Cornelius a Lapide

Esodo XVIII


Indice


Sinossi del capitolo

Ietro, suocero di Mosè, gli riconduce la moglie Sefora con i figli; e su suo consiglio, versetto 13, Mosè condivide con altri il governo del popolo e istituisce magistrati e giudici per decidere le cause minori.


Testo della Vulgata: Esodo 18,1-27

1. Avendo udito Ietro, sacerdote di Madian, parente di Mosè, tutte le cose che Dio aveva fatto per Mosè e per Israele suo popolo, e che il Signore aveva condotto Israele fuori dall'Egitto: 2. prese Sefora, moglie di Mosè, che egli aveva rimandato, 3. e i suoi due figli, dei quali uno si chiamava Gersam, avendo detto il padre: Fui forestiero in terra straniera. 4. L'altro poi era Eliezer: Il Dio di mio padre, disse, fu il mio aiuto e mi liberò dalla spada del Faraone. 5. Venne dunque Ietro, parente di Mosè, con i suoi figli e sua moglie, da Mosè nel deserto, dove era accampato presso il monte di Dio. 6. E mandò a dire a Mosè: Io, Ietro, tuo parente, vengo da te; e tua moglie, e i tuoi due figli con lei. 7. Mosè uscì incontro al suo parente, si prostrò e lo baciò: e si salutarono a vicenda con parole di pace. Ed essendo entrato nella tenda, 8. Mosè narrò al suo parente tutto ciò che il Signore aveva fatto al Faraone e agli Egiziani a favore d'Israele, e tutta la fatica che era loro accaduta nel cammino, e come il Signore li aveva liberati. 9. E Ietro si rallegrò per tutti i beni che il Signore aveva fatto a Israele e perché lo aveva strappato dalla mano degli Egiziani, 10. e disse: Benedetto il Signore, che vi ha liberato dalla mano degli Egiziani e dalla mano del Faraone: che ha strappato il suo popolo dalla mano dell'Egitto. 11. Ora so che il Signore è grande sopra tutti gli dèi, perché agirono con superbia contro di loro. 12. Ietro dunque, parente di Mosè, offrì olocausti e sacrifici a Dio; e vennero Aronne e tutti gli anziani d'Israele a mangiare il pane con lui davanti a Dio. 13. Il giorno seguente Mosè sedette per giudicare il popolo, che stava davanti a Mosè dal mattino fino alla sera. 14. Avendo visto il suo parente tutto ciò che egli faceva nel popolo, disse: Che cosa è questo che fai nel popolo? Perché siedi solo, e tutto il popolo attende dal mattino fino alla sera? 15. Mosè gli rispose: Il popolo viene da me cercando il giudizio di Dio. 16. E quando sorge fra loro qualche controversia, vengono da me affinché io giudichi fra di loro e mostri i precetti di Dio e le sue leggi. 17. Ma quegli disse: Ciò che fai non è cosa buona. 18. Ti consumerai in una fatica stolta, sia tu sia questo popolo che è con te: l'affare è al di sopra delle tue forze, da solo non potrai sostenerlo. 19. Ma ascolta le mie parole e i miei consigli, e Dio sarà con te. Sii tu il rappresentante del popolo presso Dio nelle cose che a Lui pertengono, per riferirgli ciò che si dice: 20. e mostra al popolo le cerimonie e il rito del culto, e la via per la quale devono camminare, e l'opera che devono compiere. 21. E scegli fra tutto il popolo uomini capaci e timorati di Dio, nei quali vi sia verità e che odino l'avarizia, e costituisci fra loro tribuni, centurioni, capi di cinquanta e capi di dieci, 22. i quali giudichino il popolo in ogni tempo: qualunque cosa sia di maggiore importanza, la riferiscano a te, e giudichino essi soltanto le cause minori; così sarà più leggero per te, ripartito il peso con altri. 23. Se farai questo, adempirai il comando di Dio, e potrai sostenere i suoi precetti, e tutto questo popolo tornerà ai propri luoghi in pace. 24. Udito ciò, Mosè fece tutto quello che Ietro aveva suggerito. 25. E scelti uomini valenti da tutto Israele, li costituì capi del popolo: tribuni, centurioni, capi di cinquanta e capi di dieci. 26. Essi giudicavano il popolo in ogni tempo; qualunque cosa fosse più difficile la riferivano a lui, giudicando essi stessi soltanto le cause più facili. 27. E congedò il suo parente, il quale tornò e se ne andò nella sua terra.


