Cornelius a Lapide

Esodo VII


Indice


Sinossi del capitolo

Il Signore manda Mosè al Faraone e gli dà segni da compiere: Mosè dunque muta la sua verga in serpente davanti al Faraone; poi, al versetto 17, converte tutte le acque d'Egitto in sangue; i maghi del Faraone fanno cose simili, versetto 22: di qui il Faraone si indurisce per non lasciar partire gli Ebrei.


Testo della Vulgata: Esodo 7,1-25

1. Il Signore disse a Mosè: Ecco, ti ho costituito dio del Faraone, e Aronne tuo fratello sarà il tuo profeta. 2. Tu gli dirai tutto ciò che io ti comando, ed egli parlerà al Faraone, affinché lasci partire i figli d'Israele dalla sua terra. 3. Ma io indurirò il suo cuore, e moltiplicherò i miei segni e prodigi nella terra d'Egitto, 4. ed egli non vi ascolterà: e stenderò la mia mano sull'Egitto, e condurrò fuori il mio esercito e il mio popolo, i figli d'Israele, dalla terra d'Egitto mediante giudizi grandissimi. 5. E gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, che ho steso la mia mano sull'Egitto e ho condotto fuori i figli d'Israele di mezzo a loro. 6. E Mosè e Aronne fecero come il Signore aveva comandato: così fecero. 7. Mosè aveva ottant'anni e Aronne ottantatré, quando parlarono al Faraone. 8. Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: 9. Quando il Faraone vi dirà: Mostrate dei segni; dirai ad Aronne: Prendi la tua verga e gettala davanti al Faraone, e sarà mutata in serpente. 10. Mosè e Aronne dunque entrarono dal Faraone e fecero come il Signore aveva comandato, e Aronne prese la verga davanti al Faraone e ai suoi servi, e fu mutata in serpente. 11. Allora il Faraone chiamò i sapienti e gli incantatori, e anch'essi fecero in modo simile con gli incantesimi egiziani e certe arti segrete. 12. E ciascuno gettò la propria verga, e furono mutate in serpenti; ma la verga di Aronne divorò le loro verghe. 13. E il cuore del Faraone si indurì, e non li ascoltò, come il Signore aveva comandato. 14. Il Signore disse a Mosè: Il cuore del Faraone è indurito, non vuole lasciar partire il popolo. 15. Va' da lui al mattino; ecco, egli uscirà verso le acque; e ti presenterai a incontrarlo sulla riva del fiume, e prenderai in mano la verga che fu mutata in serpente. 16. E gli dirai: Il Signore Dio degli Ebrei mi ha mandato a te, dicendo: Lascia partire il mio popolo, affinché mi offra sacrifici nel deserto, e fino ad ora non hai voluto ascoltare. 17. Pertanto così dice il Signore: Da questo saprai che io sono il Signore: ecco, percuoterò con la verga che è nella mia mano l'acqua del fiume, e sarà mutata in sangue. 18. E i pesci che sono nel fiume moriranno, e le acque si corromperanno, e gli Egiziani saranno afflitti quando berranno l'acqua del fiume. 19. Il Signore disse anche a Mosè: Di' ad Aronne: Prendi la tua verga e stendi la tua mano sulle acque d'Egitto, e sui loro fiumi, e ruscelli e paludi, e tutti gli stagni d'acqua, affinché si mutino in sangue; e vi sia sangue in tutta la terra d'Egitto, sia nei vasi di legno sia in quelli di pietra. 20. E Mosè e Aronne fecero come il Signore aveva comandato, e alzando la verga, percosse l'acqua del fiume davanti al Faraone e ai suoi servi; e fu mutata in sangue. 21. E i pesci che erano nel fiume morirono, e il fiume imputridì, e gli Egiziani non potevano bere l'acqua del fiume, e vi fu sangue in tutta la terra d'Egitto. 22. E i maghi degli Egiziani fecero in modo simile con i loro incantesimi; e il cuore del Faraone si indurì, e non li ascoltò, come il Signore aveva comandato. 23. Si voltò e rientrò nella sua casa, e non pose il cuore neppure questa volta. 24. E tutti gli Egiziani scavarono intorno al fiume per trovare acqua da bere; poiché non potevano bere l'acqua del fiume. 25. E si compirono sette giorni, dopo che il Signore aveva percosso il fiume.


Versetto 1: Ecco, ti ho costituito dio del Faraone

1. IL SIGNORE DISSE A MOSÈ. — Qui Dio risponde alla timidezza e alla lamentela di Mosè, che egli aveva esposto nel capitolo precedente, versetto 12.

ECCO, TI HO COSTITUITO DIO DEL FARAONE. — «Dio», non per natura, né per unione ipostatica: un tale infatti non viene costituito, specialmente uno che già sussiste in precedenza, come qui Mosè già sussisteva; ma per partecipazione all'eminenza e alla potestà di Dio contro il Faraone, come per dire: Non temere, o Mosè, la crudeltà e la superbia del Faraone, perché io ti ho fatto quasi Dio del Faraone, non perché egli ti adori fedelmente, ma perché servilmente ti tema come punitore e ti supplichi come guaritore; e, come dice Ruperto: «Poiché tu, il più mite degli uomini, ritieni indegno contendere con il Faraone, e ti abbassi, ecco io ti innalzerò; e ti farò dio del Faraone, affinché tu comandi alle acque con la potenza di Dio, affinché tu crei le rane; affinché tu comandi alla terra e alla cenere, e produca zanzare e piaghe sul re e sul suo esercito; affinché tu comandi all'aria, ed essa generi pestilenza; affinché tu comandi al fuoco, e misto a grandine cada sui peccatori; comandando agli elementi sarai il dio del Faraone: ecco quanto è gloriosa l'umiltà, regina delle virtù, che è solita volare in cielo.» Fin qui Ruperto. Perciò il Caldeo traduce: ti ho fatto rab, cioè principe, del Faraone.

In modo simile San Basilio divenne il dio dell'imperatore Valente; Sant'Ambrogio, dell'imperatrice Giustina; Sant'Atanasio, Sant'Ilario, Osio e Lucifero, dell'imperatore Costanzo, poiché li rimproverarono con la massima libertà, anzi li paragonarono a Nerone, Decio, Diocleziano e all'Anticristo, come risulta dalle loro parole che ho citato a 2 Timoteo 1,7. Così San Bernardo al Papa Eugenio: «Considera, dice, che devi essere il modello della giustizia, lo specchio della santità, il difensore della fede, ecc., la verga dei potenti; il martello dei tiranni, il padre dei re, il sale della terra, la luce della città, il sacerdote dell'Altissimo, il vicario di Cristo, l'unto del Signore, e infine il dio del Faraone.» Così Elia fu il dio del re Acab attraverso le sue minacce e piaghe: onde in 3 Re 18,17, quando il re gli disse: «Sei tu quello che turba Israele?» rispose intrepidamente: «Non sono io che ho turbato Israele, ma tu e la casa di tuo padre, che avete abbandonato il Signore.» Vedi qui che cosa merita l'umiltà, e come essa esaltò Mosè, facendolo dio del Faraone. Come Mosè vinse il Faraone, così l'uomo umile vince il diavolo.

Leggiamo nelle Vite dei Padri, libro VII, capitolo 18, che il diavolo incontrò San Macario e volle colpirlo con una falce affilata, ma non riuscì, e perciò esclamò e disse: «Soffro grande violenza da te, Macario, perché quando desidero nuocerti, non posso: mentre qualunque cosa tu faccia, io ne sono tanto più vinto. Tu infatti talvolta digiuni; io non mi ristoro mai con alcun cibo. Tu spesso vegli; il sonno non mi ha mai sopraffatto. Ma in una cosa mi vinci, lo confesso.» E quando Macario gli chiese quale fosse questa cosa, disse: «La tua umiltà sola mi vince», e detto questo, mentre Macario pregava, svanì nell'aria.

Nello stesso luogo un altro abate dice: «Per quanto un uomo si abbassi nell'umiltà, tanto progredisce verso l'alto; poiché come la superbia, se sale al cielo, viene precipitata fino all'inferno: così anche l'umiltà, se scende fino all'inferno, viene allora esaltata fino al cielo.»

Nello stesso luogo un altro paragona l'umiltà a San Giovanni Battista, e la carità a Cristo. «Ogni fatica, dice, senza umiltà è vana. L'umiltà infatti è il precursore della carità. Come Giovanni era il precursore di Gesù, attirando tutti a Lui: così anche l'umiltà attrae alla carità, cioè a Dio stesso, perché Dio è carità.»

Nello stesso luogo, capitolo 15, a Sant'Antonio nei meriti viene preferito un certo conciatore di pelli di mirabile umiltà, che costantemente diceva: «Tutta questa città entra nel regno di Dio per la sua giustizia; ma io solo per i miei peccati entrerò nella pena eterna.»

Di qui Sant'Ilario, nel libro VII del De Trinitate, insegna che Cristo nella Sacra Scrittura è chiamato Dio diversamente, ossia non per costituzione, ma primo, per nome, perché è chiamato semplicemente e precisamente Dio, come in Giovanni capitolo 1: «Il Verbo era Dio»; secondo, per nascita, perché è chiamato Dio non per adozione ma per generazione: è chiamato infatti Figlio di Dio generato dal Padre; terzo, per natura, perché Egli stesso disse: «Io e il Padre siamo una cosa sola»; quarto, per potestà: Egli stesso disse infatti: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra»; quinto, per professione, perché professò davanti ai Giudei che lo perseguitavano di essere consustanziale e uguale al Padre, come in Giovanni 5: «Chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio», e confermò questa sua professione con miracoli, e la sigillò con la sua morte e il suo martirio. Così Sant'Ilario.

Nota: Per «Dio», l'ebraico è Elohim, che viene attribuito anche ad altri oltre a Dio, cioè agli angeli e agli uomini, specialmente a coloro ai quali Dio ha comunicato la sua potestà, sia giudiziaria sia principesca.

Così in Esodo 22,28 si dice: «Non maledirai gli dèi (cioè i giudici), e non maledirai il principe del tuo popolo.» Salmo 8,6: «Lo hai fatto di poco inferiore agli angeli», in ebraico inferiore a Elohim. Salmo 138: «Alla presenza degli angeli (ebraico: Elohim) canterò le tue lodi.»

Si noti qui: Questo nome Elohim è abitualmente delimitato dal suo contesto, affinché non si intenda il vero Dio: quando infatti è usato in senso assoluto, è attribuito al solo vero Dio; così nel Salmo 81,1 si dice: «Dio stette nell'assemblea degli dèi, e in mezzo a loro giudica gli dèi»; Dèi, cioè giudici; poiché il vero Dio, che è il giudice supremo di tutti, non è giudicato da nessuno; e al versetto 6: «Io dissi, voi siete dèi», come per dire: Non veramente, ma per mia comunicazione e costituzione siete dèi. Perciò Cristo, citando questo passo in Giovanni 10,35, dice: «Se Egli chiamò dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio», come per dire: Se sono chiamati dèi coloro che sono dèi soltanto per partecipazione e costituzione, quanto più sono io Dio, che sono Dio per natura?

Vedi qui quanto Dio esalti i suoi amici. In verità Filone, nel libro I della Vita di Mosè, dice: «Poiché tutte le cose degli amici sono comuni, Dio condivide la sua potestà e le sue ricchezze con i suoi santi.» Perciò Mosè, a causa delle sue virtù e dei suoi miracoli, fu chiamato Dio dagli Egiziani, come riferisce San Cirillo nel libro I Contro Giuliano, e San Giustino nella sua Esortazione ai Greci, dopo l'inizio, e Eusebio nel libro IV della Preparazione Evangelica, verso la fine, aggiungendo che fu chiamato Mercurio, per la sua comprensione e interpretazione degli scritti sacri. Lo stesso autore riferisce che fu anche chiamato Museo. Vedi qui in Mosè quanto sia vero l'antico detto: «Un buon principe è l'immagine vivente di Dio sulla terra.»

