della pace.» Lo stesso santo diceva di sé nell'Epistola 41 a Sabina: «Mai sono meno solo di quando sembro essere solo; né meno ozioso di quando sono ozioso.» Si veda Sant'Agostino, nel libro Sul Lavoro dei Monaci.

Afflitto dal tedio della solitudine, Sant'Antonio esclamò: Desidero essere salvato, o Signore, e i miei pensieri mi si oppongono. Non appena uscì dalla sua cella, scorse un uomo (era un angelo) cinto in abito monastico, ora intento a intrecciare cesti, ora a inginocchiarsi per pregare, il quale gli disse: Fa' anche tu così, Antonio, e vincerai le tentazioni. Per questo motivo Sant'Antonio rifuggiva l'ozio, e colui che avrebbe condotto una vita eccellente fu esortato sia a lavorare sia a esaminare attentamente con sé stesso che cosa avesse fatto di notte e che cosa di giorno, dice Sozomeno, Libro I della sua Storia, capitolo 13. Dello stesso avviso fu il monaco Teodosio presso Teodoreto nella Storia dei Santi Padri, capitolo 10. Anzi, persino Alessandro Magno disse: «È cosa regale lavorare, è cosa servile dedicarsi all'ozio e al lusso.» Infine questa era la massima degli antichi monaci: «Chi lavora è assalito da un solo demonio; gli oziosi sono assaliti da molti.» Ne è testimone Cassiano, capitolo 23, Libro X delle Istituzioni.


Versetto 19: Si videro in cattive condizioni

19. Si videro in cattive condizioni, — cioè nelle tribolazioni, nelle angustie. Qui è espresso il tipo delle vocazioni e delle illuminazioni di Dio, alle quali subito si accompagna la tentazione, ma per coloro che perseverano coraggiosamente, la liberazione è vicina.

Primo, dunque, gli Ebrei sono chiamati da Dio fuori dall'Egitto per mezzo di Mosè; secondo, credono alla vocazione, e immediatamente vengono flagellati crudelissimamente; terzo, poco dopo Dio li libera e li conduce fuori con prodigi meravigliosi. Enea Silvio riferisce nella sua Storia di Boemia che questo fu un detto di Capnione: «Quando i mattoni venivano raddoppiati, allora giunse il liberatore Mosè,» con il quale significava che l'aiuto di Dio è pronto quando le avversità ci incalzano. Lo stesso fu lo schema e la progressione dell'intera Chiesa Cristiana; lo stesso vale per ogni singola vocazione, cosicché chi si trova nel secondo stadio non deve dubitare della propria vocazione, ma deve piuttosto sapere che sta progredendo nel retto ordine stabilito da Dio, e deve attendere il terzo stadio con assoluta certezza. Così San Gregorio, Libro XXIX dei Moralia, capitolo 14: «Quando,» dice, «la luce divina illumina il cuore umano, subito dal diavolo sorgono le tentazioni, cosicché si sentono premuti dalle tentazioni più di quando non vedevano i raggi della luce interiore.» E Origene qui nell'Omelia 3: «Se la tromba della parola di Dio non suona,» dice, «la battaglia non si ingaggia; ma dove il segnale di battaglia ha risuonato dalla tromba della predicazione, là sorge ogni lotta di tribolazioni. Onde apprendiamo dall'esperienza quotidiana,» dice San Bernardo, «che coloro che deliberano di convertirsi sono tentati più fieramente dalla concupiscenza della carne; e che coloro che si sforzano di sfuggire al dominio del Faraone sono oppressi più gravemente nelle opere del fango.» Così egli stesso dice nella Conversione, ai Chierici, capitolo 18.

Anche Cassiano, Conferenza 21, capitolo 28, riferisce che gli anziani Padri nel deserto avevano osservato con attenta perspicacia che durante i giorni della Quaresima, quando gli uomini sono soliti volgersi a cose migliori, e i monaci a cose più perfette, allora i monaci vengono molestati dai demoni più fieramente e più fastidiosamente del solito, e vengono incitati a lasciare i loro monasteri e ad abbandonare la loro solitudine.

