Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Si descrive l'ottava piaga d'Egitto, che fu quella delle locuste, e, al versetto 21, la nona, che fu quella delle tenebre densissime, dalle quali il Faraone, ammorbidito, permette agli Ebrei di partire; ma quando Mosè insiste per il rilascio di tutti, compreso il bestiame, si indurisce di nuovo e minaccia Mosè di morte.
Testo della Vulgata: Esodo 10,1-29
1. E il Signore disse a Mosè: Va' dal Faraone, poiché io ho indurito il suo cuore e il cuore dei suoi servi, affinché io compia questi miei segni in lui, 2. e affinché tu racconti alle orecchie di tuo figlio e dei tuoi nipoti quante volte ho schiacciato gli Egiziani e ho compiuto i miei segni in mezzo a loro, e affinché sappiate che io sono il Signore. 3. Mosè e Aronne dunque andarono dal Faraone e gli dissero: Così dice il Signore, Dio degli Ebrei: Fino a quando rifiuterai di sottometterti a me? Lascia partire il mio popolo, affinché mi offra sacrifici. 4. Ma se resisti e non vuoi lasciarlo partire, ecco, domani farò venire le locuste nel tuo territorio, 5. le quali copriranno la superficie della terra, cosicché nulla di essa appaia, ma sia divorato ciò che la grandine ha risparmiato; esse roderanno infatti tutti gli alberi che germogliano nei campi. 6. E riempiranno le tue case, e le case dei tuoi servi e di tutti gli Egiziani: quante i tuoi padri e i tuoi avi non ne videro, dal giorno in cui comparvero sulla terra fino a oggi. E si voltò e uscì dal Faraone. 7. I servi del Faraone gli dissero: Fino a quando sopporteremo questo scandalo? Lascia andare quegli uomini, affinché sacrifichino al Signore loro Dio. Non vedi che l'Egitto è rovinato? 8. E richiamarono Mosè e Aronne dal Faraone, il quale disse loro: Andate, sacrificate al Signore vostro Dio. Ma chi sono quelli che andranno? 9. Mosè disse: Andremo con i nostri piccoli e i nostri anziani, con i nostri figli e le nostre figlie, con le nostre pecore e i nostri armenti; poiché è la solennità del Signore nostro Dio. 10. E il Faraone rispose: Così il Signore sia con voi, come io lascerò andare voi e i vostri piccoli. Chi dubita che tramiate il peggio? 11. Non sarà così, ma andate solo voi uomini e sacrificate al Signore; poiché questo è ciò che voi stessi avete chiesto. E immediatamente furono cacciati dalla presenza del Faraone. 12. E il Signore disse a Mosè: Stendi la tua mano sulla terra d'Egitto per la locusta, affinché salga su di essa e divori ogni erba che è rimasta dalla grandine. 13. E Mosè stese la sua verga sulla terra d'Egitto, e il Signore portò un vento bruciante tutto quel giorno e quella notte; e venuto il mattino, il vento bruciante sollevò le locuste. 14. Ed esse salirono su tutta la terra d'Egitto e si posarono in tutti i confini degli Egiziani, innumerevoli, quali non ve n'erano mai state prima di quel tempo, né vi saranno in seguito. 15. E ricoprirono tutta la superficie della terra, devastando ogni cosa. Fu dunque divorata l'erba della terra e qualunque frutto vi fosse sugli alberi, che la grandine aveva risparmiato; e non rimase assolutamente nulla di verde sugli alberi né nelle erbe della terra, in tutto l'Egitto. 16. Perciò il Faraone chiamò in fretta Mosè e Aronne e disse loro: Ho peccato contro il Signore vostro Dio e contro di voi. 17. Ma ora perdonate il mio peccato anche questa volta, e pregate il Signore vostro Dio affinché allontani da me questa morte. 18. E Mosè uscì dalla presenza del Faraone e pregò il Signore. 19. Ed Egli fece soffiare un vento impetuosissimo da occidente, il quale afferrò le locuste e le gettò nel Mar Rosso: non ne rimase neppure una in tutti i confini dell'Egitto, 20. e il Signore indurì il cuore del Faraone, e questi non lasciò partire i figli d'Israele. 21. E il Signore disse a Mosè: Stendi la tua mano verso il cielo, e vi siano tenebre sulla terra d'Egitto, così dense da potersi toccare. 22. E Mosè stese la mano verso il cielo, e vi furono tenebre orribili in tutta la terra d'Egitto per tre giorni. 23. Nessuno vide il proprio fratello, né si mosse dal luogo in cui si trovava; ma dovunque abitavano i figli d'Israele, vi era luce. 24. E il Faraone chiamò Mosè e Aronne e disse loro: Andate, sacrificate al Signore; solo le vostre pecore e i vostri armenti restino; i vostri piccoli vadano con voi. 25. Mosè disse: Ci darai anche vittime e olocausti, che possiamo offrire al Signore nostro Dio. 26. Tutti i greggi verranno con noi: non ne resterà un'unghia, poiché sono necessari per il culto del Signore nostro Dio; tanto più che non sappiamo cosa debba essere sacrificato, finché non giungiamo al luogo stesso. 27. Ma il Signore indurì il cuore del Faraone, e questi non volle lasciarli partire. 28. E il Faraone disse a Mosè: Allontanati da me e bada di non vedere più il mio volto; nel giorno in cui comparirai davanti a me, morirai. 29. Mosè rispose: Sarà come hai detto; non vedrò più il tuo volto.