DIO DEL FARAONE. — Erroneamente in Teodoreto si legge «Dio di Aronne»: così infatti già leggiamo in lui, Questione 18: «Come fu Mosè il Dio di Aronne stesso?» e risponde: «Come Dio comandava a Mosè, così Mosè comandava ad Aronne; perciò Aronne fu anche chiamato il Profeta di Mosè.» Tuttavia il codice manoscritto di Teodoreto legge Faraone invece di Aronne, e sembra che sia questo ciò che Teodoreto effettivamente scrisse. Ma qualche scriba ignorante, dal fatto che Aronne come profeta di Mosè segue immediatamente, sostituì Aronne a Faraone anche nel testo precedente, ma erroneamente.

Nota: Mosè fu Dio non soltanto del Faraone ma anche d'Israele; tuttavia in modi diversi: del Faraone fu Dio punendolo; d'Israele, proteggendolo, guidandolo, governandolo e sostenendolo; poiché ciò che Eliseo dice di Elia in 4 Re 2,12: «Padre mio, carro d'Israele e suo auriga» — questo puoi dire con maggior verità di Mosè. Come Dio, seduto sul carro cherubico in Ezechiele 1, è l'auriga del mondo, così Mosè fu l'auriga d'Israele, Numeri 11,11. Così leggiamo nelle Vite dei Padri, nel Detto 107, che San Macario fu chiamato il Dio dei monaci. «Solevano dire, scrive, dell'abate Macario il Grande, che come Dio protegge tutto il mondo e porta i peccati degli uomini, così anch'egli era come una sorta di dio terreno tra i fratelli, coprendo i loro difetti, e ciò che vedeva o udiva, come se non vedesse e non udisse.» Allo stesso modo, sii anche tu un angelo, anzi un dio tra i tuoi fratelli e compagni.

Impara qui che la gloria che viene dagli uomini è vana, mentre la vera gloria è quella che si cerca e si riceve da Dio. Perciò San Giovanni Crisostomo, nell'Omelia 2 sull'Epistola a Tito, dice: «Non ti proibisco di cercare la gloria, ma voglio che tu persegua quella vera, che viene da Dio, la cui lode non è dagli uomini ma da Dio. Guardiamo ad una sola cosa, tutta la nostra intenzione sia diretta a questo: ossia a come possiamo meritare di essere lodati dalla bocca di Dio. Se consideriamo ciò attentamente, conteremo sempre come nulla tutte le cose umane. Questa o quella persona non ti loda — non perdi nulla per questo; e se qualcuno ti biasima, non ti ha in alcun modo danneggiato. Poiché, sia lode sia biasimo, solo ciò che viene da Dio reca beneficio o danno.» Insegna poi che il disprezzo della lode umana ci rende simili a Dio. Poiché come Egli fu glorioso dall'eternità, e sempre glorificato immensamente dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, e perciò non ha bisogno della lode degli uomini, che per tutta l'eternità prima che Egli creasse il mondo non esisteva: così è anche un disprezzatore della gloria; onde conclude: «Ogniqualvolta, dice, ti risulta difficile disprezzare la gloria, rivolgi questo pensiero nella tua mente: se la disprezzo, diventerò uguale a Dio, cioè simile a Lui, e immediatamente il disprezzo della gloria sorgerà dall'anima.»

E ARONNE TUO FRATELLO SARÀ IL TUO PROFETA. — Come tu sei stato ora da Me costituito Dio, non per natura, ma per partecipazione: così avrai un profeta corrispondente in Aronne, non uno che sia propriamente profeta, cioè a cui Dio riveli immediatamente le cose future; ma a cui tu possa rivelare le cose che comprendi da Me, affinché con lui come interprete le pronunci davanti al Faraone, come ora si spiega; cosicché la parola ebraica nabi, cioè profeta, allude alla radice nub, che significa parlare. Così l'Apostolo, in 1 Corinzi 14, versetti 4, 5, 42, 22, 29, 30, 39, chiama profeti gli araldi della parola di Dio, e chiama profezia la predicazione, come ho detto in quel luogo, dove ho anche presentato le varie significazioni del nome profeta. Pertanto da questo passo non si può concludere che Aronne fosse propriamente profeta, sebbene ciò si possa ricavare da altri passi, ossia dal capitolo 4,27, dove Dio gli rivelò il ritorno di Mosè, dicendo: «Va' incontro a Mosè»; e in 1 Re 2,27, il Signore dice al sacerdote Eli, discendente da Aronne: «Non mi sono forse chiaramente rivelato alla casa di tuo padre?»

Ruperto dice in modo bello: «Poiché, dice, il Faraone non è degno di parlare con te, o Mosè, che sei stato costituito suo dio, Aronne sarà il tuo profeta, per annunciare le piaghe che tu produrrai, o per infliggerle come tuo ministro: seguendo l'esempio di Me stesso, che non parlo agli uomini direttamente, ma attraverso i miei profeti comando le cose che devono essere loro annunciate o compiute da Me; e questi due uomini si comportarono così: l'uno avendo autorità nel parlare, l'altro esercitando autorità nel compiere segni davanti al Faraone.»

Si noti qui che Aronne fu non soltanto il profeta di Mosè perché era il suo interprete davanti al Faraone, ma anche perché al suo comando compì segni e inflisse piaghe all'Egitto, come risulta dalla verga mutata in serpente in questo capitolo, versetto 10; perciò al capitolo 19 il Signore dice a Mosè: «Di' ad Aronne: Prendi la tua verga e stendi la tua mano sulle acque d'Egitto, ecc., affinché si mutino in sangue.» E capitolo 8,5: «Di' ad Aronne: Stendi la tua mano sui fiumi, ecc., e fa' uscire le rane.» E versetto 16: «Parla ad Aronne: Stendi la tua verga e percuoti la polvere della terra, e vi siano le zanzare.» Fu dunque Aronne che portò serpenti, sangue, rane e zanzare sull'Egitto, ma per comando di Mosè, come del suo Dio che comandava. Perciò anche fu Mosè, non Aronne, che pregando Dio richiamò e fermò queste piaghe, come è aggiunto in quegli stessi passi. Inoltre, le piaghe successive, essendo più gravi — ossia le piaghe del capitolo 9,9, la pestilenza del capitolo 9,15, la grandine, i tuoni e i fulmini del capitolo 9,23, le cavallette del capitolo 10,12 e le tenebre del capitolo 10,22 — furono inflitte all'Egitto non da Aronne ma da Mosè solo con le mani distese.

Tropologicamente, Nazianzeno nell'Orazione 22, e il suo scoliasta Niceta, applicano appropriatamente queste cose a due fratelli, ossia San Basilio e Gregorio di Nissa: «Mosè, dice, fu il legislatore degli Ebrei; così Basilio fu il legislatore dei monaci, mentre il Nisseno fu il santissimo, come Aronne. Basilio era il capo dei sacerdoti, il Nisseno gli era vicinissimo, e quasi la sua lingua che iniziava gli altri; entrambi afflissero il peccato con dieci piaghe, divisero il mare dei vizi; abbatterono gli Egiziani, cioè gli eretici e i demoni; misero in fuga Amalec, cioè Giuliano, con la tipica estensione delle mani in forma di croce; e nutrirono gli Israeliti con il pane celeste e l'acqua della dottrina celeste, e li condussero al regno celeste.»


Versetto 3: Io indurirò il suo cuore

3. IO INDURIRÒ IL SUO CUORE. — Calvino a questo passo, come con un ariete, difende la sua eresia sull'indurimento attivo e proprio da parte di Dio, sicché si vanta di prostrarvi con essa tutti i sofisti: e così Calvino stesso traduce: Costringerò il suo cuore. Questa è dunque l'opinione e il pensiero di Calvino, sebbene contorto, che cerca di nascondere o piuttosto abbellire un veleno così infame: che Dio indurì il Faraone in modo proprio e attivo, non inviandogli la durezza, ma in parte consegnandolo e abbandonandolo a Satana, affinché Satana indurisse ancor più il suo cuore già duro; e in parte perché con un certo impulso nascosto, che supera la nostra comprensione, governò il suo cuore e lo indurì fino all'ostinazione: e tuttavia Dio non fu l'autore del peccato, perché fece ciò per giusto giudizio; poiché la durezza del Faraone era un peccato, ma l'indurimento era il giudizio di Dio. Così dice.

Ma questa è un'eresia inaudita in tutti i secoli, e un'esecrabile bestemmia, che la Sacra Scrittura confuta sia altrove sia qui in ogni punto; poiché che il Faraone sia stato indurito non da Dio ma da sé stesso e dalla propria malizia, in modo proprio e diretto, si dimostra: Primo, dal fatto che Dio, avendo mandato Mosè, comandò dieci volte al Faraone di liberare il popolo ebreo; dunque volle che egli lo lasciasse partire, e dunque non volle indurirlo affinché lo trattenesse: volere questo in modo proprio è volere efficacemente che il Faraone rifiuti di liberare il popolo; ma volere che lo liberi, e comandare ciò, e poi di nuovo efficacemente non volerlo, e quindi indurirlo, sono manifestamente contraddittori. Inoltre, se era volontà di Dio indurire il Faraone, allora il Faraone conformandosi alla Sua volontà non peccava: poiché la volontà di Dio è la misura di ogni volontà buona.

Secondo, Dio punì con estrema severità il Faraone ribelle; ma Dio non è l'autore di quelle cose di cui è il vendicatore, dice San Fulgenzio, libro I a Monimo, capitolo 3.

Terzo, il Faraone stesso cedette gradualmente a Dio, a Mosè e agli Ebrei, quando dapprima permise loro di andare senza la prole e il bestiame; poi, con la prole ma senza il bestiame; infine permise loro di partire interamente con tutti i loro averi: dunque era lui stesso che piegava e induriva sé stesso; anzi lo stesso Faraone non fu tanto empio da rigettare la causa della sua durezza su Dio; ma la attribuì a sé stesso in Esodo 10,16: «Ho peccato, disse, contro il Signore.»

Quando infatti Calvino pretende di liberare Dio dalla colpa attribuendo il peccato al Faraone e l'indurimento a Dio, lo fa tanto empiamente quanto ignorantemente. Poiché se la durezza del Faraone è un peccato, perché non lo è ugualmente l'indurimento, che è la causa della durezza? Una causa che spinge al peccato certamente pecca, Giovanni 8,34; Romani 1,32; e specialmente quando spinge così efficacemente che l'altro non può resistere.

Ma Calvino insiste che l'indurire da parte di Dio non è colpa, perché questo è un giusto giudizio di Dio; ma questa è una maschera frivola e vuota: poiché se la durezza è colpa, per qualunque fine, per qualunque giudizio tu vi spinga, commetti colpa: ciò che è male e colpa in sé stesso non è lecito per nessun fine: e perciò questo non è un giusto ma un empio giudizio di Calvino, e equivale a dire come se apertamente si dichiarasse: Dio è l'autore del peccato, ma a questo fine, che possa esercitare il suo giudizio e la punizione dei peccati precedenti.

Quarto, non soltanto il Faraone stesso attribuì la colpa e l'indurimento a sé stesso, ma anche la Scrittura li attribuisce a lui, quando narra che, una volta libero e immune dalla punizione, ritornò volontariamente al suo carattere, Esodo 8,15: «Vedendo, dice, che gli era stato dato riposo, il Faraone indurì il suo cuore»; e capitolo 9,34: «Vedendo che la pioggia era cessata, il Faraone accrebbe il suo peccato, e il suo cuore fu indurito», cioè, come ha l'ebraico, jachbed libbo, cioè egli stesso rese pesante il suo cuore. Lo stesso risulta dal capitolo 8, ultimo versetto, nell'ebraico: perciò ogni volta che il nostro Traduttore rende nell'Esodo ingravatum est (fu indurito), intendi ingravavit se cor (il cuore, cioè la volontà, del Faraone indurì sé stesso): così infatti si deve tradurre l'ebraico ovunque.

Dunque il Faraone stesso in modo proprio e positivo indurì sé stesso; ma Dio lo fece soltanto in modo permissivo e indiretto, come dirò nella Questione 2. Così tutti i Padri e gli interpreti cattolici ovunque sostengono e spiegano.