Versetto 1: Avendo udito Ietro, sacerdote di Madian

1. AVENDO UDITO IETRO, SACERDOTE DI MADIAN. Il Caldeo traduce: «principe di Madian». Infatti la parola ebraica cohen significa sia sacerdote sia principe, poiché anticamente chi era principe era anche sacerdote.

PARENTE DI MOSÈ — cioè suocero di Mosè: poiché Mosè aveva sposato sua figlia Sefora, capitolo 3, versetto 1. La parola ebraica חתן choten significa parente, ossia affine in senso generico (quale è un suocero). Perciò da choten deriva התחתן hitchatten, cioè essere unito per affinità mediante il matrimonio.


Versetto 2: Prese Sefora, che aveva rimandato

Versetto 2. PRESE SEFORA, MOGLIE DI MOSÈ, CHE AVEVA RIMANDATO — cioè quando Mosè stava tornando da Madian in Egitto, in procinto di affrontare il Faraone, aveva assunto un onere di affari così grande e pericoloso che non poteva occuparsi della moglie e dei figli; perciò, poiché ella stessa temeva il Faraone, egli volentieri e di propria volontà la rimandò con i figli a Madian, come ho detto al capitolo 4, versetto 27.

Sant'Epifanio, nell'Eresia 78, riferisce che Mosè, dal momento in cui cominciò a profetizzare, non conobbe più carnalmente la moglie: altrimenti, egli dice, non avrebbe potuto essere così intimo e strettamente unito a Dio.


Versetto 5: Presso il monte di Dio

5. PRESSO IL MONTE DI DIO — cioè l'Oreb, ossia il Sinai, come risulta dal capitolo 3, versetto 1. Da qui è chiaro che Ietro non venne a Refidim, bensì al Sinai, di cui parla il capitolo seguente, e che queste cose sono inserite qui per prolessi, forse perché Ietro fu mosso soprattutto dalla recente vittoria degli Ebrei contro Amalec, di cui si parla nel capitolo precedente, e perciò si stava recando da Mosè.

Donde, probabilmente contro Lira, insegna e sostiene l'Abulense che Ietro venne da Mosè dopo che la legge fu data al Sinai, verso la fine del primo anno dopo l'uscita dall'Egitto. Lo deduce da Deuteronomio 1, versetti 6, 7, 9, 15, dove si dice che Mosè istituì magistrati poco prima che l'accampamento dovesse muoversi dal Sinai; e l'accampamento si mosse dal Sinai nel secondo anno, nel secondo mese, come risulta da Numeri 10,11. Ma questi magistrati si dice in questo capitolo 18 che furono istituiti quando Ietro venne da Mosè e gli suggerì e persuase la loro istituzione; dunque Ietro venne da Mosè verso la fine del primo anno, poco prima che l'accampamento dovesse muoversi dal Sinai. Perciò lo stesso Abulense ritiene che questo capitolo debba essere posto e inserito prima di Numeri, capitolo 10, versetto 41. Ivi infatti, al versetto 29, Obab (che secondo l'Abulense e altri è Ietro) viene pregato da Mosè di voler fare da guida agli Ebrei attraverso il deserto; e subito dopo, in Numeri 32, sorse la lite e la mormorazione di Aronne e di Maria, quando videro la moglie di Mosè l'Etiope, cioè Sefora la Madianita, che era venuta insieme con il padre Ietro presso il marito Mosè.