Versetto 1: Poiché io ho indurito
1. POICHÉ IO HO INDURITO — nel modo che ho spiegato al capitolo 7, versetto 3.
AFFINCHÉ IO COMPIA QUESTI MIEI SEGNI IN LUI — non come se cercassi materia per il castigo, ossia la colpa, ma ordinando giustissimamente la sua colpa, già presente, alla pena meritata e alla gloria della mia giustizia. Cercare infatti materia per punire è alieno, in primo luogo, dalla bontà divina; poiché è cosa triste e vergognosa per un principe infliggere molte punizioni, così come è vergognoso per una repubblica vedere molti funerali dei propri cittadini, dice Seneca. In secondo luogo, è alieno dalla veracità di Dio, che tante volte esortò il Faraone alla penitenza con tante piaghe minacciate, le quali significavano che Dio desiderava seriamente e sinceramente la sua conversione e salvezza. In terzo luogo, è alieno dall'ordine della giustizia, il quale richiede che la pena non sia inflitta senza una colpa previa, e che la pena sia in funzione della colpa, non viceversa.
Versetto 2: E affinché tu racconti
2. E AFFINCHÉ TU RACCONTI — tu e il tuo popolo, del quale sei la guida, il capo e il liberatore.
Versetto 4: Domani farò venire le locuste
4. DOMANI FARÒ VENIRE LE LOCUSTE — cioè una moltitudine di locuste. La parola ebraica arbe significa infatti sia una locusta sia una moltitudine di locuste; poiché arbe deriva da moltitudine, giacché la radice rabah significa essere molti.
Questa fu l'ottava piaga d'Egitto, ossia di moltissime locuste, le quali ricoprirono la terra a tal punto che non si vedeva più nulla di essa. «Ecco,» dice Ruperto, «quali grandi, quali potenti eserciti schierò il Signore, combattendo per Israele contro gli Egiziani — rane, zanzare, mosche, locuste: dalla locusta fu vinto il potente re, ma lui, superbo nella sua debolezza, che aveva alzato il collo contro Dio, ora lo sottomette a una pulce.»
Queste locuste infatti divorarono tutto ciò che era verde nella terra, come si dice al versetto 15, ossia tutti i frutti, le foglie, i germogli, le erbe, i semi e perfino il legno tenero; anzi, entrando nelle case le riempirono, come si dice al versetto 6, saltando negli occhi e sui corpi, e uccidendo le persone con il loro morso, come si dice in Sapienza 16,9. Perciò Plinio, nel Libro 11, capitolo 29, dice che le locuste sono l'ira degli dèi. «Infatti appaiono piuttosto grandi,» dice, «e volano con tale stridore di ali che vengono scambiate per altri generi di uccelli, e oscurano il sole, mentre i popoli osservano con ansia temendo che ricoprano le loro terre. Attraversano mari lontani, spinte dalla fame di molti giorni consecutivi, per cercare pascoli stranieri. Ricoprono con una nube i terribili raccolti, bruciando molte cose al loro contatto, ma rodendo ogni cosa con il loro morso.» Questa piaga delle locuste è ancora frequente in Etiopia, ossia Abissinia, che confina con l'Egitto. Quel clima infatti è fertile nel produrre locuste.
Queste locuste dunque invadevano e contaminavano le case, i letti, i cibi e tutti i beni degli Egiziani; calpestate anche nelle strade e ridotte a materia putrescente, suscitavano orrore e fetore.
Tropologicamente, questa ottava piaga delle locuste significa la colpa e la pena di coloro che violano l'ottavo comandamento: «Non pronuncerai falsa testimonianza.» Una lingua menzognera e calunniatrice è infatti più nociva del dente di una locusta, sia agli altri sia a se stessa, come apparirà evidente nell'inferno. Perciò in Apocalisse 9,7, gli eretici menzogneri sono paragonati alle locuste. Così dicono Agostino, Prospero, Ruperto e altri.
Ancora, San Gregorio, nel Libro 31 dei Moralia, capitolo 20 (dove tratta ampiamente delle locuste), intende per locuste le lingue degli adulatori, le quali corrompono con la loro adulazione tutto il verde delle virtù, inclinando il cuore di chi opera al desiderio di lodi transitorie.
Versetto 7: Fino a quando sopporteremo questo scandalo?
7. FINO A QUANDO SOPPORTEREMO QUESTO SCANDALO? — In ebraico: Fino a quando costui sarà per noi motivo di scandalo? — poiché, trattenendo gli Ebrei, incessantemente incorriamo nei mali più aspri.