Calvino obietta, primo: Vi è grande differenza tra agire e subire, tra agire e permettere; ma indurire è agire, dunque non è semplicemente permettere l'indurimento, ma produrre la durezza stessa. Rispondo: Nell'uso ebraico e latino, il permettere, anzi anche l'occasione, è spesso chiamato azione; donde il noto detto: «L'indulgente bontà dei padri rende pigri i figli.» E così comunemente parliamo. Inoltre, agire presso gli Ebrei è il termine più ampio, e viene preso nel senso più largo, come riguardo a Giuseppe in Genesi 41,13, nell'ebraico il coppiere dice: Giuseppe mi restituì (cioè, con la sua profezia, predisse che sarei stato restituito) al mio ufficio; e impiccò quello, il panettiere, cioè predisse che sarebbe stato impiccato. Così qui al capitolo 5, versetto 22, Mosè dice al Signore: «Perché hai afflitto il tuo popolo?» cioè, perché fosti Tu l'occasione della loro afflizione mandando me al Faraone, e con ciò esasperandolo ancor più contro gli Ebrei? Con ragione ancor maggiore, dunque, Dio, la cui provvidenza abbraccia tutte le cose, definendo il modo, il tempo, il grado e il limite oltre il quale qualsiasi azione umana non possa progredire, quando permette ai malvagi di agire malvagiamente e di indurirsi, e li assiste con il suo concorso affinché facciano ciò che vogliono, si dice che agisce.

Calvino incalza ulteriormente: Il permettere, come le altre negazioni e privazioni, non è un giudizio, non è una punizione, non è una pena; queste sono inflitte positivamente da un giudice. Ma l'indurimento è un giudizio, una punizione, e una pena per i peccati precedenti: dunque è inflitto da Dio non meramente in modo permissivo ma anche positivo. Rispondo che la premessa maggiore è falsa: sebbene la sentenza di un giudice debba essere positiva, la punizione inflitta attraverso di essa è spesso privativa, come quando un giudice punisce qualcuno con la privazione dei beni, l'inabilitazione dagli uffici e dalle dignità, ecc. Così la legge Giulia punisce le adultere permettendo ai loro genitori di ucciderle impunemente. Allo stesso modo, il decreto di permettere a questa o quella persona di indurirsi è in Dio qualcosa di positivo, e un atto positivo; tuttavia il permettere l'indurimento stesso non è un atto positivo, ma è nondimeno una grande punizione; chi infatti non vede che è una grande punizione per i peccatori quando Dio permette loro di fare ciò che vogliono impunemente, e di precipitare nelle profondità del male e dell'inferno? Si aggiunga che in questo indurimento non vi è soltanto permissione, ma anche altri atti positivi di Dio, come dirò nella Questione 3.

Obietta secondo: Non una sola volta, ma frequentemente si dice qui che Dio indurì il Faraone, ma non che il Faraone indurì sé stesso: non sembra probabile che la Scrittura usi un linguaggio improprio tante volte. Rispondo: Si dice più spesso qui che il Faraone indurì sé stesso, come risulta da quanto detto; meno spesso che Dio lo indurì, ossia soltanto durante la 6ª, l'8ª e la 9ª piaga, e quando inseguì gli Ebrei dopo che erano usciti dall'Egitto, e ciò fu qui preannunciato a Mosè affinché lo incoraggiasse, giacché stava per sperimentare una così grande ostinazione da parte del re, e affinché Mosè non fosse sopraffatto, pensando che il Faraone non era indurito senza la provvidenza e la prescienza di Dio, e sapesse che il cuore del re era nella mano di Dio, e sarebbe stato alla fine ammorbidito da Lui, così da lasciar partire gli Ebrei, come fece dopo l'ultima piaga dei primogeniti.

Obietta terzo: Dio, al capitolo 10, versetto 1, dice di aver indurito il Faraone per mostrare i suoi segni, piaghe e potenza in lui: dunque non indurì il Faraone con i suoi segni e flagelli, ma piuttosto lo indurì a questo fine, di avere un'occasione per flagellarlo e mostrare la sua giustizia e potenza in lui. Rispondo: Dio mostrò la sua potenza nel Faraone non indurendolo, ma flagellando e punendo lui una volta indurito, di che parlerò più a lungo nei luoghi propri: altrimenti, se il Faraone non si indurì liberamente da sé ma Dio lo indurì, quale contesa ci fu tra il Faraone e Dio? Allora Dio fece tutto e il Faraone nulla. Quale potenza, chiedo, mostra Dio in una pietra indurita; o quale contesa può esserci con una pietra?


Questione 2: In quali modi Dio indurì il Faraone?

Si chiede secondo: se non direttamente e positivamente, allora in quali modi si dice che Dio abbia indurito il Faraone?

Rispondo primo: in modo permissivo, e si noti qui: Dio permette i peccati in modo diverso e assai più potente di quanto un uomo, ad esempio un principe, potrebbe permettere i medesimi: Dio tiene infatti nelle sue mani le volontà di tutti gli uomini, sicché può piegarle in qualunque direzione; ma la volontà dell'uomo senza il consenso di Dio non può produrre alcuna opera, né buona né cattiva, se Dio non allenta le redini del suo permesso, e anzi positivamente concorre e coopera con essa, per produrre questo atto e questa opera. Pertanto, come chi tiene un leone legato con una fune, se lo scioglie e lo libera, e il leone sciolto uccide qualcuno, colui che teneva il leone si dice che abbia ucciso quell'uomo, non da sé, ma attraverso il leone che ha liberato: così anche Dio, permettendo alla volontà di peccare e di indurirsi nei peccati, si dice che indurisca quella stessa volontà, specialmente perché con il suo concorso coopera in questo atto di indurimento.

Secondo, Pineda su Giobbe capitolo 8, versetto 20, numero 3, lo spiega così: Indurirò, e, come ha l'ebraico, appesantirò, o rafforzerò il cuore del Faraone, cioè renderò il cuore del Faraone duro, forte, capace di resistere, e per nulla timido o molle: questa costanza naturale e questo coraggio, per i quali avvenne che il Faraone fosse tenace nel suo proposito e non lo mutasse facilmente, provenivano da Dio autore della natura, ma il Faraone stesso ne abusò come di armi, per resistere al suo Creatore. Questa spiegazione è vera, ma non completa; poiché questa durezza del Faraone non era semplicemente una certa costanza naturale, ma inoltre ostinazione, impudenza e caparbietà di spirito superbo; di cui Dio non fu l'autore, ma piuttosto Dio indurì il Faraone attraverso i miracoli — dapprima quelli dei maghi: quando infatti il Faraone vide i suoi maghi compiere gli stessi prodigi che compiva Mosè, disprezzò i prodigi di Mosè e di Dio; perciò a quel punto non tanto Dio quanto i maghi si dice che abbiano indurito il Faraone. Ma dopo che i maghi furono sconfitti da Mosè e da lui colpiti con ulcere, e non poterono più stare in piedi davanti al Faraone e indurirlo, allora infine si dice che Dio lo abbia indurito, capitolo 9, versetto 12: là infatti si dice per la prima volta che Dio indurì il Faraone, perché questi miracoli di Dio erano al contempo piaghe e colpi che, colpendo il cuore duro del Faraone, non lo ammorbidivano ma lo rendevano più duro. Si aggiunga, in terzo luogo, che dopo le piaghe Dio poneva davanti al Faraone questi o simili pensieri: Dio vuole che tu ceda a Lui e ti umilii; vuole che tu deponga la tua disposizione superba e dura; vuole che tu rilasci il popolo ebreo, che tirannicamente opprimi, sebbene esso sia per te di grande onore, utilità e gloria. Provocato da questi pensieri, lo spirito superbo del Faraone si gonfiava ancor più, si induriva, ardeva d'ira, e resisteva a Dio, dicendo: Chi potrà comandarmi? Io sono il Faraone, il gran re. Chi è il Dio degli Ebrei per strapparmi questa preda? Non cederò, non lascerò partire il popolo. E questo è precisamente ciò che le parole della Scrittura sembrano significare, dove dopo la maggior parte delle piaghe si aggiunge immediatamente: «E il Signore indurì il cuore del Faraone, e non li ascoltò.» E in questo senso Sant'Agostino dice, nel libro V Contro Giuliano, capitolo III, che Dio indurì il Faraone non soltanto con la sua pazienza ma anche con la sua potenza (cioè con il suo potente comando, piaghe e flagelli). Dunque Dio indurì il Faraone — cioè con quel modo di provvidenza nel mandare e poi ritirare miracoli e flagelli, nel permettere le arti dei maghi, nella severità e nelle rigide esigenze di Mosè, e in altre cose che Dio impiegò intorno a lui, per le quali il Faraone si indurì ancor più, e per le quali Dio prevedeva che egli si sarebbe indurito ulteriormente per la propria malizia e per il proprio libero arbitrio — ma non per le quali Dio stesso intendeva indurirlo.

Terzo, Dio indurì il Faraone ritirandogli la sua grazia, che avrebbe ammorbidito il suo cuore, come il sole indurisce il fango — non producendo positivamente la durezza, ma estraendo l'umidità che temperava e ammorbidiva il fango. Così anche Dio, dice Sant'Agostino, indurisce il cuore non applicando la grazia, ma non spingendo verso la malvagità. Si intenda «grazia» qui non come ogni grazia, ma come grazia abbondante, potente ed efficace; Dio lascia infatti agli induriti qualche grazia, con la quale talvolta li muove e bussa alla loro porta. Altrimenti sarebbero del tutto senza speranza di salvezza e virtualmente dannati. Ma questa grazia è rara, lieve e scarsa.

Quarto, dandogli ricchezze, coraggio, dominio, gloria e risorse, con le quali si trincerava nella sua tirannia.

Quinto, e nel modo più appropriato, si dice che Dio abbia indurito il Faraone perché, vedendolo duro e ostinato, compì intorno a lui certe cose dalle quali il Faraone prese occasione per indurirsi ulteriormente. Si noti bene: il Faraone, avido di dominio, aveva fermamente deciso di trattenere gli Ebrei per poter dominare su di loro e impiegare una nazione così illustre e operosa nelle opere pubbliche del suo regno; ne traeva infatti un profitto enorme. Di qui avvenne che quando Dio volle sottrarli a lui e condurli fuori, il Faraone tanto più desiderava trattenerli, e tanto più radicava la sua volontà in questa ambizione e tirannia.

Dio dunque indurì il Faraone, primo, con le sue piaghe e flagelli, e ciò non inviandoli tutti insieme e in modo eccessivo, ma gradualmente, moderatamente e a intervalli — cosicché gli concedeva riposo ritirando il flagello per un tempo, con il risultato che questi flagelli erano inferiori alla sua tirannia e durezza, e non potevano ammorbidire o spezzare il suo spirito, così infiammato e trincerato nella brama di dominare gli Ebrei; piuttosto lo infiammavano e trinceravano ancor più. Il suo cuore era duro come un diamante, che quanto più viene percosso, tanto più diventa duro; una disposizione dura e depravata converte ogni cosa nella propria durezza e depravazione. E sebbene durante il flagello sembrasse talvolta ammorbidirsi (come gli uomini duri sono temporaneamente ammorbiditi da emozioni alterne), tuttavia quando il flagello cessava, ritornava immediatamente alla sua natura e durezza. Perciò in Esodo 8,15 si dice: «Il Faraone, vedendo che gli era stato dato riposo, indurì il suo cuore.» Così Sant'Agostino qui, Questione XXXVI, e Anastasio di Nicea, Questione XXIX. E così come i ragazzi malvagi e ostinati sono resi più duri dalle percosse, così anche il Faraone dalle percosse di Dio. Perciò come un maestro, fustigando un ragazzo ostinato, si dice che lo indurisca con i suoi flagelli e lo renda più ostinato, così Dio con le sue piaghe si dice che abbia indurito e reso più duro il cuore del Faraone — non inviandogli durezza, ma ponendogli davanti flagelli per i quali egli si induriva ancor più e resisteva a Dio con maggior forza.


Questione 3: Che cos'è la durezza del cuore?

Si chiede terzo: Che cos'è la durezza del cuore, e quali sono le sue proprietà e i suoi effetti?

