Cornelius a Lapide

Esodo XX


Indice


Sinossi del capitolo

Un angelo dal Sinai proclama e promulga il Decalogo all'intero popolo ebraico. In secondo luogo, al versetto 21, Mosè sale verso Dio nascosto nella caligine della sommità del Sinai, e da Lui riceve il comando di costruire un altare di terra o di pietra grezza.


Testo della Vulgata: Esodo 20,1-26

1. Il Signore pronunciò tutte queste parole: 2. Io sono il Signore, Dio tuo, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù. 3. Non avrai altri dèi di fronte a me. 4. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. 5. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai: io sono il Signore, Dio tuo, forte, geloso, che punisco la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano, 6. e uso misericordia fino a migliaia di generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti. 7. Non pronuncerai invano il nome del Signore, Dio tuo; perché il Signore non lascerà impunito chi avrà pronunciato invano il nome del Signore, Dio suo. 8. Ricordati di santificare il giorno di sabato. 9. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro. 10. Ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, Dio tuo: non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora dentro le tue porte. 11. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si è riposato il settimo giorno: per questo il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha santificato. 12. Onora tuo padre e tua madre, affinché tu possa vivere a lungo sulla terra che il Signore, Dio tuo, ti darà. 13. Non ucciderai. 14. Non commetterai adulterio. 15. Non ruberai. 16. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. 17. Non desidererai la casa del tuo prossimo; non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna che gli appartenga. 18. Tutto il popolo vedeva le voci e le fiaccole, e il suono della tromba, e il monte fumante; e atterriti e scossi dal timore, stettero a distanza, 19. dicendo a Mosè: Parla tu a noi e ascolteremo; non ci parli il Signore, affinché non moriamo. 20. E Mosè disse al popolo: Non temete; Dio è venuto infatti per mettervi alla prova, e affinché il suo terrore fosse su di voi e non peccaste. 21. Il popolo stava a distanza. Ma Mosè si avvicinò alla caligine in cui era Dio. 22. Il Signore disse inoltre a Mosè: Così dirai ai figli d'Israele: Voi avete visto che vi ho parlato dal cielo. 23. Non vi farete dèi d'argento, né vi farete dèi d'oro. 24. Mi farete un altare di terra, e su di esso offrirete i vostri olocausti e i vostri sacrifici pacifici, le vostre pecore e i vostri buoi, in ogni luogo dove sarà il ricordo del mio nome: verrò a te e ti benedirò. 25. Che se mi farete un altare di pietra, non lo costruirete con pietre tagliate: poiché se alzerai su di esso lo scalpello, sarà contaminato. 26. Non salirai per gradini al mio altare, affinché non si scopra la tua nudità.


Versetto 1: Il Signore pronunciò tutte queste parole

1. IL SIGNORE PRONUNCIÒ TUTTE QUESTE PAROLE. — La tromba, che fino a quel momento aveva emesso il suono confuso di una buccina, ora, con l'angelo che distingueva i suoni, emise il suono articolato delle parole seguenti, ossia il Decalogo. L'angelo infatti, rappresentando Dio in questo luogo come legislatore, lo promulgò con voce squillante simile a una tromba, udibile da tutto il popolo (da tre milioni di persone). Così affermano Gregorio di Nissa, Filone e altri.

L'angelo dunque dice: «Io sono il Signore, Dio tuo,» ecc., perché parla nella persona di Dio; proprio come il Viceré di Napoli nei suoi editti dice e scrive: «Noi, Re Filippo, comandiamo,» ecc., perché emana comandi e ordini in nome del re Filippo.

Pertanto Prospero, libro I delle Promesse, ultimo capitolo, ritiene che i Giudei siano stati così chiamati perché ricevettero il «jus» (diritto) di Dio, cioè la legge di Dio. Ma questa è soltanto un'appropriata allusione al nome latino; poiché del resto è certo che gli Ebrei in ebraico sono chiamati e denominati dal patriarca Giuda, Genesi 49,8.