NON VEDI CHE L'EGITTO È ROVINATO? — Vatablo rende l'ebraico qui in due modi: Primo, e nel modo più chiaro: Vuoi prima sperimentare che l'Egitto è perduto? — come a dire: Non lascerai mai andare questo popolo finché tutto l'Egitto non sarà perito; oppure: Lascia andare questo popolo, altrimenti è finita per tutto l'Egitto. Secondo, così: Non sai ancora che l'Egitto è perito? oppure, come ha il Caldeo: Ancora non sai che l'Egitto è perito? La parola ebraica terem significa infatti non solo «prima», ma anche «non ancora», come è chiaro dal capitolo 9, versetto 30: poiché di ciò di cui si dice «prima», quella cosa non è ancora avvenuta.
Versetto 8: Chi sono quelli che andranno?
8. CHI SONO QUELLI CHE ANDRANNO? — come a dire: Non c'è bisogno che vadano tutti; poiché pochi bastano per il sacrificio. Almeno non c'è bisogno di donne e bambini per questo; voglio dunque che restino presso di me come ostaggi, affinché io sia certo che non fuggirete, ma tornerete in Egitto.
Si vede qui che il Faraone si era in parte ammorbidito, quando giunse a una sorta di mezzo accordo con Mosè; avrebbe potuto dunque ammorbidirsi anche del tutto, così come avrebbe potuto indurirsi. Queste piaghe inviate da Dio erano infatti sufficientemente efficaci non solo per ammorbidirlo a metà, ma completamente.
Versetto 9: Poiché è una solennità
9. POICHÉ È UNA SOLENNITÀ — che è opportuno che assolutamente tutti gli Ebrei celebrino, e perciò dobbiamo portare con noi tutte le nostre pecore e i nostri armenti; non sappiamo infatti cosa, né quante cose dobbiamo sacrificare al nostro Dio, né quali e di che genere Dio sceglierà e richiederà. Mosè diceva il vero: gli Ebrei erano infatti chiamati da Dio a celebrare una festa sul monte Sinai, dove sacrificarono molte vittime nella conferma della legge, nella dedicazione del tabernacolo e nella consacrazione dei sacerdoti, come è chiaro dai capitoli 24 e 29; tuttavia Mosè qui tace su molte cose, che era prudente tacere.
Versetto 10: Così il Signore sia con voi
10. COSÌ IL SIGNORE SIA CON VOI. — Questa è derisione, cioè un discorso con un ghigno e uno scherno, ovvero una risata simulata, ma tuttavia non nascosta — ossia disprezzo con un arricciamento del naso. Il senso è dunque: Dio vi aiuti così come io vi lascerò andare — vale a dire: In nessun modo il vostro Dio vi aiuterà, né potrà aiutarvi, così come in nessun modo lascerò andare voi con i vostri figli e il vostro bestiame.
CHI DUBITA CHE TRAMIATE IL PEGGIO? — Sembrate infatti tramare sedizione e ribellione, affinché sotto il pretesto del sacrificio possiate condurre via il popolo ebraico, a me sottomesso, e aizzarlo contro di me.
Versetto 11: Poiché questo è ciò che avete chiesto
11. POICHÉ QUESTO È CIÒ CHE AVETE CHIESTO. — Qui il Faraone mente, ma con licenza regia, alla quale nessuno osò contraddire.
E IMMEDIATAMENTE FURONO CACCIATI. — Si intende, per l'ebraismo storico, che Mosè di nuovo, quando il Faraone chiese che solo gli uomini andassero al sacrificio, rifiutò questa medesima richiesta e volle che tutti, compresi i bambini, fossero lasciati andare, e che allora il re infuriato ordinò che fossero espulsi.
Imparino qui i confessori, i consiglieri e gli altri ammonitori dei principi a non corteggiare il favore dei principi, ma a prepararsi agli oltraggi, all'esilio e a essere espulsi dalle corti insieme a Mosè, per essere fedeli a Dio e alla giustizia.
Ancora, si veda qui la mirabile pazienza e longanimità di Dio e di Mosè, che tante volte e per tanto tempo sopportano con mitezza e pazienza le risposte aspre, perfide e minacciose del tiranno Faraone, e tentano di piegarlo all'equità ora con preghiere, ora con minacce, ora con piaghe. Certamente Mosè fu qui più un angelo che un uomo. Leggiamo nelle Vite dei Padri, Libro 7, capitolo 19, di Giovanni di Tebe, discepolo dell'abate Ammone, che per dodici anni servì diligentemente questo vecchio infermo; ma il vecchio non gli rivolse mai una parola gentile o dolce. «Pertanto, quando il vecchio stava morendo, tenne le sue mani davanti agli altri anziani e gli disse tre volte: Sii salvo, sii salvo, sii salvo. E lo affidò agli anziani, dicendo: Egli non è un uomo, ma un angelo, il quale per tanti anni servendo me infermo e non udendo mai una buona parola, ha tuttavia compiuto il suo servizio con grande pazienza.» Se chi serve pazientemente un solo vecchio malato e scontroso è un angelo, che cosa sarà Mosè, che tante volte così mitemente e benignamente obbedì al Faraone, scontroso, duro e minaccioso, intercedendo e allontanando le piaghe inviate su di lui da Dio? — che da solo sostenne, nutrì, governò, condusse e protesse tre milioni di Ebrei ostinati, ribelli e intrattabili per quarant'anni? Certamente egli fu sia un angelo sia un dio, tanto per il Faraone quanto per gli Ebrei, come ho detto al capitolo 7, versetto 1.