Si noti in secondo luogo: Dio vuole che nei benefici da Lui promessi, siamo preparati alle tentazioni: e perciò quando dà a qualcuno una grande speranza, subito lo mette alla prova mediante quelle cose che sembrano portare alla disperazione, e sembra voler demolire la speranza che ha dato, o renderla dubbia e incerta. Così Dio promise ad Abramo per mezzo di Isacco una discendenza numerosissima, e subito comandò che lo stesso Isacco gli fosse immolato. Così comandò agli Ebrei di combattere contro i Beniaminiti e subito permise che fossero da essi sconfitti una seconda volta, Giudici capitolo 20. Allo stesso modo qui promise a Mosè e agli Ebrei la liberazione dal Faraone, e subito permise che fossero da lui più gravemente afflitti.


Versetto 20: Incontrarono Mosè e Aronne

20. E incontrarono Mosè e Aronne, che stavano di fronte, mentre uscivano dal Faraone. — Il termine «uscendo» va riferito non a Mosè e Aronne, bensì a «incontrarono» e ai preposti degli Ebrei, che Mosè attendeva in un certo luogo mentre si recavano dal Faraone e tornavano da lui, desideroso di sapere quale risposta avessero portato. Anche il nostro Traduttore lo indica a sufficienza quando dice che Mosè e Aronne stavano in piedi: è infatti impossibile che coloro che escono stiano contemporaneamente fermi.

Il senso dunque è: i preposti degli Ebrei, dopo la loro lamentela, uscendo dal Faraone, incontrarono Mosè e Aronne, che stavano di fronte, per osservare e apprendere l'intera questione.


Versetto 21: Il Signore veda e giudichi

21. Il Signore veda e giudichi. — In ebraico si aggiunge: «Su di voi», cioè prenda vendetta su di voi. Così il Caldeo. Gli Ebrei infatti spesso per metonimia intendono il «giudizio» come il termine e l'esito del giudizio, cosicché «giudicare» equivale a «vendicare», e «giudizio» equivale a «vendetta». Ecco la debole e ingrata fede del popolo: Mosè e Aronne, che poco prima avevano creduto essere i loro liberatori, ora li calunniano come assassini.

Avete reso fetido il nostro odore davanti al Faraone, — ci avete resi odiosi e abominevoli al Faraone: è una metafora. La stessa espressione ricorre in Genesi 34,30, nell'ebraico; 2 Corinzi 2,15: «Siamo,» dice, «il buon profumo di Cristo,» poiché evidentemente diffondiamo la buona fama di Cristo e del Cristianesimo, affinché gli uomini pensino e parlino bene di noi e di Cristo. «Poiché i costumi hanno i loro colori e hanno i loro odori; il colore nella coscienza, l'odore nella fama,» dice San Bernardo, Sermone 71 sul Cantico dei Cantici.

E gli avete dato una spada per ucciderci. — Gli avete dato un'occasione per opprimerci con i pesi, poiché lo avete provocato mentre infuriava contro di noi. Dove si noti: nella Scrittura, tutto ciò che punge, percuote, tormenta o tortura viene chiamato «spada», dice San Girolamo su Isaia 66. Onde Amos 9,10 dice: «Tutti i peccatori del mio popolo morranno di spada.» E Salmo 7,13: «Se non vi convertirete, brandirà la sua spada.»


Versetto 22: Signore, perché hai afflitto questo popolo?

22. E Mosè tornò al Signore. — I Settanta traducono: «si volse al Signore»; poiché Mosè, vedendo i preposti degli Ebrei duramente accolti dal Faraone, afflitti e agitati da un'eccessiva sofferenza, e perciò incapaci di essere corretti, tacque, si ritirò nel suo luogo appartato e, secondo la sua consuetudine, si volse in preghiera a Dio, unico rifugio nelle difficoltà. Onde prudentemente San Basilio, nel suo Sermone Sul Rendere Grazie a Dio, prescrive il modo di consolare gli afflitti, dicendo: «Colui che desideri consolare, prima lascia che si lamenti un poco. Poi, quando il dolore si sarà alquanto placato attraverso le lacrime e il lamento, allora lo correggerai dolcemente e umanamente, e così gradualmente lo ricondurrai alla pazienza e alla tranquillità d'animo. Poiché anche i domatori di cavalli, quando i cavalli non obbediscono al morso, non li trattengono subito con le redini né li spronano con gli speroni: in tal modo infatti imparerebbero a disarcionare e sbalzare i cavalieri; ma cedendo loro dall'inizio e non opponendo alcuna resistenza, dopo aver visto che l'ira e l'impetuosità si sono gradualmente esaurite e affievolite, allora con una certa arte li rendono obbedienti e docili in ogni cosa.»