Versetto 2: Io sono il Signore

2. IO SONO IL SIGNORE. — Qui inizia il Decalogo, che spiegherò più comodamente nella sua interezza in Deuteronomio 5,6; là infatti si trova completo in un ordine migliore.


Versetto 18: Tutto il popolo vedeva le voci

Versetto 18. TUTTO IL POPOLO VEDEVA LE VOCI. — «Vedeva» significa percepiva non con la vista ma con l'udito, cioè udiva. Gli Ebrei infatti scambiano spesso un senso con un altro, e soprattutto usano «vedere» per qualsiasi percezione sensoriale, poiché la vista è il più eccellente e il più certo di tutti i sensi, dice Sant'Agostino, Questione 72: si veda il Canone 5. «Vedere» le voci qui equivale dunque a conoscere le voci: poiché, come dice Filone nel suo libro Sul Decalogo, questa voce si presentava agli Ebrei così chiaramente e sonoramente che essi pensavano di vederla piuttosto che di udirla.

E LE FIACCOLE — fulmini che lampeggiavano e fiammeggiavano come fiaccole. Si veda il capitolo 19, versetto 16.

E IL SUONO DELLA TROMBA. — La tromba, che prima della promulgazione del Decalogo aveva squillato come una buccina e convocato gli Ebrei ad ascoltare la legge di Dio, si era ammutolita mentre l'angelo proclamava il Decalogo in un discorso articolato; ma quando la promulgazione del Decalogo fu compiuta, subito ricominciò a squillare e risuonare come una tromba. Per cui il popolo, temendo che Dio parlasse di nuovo con la sua voce forte e terribile, chiese a Mosè di essere egli stesso l'intermediario e di parlare al posto di Dio, e di trasmettere al popolo i comandi e le parole di Dio: anzi, scosso da questo suono di tromba e dal timore, il popolo indietreggiò dal Sinai e stette a distanza, come si afferma qui.


Versetto 20: Per mettervi alla prova

Versetto 20. PER METTERVI ALLA PROVA — per saggiare il vostro timore, la vostra riverenza e la vostra obbedienza.


Versetto 21: Il popolo stava a distanza

Versetto 21. IL POPOLO STAVA A DISTANZA. — Si intenda dal capitolo precedente, versetto 24, che Mosè con Aronne era salito oltre le pendici del Monte Sinai; e che il popolo, ossia i capi del popolo, atterriti dalla voce di Dio, gridarono a Mosè e lo pregarono che Dio non parlasse a loro, ma Mosè; udendo ciò, il Signore approvò la richiesta del popolo e ordinò loro di tornare alle proprie tende con Aronne; ma ordinò a Mosè di rimanere sul monte e di salire alla sua sommità, affinché là ascoltasse gli altri comandamenti di Dio che seguono e li riferisse al popolo. Si veda Deuteronomio 5,23 e seguenti.


Versetto 22: Mosè si avvicinò alla caligine

MA MOSÈ SI AVVICINÒ ALLA CALIGINE IN CUI ERA DIO. — Con questa caligine era significato Dio e la natura divina, che trascende smisuratamente ogni conoscenza degli uomini e degli angeli. Dio dunque è per sé stesso la luce suprema, ma per noi è la tenebra suprema: così come il sole è luminoso in sé stesso, tuttavia all'occhio debole e fragile della civetta esso è opaco, tenebroso e invisibile. Si vedano lo Pseudo-Dionigi, Della teologia mistica, capitolo 1, Gregorio di Nissa in questo passo, e San Tommaso su quel luogo di 1 Timoteo 6: «Che abita una luce inaccessibile.» Così gli Egizi, indicando l'immensa oscurità della natura divina, erano soliti dire che il primo principio di tutte le cose erano le tenebre, poste al di sopra di ogni intelletto. Inoltre, nei loro riti sacri chiamavano Dio per tre volte «la caligine ignota,» come insegna Nicola Caussin dal platonico Damascio nel Polistore dei Simboli, libro I, capitolo 1. E in verità il Salmista, Salmo 17,12: «Pose le tenebre a suo nascondiglio. Davanti allo splendore della sua presenza le nubi si dileguarono.»