La pazienza dunque unita alla clemenza rende l'uomo saggio, eccelso, angelico e divino.
Anche i pagani videro ciò, sia pure come attraverso un'ombra. Così Platone, nel dialogo intitolato Critone, introduce Socrate che argomenta: «In nessun modo si deve fare ingiustizia, né vendicarsi, qualunque cosa si sia sofferta.» E Plutarco, nel libro Sull'utilità che si può trarre dai nemici: «Quando si offre l'occasione di vendicarsi di un nemico,» dice, «lasciarlo andare è equanimità; ma chi anche compatisce un nemico afflitto e porta aiuto a chi è nel bisogno — costui tutti amano e lodano, per l'umanità e la bontà del suo animo.» Perciò quando Diogene fu interrogato: Come mi vendicherò del mio nemico? — rispose brevemente ma a proposito: «Sii virtuoso.»
Inoltre, lodare anche un nemico spesso procura a chi loda una lode maggiore che al lodato. Dicono che Cicerone abbia detto di Cesare: «Quando Cesare vietò che le statue di Pompeo fossero abbattute, assicurò le proprie.»
Autori autorevoli riferiscono che Sant'Elisabetta, figlia del re d'Ungheria, pregò una volta Dio che a chiunque l'avesse offesa in qualche modo, Egli stesso concedesse qualche beneficio speciale, cosicché al torto rispondesse un beneficio; e che allora le fu significato dal cielo che non aveva mai tanto compiaciuto Dio con le sue preghiere quanto in quel momento; e che in compenso del suo amore così generosamente disposto verso i nemici, le fu concesso il perdono di tutti i suoi peccati.
Versetto 12: E divori ogni erba
12. E (LA LOCUSTA) DIVORI OGNI ERBA CHE È RIMASTA DALLA GRANDINE. — La grandine aveva colpito infatti quasi solo la parte sommitale delle piante, mentre i germogli teneri, sia quelli che crescevano allora sia quelli eventualmente spuntati in seguito dall'orzo, dal lino, dal grano e dal farro, furono risparmiati per le locuste. E questa fu una piaga tanto più grande per l'Egitto, in quanto esso era la parte più fertile del mondo, e un tempo era considerato il granaio della terra.
Versetto 13: Un vento bruciante
13. UN VENTO BRUCIANTE. — In ebraico, un vento orientale, che è caldo e bruciante; esso è infatti contrario al vento occidentale, cioè il Favonio, freddo e umido, che gettò queste locuste dall'Egitto nel Mar Rosso. Così dice l'Abulense. Tuttavia i Settanta e Filone lo traducono come vento del sud; poiché questo è caldo e umido, ed è il più adatto a generare animali imperfetti come le rane, e San Girolamo in Gioele 2 insegna che le locuste nascono dal vento del sud, non da quello del nord; dal calore, non dal freddo. Ma io dico che il vento del sud, sebbene soffi da mezzogiorno, è chiamato orientale. Infatti talvolta dividiamo il mondo in sole due regioni, cioè oriente e occidente, come fanno anche i cosmografi quando assegnano i gradi di longitudine secondo quelle due sole; secondo questo calcolo il mezzogiorno e il vento australe si annoverano con l'oriente, e il settentrione e l'aquilone con l'occidente. Si potrebbe anche dire, in secondo luogo, che questo vento fu Euronoto, cioè in parte orientale e in parte meridionale. Ecco come ogni creatura si leva contro gli insensati e obbedisce al suo Creatore vendicatore.
TUTTO QUEL GIORNO E QUELLA NOTTE — affinché con il suo calore e il suo tepore producesse le locuste e, una volta prodotte, le sospingesse in Egitto. Qui vi fu di nuovo un doppio prodigio, o miracolo. Primo, che Dio produsse improvvisamente un vento così grande e così caldo, che soffiò per tutto l'Egitto. Secondo, che con il suo singolare concorso produsse e sospinse con esso un'innumerevole moltitudine di locuste. Perciò segue: «E venuto il mattino, il vento bruciante sollevò le locuste;» il mattino è infatti il tempo più adatto a ciò, quando quelle tra le locuste che hanno ali, intorpidite dal freddo notturno, sono risvegliate dal calore mattutino e, divenute vivaci e vigorose, sono solite volare via anche per istinto naturale.
Versetto 14: Quali non ve n'erano mai state prima
QUALI NON VE N'ERANO MAI STATE PRIMA DI QUEL TEMPO, NÉ VE NE SARANNO IN SEGUITO. — Mosè disse ciò non con spirito storico, ma con spirito profetico.