San Bernardo risponde, libro I del De Consideratione, a Eugenio: «Un cuore duro, dice, è quello che non è trafitto dalla compunzione, non è ammorbidito dalla pietà, non è commosso dalle preghiere, non cede alle minacce, e anzi si indurisce ancor più sotto i flagelli. Un cuore duro è ingrato per i benefici, infedele verso i consigli, crudele nei giudizi, sfrontato davanti alle cose turpi, impavido davanti ai pericoli, disumano verso le cose umane, temerario verso le cose divine: dimentico del passato, negligente del presente, improvvido circa il futuro. Poiché è quel cuore per il quale nulla del passato, eccetto le sole ingiurie, non passa interamente; nulla del presente non perisce; del futuro non vi è previdenza, se non forse per la vendetta. E, per abbracciare brevemente tutti i mali di questo orribile male: un cuore duro è quello che né teme Dio né rispetta gli uomini.»

Le proprietà di un cuore duro sono queste. Primo, gli induriti di cuore rifiutano di comprendere per agire rettamente; chiudono occhi e orecchie agli ammonimenti salutari; rifiutano di ascoltare ciò che riguarda la virtù e la salvezza. «Coloro che, come dice Giobbe, capitolo 21, versetto 14, dissero a Dio: Allontanati da noi, non desideriamo la conoscenza delle tue vie.» Così il Faraone, Esodo 5,2: «Chi è il Signore, dice, perché io debba ascoltare la sua voce? Non conosco il Signore.» Perciò Giobbe, capitolo 24, dice che tali persone sono ribelli contro la luce.

Perciò, secondo, Dio a sua volta abbandona, respinge e disprezza tali persone, Proverbi 1: «Avete disprezzato tutti i miei consigli e trascurato i miei rimproveri: anch'io riderò della vostra rovina e vi deriderò.»

Terzo, tali persone, come dice il Savio, Proverbi 2, si rallegrano quando hanno fatto il male e esultano nelle cose peggiori; le cui vie sono perverse e i cui passi sono infami; e capitolo 12: «Lo stolto commette la malvagità come per gioco.»

Quarto, gli induriti sono giunti nelle profondità dei mali e disprezzano sia Dio sia gli uomini. Proverbi 18: «L'empio, dice, quando è giunto nella profondità dei peccati, disprezza, ma l'ignominia e il vituperio lo seguono.»

Quinto, il loro peccato è chiamato indelebile, e la loro ferita incurabile, perché è a stento e appena perdonato. Perciò Geremia 17: «Il peccato di Giuda, dice, è scritto con stilo di ferro, con punta di diamante.» E capitolo 30: «La tua ferita è incurabile.»

Sesto, non si vergognano neppure dei crimini più turpi, ma, come dice Geremia, capitolo 3: «Hai la fronte di una meretrice, rifiuti di arrossire.»

Settimo, tali persone sono pressoché incorreggibili: perciò il Savio dice di loro, Ecclesiaste 7: «Considera le opere di Dio, che nessuno può correggere colui che Egli ha disprezzato.» E Sapienza 12: «La loro nazione è malvagia, e la loro malizia è naturale, e il loro pensiero non poteva essere cambiato in eterno.»

Ottavo, tali persone, quando sono colpite da Dio, non lo sentono. Geremia 5: «Signore, li hai colpiti, e non hanno provato dolore.» Tali persone inoltre non sentono i pungoli e i rimorsi della coscienza, perché l'hanno virtualmente estinta.

Nono, a causa dell'abitudine di peccare radicata e rafforzata, diventa virtualmente impossibile per loro fare il bene e non peccare. Geremia 13: «Se l'Etiope può cambiare la sua pelle, o il leopardo le sue macchie, allora anche voi potrete fare il bene, voi che avete appreso il male.» E Sant'Agostino, libro VI delle Confessioni: «Sospiravo, dice, legato non dal ferro altrui, ma dalla mia propria volontà di ferro. Il nemico teneva la mia volontà, e da essa mi aveva fatto catene. Dalla volontà perversa nacque l'abitudine, e quando l'abitudine non fu contrastata, divenne necessità; con certi anelli, per così dire, congiunti l'uno all'altro, una dura servitù mi teneva avvinto.»

Decimo, San Paolo in Romani 1 e 2 dice che tali persone accumulano ira per sé stesse e sono state consegnate a una mente riprovata, e altrove li chiama figli della perdizione e della diffidenza, e vasi preparati per la distruzione, che, disperando, si sono abbandonati a ogni sorta di impurità.

Undicesimo, accumulano peccati su peccati e peggiorano di giorno in giorno, e, come si dice nell'Apocalisse 22, quelli che sono nell'immondizia diventano ancora più immondi. «La miseria è completa,» dice Seneca nei Proverbi, «quando le cose turpi non soltanto dilettano ma anche piacciono; e cessa di esservi luogo per il rimedio quando ciò che erano vizi diventa costumi.» Tale fu Caino, Genesi 4,18; i figli di Eli, 1 Re 2,22; Saul, 1 Re 17,18; Sedecia, 2 Cronache 36,13; i Giudei, Geremia 2,20; i sommi sacerdoti, Matteo 27,4.


Questione 4: Come tratta Dio gli induriti?

Si chiede quarto: Come tratta Dio gli induriti, e come si comporta verso di loro?

Rispondo: Come punizione per i peccati che hanno commesso, primo, permette loro di seguire i propri desideri e le proprie concupiscenze, e non rimuove da loro gli allettamenti, le occasioni e le tentazioni di peccare. Salmo 80: «Li lasciai secondo i desideri del loro cuore; cammineranno nelle loro invenzioni.» E Paolo in Romani 1 dice che Dio li abbandonò ai desideri del loro cuore. Perciò anche il Salmo 72 dice: «Passarono nell'affetto del loro cuore», cioè, qualunque cosa desiderassero e concupiscessero nel loro cuore, questa ottennero, e tutto riuscì loro secondo i voti.

Secondo, Dio dà loro abbondanza di beni temporali e successi prosperi, con i quali essi, accecati, si precipitano in ogni crimine e nella propria rovina. Salmo 72: «La loro iniquità procedette quasi dall'adipe», cioè da un cuore ingrassato e ricco, per l'abbondanza dei beni temporali, la loro iniquità procedette.

Terzo, Dio rimuove da loro le tribolazioni con le quali i peccatori castigati ritornano alla retta ragione. Salmo 72: «Non sono nella fatica degli uomini, e non saranno flagellati con gli uomini.» Oppure, se li flagella, manda loro afflizioni minori di quanto sarebbe necessario per piegare o spezzare la loro durezza, con il risultato che si induriscono ancor più sotto i flagelli di Dio.

Quarto, Dio proibisce ai santi di pregare per tali persone. Geremia 7: «Non pregare per questo popolo, e non opporti a me, perché non ti ascolterò.» E capitolo 15: «Se Mosè e Samuele stessero davanti a me, l'anima mia non sarebbe disposta verso questo popolo.»

Quinto, Dio rimuove da loro i buoni consiglieri, confessori, maestri e santi angeli. Geremia 51: «Abbiamo cercato di curare Babilonia, e non è stata guarita: abbandoniamola dunque, perché il suo giudizio è giunto fino al cielo.» E Paolo in Atti 13, ai Giudei: «Poiché voi lo respingete (la parola e il regno di Dio), ecco, ci rivolgiamo ai Gentili; così infatti ci ha comandato il Signore.»

Sesto, toglie loro la predicazione della sua parola, con la quale la mente è illuminata, nutrita, commossa e stimolata alla penitenza. Amos 8: «Manderò la fame sulla terra: non fame di pane, né sete d'acqua, ma di ascoltare la parola del Signore.»

Settimo, per permissione di Dio tali persone cadono tra adulatori e cattivi consiglieri che li spingono nei mali e nella loro rovina. Così Roboamo, seguendo il consiglio di giovani stolti, perse una gran parte del suo regno. Così Assalonne trascurò l'utile consiglio di Achitofel e preferì il consiglio di Cusai, che fu la sua rovina.

Ottavo, Dio permette che sorgano falsi maestri e profeti, che con i loro segni, la loro ipocrisia e il loro parlare lusinghiero seducano gli induriti, come fecero i maghi davanti al Faraone, e come farà l'Anticristo, 2 Tessalonicesi 2,12.

Nono, Dio allenta le redini al diavolo, dandogli un campo più ampio per insidiare e nuocere a tali persone. E avendo ricevuto questo campo, il diavolo li tormenta e tenta mirabilmente — sia seducendo le loro menti con opinioni vane e false, sia ponendo loro davanti vari oggetti di piacere e vari allettamenti al vizio, sia turbando le loro fantasie e infiammando le loro passioni, sia mandando falsi profeti per ingannarli, di che è mirabile la visione del profeta Michea in 3 Re 22,19.

Decimo, toglie loro i buoni esempi, i buoni governanti e principi, i buoni compagni, e virtualmente tutti gli aiuti alla salvezza, e permette che vengano loro poste davanti cose contrarie, che li incitano ad ogni male, cosicché inciampano e cadono ad ogni passo — il che Isaia illustra con la bella immagine della vigna nel capitolo 5. Così Pererio.

Infine, la ricompensa di una volontà ostinata è il fuoco ostinato e perpetuo dell'inferno. Ascolta San Bernardo, Lettera 253: «Per questa ragione il male di una mente inflessibile e ostinata è punito eternamente, sebbene commesso temporalmente; perché ciò che fu breve nel tempo, o nell'azione, si dimostra lungo in una volontà pertinace: sicché se tale persona non morisse mai, non cesserebbe mai di voler peccare; anzi, vorrebbe sempre vivere per poter sempre peccare.»


Versetto 4: E stenderò la mia mano

4. «E stenderò la mia mano» — percuoterò, affliggerò, punirò. «Per giudizi grandissimi» — per le più grandi piaghe. Perciò i Settanta traducono «con grande vendetta», che mostra a tutti il giustissimo giudizio di Dio sugli Egiziani.


Versetto 6: Così fecero

6. «Così fecero.» — È un pleonasmo ebraico: ha infatti già detto che essi fecero così.


Versetto 7: Mosè aveva ottant'anni

7. «Mosè aveva ottant'anni.» — Pertanto, poiché Mosè guidò il popolo nel deserto per 40 anni (Deuteronomio 8,2), e morì all'età di 120 anni (Deuteronomio 34,7), ne consegue che iniziò questi segni e piaghe davanti al Faraone immediatamente, e li completò tutti in breve tempo, quando iniziava il suo 81° anno, e in quello stesso anno, all'inizio della primavera, condusse il popolo fuori dall'Egitto. Così Ruperto e l'Abulense.


Versetto 8: Il Signore disse a Mosè e ad Aronne

8. «Il Signore disse a Mosè e ad Aronne» — ad Aronne indirettamente; Dio parlò direttamente al solo Mosè. Perciò aggiunge: «Dirai ad Aronne.»


Versetto 9: Mostrate dei segni

9. «Mostrate dei segni.» — In ebraico è «date un segno per voi stessi», cioè provate con un segno ciò che dite, ossia che Dio vuole che io rilasci gli Ebrei dall'Egitto.

«Prendi la tua verga.» — La stessa verga viene chiamata ora di Mosè, ora di Aronne, ora di Dio, perché era lo strumento di tutti loro per compiere miracoli e le piaghe d'Egitto.


Versetto 10: Fecero come il Signore aveva comandato

10. «Fecero come il Signore aveva comandato.» — Dunque Mosè e Aronne prima chiesero al Faraone, a nome di Dio, di lasciar partire gli Ebrei per un cammino di tre giorni a scopo di sacrificio; ma quando il Faraone rifiutò e chiese un segno, Aronne immediatamente presentò la verga, che fu mutata in serpente. Dio infatti non volle che questi segni fossero imposti al Faraone non richiesti, ma soltanto compiuti su sua richiesta, come risulta dal versetto 9.

«Prese.» — In ebraico, caldeo e greco è «gettò».


Versetto 11: Il Faraone chiamò i sapienti e gli incantatori

11. «Allora il Faraone chiamò i sapienti e gli incantatori.» — «Sapienti» qui si chiamano coloro che sono esperti in cose segrete o nell'arte meravigliosa, che erano anche malefici e incantatori. Per «malefici» l'ebraico è meccassephim, che propriamente significa illusionisti, ma si estende a ogni sorta di maghi. I Settanta traducono «sofisti e farmaci», cioè avvelenatori; Onkelo traduce «maghi»; Aquila, «conoscitori e operatori di cose occulte».