Versetto 23: Non vi farete dèi d'argento

23. NON VI FARETE DÈI D'ARGENTO. — In ebraico si aggiunge «con me,» cioè dèi che adorereste insieme a me. Dio qui ribadisce il primo precetto del Decalogo, come fa spesso altrove, e insiste su un solo Dio, perché gli Ebrei, avvezzi agli idoli in Egitto, erano grandemente inclini all'idolatria. Lattanzio insegna, libro I, capitolo 15, che gli antichi annoveravano tra gli dèi uomini che avevano ben meritato dello Stato, sia per mostrarsi grati verso di loro, sia per stimolare la virtù degli altri con questo esempio e ricompensa. Per questo la lira fece di Apollo, la medicina di Esculapio, l'agricoltura di Saturno e di Cerere, la vite e il vino di Libero ossia Bacco, e l'arte fabbrile di Vulcano altrettanti dèi. Per questo l'Egitto adorava Iside, e Atene, quella dotta città, adorava Minerva, poiché si dice che la prima avesse scoperto l'uso del lino e la seconda l'uso dell'olio e l'arte della tessitura della lana. Lo stesso autore, al capitolo 22, riferisce che presso i Romani l'iniziatore di questa superstizione fu Sabino, il quale, per persuaderne il popolo, finse di avere incontri notturni con la dea Egeria. Si veda Sant'Agostino, libro IV della Città di Dio e seguenti.

In senso tropologico, gli dèi d'oro e d'argento sono per gli avari le loro ricchezze e monete d'oro: per cui l'avarizia è chiamata dall'Apostolo culto degli idoli. Poiché, come dice papa Innocenzo III nel suo libro Sulla miseria della condizione umana: «Come l'idolatra serve il simulacro, così l'avaro serve il suo tesoro. Infatti il primo accresce diligentemente il culto dell'idolatria, e il secondo accresce volentieri il suo mucchio di denaro. Il primo cura con diligenza il suo simulacro, e il secondo custodisce il suo tesoro con ogni premura. Il primo ripone la sua speranza nell'idolatria, e il secondo ripone la sua speranza nel denaro. Il primo teme di mutilare il suo simulacro, e il secondo teme di diminuire il suo tesoro.»


Versetto 24: Mi farete un altare di terra

24. MI FARETE UN ALTARE DI TERRA — vale a dire: Non farete un altare d'oro o d'argento, con cui le nazioni fabbricano i loro dèi e i loro altari; bensì di terra, o cruda, o piuttosto cotta e formata in mattoni, vale a dire: Mi farete un altare non elegante, non aureo, non prezioso, ma semplice e di mattoni. Così dice Gaetano, e lo suggerisce la parola ebraica: in ebraico infatti non c'è erets, bensì adama, che significa terra rossa e argillosa, dalla quale si fabbricano i mattoni.

Tali furono anche gli antichi altari dei Romani, dei quali Tertulliano dice nell'Apologetico: «Sebbene infatti la religione fosse stata istituita da Numa, il culto divino presso i Romani non consisteva ancora né in simulacri né in templi, e non vi erano Campidogli che gareggiassero col cielo, ma soltanto altari improvvisati di zolle erbose, e vasi ancora di coccio samio, e il dio stesso in nessun luogo.» Ma in seguito, quali templi ebbe Roma! Quali altari! Si ascolti Silio, nel quale Giove profetizza di quel Domiziano:

«Fonderà aureo il Campidoglio sulla rupe Tarpea, E congiungerà le sommità dei suoi templi al nostro cielo.»

Si può chiedere: perché Dio volle che gli fosse eretto un altare di terra o di pietra grezza, e non di marmo, oro o argento?