Si obietterà: Dopo Mosè, in Gioele capitolo 1, versetti 2 e 4, si dice: Ciò che il bruco lasciò, lo divorò la locusta; ciò che la locusta lasciò, lo divorò la cavalletta; e ciò che la cavalletta lasciò, lo consumò la ruggine. E Gioele aggiunge che non si era mai visto un tale esempio.
Rispondo che Gioele significa metaforicamente con questi quattro — cioè bruchi, locuste, cavallette e ruggine — l'esercito dei Caldei, che devastò Gerusalemme quattro volte: la prima, quando catturarono il re Ioiakim, insieme al quale fu preso Daniele; la seconda, quando portarono via suo figlio Ioiachin; la terza, quando catturarono Sedecia; la quarta, quando Nabuzardan ridusse il tempio in cenere. E questa devastazione è perciò giustamente paragonata alla ruggine. Così dice San Girolamo, che tutti i cattolici generalmente seguono, eccetto Teodoreto e Lirano. Gioele infatti si spiega così al versetto 6, quando dice: «Poiché è salita una nazione potente e innumerevole.» Si veda ivi Ribera.
Versetto 15: E ricoprirono tutta la superficie della terra
15. E RICOPRIRONO TUTTA LA SUPERFICIE DELLA TERRA — cioè della terra coltivata, rivestita di vegetazione; poiché di cosa si nutrirebbero le locuste, o cosa devasterebbero in una terra sabbiosa e arida? In ebraico: la terra fu oscurata, cioè nascosta, cosicché non si poteva vedere.
Qualunque frutto vi fosse sugli alberi. — Gli Ebrei chiamano ogni frutto «pomo», sia quello che ha una buccia tenera sia quello che ha una buccia dura. Che in quel periodo potessero esservi frutti, sebbene forse non ancora pienamente maturi, in Egitto essendo una regione così calda, non deve sorprendere; si era infatti già in marzo. Poiché in questo clima freddo, maggio spesso li mostra a noi. In secondo luogo, «pomi» può essere inteso qui metonimicamente come gemme, ossia bacche che gonfiano in frutti. Così infatti diciamo comunemente quando un albero è in fiore: Su questo albero vi sono moltissimi «pomi» (cioè gemme), stimando il fiore come speranza del frutto.
Versetto 17: Affinché allontani da me questa morte
17. AFFINCHÉ ALLONTANI DA ME — in ebraico si aggiunge «soltanto», come a dire: Solo questa volta Dio mi risparmi; non offenderò più.
QUESTA MORTE — cioè questa piaga, ossia la locusta, che porta la morte a tutte le piante, e di conseguenza porterà la morte a tutti gli uomini; poiché moriranno di fame, se ogni raccolto che è ancora in fase di germinazione viene danneggiato.
Versetto 19: Un vento da occidente
19. UN VENTO DA OCCIDENTE. — In ebraico, un vento del mare; poiché il Mar Mediterraneo si trova a occidente della Terra Santa, come anche dell'Egitto, perciò gli Ebrei con «mare» significano l'occidente.
E AFFERRÒ LE LOCUSTE E LE GETTÒ NEL MAR ROSSO. — Si chiederà da dove il Mar Rosso tragga il suo nome, e se sia veramente rosso. Primo, Strabone e Uranio, citato da Stefano nel suo libro Sulle città, ritiene che questo mare sia chiamato e reso rosso dal riflesso del sole, poiché cioè le onde sembrano riflettere il rossore dei monti vicini, che ricevono dalla riflessione dei raggi solari. Secondo, altri sostengono che tale sia la natura di quell'acqua e di quel mare da essere rosso. Terzo, Ctesia di Cnido pensa che questo mare sia reso rosso da una certa sorgente che emette acqua rossastra e piena di minio in quel mare. Perciò anche Solino, capitolo 36: Varrone, dice, afferma che sulla riva del Mar Rosso vi è una sorgente dalla quale, se le pecore bevono, cambiano colore, cosicché da bianche diventano fulve e nerastre. Quarto, questo mare, dice Plinio, Libro 6, capitolo 23, è chiamato in greco «Eritreo», cioè «rosso», dal re Eritra, figlio di Perseo, il cui sepolcro si dice sia mostrato sull'isola di Tirina nel Mar Rosso. Pererio è della stessa opinione alla fine del capitolo 14. Così anche Quinto Curzio e Filostrato, nel Libro 3 della Vita di Apollonio, il quale dice che il mare stesso non è rosso in sé, ma ceruleo. Anzi anche Arriano, nel Libro 8 delle Gesta di Alessandro, dice: Questo mare è chiamato «Rosso» da Rubro, il primo re di quel luogo.
Ma io dico che questo mare non è rosso in sé, bensì è chiamato rosso dalla sabbia rossa che si trova sul fondo di questo mare. Che sia così, l'esperienza lo ha dimostrato; poiché i marinai che ne attinsero acqua in questo secolo la videro non rossa, ma limpida; e compresero chiaramente che il colore rosso in queste acque era prodotto dalle sabbie rosse, o coralli (poiché Plinio insegna nel Libro 32, capitolo 2, che il corallo cresce in questo golfo) dei quali il fondo di quel mare abbonda. Così dicono i Conimbricensi, seguendo Giovanni de Barros, nel trattato 8 sulla Meteorologia, capitolo 2, e Andrea Masio su Giosuè capitolo 2, e altri.