Versetto 7: Mosè uscì incontro al suo parente

Versetto 7. USCÌ INCONTRO AL SUO PARENTE (SUOCERO), SI PROSTRÒ — cioè incurvando il corpo; questo è infatti ciò che significa la radice ebraica שחה schacha. Mosè mostrò riverenza al suo suocero Ietro secondo l'usanza del suo popolo. Questa riverenza e omaggio è una partecipazione della riverenza e dell'adorazione dovute a Dio: poiché i genitori, i prìncipi e le persone eminenti partecipano qualcosa della potenza e dell'onore di Dio. In modo simile Abramo si prostrò davanti ai figli di Het, Genesi 23,12; Giacobbe si prostrò davanti a Esaù, Genesi 33,3; i fratelli si prostrarono davanti a Giuseppe, capitolo 43,26.

SI SALUTARONO CON PAROLE DI PACE. In ebraico, «domandarono della pace», o «se vi è pace», cioè se tutte le cose sono salve e prospere; questo è infatti ciò che significa il saluto ebraico: «pace a te».


Versetto 8: La fatica che era loro accaduta

Versetto 8. LA FATICA — cioè la difficoltà e il travaglio. Si noti qui quale e quanto pia sia la conversazione dei Santi. Tali furono i colloqui tra Sant'Antonio e San Paolo primo eremita, tra San Benedetto e la sorella Scolastica, tra gli Esseni e gli altri antichi eremiti e cenobiti.


Versetto 9: Ietro si rallegrò

Versetto 9. SI RALLEGRÒ. I Settanta hanno ἐξέστη, «fu stupefatto», come rapito in estasi.


Versetto 11: Ora so che il Signore è grande sopra tutti gli dèi

Versetto 11. ORA SO CHE IL SIGNORE È GRANDE SOPRA TUTTI GLI DÈI — come a dire: Io, Ietro, avevo un tempo qualche conoscenza del vostro Dio, il Dio vero, e non avevo del tutto abbandonato la fede di Abramo mio avo, che Madian, figlio di Abramo e nostro antenato, trasse da lui e trasmise a noi; ma fino ad ora quella fede era debole e inquinata dalla mescolanza e dal culto degli idoli. Ma ora, udendo le sue meraviglie che Egli compì per voi in Egitto e nel Mar Rosso, riconosco e credo fermamente che Lui solo, che vi assistette, è il vero Dio, ottimo, giustissimo e potentissimo, in quanto eseguì una vendetta così potente e giusta sugli empi e tirannici Egiziani.

Ietro propagò questa fede e pietà ai suoi discendenti. Da lui infatti discesero i Recabiti, come risulta da 1 Cronache 2,55, che Geremia loda nel capitolo 35 per la loro astinenza e obbedienza; su di loro si veda di più in quel luogo.

Si veda qui che cosa può compiere la pietà di un solo padre e sovrano. Così Costantino fu grande per questo titolo, perché fu di animo grande e di pietà straordinaria; e fu il primo fra tutti gli imperatori che non soltanto abbracciò la fede di Cristo, ma lasciò dopo di sé anche imperatori cristiani.

Teodosio il Giovane, portando il nome e la pietà del suo avo, organizzò la sua corte come una scuola, nella quale esercitava sé stesso e i suoi nella pietà, avendo tempi stabiliti e distribuiti per le letture, i salmi, i digiuni e le veglie, come dice Socrate, libro VII, capitolo 22, e Teodoreto, libro V, capitolo 36. In ciò gli fu compagna, anzi guida e ispiratrice, la sorella Pulcheria e la moglie Eudossia. Si veda La Corte Santa, che pubblicò il nostro Radero.

Tiberio, comandante delle guardie sotto Giustino II, fu tenuto in tanta stima per la sua pietà verso Dio e la sua generosità verso i poveri che dall'imperatore Giustino fu dichiarato successore.

L'imperatore Onorio fu zelantissimo della vera religione: perciò Dio lo liberò dai molti tiranni che insorgevano contro di lui da ogni parte, come insegna Baronio sulla scorta di Socrate, Sozomeno e altri.