Risponde in primo luogo il rabbino Abraham che Dio proibì di levigare, lucidare o toccare in alcun modo con il ferro le pietre dell'altare, perché, egli dice, era illecito che le particelle raschiate con lo scalpello da pietre destinate a un uso così sacro cadessero a terra o su un letamaio. In secondo luogo, il rabbino Mosè Maimonide adduce questa ragione: affinché gli idolatri non si fabbricassero idoli dai frammenti delle pietre sacre per culti superstiziosi o arti magiche. In terzo luogo, il rabbino Simeon e il rabbino Mosè di Gerona, nonché Diodoro, e da lui Teodoreto, alla Questione 44, adducono questa ragione: L'altare, dicono, è ordinato alla salvezza e ad estendere e prolungare la vita dell'uomo; ma questa è troncata dal ferro: molti uomini infatti sono trucidati dal ferro; dunque non era conveniente impiegare il ferro, che arreca tanta rovina agli uomini; perciò anche nel tempio di Salomone non vi fu alcun uso del ferro né come materiale né come strumento, al punto che non furono impiegati neppure chiodi di ferro, bensì di bronzo, che altrimenti sarebbero stati più adatti se fatti di ferro. Per questo anche Cicerone, nel libro II delle Leggi, tiene lontano dai santuari il bronzo e il ferro, in quanto strumenti di guerra, non del tempio. In quarto luogo, alcuni autori latini adducono questa ragione: Dio comandò, dicono, che gli altari che nel frattempo si sarebbero costruiti mentre Egli stesso dimorava sotto le tende, ossia prima che il tempio fosse edificato da Salomone in un luogo scelto in perpetuo, fossero costruiti o di terra ammassata o soltanto di pietre grezze, affinché o si sgretolassero rapidamente, o le masse ammucchiate senza cura apparissero più come cumuli che come altari, per evitare che presso i posteri sorgesse confusione di religioni a causa dei diversi altari sui quali gli antenati avevano sacrificato: gli Israeliti temevano un simile male quando udirono che i Rubeniti avevano eretto un grande altare presso il Giordano, Giosuè 22. Questa spiegazione è vera, ma non completa né adeguata. Chi dubiterebbe infatti che nel tempio finissimo di Salomone, dove le altre pietre erano tagliate e finissimamente levigate, anche le pietre dell'altare fossero tagliate e finissimamente levigate? Tanto più che del pavimento stesso del tempio la Scrittura dice espressamente: «Salomone rivestì anche il pavimento del tempio di marmo preziosissimo, di grande bellezza,» 2 Cronache 3,6; e dell'atrio stesso si dice: «Costruì l'atrio interno di pietre levigate,» 1 Re 6,36; e al capitolo 7, versetto 42: «E l'atrio maggiore, all'intorno, di tre ordini di pietre tagliate.» Se l'atrio era di pietra tagliata e levigata, tanto più lo era l'altare. In quinto luogo, Andrea Masio in Giosuè 8, numero 43: Gli antichi, dice, sia Giudei sia Cristiani, costruivano altari semplicissimi, affinché in essi non ammirassimo nulla se non la vittima, ossia il corpo e il sangue di Cristo offerto dai Cristiani e prefigurato dai Giudei. Per cui, dice, detestavano che si ponesse un'immagine qualsiasi sull'altare. Ma questo è uno dei due passi che i censori di Masio notarono e giudicarono da correggere e censurare. È certo infatti che anticamente vi erano immagini nelle chiese e sugli altari dei Cristiani; lo insegna infatti Prudenzio nel suo inno su San Cassiano, dove scrive che nella chiesa di Cassiano vide la sua immagine sopra l'altare. Così il giovane Valentiniano, ammonito da papa Sisto (come riferisce Anastasio nella Vita di Sisto, Platina e altri), pose nella chiesa di San Pietro sopra il sepolcro, cioè sopra l'altare del beato Pietro, un'immagine aurea del Salvatore.