Si veda ancora qui come la pazienza e la costanza invitte di Mosè vinsero le mormorazioni degli Ebrei e li resero obbedienti a lui. Ascoltino i fedeli l'ammonimento di Sant'Agostino, Sermone 18 Sulle Parole del Signore: «Quando un cristiano qualunque,» dice, «avrà cominciato a vivere bene, a fervere nelle buone opere e a disprezzare il mondo, nella novità stessa delle sue opere subirà riprensori e oppositori — cristiani tiepidi. Ma se avrà perseverato e li avrà vinti col perdurare, e non si sarà allontanato dalle buone opere, quegli stessi ci obbediranno che prima ci impedivano.»

Signore, perché hai afflitto questo popolo? — Perché gli hai dato un'occasione di afflizione, inviandomi al Faraone, e tuttavia non liberando il popolo da lui, bensì permettendo che fosse più gravemente gravato?

Perché mi hai mandato? — Calvino qui biasima severamente Mosè, come se avesse abbandonato il suo dovere e con amaro disgusto avesse cercato il congedo e la liberazione dal suo ufficio. Critico ben duro: un giudice più mite è Sant'Agostino, Questione 14, quando dice: «Queste non sono parole di ostinazione o di indignazione, bensì di indagine e di preghiera.» E che sia così risulta evidente dalla risposta del Signore, il quale non rimprovera la mancanza di fede di Mosè, ma lo istruisce su ciò che deve fare. Mosè sapeva già, essendo stato istruito da Dio in precedenza, che il Faraone avrebbe indurito il suo cuore e non avrebbe lasciato andare il popolo; tuttavia di questa afflizione del popolo non aveva appreso nulla da Dio, e sperava che il Faraone, una volta ammonito, anche se non avrebbe lasciato andare il popolo, avrebbe tuttavia trattato con esso più mitemente; ma ora vede che è accaduto il contrario, e perciò piamente rimostra con Dio.


Versetto 23: Non li hai liberati

23. Poiché da quando mi sono presentato al Faraone per parlare nel tuo nome, egli ha afflitto il tuo popolo, e tu non li hai liberati.


Lezione morale: Sulla durezza della servitù

Apprendi da questo capitolo quanto fosse dura la servitù degli Ebrei in Egitto, e di conseguenza quanto grande fosse il beneficio che Dio conferì loro quando li condusse fuori di là; il che Egli pertanto ovunque inculca loro, affinché siano grati a Dio e Lo amino e Lo adorino: «Io,» dice, «sono il Signore Dio vostro, che vi ho condotto fuori dalla terra degli Egiziani, perché non li serviste, e che ho spezzato le catene dei vostri colli, affinché camminaste eretti,» Levitico 26,13. Poiché la servitù è una sorta di morte, ossia la perdita della vita civile, cioè della libertà: onde le nazioni combattono per essa, e preferiscono morire piuttosto che servire. Il re Filippo, irrompendo nel territorio spartano, disse a un certo spartano: Che farete ora, Spartani? Egli rispose: «Che altro, se non morire valorosamente? Poiché noi soli tra i Greci abbiamo imparato a essere liberi e a non obbedire ad altri.»

Dopo la sconfitta subita sotto il comando di Agide, quando Antipatro chiese 50 fanciulli come ostaggi, Eteocle, allora Eforo, rifiutò di consegnarli, affinché non fossero mal educati e, allontanandosi dalle istituzioni della patria, non divenissero un danno per la città: ma offrì il doppio numero di vecchi o di donne, se volesse. E quando Antipatro minacciò atrocità se non fossero stati consegnati, rispose in nome dello stato: «Se comandi cose più difficili della morte, ci sarà più facile morire.» Onde un Lacone, interrogato su che cosa sapesse, disse: «So essere libero»: così Plutarco nei Detti Laconici.