PERCHÉ AGIRONO CON SUPERBIA CONTRO DI LORO. Vi è un'ellissi, ma con un senso più pieno e completo di quello che si trova nell'ebraico. Infatti in ebraico si legge: «perché in qualunque cosa agirono con superbia contro di loro (gli Ebrei)» — sottintendi: in quella stessa cosa Dio li punì, cioè nelle acque e nel mare; poiché come con queste avevano annegato i neonati degli Ebrei, così la medesima misura fu restituita loro da Dio, affinché essi stessi fossero sommersi dalle acque. Perciò il Caldeo supplisce l'ellissi: traduce, «perché con la stessa cosa con cui gli Egiziani pensarono di giudicare (punire e affliggere) Israele, furono giudicati (puniti)».


Versetto 12: Offrì olocausti e sacrifici

Versetto 12. OFFRÌ. In ebraico è «prese», cioè da Mosè e dagli Ebrei le vittime sacrificali, che avrebbe offerto non agli idoli, come un tempo, ma al vero Dio degli Ebrei.

PER MANGIARE IL PANE CON LUI DAVANTI A DIO. Si noti qui: I sacrifici consacrati a Dio e offerti in rendimento di grazie (quali furono quelli che Ietro offrì qui) per la maggior parte si trasformavano in un solenne banchetto, che perciò si diceva celebrato «davanti al Signore», come se Egli stesso fosse presente ai sacrifici a Lui offerti e al loro convito, specialmente se il banchetto si svolgeva presso l'altare sul quale le vittime erano state immolate a Dio. Se il tabernacolo era già stato costruito ed eretto alla fine dell'anno quando Ietro venne da Mosè, come sostiene l'Abulense, allora «davanti a Dio», cioè davanti al tabernacolo, che era come la casa di Dio, si svolse questo banchetto.

In secondo luogo, alcuni Ebrei ritengono che «davanti a Dio» si dica per i santi, pii e divini uomini che erano presenti a quel convito, secondo quel detto degli antichi sapienti: «Chi gode di un banchetto al quale sono assisi i sapienti è come se godesse della gloria della divina maestà».

In terzo luogo, Sant'Agostino, Questione 66, dice che «davanti a Dio» significa «in onore di Dio»; ma entrambi questi significati sono alquanto remoti. Da ciò risulta che questo sacrificio di Ietro fu puro e offerto al vero Dio: altrimenti infatti Mosè e gli altri anziani non ne avrebbero mangiato, per non contaminarsi con cibi offerti agli idoli.

Tropologicamente: I santi, dice Origene, compiono tutte le loro opere davanti a Dio, come coloro che guardano Dio come presente e sono da Lui guardati; poiché incessantemente vivono, operano e camminano al cospetto di Dio.


Versetto 13: Mosè sedette per giudicare il popolo

Versetto 13. PER GIUDICARE — cioè per pronunciare il giudizio.


Versetto 15: Il popolo viene a cercare il giudizio di Dio

Versetto 15. IL POPOLO VIENE DA ME CERCANDO IL GIUDIZIO DI DIO. L'ebraico ha: «cercando Dio»; il Caldeo: «cercando istruzione da Dio»; i Settanta: «cercando il giudizio di Dio», cioè dalla legge eterna di Dio (dice Sant'Agostino, Questione 67), che esisteva prima di ogni legge scritta, che Mosè, pieno di Spirito Santo, discerneva più chiaramente di tutti gli altri Ebrei e consultava in ogni cosa, sia pensando e meditando, sia pregando.


Versetto 17: Ciò che fai non è cosa buona

Versetto 17. CIÒ CHE FAI NON È COSA BUONA, DISSE. Fai ciò che è meno adatto e meno conveniente; perché ciò che fai, volendo trattare ogni singola cosa da solo, è troppo gravoso per te e meno utile per il popolo.


Versetto 18: Ti consumerai in una fatica stolta

Versetto 18. TI CONSUMERAI IN UNA FATICA STOLTA. La parola ebraica נבל nabal significa essere stolto, e anche appassire, cadere, consumarsi: il Traduttore ha reso qui entrambi i significati.