I capi di costoro furono Iannès e Mambrès, come risulta da 2 Timoteo 3,8, del cui sepolcro Palladio narra cose mirabili nella Vita del beato Macario, da lui stesso viste e confermate: ossia che erano sepolti in giardini nei quali, mentre vivevano, avevano piantato alberi di ogni sorta, sperando che dopo la morte avrebbero goduto delizie in quel quasi-paradiso. Ma quel luogo era occupato dai demoni, che perciò aggredirono il beato Macario quando vi entrò, ma furono messi in fuga dal suo segno di croce. Macario, esaminando ogni cosa, trovò frutti di melograni che dentro non avevano nulla — poiché erano stati disseccati dal sole — e anche moltissimi ex-voto d'oro.

Nota: Plinio, Giustino, Sant'Agostino e altri comunemente riferiscono che l'inventore della magia fu Zoroastro, che rise il giorno stesso in cui nacque e visse intorno al tempo di Nino e di Abramo, circa 600 anni prima di Mosè. Alcuni vogliono che questo Zoroastro sia Cam, figlio di Noè.

Secondo Cassiano tuttavia, l'abate Sereno, Conferenza 7, capitolo 21, colloca l'origine della magia prima del Diluvio; dice infatti che essa iniziò nel tempo in cui i figli di Dio si mescolarono con le figlie degli uomini, Genesi 6; e che la magia non perì nel Diluvio, perché Cam l'aveva appresa prima del Diluvio e la diffuse dopo il Diluvio.

«Fecero in modo simile.» — Si può chiedere: In quanti modi possono i maghi e i demoni compiere i loro prodigi?

Presuppongo che né i demoni né i maghi possano compiere veri miracoli. Il miracolo è infatti ciò che supera ogni potere della natura, e ogni capacità delle cause naturali, degli uomini e degli angeli. Tuttavia possono fare certe cose che superano il potere degli uomini e delle altre cose naturali, che sono dunque meravigliose per gli uomini, ma non miracoli.

Dico primo: la maggior parte dei prodigi che il demonio compie non sono cose vere e reali, ma soltanto illusioni. Il demonio può infatti ingannare e illudere la fantasia o gli occhi a tal punto che le persone credono di vedere ciò che in realtà non esiste. Lo fa, primo, muovendo così potentemente la fantasia degli uomini che credano di vedere ciò che non esiste — come nei sogni crediamo di vedere cose meravigliose che non sono reali. Galeno e altri riferiscono esempi notevoli di ciò, come l'uomo che per una fantasia alterata credeva di avere un naso grande come un cubito; e un altro che rifiutava di essere toccato perché diceva di avere un corpo di vetro; e un terzo che rifiutava di mangiare perché diceva di essere morto. Secondo, turbando l'organo della vista, nel modo in cui gli oftalmici credono di vedere meraviglie che non sono reali e non si vedono. Terzo, alterando il mezzo esterno, come un bastone diritto nell'acqua appare spezzato o piegato. In questo modo — cioè attraverso illusioni — Apollonio di Tiana risuscitò un morto; con l'aiuto del demonio ingannò gli occhi degli uomini affinché credessero vivo chi era morto. In questo modo anche la maga Circe trasformò i compagni di Ulisse in varie bestie. Allo stesso modo quelle streghe italiane menzionate da Sant'Agostino, nel libro XVIII della Città di Dio, capitolo 18, trasformavano i viaggiatori in animali da soma per portare i loro carichi. Così anche oggi i licantropi attraverso illusioni si trasformano in lupi, e aggrediscono e sbranano pecore e persino uomini. Così anche il demonio dà talvolta alle streghe oro, argento e cibo — non reali, ma fantastici; perciò quando tornano in sé, hanno fame come se non avessero mangiato nulla.

Dico secondo: i demoni possono compiere prodigi attraverso il moto locale, essendo velocissimi e potentissimi. Così, primo, Satana consumò le pecore e i servi di Giobbe con il fuoco mandato dal cielo, Giobbe 1. Così in anni recenti ha rovesciato case e torri con venti violenti. Secondo, sollevò Simon Mago in aria per farlo volare; e così anche le nostre streghe volano oggi. Alberto Magno dice che una volta piovvero buoi, che i demoni o gli angeli avevano precedentemente sollevato in aria da altrove. Terzo, il demonio può subitamente sottrarre una persona o altra cosa dalla vista degli uomini, e così renderla invisibile. Così Apollonio svanì dagli occhi di Domiziano. Così Gige, per mezzo di un anello, si rendeva invisibile ai presenti. Tuttavia il demonio non può far sì che un corpo sia in due luoghi, o due corpi in un luogo, o che un corpo passi da un estremo all'altro senza attraversare lo spazio intermedio. Inoltre: «Poiché il demonio,» dice San Tommaso, I p., Questione 114, articolo 4, risposta 2, «può formare dall'aria un corpo di qualunque forma e figura, per assumerlo e apparire visibilmente in esso, per la stessa ragione può rivestire qualunque cosa corporea con qualunque forma corporea, affinché appaia sotto quella guisa.» Quarto, il demonio può far muovere, camminare e parlare le statue, perché egli stesso le muove e forma nell'aria vicino ad esse un discorso simile a quello umano. In modo simile fece sì che Claudia, vergine vestale romana, in testimonianza della sua pudicizia, trascinasse con la sua cintura una nave incagliata nel Tevere e la conducesse dove voleva; e Tuccia, per la stessa ragione, portasse acqua attinta dal Tevere in un setaccio fino al Campidoglio. Quinto, il demonio può assumere cadaveri o maschere di uomini, leoni e animali, e attraverso di essi — come se fossero vivi — schernire e terrorizzare gli uomini, come tentò di fare con Sant'Antonio. Sesto, suscita notevoli affetti d'amore, odio, ira e tristezza, e anche notevoli fantasmi in una persona, agitando gli umori nel corpo, specialmente la bile nera e quella gialla.

Dico terzo: il demonio può compiere prodigi applicando gli agenti attivi ai soggetti passivi e combinandoli attraverso cause naturali; conosce infatti nel modo più intimo le meravigliose virtù delle cose naturali. Se infatti i medici preparano la teriaca e i farmaci le cui mirabili virtù sperimentiamo, il demonio può fare molto di più, poiché conosce assai meglio le virtù delle erbe, delle gemme, degli animali e delle altre cose, e può portarle con estrema velocità dall'India o da qualunque altra parte del mondo e mescolarle con altre cose. Tuttavia il demonio non può produrre immediatamente alcuna forma sostanziale o accidentale; anzi, non può produrre un animale perfetto senza seme, o formarne istantaneamente uno di dimensioni perfette e proprie dal seme. In breve, non può trasformare qualunque cosa in qualunque altra, né sospendere l'azione delle cause naturali.

Che i demoni possano compiere prodigi con questo terzo metodo è chiaro, sia dal fatto che vediamo certe cose operare meraviglie in questo modo — come Plinio, libro 31, capitolo 1, narra della remora, che se si attacca a grandi navi, anche se spinte dai venti più forti, le trattiene e le ferma — sia dal fatto che gli uomini operano meraviglie in questo modo — come Plutarco narra di Archimede nella Vita di Marcello, che egli solo, per mezzo di macchine matematiche, attirò a sé un'enorme nave da carico e produsse grande strage nella flotta romana. In questo modo anche Severino Boezio, in una certa lettera scritta a lui sia da Cassiodoro sia da Teodorico, si dice che abbia compiuto certi quasi-miracoli, ossia che i metalli muggirono, un serpente di bronzo sibilò, uccelli artificiali cantarono dolcissimamente, e figure aeree suonarono le trombe nell'aria. Per altre cose si veda Delrio, Sulla Magia.


Versetto 12: Ciascuno gettò la propria verga

12. «E ciascuno gettò la propria verga, e furono mutate in serpenti.» — Alcuni pensano che questi maghi non produssero veri serpenti, ma con i loro sortilegi ingannarono gli occhi degli spettatori, o semplicemente presentarono loro fantasmi e certe sembianze di serpenti — come i nostri giocolieri e illusionisti ciarlatani mostrano al popolo, da dietro una cortina, meravigliose sembianze di cose che non esistono. Così Gregorio di Nissa; Prospero, Parte 1, Sulle Promesse, capitolo 15; Giustino, nelle Questioni ortodosse, Questione 26; Ruperto; e Tertulliano, nel libro Sull'Anima, dove dice: «I demoni sono soliti produrre fantasmi e foggiare corpi con i quali ingannano gli occhi esteriori; ma la verità di Mosè divorò la loro falsità.»

Ma la posizione più vera è quella sostenuta da Sant'Agostino, Teodoreto, Lirano, l'Abulense, il Burgense, Gaetano e altri, ossia che questi serpenti dei maghi erano veri serpenti.

Lo si prova, primo, perché la Sacra Scrittura chiama questi serpenti dei maghi con lo stesso nome di quelli di Aronne e di Mosè. Secondo, perché il serpente di Aronne divorò i serpenti dei maghi — e questa divorazione fu certamente reale. In questi prodigi divini di Mosè non vi fu infatti alcuna illusione; altrimenti Mosè avrebbe giocato con gli Egiziani attraverso fantasmi vuoti. Erano dunque veri serpenti, che, prodotti dai maghi, furono divorati dal serpente di Aronne. Terzo, perché nel terzo segno, quello delle zanzare, i maghi fallirono, poiché non poterono produrle; dunque compirono veramente i primi due segni — altrimenti avrebbero fallito anche in quelli. Quarto, se non fossero stati veri serpenti, Mosè avrebbe smascherato questo inganno e così li avrebbe confusi. Infine, il demonio esercitò qui tutta la sua forza e la sua abilità; dunque produsse qui veri serpenti, poiché temeva che se avesse prodotto serpenti falsi, Mosè avrebbe scoperto la frode, con grande vergogna e ridicolo suo e dei maghi.

Si chiede: Come produssero i maghi questi serpenti? Gaetano pensa che i demoni avessero già gradualmente preparato le verghe dei maghi attraverso certi agenti naturali a noi sconosciuti ma estremamente efficaci, disponendole verso la forma di serpenti; cosicché quando i maghi gettarono le loro verghe a terra, quelle verghe avevano già l'ultima disposizione verso la forma di serpenti, che fu dunque immediatamente indotta e furono prodotti veri serpenti.

Ma ciò è poco probabile, sia perché i serpenti, essendo animali perfetti, non possono essere generati se non dal seme di un genitore (che qui non c'era), sia perché nessuna causa naturale può immediatamente convertire una verga in un serpente — la verga e il serpente distano infatti enormemente l'una dall'altro; piuttosto, le verghe devono prima corrompersi e passare attraverso varie altre forme prima di essere infine convertite in serpenti. Ma qui, quando i maghi gettarono le verghe, erano vere verghe, e immediatamente apparvero serpenti al posto delle verghe. Pertanto non potevano essere stati prodotti così rapidamente e immediatamente dalla conversione delle verghe; vi è infatti un certo ordine naturale tra le forme che né un demone né un angelo, ma soltanto Dio, può alterare. Terzo, perché questi serpenti non erano teneri e piccoli, ma grandi, perfetti e lunghi come le verghe — erano infatti uguali alle verghe in dimensione; altrimenti non sarebbe sembrato che le verghe si fossero mutate in serpenti.

Secondo, Calvino pensa che Dio abbia mutato le verghe dei maghi in serpenti, cioè creandoli, e che i maghi li abbiano poi sostituiti alle loro verghe; e che Dio abbia fatto ciò come giusta punizione, per irretire e indurire il Faraone e gli Egiziani, empi e increduli, nella menzogna. Ma via questa mostruosa bestemmia! La Scrittura al versetto 11 dice espressamente che queste cose furono compiute non per mezzo di Dio, ma per mezzo degli incantesimi dei maghi, alle cui invocazioni il demonio era certamente presente. E se Dio fosse stato l'artefice dei serpenti in entrambi i casi — sia presso Mosè sia presso i maghi — allora avrebbe combattuto contro sé stesso, e sarebbe stato testimone tanto della menzogna dei maghi quanto della verità presso Mosè; e avrebbe sigillato e confermato tanto l'una quanto l'altra attraverso un'opera soprannaturale e attraverso il suo sigillo proprio, ossia un miracolo.