Cose simili affermano San Basilio, nell'orazione su Barlaam, verso la fine; Gregorio di Nissa, nell'orazione su Teodoro; Paolino nella Vita di Felice; Lattanzio nel Carme sul Crocifisso; Evodio, libro II dei Miracoli di Santo Stefano; Atanasio ad Antioco, Questione 6. Masio cita a suo favore Agostino e Optato, ma erroneamente, come è chiaro a chiunque esamini i passi stessi. Si veda Bellarmino, libro II sulle Immagini, capitolo 9; tuttavia Serario interpreta e scusa Masio in Giosuè 8, Questione 16.

Dico dunque: La vera ragione per cui Dio volle che gli fosse costruito un altare di terra, o di pietra grezza e non levigata, fu per allontanare il più possibile gli Ebrei, inclini agli idoli, dalle sculture e pitture degli idoli, e dal culto e dai riti delle nazioni. Le nazioni infatti erano solite costruire altari splendidi e magnifici di marmo o di metalli per i loro idoli (come fece il re idolatra Acaz, 4 Re 16,10 e 15), dopo aver rimosso e portato via l'altare di Salomone; e su di essi scolpivano o dipingevano immagini, simboli o caratteri dei loro idoli. Dio volle dunque con questa legge allontanare gli Ebrei da queste cose; questa legge infatti è un'appendice appartenente al primo precetto del Decalogo, sul non fabbricare idoli e immagini scolpite: perciò vi è immediatamente annessa, come risulta chiaro dai versetti 23 e 24. Affinché dunque gli Ebrei, gente ottusa, non pensassero che nelle sculture dell'altare abilmente lavorate, o nella materia preziosa stessa, ossia l'oro o l'argento, si celasse qualche potenza divina, Dio volle che l'altare fosse fatto grezzo, di terra o di pietra non tagliata: per questa ragione Baruc, capitolo 6, così insistentemente esalta e disprezza la materia, l'eleganza e gli ornamenti degli idoli e degli altari che gli Ebrei in cattività avrebbero visto in Babilonia, affinché, rapiti da essi, non deviassero a venerarli e adorarli. Così dicono San Tommaso, I-II, Questione 102, articolo 4, ad 7, l'Abulense, Gaetano, Lipomano e altri.

A questa ragione Serario ne aggiunge altre probabili nel capitolo 8 di Giosuè, Questione 16. Dio, dice, giustamente volle che l'altare fosse fatto di terra o di pietra grezza: In primo luogo, per significare che i sacrifici e le vittime dell'Antico Testamento erano rozzi e informi, essendo tipi e figure dell'unico sacrificio di Cristo Gesù, che, offerto una volta cruentemente sull'altare della croce, si suole rinnovare incruentamente ogni giorno. In secondo luogo, per mostrare quanto rozzo, grezzo e duro fosse l'altare del Signore Cristo stesso, ossia la croce stessa, come indica Procopio. In terzo luogo, per suggerire che nessuno degli antichi altari sarebbe stato permanente; ma come facilmente erano costruiti con terra e pietre grezze, così facilmente sarebbero stati distrutti. In quarto luogo, affinché improvvisamente e ovunque, ogni volta che Dio lo volesse, vi fosse l'occasione di erigergli un altare, poiché richiedeva il minimo lavoro e abilità. In quinto luogo, per mostrare che il Signore guardava alle vittime piuttosto che agli altari, e si dilettava più della loro purezza e santità che del costo e dell'arte degli altari.

In senso simbolico, il rabbino Levi ben Gerson ritiene che nel tempio e nell'altare, sia di Mosè sia di Salomone, gli scalpelli fossero proibiti per questo motivo: affinché da ciò gli uomini comprendessero che Dio è per sua propria natura perfetto e sommamente buono, e non riceve alcuna lima né alcunché di esterno per il proprio compimento e perfezione, così come l'altare di Dio era perfetto non per alcun lavoro, lima o arte, bensì per la propria materia: l'altare infatti rappresentava Dio stesso.