Dio volle che Mosè, uomo peraltro sapientissimo, fosse istruito da uno straniero e da un Gentile, cioè Ietro, per mostrare che a nessuno è dato di essere ugualmente sapiente in tutte le cose e in ogni tempo, e che perciò si devono umilmente ascoltare anche gli inferiori che suggeriscono consigli più saggi.

Spesso infatti anche l'ortolano ha detto parole opportune:

Poiché nessuno è buon maestro se non è docile; perché insegna meglio chi ogni giorno cresce e progredisce imparando cose migliori», dice San Cipriano a Pompeo, alla fine. Così anche Sant'Agostino, Questione 68. Anzi, quando qualcuno obiettò a Platone: «Tu che sei maestro, sei anche discepolo? E fino a quando imparerai?», egli rispose: «Finché non mi pentirò di diventare più sapiente», come attesta Plutarco nella sua Vita di Platone.

Allegoricamente si significava che Ietro sarebbe stato più sapiente di Mosè, cioè il popolo gentile più sapiente di quello giudaico, dice Cirillo nella Raccolta su Numeri, capitolo 13.


Versetto 19: Dio sarà con te

Versetto 19. E DIO SARÀ CON TE — Dio ti sarà di aiuto, affinché, assistito da tanti collaboratori e sollevato dal trasferimento di parte del peso su di loro, tu possa più agevolmente sostenere e compiere ogni cosa.

SII TU IL RAPPRESENTANTE DEL POPOLO NELLE COSE CHE PERTENGONO A DIO. In ebraico, «sii tu per il popolo davanti a Dio», o «al cospetto di Dio», come a dire: Sii tu l'avvocato, l'intercessore e il mediatore del popolo presso Dio, «per riferirgli ciò che si dice», cioè le parole, i voti, le richieste e le necessità del popolo; il pronome «Lui» si riferisce infatti a Dio, come risulta dall'ebraico, non al popolo, come suppose l'Abulense.


Versetto 20: Mostra al popolo le cerimonie

20. E MOSTRA AL POPOLO LE CERIMONIE E IL RITO DEL CULTO, E LA VIA PER LA QUALE DEVONO CAMMINARE — come a dire: Come ho detto che tu, o Mosè, devi essere l'avvocato del popolo presso Dio, così viceversa dico ora che tu devi parimenti essere l'interprete di Dio presso il popolo, per insegnare loro come devono adorare Dio e vivere rettamente; ma devi costituire altri come giudici e arbitri per dirimere le loro liti e contese.

Perciò moralmente San Gregorio, parte II della Regola Pastorale, capitolo 7, insegna quale debba essere il rettore: «il rettore — dice — non diminuisca la cura delle cose interiori per la preoccupazione delle esteriori, né abbandoni la sorveglianza delle cose esteriori per la preoccupazione delle interiori: affinché, dedito agli affari esterni, non crolli interiormente, o, occupato soltanto delle cose interne, non tralasci di provvedere ai prossimi ciò che deve loro esteriormente.» Perciò anche Sant'Agostino, Questione 68: «Siamo qui ammaestrati da Ietro — dice — ad alleggerire un animo troppo intensamente occupato nelle faccende umane.»


Versetto 21: Scegli fra tutto il popolo uomini capaci

Versetto 21. E SCEGLI FRA TUTTO IL POPOLO UOMINI CAPACI. Così leggono l'ebraico, il Caldeo, i Settanta e il testo latino romano; non «sapienti», come ha l'edizione Platiniana: poiché in ebraico è «uomini di valore», cioè uomini di animo forte, vigorosi e magnanimi, che non temano il volto dei grandi e dei potenti al punto da fare parzialità nel giudizio e pervertire la giustizia, ma temano soltanto Dio, il Giudice dei giudici e il Re dei re.