Nota: In ebraico questo mare è chiamato suph, cioè del confine, poiché separa l'Egitto dall'Arabia e dalla Terra Santa. In secondo luogo, altri traducono suph come tempestoso, altri come ricco di alghe e giunchi, poiché produce carici e canne. Così dicono Vatablo e San Girolamo, nell'Epistola 127 a Fabiola.
GETTÒ. — In ebraico, «conficcò», cioè gettò in mucchi e li sommerse.
Versetto 21: Vi siano tenebre così dense da potersi toccare
21. VI SIANO TENEBRE SULLA TERRA D'EGITTO COSÌ DENSE DA POTERSI TOCCARE. — La Scrittura parla secondo il modo comune degli uomini. Così infatti procediamo a tentoni nelle tenebre, come se l'aria oscura apparisse densissima e potesse essere toccata. L'Abulense, il Burgense e Pererio aggiungono che queste tenebre erano veramente palpabili, poiché erano esse stesse una nebbia estremamente densa. In secondo luogo, altri traducono: vi siano tenebre che tolgano — cioè soverchino e oscurino — le tenebre della notte. In terzo luogo, il Caldeo traduce: vi siano tenebre anche dopo che la caligine della notte si è ritirata. La parola ebraica iamos può infatti derivare da mush, che significa ritirarsi, allontanare; ma il nostro traduttore e i Settanta la derivano da mashas, che significa toccare o palpare.
Questa è la nona piaga, cioè delle tenebre, ed era appropriata. Primo, poiché gli Egiziani avevano rinchiuso gli Ebrei, figli della luce, in angusti ergastoli e li avevano imprigionati per lavori duri. Sono dunque giustamente puniti con le tenebre e la prigionia, perché avevano ingiustamente rinchiuso altri allo stesso modo. Secondo, fu loro inflitta la piaga delle tenebre affinché riconoscessero di essere indegni di questa luce, e affinché pregustassero, come in questa immagine, le tenebre infernali. Il Saggio dà entrambe queste ragioni per tutto il capitolo 17, specialmente nell'ultimo versetto, e nel capitolo 18, versetto 4. Così anche San Bernardo, nel Sermone 72 sul Cantico dei Cantici.
Si chiederà quale sia stata la causa di queste tenebre. Filone risponde che fu un'eclissi. Ma un'eclissi oscura il sole, non le stelle; e non dura tre giorni, ma solo circa un'ora. In secondo luogo, Giansenio, commentando Sapienza capitolo 17, suggerisce che queste tenebre non furono prodotte nell'aria, ma solo negli occhi degli Egiziani; costoro infatti, come i Sodomiti, furono colpiti da cecità o «aorasia» (incapacità di vedere). Ma la Scrittura contraddice ciò, la quale dice che queste tenebre erano palpabili, mentre vi era luce per gli Ebrei. In terzo luogo, più plausibilmente, Gaetano pensa che la causa di queste tenebre fu la sottrazione dei raggi del sole e degli altri astri, cosicché verso gli Egiziani, dovunque si trovassero, non inviavano i loro raggi, ma solo verso gli Ebrei.
Quarto, e meglio di tutti, Filone, il Burgense, l'Abulense e Pererio giudicano che la causa delle tenebre furono nubi e nebbie densissime, e una tale condensazione dell'aria da non poter essere penetrata da alcuna luce, neppure dai raggi del sole. Questo è infatti ciò che si dice in Sapienza 17: «Né le limpide fiamme delle stelle potevano illuminare quella notte orrenda.»
Nota: Queste tenebre ebbero inizio non il decimo giorno, come vuole Torniello, ma l'undicesimo giorno del primo mese; durarono infatti tre giorni, cioè fino al quattordicesimo giorno, nel quale Mosè, convocato dal Faraone, gli predisse la strage dei primogeniti nella notte seguente, come sarà chiaro dal capitolo 11, versetto 4. Dunque il decimo giorno gli Ebrei procurarono l'agnello pasquale, come Dio comandò nel capitolo 12,3. Il giorno seguente, cioè l'undicesimo, la piaga delle tenebre fu inflitta agli Egiziani; cessò il tredicesimo giorno. Il giorno dopo, il quattordicesimo, Mosè minacciò al Faraone la strage dei primogeniti, e nella notte seguente del quindicesimo giorno (cioè a Pasqua) Dio la inflisse.