La ragione allegorica è addotta da San Gregorio, libro III dei Morali, capitolo 20, e da Ruperto. Per mezzo della terra, dicono, è designata l'incarnazione del Signore: qualunque cosa infatti offriamo a Dio, la confermiamo su un altare di terra, cioè nella fede dell'incarnazione del Signore. Lo stesso è significato da un altare di pietra nativa e non tagliata. E così «fare a Dio un altare di terra è attendere l'incarnazione del Mediatore. Sull'altare di terra, dunque, offriamo il nostro dono, se confermiamo le nostre azioni con la fede nell'incarnazione del Signore,» dice Ansberto, seguendo San Gregorio, libro V sull'Apocalisse, verso l'inizio.

In senso tropologico, dice Isidoro: Le pietre non tagliate sono i fedeli, saldi nella fede e nell'integra e santa unità dei loro costumi, non divisi né separati da alcuno scisma; dei quali l'Apostolo dice: «Voi siete pietre vive, edificate insieme in case spirituali.»

E OFFRIRETE SU DI ESSO OLOCAUSTI E SACRIFICI PACIFICI. — I «sacrifici pacifici» sono vittime offerte per la pace e l'incolumità della famiglia o dello Stato, dei quali si veda Levitico 3.

IN OGNI LUOGO DOVE SARÀ IL RICORDO DEL MIO NOME. — In ebraico: dove avrò fatto ricordare il mio nome: Dio stesso infatti scelse un luogo determinato per il suo tempio, altare e sacrificio, affinché, se fosse stato lecito a chiunque sacrificare ovunque a caso, scisma, nuova religione, idolatria o superstizione non si insinuassero facilmente tra gli Ebrei.

Il luogo dunque assegnato da Dio per l'altare e il sacrificio era quello dove in quel tempo si trovava l'arca o il tabernacolo; talvolta però anche altrove furono eretti altari per sacrificare da alcuni profeti o re per dispensa e ispirazione di Dio, o per qualche grave ragione. Così infatti Samuele sacrificò a Mizpa, 1 Re 7,9, e a Rama, nello stesso capitolo, versetto 17, e a Betlemme, 1 Re capitolo 16, versetto 5. Così anche Assalonne sacrificò a Ebron, 2 Re 15,7 e 12, benché l'arca non fosse allora né a Ebron, né a Mizpa, né a Rama, né a Betlemme, bensì a Kiriat-Iearim, 1 Re 7,1; mentre il tabernacolo si trovava dapprima a Silo, poi a Nob, 2 Re 21,4 e 7; ma quando Nob fu distrutta da Saul, il tabernacolo fu trasferito a Gabaon; da dove fu portato da Salomone al tempio da lui edificato, e là fu riposto insieme all'arca, come si dice in 2 Cronache 1,3, 5 e 13, e capitolo 6, versetto 11.

VERRÒ A TE E TI BENEDIRÒ. — Giustamente connettiamo ciò con quanto precede insieme al Caldeo, che interpreta queste parole così: In ogni luogo dove avrò fatto dimorare la mia gloria (cioè nel tabernacolo o tempio, nell'area e nell'altare), là invierò la mia benedizione, e ti benedirò, esaudendo cioè le tue preghiere, e rispondendo ai tuoi dubbi e alle tue domande, e insegnando ciò che si deve fare in questa o quella circostanza: Dio parla qui non a Mosè, ma al popolo.


Versetto 25: Non lo costruirai con pietre tagliate

25. CHE SE MI FARETE UN ALTARE DI PIETRA, NON LO COSTRUIRETE CON PIETRE TAGLIATE. — Questa è un'eccezione al versetto 24: là infatti Dio comandò di fare l'altare di terra, ma qui fa eccezione per la pietra non tagliata, e comanda che l'altare sia fatto o di terra o di pietra grezza e non levigata; tuttavia comanda che questa pietra, o terra, cioè l'altare stesso, sia rivestito di bronzo, Esodo capitolo 27,2: per cui anche l'altare che Salomone fece è chiamato bronzeo dalla Scrittura.