Dico dunque che i demoni portarono questi serpenti da altrove, e, avendo subitamente e impercettibilmente sottratto le verghe, sostituirono i serpenti al loro posto — cosicché chiunque osservasse la scena, ignaro di magia e di frode, avrebbe pensato che i maghi avessero convertito le loro verghe in serpenti come aveva fatto Aronne. E per questa ragione la Scrittura, che parla alla maniera del popolo, dice che i maghi fecero in modo simile a come aveva fatto Aronne. Allo stesso modo infatti dice al capitolo 3, versetto 2, che il roveto ardeva, perché a chi lo guardava sembrava ardere, mentre in realtà non ardeva. Similmente dice che gli angeli mangiarono, perché sembravano mangiare, mentre in realtà non mangiavano.

Dico lo stesso del secondo e del terzo segno, ossia dell'acqua mutata in sangue e delle rane prodotte dai maghi: sia il sangue sia le rane non furono prodotti dal demonio, ma portati da altrove. Naturalmente infatti il vero sangue non può essere generato se non in un animale, e in nessun altro modo che per la virtù dell'anima e attraverso il calore naturale che è nell'animale. Mosè tuttavia, soprannaturalmente e per la virtù di Dio, mutò l'acqua in sangue, e produsse subitamente le rane dalle acque. Perciò questi maghi ebrei sono chiamati mecassephim, cioè illusionisti — non riguardo alla cosa prodotta, o piuttosto portata, ma riguardo al modo di operare. Sembravano infatti convertire una verga in serpente, quando in realtà non la convertivano, ma portavano un serpente da altrove e segretamente lo sostituivano alla verga.

Si chiede: Perché Dio permise ai maghi di compiere questi prodigi? Rispondo, primo, per mostrare quanto l'arte magica possa fare e come inganni i sensi degli uomini. Secondo, affinché in questi stessi prodigi i maghi fossero superati da Mosè, e Mosè non fosse ritenuto un mago, ma piuttosto apparisse come l'antagonista, il vincitore e il dominatore dei maghi, e conseguentemente il vero e grande servo e Profeta del grande Dio. Così San Giovanni Crisostomo, Omelia 46 sugli Atti degli Apostoli. Terzo, per mostrare che i malvagi si oppongono sempre ai pii e lottano contro di loro, e i falsi profeti contro i profeti: così Lucifero resistette a Michele, Caino si oppose ad Abele, Ismaele a Isacco, Esaù a Giacobbe, i fratelli a Giuseppe, Datan e Abiram a Mosè, Simon Mago a San Pietro, i Giudei a Paolo, i filosofi, i maghi e gli eretici agli Apostoli. Quarto, per mostrare che il demonio è, per così dire, la scimmia di Dio; come Dio, così anche il demonio, rivale di Dio, vuole avere i suoi profeti, i suoi templi, i suoi sacrifici, i suoi miracoli, i suoi Religiosi. Quinto, per mettere alla prova la fede e la costanza di Mosè e degli Ebrei, se attraverso questi segni dei maghi avessero vacillato e dubitato nel culto del vero Dio e nelle promesse che Egli aveva fatto loro.

Sesto, per il maggior accecamento e castigo del Faraone.

Infine, fu permesso al demonio di produrre un serpente perché egli stesso è l'antico serpente che ingannò Eva e inganna ancora molti. Ascolta San Cipriano nel suo trattato Sulla Semplicità dei Chierici: «Il diavolo è un serpente, perché striscia in segreto, perché ingannando sotto l'immagine della pace, scivola con passi nascosti (donde ricevette il nome di serpente) — tale è la sua astuzia, tale il suo cieco e insidioso inganno per irretire l'uomo, che sembra asserire la notte per il giorno, il veleno per la salvezza, la disperazione sotto le apparenze della speranza, il tradimento sotto il pretesto della fede, l'Anticristo sotto il nome di Cristo — cosicché, mentre contraffà cose simili alla verità, possa con sottigliezza frustrare la verità. Si trasfigura infatti in angelo di luce.» Fin qui Cipriano, o piuttosto Origene. Che questo trattato appartenga a Origene e sia stato tradotto dal greco in latino da Cipriano o da un altro di quell'epoca, Pamelio lo dimostra nella prefazione di quel libro, sia dallo stile e dai grecismi sia dall'autorità di diversi Dottori.

E San Gregorio, libro XXXII dei Morali, capitolo 20: «Il diavolo, dice, è chiamato bestia da soma, drago e uccello; tenta infatti gli uomini con tre vizi: lussuria, malizia e superbia. In quelli dunque che incita alla lussuria, è bestia da soma; alla malizia del nuocere, è drago; alla superbia, è uccello.» E San Leone, Sermone 8 sulla Natività: Il diavolo è un serpente astuto, perché «sa a chi applicare l'ardore della cupidigia, a chi presentare gli allettamenti della gola, a chi applicare gli incentivi della lussuria, in chi versare il veleno dell'invidia. Sa chi turbare con la tristezza, chi ingannare con la gioia, chi opprimere con il timore, chi sedurre con lo stupore; esamina le abitudini di tutti, vaglia le loro preoccupazioni, scruta i loro affetti; e cerca le cause per nuocere là dove vede ciascuno più avidamente occupato.»

«Ma la verga di Aronne divorò le loro verghe.» — «Verga», cioè il serpente in cui la verga era stata convertita, «divorò le verghe», cioè i serpenti o draghi in cui le loro verghe erano state convertite. Non era più infatti una verga ma un serpente; e non le verghe ma i serpenti hanno una bocca con cui divorare le altre cose. È una metonimia: le cose sono spesso chiamate con ciò che erano prima, o con il nome della cosa da cui sono state convertite. Così Filone, Sant'Agostino, Prospero citato sopra, Sant'Ambrogio, libro III degli Offici, capitolo 14, Gaetano e altri. Per una ragione simile ma più forte (qualunque cosa obietti qui Calvino), la carne di Cristo nel Venerabile Sacramento è chiamata pane in 1 Corinzi 11,26 e Giovanni 6,31. Gli Ebrei infatti chiamano pane qualunque cibo, anche la carne; specialmente poiché nell'Eucaristia gli accidenti del pane rimangono e si vedono, cosicché gli uomini giudicando con gli occhi e i sensi giustamente lo chiamano pane, perché vedono e toccano l'apparenza del pane. Di qui è chiaro che Dio permise ai maghi di compiere tali prodigi a questo fine: che la sua vittoria — cioè la vittoria del vero Dio contro gli dèi, o piuttosto i demoni, degli Egiziani — fosse tanto più illustre; Egli schiacciò infatti la loro falsità con un vero miracolo.

Si noti qui: Dio è solito svelare, o dare indizi sufficienti, della frode e dell'impostura quando maghi, eretici o increduli compiono prodigi che spacciano per miracoli. Ciò pertiene infatti alla provvidenza e alla cura che Dio esercita sugli uomini, specialmente i fedeli e i buoni, affinché non siano involontariamente e inconsapevolmente condotti nell'errore. Perciò il Faraone era qui senza scusa.

Si chiede: Con quali mezzi Dio è solito distinguere i veri miracoli da quelli falsi? Teodoreto assegna tre segni e distinzioni in questi maghi. Primo: «Mutarono certamente le verghe in serpenti, dice, ma la verga di Mosè divorò le loro verghe. Mutarono l'acqua in sangue, ma non poterono restituire il sangue alla sua natura precedente. Produssero rane, ma non poterono togliere agli Egiziani il fastidio e l'inconveniente delle rane, come fece Mosè. E così Dio concesse ai maghi di fare tali cose, affinché anche attraverso di loro castigasse gli Egiziani; tuttavia non concesse loro il potere di rimuovere la piaga inflitta. Dio dunque non si accontentò delle piaghe inflitte da Mosè, ma le accrebbe attraverso i maghi, come dicendo al re: Poiché essere punito ti diletta, ti castigherò anche attraverso l'opera dei tuoi stessi servi, e ti punirò più gravemente.»

Secondo: «Quando vide che il re si induriva ancor più per questo, restrinse il potere dei maghi, cosicché coloro che avevano prodotto animali più grandi, cioè le rane, non potessero produrre le piccole zanzare, e li costrinse a confessare la loro debolezza e dire: "Questo è il dito di Dio"», capitolo 8, versetto 19.

Terzo: «Afflisse i corpi dei maghi con piaghe, capitolo 9, versetto 11, affinché sia essi sia il loro stolto re riconoscessero chiaramente che non soltanto non potevano rimuovere le piaghe mandate da Dio, ma che essi stessi erano puniti insieme agli altri.» Fin qui Teodoreto.

Quarto, a questi Sant'Agostino aggiunge, Questione 79 tra le 83, che i veri miracoli si distinguono dai falsi per diritto, cioè per l'autorità e la potestà con cui sono compiuti: «I maghi, dice, compiono prodigi attraverso rapporti privati con il demonio, ma i santi li compiono per pubblica amministrazione e per comando di Colui al quale ogni creatura è soggetta. I maghi dunque operano attraverso contratti privati, ma i santi attraverso la giustizia pubblica.»

Si aggiunga, quinto, che coloro che compiono veri miracoli sono per lo più fedeli, retti e santi; ma coloro che compiono miracoli falsi sono malvagi, infami e spesso malefici.

Sesto, ciò che i maghi fanno è spesso soltanto fantasmatico e finto, e perciò non duraturo, ma la loro falsità e vanità vengono presto smascherate; oppure è del tutto inutile e persino dannoso. Ma i veri miracoli sono opere vere e solide, utili agli uomini, e compiute soltanto per qualche grande utilità o necessità.

Settimo, i maghi impiegano nelle loro opere molte illusioni, menzogne, inganni degli uomini, e vari segni e figure — ad esempio lettere e parole che non significano nulla o assurdità — e altre superstizioni. Ma un tale carattere conduce le persone nell'errore, spacciando queste cose per miracoli.

Ottavo, i maghi e i demoni compiono prodigi per un fine malvagio, ossia per guadagno, vana ostentazione, gloria o onore, per attribuirsi il nome e il culto divino; o per pervertire la vera fede e persuadere gli uomini di una falsa; o per commettere malefici e crimini, come furti, adulteri, uccisioni di uomini e animali. Ma i Santi compiono queste cose per onorare e glorificare Dio, e per edificare e illuminare la santa Chiesa, e per aiutare gli uomini sia nel corpo sia ancor più nell'anima e nello spirito. «I maghi,» dice Sant'Agostino sopra, «fanno ciò che sembra essere miracoli, cercando la propria gloria; ma i Santi compiono miracoli, cercando la gloria di Dio.» Questi maghi dunque esibivano i loro segni per vana ostentazione; ma Aronne lo faceva per giusta vendetta e rimprovero. Il Faraone sapeva infatti che opprimeva ingiustamente gli Ebrei, e che perciò sentiva giustamente la mano vendicatrice di Dio. Pertanto i maghi, con un'incantazione e un rito segreti — che mostravano sufficientemente che si invocava il principe delle tenebre — producevano i loro segni; ma Aronne, per comando di Dio e con un pubblico innalzamento delle mani, come comandando alle acque e alle altre cose nel nome di Dio; e si poteva facilmente riconoscere che quello era il vero Dio, sia perché la natura insegna che il primo essere, o l'essere degli esseri, da cui scaturisce ogni essere — il che significa il nome Geova, sempre premesso da Mosè ai suoi segni — è Dio stesso; sia perché dalla storia dei secoli precedenti potevano facilmente sapere che Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, ecc., avevano adorato il vero Dio e ne erano stati sempre mirabilmente aiutati; e questo stesso Dio invocava qui Mosè come il Dio dei loro padri.