Versetto 22: Tenebre orribili
22. TENEBRE ORRIBILI. — In ebraico, tenebre di caligine, cioè caliginosissime e densissime, e perciò orribili. Poiché, primo, erano tanto grandi da essere palpabili; secondo, durarono tre giorni e tre notti; terzo, furono in tutta la terra d'Egitto; quarto, in esse gli Egiziani non potevano vedersi l'un l'altro, né si mossero dal loro letto o dal loro posto, come se fossero legati con catene in una prigione, come dice il Saggio nel capitolo 17,16 — mentre nel frattempo il resto degli uomini in tutto il mondo, anzi gli stessi Ebrei in Egitto, godevano della luce più chiara; quinto, gli Egiziani non osavano per il terrore parlare, mangiare o alzarsi dal giaciglio, ma erano tormentati dalla fame nel silenzio, non potendo attendere a nessun senso se non a sentire il male presente, dice Filone; sesto, gli Egiziani udivano suoni orribili e vedevano attraverso fiamme intermittenti spettri e mostri terrificanti, che quasi li facevano morire. «Appariva loro infatti un fuoco improvviso, pieno di spavento; e colpiti dal terrore di quel volto che non si vedeva, giudicavano peggiori le cose che vedevano,» come si dice in Sapienza 17,6; settimo, per il rimorso della cattiva coscienza consapevole di sé, temevano e tremavano per ogni cosa, dice il Saggio: sia che udissero il suono degli uccelli, o il muggito delle bestie, o lo stormire degli alberi, o il fragore delle acque, delle pietre o dei monti, pensavano che tutte queste cose avessero congiurato per la loro distruzione: «Poiché anche se nulla dei mostri li turbava, sconvolti dal passaggio degli animali e dal sibilo dei serpenti, perivano tremanti,» come si dice in Sapienza 17,9. Si veda qui quanto pavida, quanto ansiosa sia la cattiva coscienza; poiché, come dice il Saggio nello stesso luogo: «Una coscienza turbata presume sempre il peggio.» E Cicerone contro Pisone: «Ciascuno,» dice, «è cacciato dalla sanità mentale e dalla ragione dalla propria frode, dal proprio delitto, dalla propria scelleratezza, dalla propria audacia. Queste sono le furie degli empi, queste le fiamme, queste le fiaccole.» E Macrobio, Libro 1, sul Sogno di Scipione, capitolo 10: «Con l'avvoltoio che rode il fegato immortale, i sapienti poeti non vollero significare altro che i tormenti della cattiva coscienza, che fruga le viscere interiori soggette alla colpa e lacera le stesse parti vitali con l'incessante ricordo del delitto commesso, e sempre ridesta le angosce se per caso hanno tentato di riposare, aggrappandosi come a fibre che rinascono, e non risparmiandosi alcuna pietà per questa legge: che con se stessa come giudice nessun colpevole è assolto, né alcuno può sfuggire alla propria sentenza su se stesso.» Si intenda questa «sentenza» come quella della coscienza che accusa e condanna.
Tropologicamente, queste tenebre significavano la cecità della mente del Faraone e degli Egiziani, dice Origene, i quali, avendo sperimentato tante piaghe, tuttavia rifiutavano di credere e obbedire a Dio. Il diavolo infatti accecava i loro cuori, comportandosi in ciò come un'aquila. L'aquila infatti, come riferisce Plinio (Libro 19, Capitolo 4), per far cadere e divorare un cervo, è solita posarsi sulle sue corna e scuotere negli occhi del cervo la polvere raccolta rotolandosi, e battere il suo volto con le ali, finché precipita l'animale accecato e impazzito sulle rupi. Così fa il diavolo: acceca gli uomini con la polvere terrena, e così li precipita, come impazziti, sulle rupi dell'inferno. Secondo, queste tenebre significavano l'idolatria e gli errori degli Egiziani; non sono forse tenebre adorare un vitello? Terzo, significavano che le ragioni della divina Provvidenza sono oscurissime e imperscrutabili. Dio infatti «pose le tenebre come suo nascondiglio» (Salmo 17). Quarto, questa nona piaga, dice Sant'Agostino, corrisponde al nono comandamento: «Non desiderare la moglie del tuo prossimo;» poiché chi la desidera dimora nelle grandi tenebre dell'incontinenza e dell'impurità. Perciò, quinto, queste tenebre erano immagine delle tenebre dell'inferno, delle quali San Bernardo dice (Sermone 16 sul Cantico dei Cantici): «Temo la geenna, tremo davanti ai denti della bestia infernale, rabbrividisco per il verme che rode e il fuoco che brucia, il fumo e il vapore e lo zolfo, e lo spirito delle tempeste: rabbrividisco per le tenebre esteriori. Chi darà acqua al mio capo e una fonte di lacrime ai miei occhi, affinché io prevenga con il pianto il pianto e lo stridore di denti?» Chi qui non trema? Se trema, perché non si premunisce? «Il tempo è breve,» dice Paolo, «passa la figura di questo mondo.» Vivi dunque nel mondo come se il mondo non esistesse, poiché presto passerà e svanirà. Al contrario, vivi in modo da vivere per sempre, per sfuggire alle pene eterne e alla morte. Nell'inferno infatti «per i miseri vi è morte senza morte, fine senza fine: poiché là la morte vive e la fine sempre ricomincia,» dice San Gregorio (Moralia, Libro 9, Capitolo 48).
Ottavo, i Settanta aggiungono che insieme alle tenebre vi fu un turbine, una procella e una tempesta.