Così l'imperatore Federico II, interrogato su quali dei suoi sudditi gli fossero più cari, rispose: «Quelli che non temono Dio meno di quanto temono me». Tale giudice fu Giobbe, capitolo 29: «Spezzavo — dice — le mascelle dell'iniquo e gli strappavo la preda dai denti.» Questo è ciò che ammonisce il Siracide, capitolo 7, versetto 6: «Non cercare di diventare giudice, se non hai la forza di spezzare le iniquità: per non temere il volto del potente e porre un inciampo alla tua giustizia.»

Anzi, Epitteto apostrofa così il giudice: «Come l'oca non è spaventata dallo strepito, né la pecora dal belato, così neppure la stolta voce della moltitudine ti spaventi.»

Perciò l'imperatore Traiano, quando istituiva un magistrato e giudice e gli porgeva la spada secondo l'usanza, diceva: «Prendi questa e usala per me finché comando giustamente; ma se comando ingiustamente, usala contro di me».

Così i cortigiani e i comandanti militari cristiani resistettero ai loro imperatori che ordinavano il culto e il sacrificio degli idoli, fino alla morte e al martirio. Così San Sebastiano resistette a Diocleziano, Sant'Eustachio ad Adriano, San Teodoro a Licinio, San Gallicano a Giuliano, Maurizio e i Tebei a Massimiano.

Che Mosè abbia richiesto anche giudici sapienti risulta da Deuteronomio 1,13: poiché non tutte le qualità dei giudici stabilite da Ietro sono qui elencate; e non vi è dubbio che in un giudice siano necessarie tanto la scienza e la prudenza quanto la virtù e la fermezza d'animo.

Disse infatti con verità Carlo V, all'udire della morte di Tommaso Moro, che fu uomo sapientissimo, Lord Cancelliere d'Inghilterra e Martire: «In Moro il re Enrico VIII ha tagliato il capo di tutta l'Inghilterra».

NEI QUALI VI SIA VERITÀ — non tanto verità di dottrina, o anche di vita, quanto di giustizia (poiché di essa principalmente si tratta qui), cioè uomini giusti: così i Settanta; i quali non ingannano nessuno, ma fanno ciò che hanno promesso e ciò che è equo e prescritto dalla legge. Perciò segue: «Che odiano l'avarizia», cioè che non accettano doni, per non esserne catturati e violare la giustizia.

Luigi XI, re di Francia, soleva dire che nella sua corte aveva abbondanza di tutte le cose eccetto una; e interrogato su quale fosse, rispose: La verità.

Ippocrate, nella lettera a Filopemene, dipinge la verità come una donna bella, alta, semplicemente adorna, illustre e splendida, i cui occhi brillavano di una luce pura, così da sembrare che imitassero lo splendore degli astri e delle stelle.

Inoltre la verità è stata considerata figlia del tempo e madre della virtù. Plutarco nelle Questioni Romane dice che i Romani consideravano Saturno padre e dio della verità; ne adduce la ragione: «Forse — dice — perché, come pensano i Filosofi, Κρόνος è χρόνος, cioè Saturno è il Tempo? E la verità si scopre con il tempo. Oppure piuttosto perché Saturno fu il più giusto di tutti e onorò soprattutto la verità?» Perciò anche Democrito scrisse che la verità giace nascosta sul fondo di un pozzo; e v'è il proverbio: «Il giorno porta alla luce la verità.»

Giraldo, Sintagma 1, attesta che un tempo i giudici defunti erano scolpiti in modo tale che dal collo al petto pendeva loro appesa la verità, ammiccante con gli occhi.

Il Gaetano nota che i prìncipi devono particolarmente cercare e richiedere queste cinque qualità in coloro che prepongono ad altri, cioè: primo, la magnanimità; secondo, il timor di Dio; terzo, la sapienza; quarto, la giustizia; quinto, l'astensione dai doni.

Così Platone soleva dire: «Non vi è per i prìncipi genere di possesso più eccellente dell'amicizia di coloro che non sanno trafficare per profitto.» Perciò anche Isaia, capitolo 1, versetto 23, rimproverando il popolo di Gerusalemme, dopo aver detto: «I tuoi prìncipi sono infedeli, compagni di ladri», subito aggiunge la ragione: «Tutti amano i doni.»