Allegoricamente, Origene dice: «La verga di Mosè è la croce di Cristo; dopo che fu gettata a terra, cioè dopo che giunse alla credulità e alla fede degli uomini, fu convertita in sapienza, e in una sapienza così grande da divorare tutta la sapienza degli Egiziani, cioè di questo mondo.» E Sant'Ambrogio, libro III degli Offici, capitolo 14: «Mosè gettò la verga, e diventata serpente divorò i serpenti degli Egiziani, significando che il Verbo si sarebbe fatto carne, che avrebbe svuotato i terribili veleni del serpente mediante la remissione e il perdono dei peccati. La verga è infatti il verbo — diritto, regale, pieno di potestà, insegna dell'autorità. La verga divenne serpente, poiché Colui che era il Figlio di Dio, nato da Dio Padre, divenne il Figlio dell'uomo, nato dalla Vergine, che come un serpente fu innalzato sulla croce e versò la medicina nelle ferite umane. Donde anche il Signore stesso dice: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo.» Ruperto e Prospero nella Catena di Lipomano dicono cose simili. Nello stesso luogo San Girolamo dice: «Come la verga di Mosè divorò le verghe dei maghi, così la verità di Cristo divorerà la menzogna dell'Anticristo.» E Isidoro dice: «La verga di Mosè, convertita in drago, inghiottì le verghe dei maghi: e Cristo, deposta la dignità della sua gloria, si fece obbediente fino alla morte, e attraverso la morte stessa della sua carne consumò il pungiglione della morte, come attesta il Profeta: "Sarò la tua morte, o morte; sarò il tuo morso, o inferno."»


Versetto 13: Il cuore del Faraone si indurì

13. E IL CUORE DEL FARAONE SI INDURÌ. — Perché vide che i suoi maghi avevano compiuto segni simili a quelli compiuti da Mosè, pensando poco alla divorazione, ossia al fatto che il serpente di Mosè aveva divorato i draghi dei maghi.


Versetto 15: Ti presenterai a incontrarlo

15. TI PRESENTERAI A INCONTRARLO. — Previeni il suo arrivo sulla riva del fiume Nilo, affinché quando arrivi lo incontri.


Versetto 17: Percuoterò con la verga

17. PERCUOTERÒ CON LA VERGA. — Dunque Dio aveva già riconvertito il serpente fatto dalla verga nuovamente in verga, affinché attraverso di essa compisse altri miracoli in seguito. CHE È NELLA MIA MANO. — Queste sono le parole di Dio, eppure Mosè teneva la verga nella sua mano, non Dio; ossia, perché Dio aveva fatto Mosè dio del Faraone e gli aveva dato la propria potestà, affinché comandasse ad Aronne di percuotere il Nilo e così convertirlo in sangue. Questi tre dunque — cioè Dio, Mosè e Aronne — sono considerati come uno, così come una causa principale e una causa strumentale sono chiamate una sola causa efficiente. Dio qui era la causa prima, Mosè era colui che comandava, e Aronne colui che eseguiva.


Versetto 18: I pesci moriranno

18. I PESCI MORIRANNO. — I pesci non possono vivere fuori dall'acqua, specialmente nel sangue, che essendo denso e caldo è contrario alla costituzione dei pesci. LE ACQUE SI CORROMPERANNO — saranno infettate e corrotte dalle carcasse dei pesci. Le chiama «acque» perché erano state acqua; ma ora erano sangue. I Settanta traducono «il fiume bollirà» o «effervescerà»: perché invece di baas, cioè «si corromperà», lessero con punti vocalici diversi bees, cioè «nel fuoco» — vale a dire, sarà, cioè il fiume bollirà, così da sembrare posto nel fuoco o sul fuoco.


Versetto 19: Gli Egiziani saranno afflitti

19. GLI EGIZIANI SARANNO AFFLITTI. — In ebraico nilu, cioè faticheranno, per bere, come per dire: Inorridiranno davanti al bere sangue, e saranno tormentati dalla sete. E TUTTI GLI STAGNI D'ACQUA. — In ebraico, ogni raccolta d'acque; così anche i Settanta. Donde è chiaro che assolutamente tutta l'acqua — anche dei pozzi, delle fonti e delle cisterne — fu mutata in sangue, e i versetti seguenti lo indicano: altrimenti non avrebbero scavato la terra per estrarre acqua, cosa che tuttavia si dice che abbiano fatto al versetto 24. E VI SIA SANGUE IN TUTTA LA TERRA D'EGITTO. — Dunque anche nella terra di Gosen le acque furono mutate in sangue, dice l'Abulense, ma soltanto per gli Egiziani. Le acque erano dolci e potabili per gli Ebrei, dice Giuseppe Flavio. Gli Egiziani nella terra di Gosen meritavano questa piaga più di tutti, in quanto avevano oppresso gli Ebrei con la massima durezza.


Perché tutte le acque furono mutate in sangue?

Si può chiedere, perché in questa prima piaga d'Egitto tutte le sue acque furono mutate in sangue? Rispondo, perché gli Egiziani stessi avevano contaminato le loro acque con il sangue dei bambini ebrei annegandoli (capitolo 1, versetto 22): dunque sono giustamente puniti nelle acque stesse in cui avevano peccato. Secondo, perché in Egitto piove raramente; perciò non hanno quasi altre acque se non quelle del Nilo, che straripando fertilizza tutto l'Egitto. Pertanto gli Egiziani si gloriavano grandemente del Nilo e si vantavano della loro buona sorte. Perciò tributavano anche molte superstizioni e onori quasi divini al Nilo, come attesta Solino al capitolo 35 e Plinio nel libro VIII, capitolo 46. Teodoreto adduce entrambe queste ragioni: «Quel fiume, dice, mutato in sangue, era come un'accusa contro la strage dei bambini commessa dagli Egiziani»; e come si dice in Apocalisse 16,6: «Tu sei giusto, o Signore, perché hanno versato il sangue dei Santi e dei Profeti, e Tu hai dato loro sangue da bere: ne sono degni.»


Quanto grande e quanto amara fu questa piaga?

Si chiede secondo, quanto grande e quanto amara fu questa piaga. Rispondo primo, assolutamente tutta l'acqua degli Egiziani fu mutata in sangue, e l'intero Nilo, per tutta la sua lunghezza dall'Etiopia al mare. Si noti qui che non ci fu un solo miracolo, ma molti — o piuttosto un unico miracolo continuo, attraverso la continua conversione delle acque del Nilo affluenti in sangue, e questo per sette giorni. Il Nilo in Etiopia portava acque pure; ma dove toccava i confini dell'Egitto, veniva immediatamente mutato in sangue, e questo continuamente e senza interruzione per sette giorni. Secondo, con le acque tolte, uomini e bestie erano tormentati dalla sete. Terzo, i pesci morirono. Perciò, quarto, poiché il fiume e i pesci imputridivano, ne sorse una pestilenza, per la quale — e per la sete — tanti giacevano morti per le strade che i familiari non bastavano a seppellirli, dice Filone. Quinto, le acque avevano non soltanto il colore ma anche la natura del sangue, ed erano vero sangue. Perciò se qualcuno, spinto dalla sete, ne assaggiava, era immediatamente colto da un dolore acuto, dice Giuseppe Flavio.


Versetto 22: I maghi fecero in modo simile

Versetto 22. E I MAGHI FECERO IN MODO SIMILE. — Si può chiedere, da dove ottennero i maghi l'acqua che mutarono in sangue? Tutta l'acqua era stata infatti già mutata in sangue da Mosè. San Giustino risponde (Questione 26, Agli Ortodossi) che gli Egiziani avevano scavato pozzi intorno al fiume e ne avevano attinto acqua. Secondo, Teodoreto risponde che quest'acqua era stata portata dal mare vicino: non le acque marine, come pensava Genebrardo (sul Salmo 114), ma soltanto le acque dolci e potabili furono, secondo la Scrittura, convertite in sangue, affinché gli Egiziani fossero tormentati dalla sete. Terzo, altri rispondono che per provvidenza di Dio qualche acqua era stata conservata per i maghi, cosicché «tutte le acque», cioè quasi tutte, erano state convertite in sangue — una piccola quantità sembra non togliere nulla a una massa così grande. Quarto, gli Ebrei pensano che soltanto le acque del Nilo fossero state mutate in sangue, e che quindi i maghi avessero ottenuto acqua dalle sorgenti; ma errano, come ho detto. Quinto, Gaetano pensa che avessero le acque conservate nei vasi di terracotta e di metallo. La Scrittura dice soltanto che le acque che erano nei vasi di legno e di pietra furono mutate in sangue. Sesto, il Tostato e Lirano pensano che quest'acqua fosse stata portata con estrema rapidità dal demonio da altrove in Egitto. Settimo, Sant'Agostino pensa che quest'acqua fosse stata portata dalla terra di Gosen. Ottavo, si può dire con la massima facilità che l'acqua fu offerta ai maghi da Mosè; Mosè e gli Ebrei avevano infatti non sangue ma la loro acqua abituale, dolce e potabile, come ho detto.

Si noti che questo sangue dei maghi non era illusorio, come vorrebbe Giustino; né d'altra parte veramente convertito dall'acqua, come vorrebbe Sant'Agostino; ma portato da altrove dal demonio e segretamente sostituito all'acqua, come ho detto al versetto 12.

Moralmente, vedi qui come il diavolo contende con Dio, i maghi con i profeti, gli eretici con gli ortodossi, imitando le loro parole e i loro atti. Ma invano: queste cose si ritorcono contro di loro stessi. Nella nostra epoca, come attesta il Martirologio inglese, Riccardo Vito disputava con un empio calvinista inglese, più potente nel bere che nel discorrere sulle chiavi della Chiesa. E quando l'eretico asseriva ostinatamente che quelle chiavi erano state date a lui, Vito rispose argutamente e ingegnosamente: «Ti credo, che ti siano state date come a Pietro; ma con questa differenza, che a lui furono date le chiavi del regno celeste, ma a te quelle della cantina della birra — poiché questo rubicondo promontorio del tuo naso lo indica.» Così gli eretici mutano l'acqua in sangue. Questo è il loro miracolo.


Versetto 23: Né pose il cuore neppure questa volta

23. NÉ POSE IL CUORE NEPPURE QUESTA VOLTA — non applicò l'animo per credere e obbedire a Mosè e a Dio, che gli comandava di lasciar partire il popolo. Mirabile fu questa durezza del Faraone, al quale tuttavia Dio legò la mente e le mani a tal punto che non escogitò nulla di più grave contro Mosè e Aronne.


Versetto 24: Tutti gli Egiziani scavarono intorno al fiume

24. E TUTTI GLI EGIZIANI SCAVARONO INTORNO AL FIUME PER TROVARE ACQUA DA BERE — cioè affinché il sangue del fiume, filtrato attraverso la terra, fluendo in quei fossati diventasse più liquido e potabile, come i marinai filtrano e addolciscono l'acqua di mare attraverso un vaso di cera per poterla bere. Scavarono dunque per trovare acqua da bere; ma trovarono non acqua bensì sangue — filtrato tuttavia, e quasi acquoso — dal quale moltissimi si dissetarono e sfuggirono alla morte; altrimenti sarebbero stati uccisi da sette giorni di sete. Pochi avevano infatti abbondanza di vino o di latte con cui spegnere la sete. Filone aggiunge che dalle nuove vene aperte dallo scavare, il sangue sgorgò come da una ferita, e conseguentemente moltissimi perirono in parte per la sete e in parte per questa bevanda. Si noti qui un altro e opposto miracolo: quando gli Ebrei attingevano dallo stesso fiume o pozzo, attingevano acqua pura, mentre gli Egiziani dallo stesso attingevano sangue, come ho detto sopra da Giuseppe Flavio.


Versetto 25: Si compirono sette giorni

25. E SI COMPIRONO SETTE GIORNI. — Non come se questa piaga del sangue durasse sette giorni, ma che dopo questa prima piaga, che durò un solo giorno, fino alla seconda piaga delle rane trascorsero sette giorni, dice Eusebio nella Catena. Ma Filone e altri comunemente ritengono che questa piaga durasse sette giorni; in un solo giorno gli Egiziani non avrebbero infatti scavato nuovi fossati e pozzi. È dunque un ebraismo: «Si compirono sette giorni», cioè il sangue durò sette giorni nel fiume; ma dopo il settimo giorno il sangue ritornò alla natura d'acqua, e ciò non su richiesta del Faraone e per intercessione di Mosè, come vorrebbe Filone — la Scrittura non contiene nulla del genere — ma per volontà di Dio, che volle punire gli Egiziani con nuove e diverse piaghe. Pertanto l'inflizione della seconda piaga delle rane fu la fine della prima piaga del sangue.