Versetto 23: Nessuno vide il proprio fratello
Versetto 23. NESSUNO VIDE IL PROPRIO FRATELLO (prossimo), NÉ ALCUNO SI MOSSE DAL LUOGO IN CUI SI TROVAVA. — In ebraico: e nessuno si alzò da sotto di sé, cioè dal suo sedile o dal luogo dove sedeva. I Settanta rendono: e nessuno si alzò dal suo giaciglio. Ossia, attoniti per un prodigio così grande, soprattutto trovandosi in tenebre così spaventose, temevano ogni cosa, cosicché non osavano muoversi dal loro posto. Temevano infatti che, se si fossero mossi, si sarebbero imbattuti in spettri, mostri o precipizi; poiché da tenebre così insolite pensavano che l'intero ordine del mondo fosse sconvolto e dissolto. Perciò in Sapienza 17 e 18, si dice che gli Egiziani erano allora come legati da una certa catena e rinchiusi in una prigione, e perciò i miseri emettevano allora grida che erano udite dagli Ebrei: erano infatti privati di ogni luce del sole, del cielo, del fuoco, della candela e di assolutamente ogni luce. Perciò Filone dice: Il fuoco che usiamo o si estingueva per l'aria perturbata, o era vinto dalle tenebre densissime. E il Saggio dice nel capitolo 17: «E neppure la forza del fuoco poteva dare loro luce.»
Perciò erra Gaetano quando dice che gli Egiziani furono privati soltanto della luce celeste, ma non di quella domestica del fuoco o della candela. La Scrittura lo confuta, quando dice che queste tenebre erano palpabili; inoltre, che nessuno vide un altro, che nessuno si mosse dal suo posto, e che solo gli Israeliti godettero della luce. E in verità questa sarebbe stata altrimenti una punizione esigua: poiché molti che vivono vicino al polo sono naturalmente privati della luce celeste per molti mesi, anzi per mezzo anno, supplendo loro la natura con un'altra luce domestica da legno oleoso, che arde come una candela. Che m'importa se vedo con la luce del sole o con quella del fuoco o della candela, purché io possa vedere?
Il Burgense aggiunge che così grande era allora la nebbia e la densità dell'aria, che non solo toglieva ogni vista della luce, ma impediva anche il movimento in avanti. Ma ciò sembra incredibile; poiché allora questa nebbia avrebbe dovuto essere densa, solida e resistente come pietra o ferro.
DOVUNQUE ABITAVANO I FIGLI D'ISRAELE, VI ERA LUCE. — In ebraico si dice, nelle loro dimore, cioè: Non solo nelle vie, nelle piazze o nelle case vicine, ma nella stessa casa, gli Ebrei godevano della luce nelle loro stanze, mentre gli Egiziani che abitavano in Gosen erano avvolti da tenebre cimmerie nei loro propri luoghi, dirigendo Dio i raggi solari verso gli Ebrei, non verso gli Egiziani, e riversando la nebbia più densa sugli Egiziani, non sugli Ebrei. In Sapienza capitolo 18, si dice che durante questo periodo di tre giorni gli Ebrei udirono le voci degli Egiziani, ma non ne videro alcuno.
Versetto 24: E il Faraone chiamò Mosè
Versetto 24. E IL FARAONE CHIAMÒ MOSÈ — quando i tre giorni di tenebre erano terminati; poiché durante essi nessuno osò muoversi dal suo posto, il che è chiaro anche dalle parole del Faraone: non chiede infatti, come è solito fare, di essere liberato dalla piaga, poiché essa era già cessata; ma temendo cose peggiori: «Andate,» dice, «sacrificate» a Dio. Così dicono Lirano, l'Abulense e Pererio.
SOLO LE VOSTRE PECORE E I VOSTRI ARMENTI RESTINO — come pegno, affinché non fuggiate e non torniate.
Versetto 25: Ci darai anche vittime
Versetto 25. CI DARAI ANCHE VITTIME. — Concedi che partiamo, ma devi anche darci le vittime, ossia pecore e bestiame nostri per il sacrificio, e le parole che seguono lo indicano: segue infatti: «Tutti i greggi verranno con noi.»
Versetto 27: Ma il Signore indurì il cuore del Faraone
Versetto 27. MA IL SIGNORE INDURÌ IL CUORE DEL FARAONE — sia rimuovendo la piaga delle tenebre; sia richiedendo per mezzo di Mosè che non solo gli Ebrei ma anche tutto il loro bestiame fosse rilasciato; sia non dandogli la grazia ammorbidente, della quale il Faraone si era tante volte reso indegno. Perciò in questo capitolo, dopo tante piaghe, la Scrittura usa in particolare questa espressione, cioè che Dio indurì il Faraone, per significare che il suo indurimento fu punizione del peccato.
Versetto 29: Non vedrò più il tuo volto
Versetto 29. NON VEDRÒ PIÙ IL TUO VOLTO — non verrò spontaneamente da te, non ti incalzerò, ma piuttosto tu desidererai vedere me, quando nella prossima e ultima piaga dei primogeniti ci costringerai a partire (capitolo 12, versetto 31).