Al contrario Samuele, il migliore dei giudici, così discute apertamente con il suo popolo: «Se ho accettato un dono dalla mano di alcuno, parlate, e io lo disprezzerò oggi e ve lo restituirò», 1 Samuele 12,3. E Paolo, Atti 20,33: «Non ho desiderato l'argento o l'oro o la veste di nessuno, come voi stessi sapete.»

Così Alcamene, figlio di Tecleco, spartano, interrogato sul perché non avesse accettato i doni offerti dai Messeni, rispose: «Perché se li avessi accettati, non avrei potuto essere in pace con le leggi»; significando che non si devono accettare doni che tendono a nuocere alle leggi e alla cosa pubblica. Ne è testimone Plutarco, nei Detti Laconici.

Abbiano i confessori, che sono giudici nel foro dell'anima, queste qualità dei giudici. In segno di ciò, il sacerdote dell'Antico Testamento, che era giudice, aveva iscritto sul pettorale: «Dottrina e Verità»; perciò anche fra gli Egiziani i giudici portavano al collo uno zaffiro su cui era iscritta la verità, di cui si parla al capitolo 28, versetto 30.


Versetto 23: Adempirai il comando di Dio

Versetto 23. SE FARAI QUESTO, ADEMPIRAI (cioè potrai adempiere: è infatti questo un futuro potenziale) IL COMANDO DI DIO, E POTRAI SOSTENERE I SUOI PRECETTI — cioè sostenerli. In ebraico è: «Dio ti comanderà, e tu potrai stare saldo», cioè potrai soddisfare i precetti di Dio riguardo al governo dell'intero popolo.

Seguano questo sapiente consiglio di Ietro tutti coloro che desiderano governare rettamente: cioè condividano il peso con altri e affidino le cose minori ad altri, affinché essi stessi possano attendere alle cose più gravi e all'intera comunità, e al tempo stesso dedicarsi a Dio e alla preghiera. Essi sono infatti come degli Atlanti che, appoggiandosi a Dio, devono sostenere sulle loro spalle il peso di tutto il popolo. È infatti cosa perversa, stolta e ingiusta se un rettore si occupa talmente di affari minori, o altrui, o esterni, da dover trascurare quelli maggiori, propri e domestici, o sbrigarli in modo superficiale.


Versetto 24: Mosè fece tutto ciò che quegli aveva suggerito

Versetto 24. MOSÈ FECE TUTTO CIÒ CHE QUEGLI AVEVA SUGGERITO. Mosè dunque scelse magistrati inferiori idonei a giudicare le cause, ma con il consenso del popolo, e li ammonì seriamente del loro dovere. Si veda Deuteronomio 1, dal versetto 9 al 19, dove queste cose sono narrate più diffusamente.


Versetto 25: Li costituì capi del popolo

Versetto 25. E SCELTI UOMINI VALENTI, LI COSTITUÌ CAPI DEL POPOLO E TRIBUNI. «Tribuni» in ebraico è «chiliarchi», cioè capi di mille famiglie: poiché in un bell'ordine questi magistrati furono istituiti per alleviare il peso di Mosè, di modo che i capi di dieci fossero sottoposti ai capi di cinquanta, questi ai centurioni, i centurioni ai tribuni o chiliarchi; cosicché ciascun tribuno aveva sotto di sé dieci centurioni, ciascun centurione aveva sotto di sé due capi di cinquanta, ciascun capo di cinquanta presiedeva a cinque capi di dieci, di modo che la catena degli appelli andava dai capi di dieci ai capi di cinquanta, da questi ai centurioni, dai centurioni ai tribuni, e infine dai tribuni a Mosè.

Il nostro Traduttore chiama i chiliarchi «tribuni», perché questa era un tempo la più alta magistratura (i tribuni della plebe erano infatti pari ai consoli, e quasi i consoli del popolo) nella plebe romana, come pure nell'esercito; e anche noi giustamente chiamiamo tribuni i nostri colonnelli, ossia i comandanti di mille soldati.