Tropologicamente, Sant'Agostino scrisse un trattato Sulla Corrispondenza delle Dieci Piaghe d'Egitto con i Dieci Precetti del Decalogo, che si trova nel suo volume IX. In questa prima piaga, egli dice, l'acqua è mutata in sangue, cioè Dio è cambiato in un idolo: gli uomini carnali e insensati, pensando indegnamente della maestà di Dio, attribuirono la sua gloria agli animali e alle pietre, come fecero gli Egiziani. I Filosofi scavano pozzi — coloro che con il proprio ingegno e studio ottennero un po' d'acqua, cioè un po' di dottrina su Dio; ma essa era sanguinolenta, cioè contaminata da una mescolanza di errori. Perciò Orosio, nel libro VII delle Storie, capitolo 27, insegna che queste dieci piaghe allegoricamente prefigurarono le dieci persecuzioni della Chiesa nascente, cioè le dieci piaghe mandate sui dieci Imperatori che perseguitarono la Chiesa.


Le dieci piaghe d'Egitto

Si può chiedere, quante e quali furono le piaghe inflitte all'Egitto da Mosè e da Dio? Rispondo che furono dieci. La prima fu questa del sangue. La seconda fu quella delle rane, capitolo 8, versetto 3. La terza, delle zanzare, capitolo 8, versetto 17. La quarta, delle mosche, capitolo 8, versetto 24. La quinta, la pestilenza e la morte degli animali, capitolo 9, versetto 3. La sesta, vesciche gonfie e ulcere, sia negli uomini sia negli animali, capitolo 9, versetto 10. La settima, tuoni, grandine e fulmini, capitolo 9, versetto 23. L'ottava, cavallette che divorano ogni cosa, capitolo 10, versetto 13. La nona, tre giorni di tenebre, capitolo 10, versetto 22. La decima, la strage dei primogeniti, capitolo 11, versetto 5, dopo la quale il Faraone permise agli Ebrei di partire; ma, pentitosi della sua decisione e inseguendoli, fu sommerso con tutti i suoi uomini nel Mar Rosso — il che fu non tanto una piaga quanto la distruzione del Faraone e dell'Egitto.

Ma perché furono dieci? Filone risponde, perché il numero dieci è un simbolo di perfezione: pertanto come la misura dei peccati era piena e perfetta, così lo fu anche quella delle punizioni dell'Egitto. Vi sono infatti dieci peccati principali, che si oppongono ad altrettanti, ossia ai dieci precetti del Decalogo. Perciò Dio punì gli empi Egiziani con altrettante piaghe quanti erano i comandamenti che stava per dare al suo popolo, la cui autorità volle stabilire con questa punizione preliminare.

Si noti qui, primo: gli Egiziani furono puniti attraverso quasi tutte le creature, ossia attraverso la terra, l'acqua, l'aria e il fuoco; attraverso le cose miste, la grandine e il sangue; attraverso gli animali — rane, mosche, zanzare, cavallette; attraverso il sole e le stelle, quando ritirandosi portarono le tenebre; attraverso gli uomini — Mosè e Aronne; attraverso gli angeli e Dio.

Secondo, furono puniti in quasi tutti i loro beni, ossia nei frutti dei campi, nei loro animali, nei loro figli primogeniti, nel loro oro e argento, e nei loro corpi attraverso le ulcere.

Terzo, furono puniti in tutti i loro sensi: nella vista, attraverso le tenebre e gli spettri; nell'udito, attraverso i tuoni; nel gusto, attraverso la sete e il bere sangue; nell'olfatto, attraverso il fetore delle rane; nel tatto, attraverso il dolore delle ulcere e il morso delle zanzare; e infine nella fantasia e nella mente, attraverso un continuo cordoglio e molteplici terrori. Queste piaghe d'Egitto furono un preludio e un tipo delle pene dell'inferno. Tutte queste dieci piaghe, o in sé stesse o nelle loro sembianze, tormenteranno il Faraone e gli altri dannati nell'inferno, al quale è facile applicare ciascuna. E se così Dio punì gli Egiziani in questa vita, come punirà i dannati nell'inferno? Perciò ancora, «le stesse piaghe,» dice Ireneo nel libro IV, capitolo 50, «alla fine del mondo le nazioni riceveranno universalmente, quelle che allora l'Egitto ricevette parzialmente», e queste San Giovanni le previde e le predisse nell'Apocalisse, capitoli 8 e 9.


Le piaghe come tipi e simboli

Simbolicamente, Dio punisce i peccatori con dieci piaghe. Primo, con il sangue, cioè con la discordia: le acque potabili mutate in sangue per gli Egiziani significano la discordia che serpeggia nelle viscere e nelle vene più intime della repubblica. Secondo, con le rane, cioè con le risse e i tumulti che nascono dalla discordia. Terzo, con le zanzare, cioè con le preoccupazioni e le ansietà che pungono e tormentano i peccatori dediti al mondo e alla carne. Quarto, con le mosche canine, cioè con le ire e gli odi, con i quali ardono e si mordono e si sbranano a vicenda. Quinto, con la pestilenza degli animali, affinché nelle cose terrene non trovino i piaceri che avevano cercato, ma piuttosto vi sperimentino disgusto, danni, dolori e tormenti. Sesto, con le piaghe ulcerose, cioè con i pungoli della coscienza, che come ulcere portano dolore e al contempo vergogna e orrore. Settimo, con la grandine, cioè con l'ostinazione nei loro crimini. Ottavo, con le cavallette, cioè con la tirannia e l'inquietudine della concupiscenza. Nono, con le tenebre, cioè con la cecità della mente. Decimo, con la morte dei primogeniti, cioè con la dannazione dell'anima. Come infatti il primogenito nella casa paterna è il capo, così l'anima è il capo in entrambe le dimensioni dell'uomo. Così Alcazar sull'Apocalisse 11, nota 8; ma tratterò di ciascuna singolarmente più avanti nei rispettivi luoghi.


Quando e dove avvennero le piaghe

Si chiede, dove e quando furono eseguite queste piaghe? Rispondo primo, furono eseguite nel campo di Tanis (Salmo 77,12). Tanis era infatti la città regia e la capitale dell'Egitto, dove il Faraone risiedeva. Ogni piaga dunque colpì prima Tanis, dove vi era una sentina di crimini, e poi si diffuse per tutto l'Egitto, come riferiscono gli Ebrei. Secondo, queste piaghe avvennero nel 81° anno di Mosè, cioè nell'anno del mondo 2454, 797 anni dopo il Diluvio, 350 anni prima della Guerra di Troia (che cadde ai tempi di Sansone e di Eli), 745 anni prima della fondazione di Roma. Paolo Orosio aggiunge, nel libro I delle Storie, capitoli 9 e 10, che queste piaghe avvennero circa nello stesso tempo del diluvio — non quello di Ogige, come sostiene Africano, ma di Deucalione — e dell'incendio che chiamano di Fetonte.

Si chiede, quanto tempo durarono queste piaghe? Torniello e Pererio rispondono che furono tutte compiute in un mese, ossia in 27 giorni. Dopo la prima piaga fino alla seconda trascorsero sette giorni; il giorno 9 fu tolta la seconda piaga delle rane; il giorno 11 fu mandata la terza piaga delle zanzare; il giorno 10 Mosè minacciò le mosche, e il giorno 12 le mandò, e il giorno 13 le rimosse; il giorno 15 minacciò e inflisse la quinta piaga; il giorno 16 fu inflitta la sesta piaga; il giorno 17 minacciò la settima piaga, che fu inflitta il giorno 18 e tolta il giorno 19; il giorno 20 minacciò l'ottava piaga, e il giorno 21 la inflisse, e il giorno 22 la rimosse; nei tre giorni seguenti — ossia 23, 24, 25 — durò la piaga delle tenebre; il giorno 26 il Faraone cacciò Mosè dalla sua presenza, e nella mezzanotte seguente fu inflitta la decima piaga della strage dei primogeniti, all'inizio del giorno 27. Dunque circa un mese lunare trascorse dalla prima piaga all'ultima. Poiché l'ultima piaga avvenne il 15° giorno del primo mese Nisan, che corrisponde al nostro marzo, ne consegue che la prima piaga fu compiuta circa la metà dell'ultimo mese, che gli Ebrei chiamano Adar e che corrisponde al nostro febbraio. Errano dunque gli Ebrei, seguiti da Genebrardo sul Salmo 104, i quali dicono che queste piaghe furono compiute nell'arco di 12 mesi, a intervalli.

Si chiede, chi fu l'autore di queste piaghe? Rispondo, fu Dio, servendosi tuttavia successivamente del ministero degli angeli, dei quali si dice nel Salmo 77: «Mandò su di loro la sua ira e la sua indignazione, mandando per mezzo di angeli malvagi.» Dove, sebbene Genebrardo pensi che queste piaghe fossero inflitte per mezzo dei demoni, è più vero che ciò avvenne per mezzo di angeli buoni, sia perché Mosè e Dio qui contendevano con i maghi e i demoni — dunque non si sarebbe servito del loro aiuto — sia perché similmente punì i Sodomiti per mezzo di angeli buoni. Tuttavia questi angeli sono chiamati «malvagi», cioè nocivi e portatori di mali, ossia punizioni. Perciò in ebraico si legge: per mezzo di angeli — operatori di mali. Gli angeli dunque prestarono qui il loro ministero a Dio ed eseguirono la quinta piaga della pestilenza, la sesta delle ulcere, la settima dei tuoni, la nona delle tenebre, e la decima della strage dei primogeniti, e forse anche la terza delle zanzare e la quarta delle mosche. Le piaghe restanti — essendo conversioni e produzioni subitanee e miracolose di cose solide e perfette, come il sangue e le rane, e forse anche le cavallette — Dio le operò da sé stesso.

Inoltre, lo scopo di queste piaghe era che Dio mostrasse attraverso di esse sia la sua cura e provvidenza verso gli Ebrei sia la sua terribile potenza e vendetta contro il Faraone e gli Egiziani, e che li costringesse a rilasciare gli Ebrei, e incutesse a tutte le nazioni timore e riverenza verso di Lui. I Cananei confessano che ciò effettivamente avvenne, in Giosuè 2,9.

Di qui è chiaro che gli Ebrei in Egitto furono immuni da queste piaghe, come risulta dal capitolo 8, versetto 22, dal capitolo 9, versetti 4 e 26, e dal capitolo 10, versetto 23. È anche probabile che gli stranieri e i forestieri ne fossero immuni. Queste piaghe erano infatti inflitte ai soli Egiziani. Perciò Pererio giudica plausibilmente che gli stranieri, quando videro così terribili punizioni inflitte all'Egitto, temendo la distruzione dell'intera regione, lasciarono l'Egitto al più presto. Pererio aggiunge che anche quegli Egiziani che non avevano fatto alcun torto ai Giudei ne erano immuni; ma ciò è molto incerto, poiché Dio è solito punire tutti per i peccati pubblici dei re e dei regni, e coinvolgere anche gli innocenti con i colpevoli in una calamità comune. Infine, Sant'Agostino (Questione 44) pensa che da queste piaghe, eccetto l'ultima, fossero immuni gli Egiziani che vivevano con gli Ebrei nella terra di Gosen, poiché questa terra era libera dalle piaghe a causa degli Ebrei che vi abitavano. Ma il Tostato e altri giudicano più probabilmente che gli Egiziani in Gosen furono colpiti da queste piaghe tanto quanto quelli altrove, perché tutti gli Egiziani perseguitavano gli Ebrei con un odio quasi innato, e specialmente quelli che li opprimevano in Gosen — sia perché pensavano di ingraziarsi grandemente il Faraone con ciò, sia perché speravano che la distruzione degli Ebrei avrebbe portato loro un grande vantaggio.