All'interno dunque l'antico altare era pieno o di terra, come sostiene l'Abulense in Esodo 29, Questione 6; Ugo e Riccardo, nel loro libro Sul Tabernacolo, capitolo 11; oppure (il che è più verosimile) di pietre non tagliate; poiché in 1 Maccabei 4,47, Giuda Maccabeo, riedificando l'altare distrutto da Antioco com'era in precedenza, si dice che vi abbia posto pietre intere secondo la legge; ma la legge qui comanda di prendere pietra non tagliata, o «non tosata» come hanno gli Ebrei, cioè non levigata, che il libro dei Maccabei chiama «intera.» Parimenti i santi che eressero altari altrove fuori dall'ordine regolare per ispirazione di Dio li fecero di pietra non levigata, come è chiaro dall'altare di Elia, 1 Re capitolo 18, versetti 31 e 32, e dall'altare di Manoach, Giudici capitolo 13, versetto 19: per cui lo stesso è da intendersi per gli altri. Così dice Ribera, libro II Sul Tempio, capitolo 20.

POICHÉ SE ALZERAI LO SCALPELLO SU DI ESSO (SU quell'altare), SARÀ CONTAMINATO. — Per «scalpello» intende una lima, o qualsiasi altro strumento atto a tagliare, squadrare o levigare la pietra: gli Ebrei infatti usano «scalpello» per qualsiasi strumento di ferro, dice Vatablo. «Sarà contaminato,» cioè sarà reso impuro a motivo del precetto e della ragione già esposta al versetto 24, e di conseguenza sarà inadatto alle vittime e ai sacrifici.


Versetto 26: Non salirai per gradini al mio altare

26. NON SALIRAI PER GRADINI AL MIO ALTARE, AFFINCHÉ NON SI SCOPRA LA TUA NUDITÀ — affinché cioè, nel salire, le tue parti intime, dice Vatablo, o persino le stesse tue sottovesti di lino (poiché i sacerdoti indossavano solo queste, e si estendevano soltanto fino alle ginocchia: il sacerdote sacrificante era dunque a piedi nudi, come risulta da Esodo 28,42), o sacerdote, potessero essere viste, così che per mezzo di ciò sia il popolo sia il sacerdote fossero richiamati alla castità e alla castissima riverenza che deve essere osservata nei riti sacri.

Pertanto, poiché i sacerdoti ordinari sotto la tunica di lino più esterna, descritta al capitolo 28, versetto 29, indossavano soltanto sottovesti di lino, facilmente nel salire i gradini si sarebbero potute vedere le loro sottovesti, o addirittura, se queste si aprivano o si scostavano, le parti intime stesse; per questa ragione Dio qui proibisce questi gradini.

Il contrario di ciò avveniva nei riti impuri di Priapo, ai quali i Giudei erano molto inclini, come risulta da 1 Re capitolo 15, versetti 12 e 13. Per cui San Tommaso, I-II, Questione 102, articolo 4, ad 6, e seguendo lui Nicola di Lyra, ritengono che qui siano proibiti i gradini nell'altare per escludere l'idolatria. Nei riti di Priapo, dicono, i Gentili denudavano le loro parti intime al popolo. Vilalpando sviluppa ampiamente questa ragione nel libro IV Sul Tempio, capitolo 79.

Anzi egli spiega queste stesse parole: «Non salirai per gradini al mio altare, affinché non si scopra la tua nudità,» così, come per dire: «Non salirai per gradini,» non alla maniera dei Gentili, «affinché non,» cioè con questo fine e in questo modo, dagli alti gradini dell'altare tu riveli ed esponga la tua nudità, ossia i tuoi genitali, come facevano gli impuri e abominevoli Itifalli nei riti di Priapo, come attesta Ateneo, libro XIV, capitolo 8. Ma in tal caso, invece di «affinché non si scopra,» si sarebbe dovuto dire «affinché tu non scopra.» Poiché queste due espressioni sembrano opposte: l'una è attiva, l'altra passiva. Inoltre, il pericolo di questa oscenità, nonché del culto di Priapo, era imminente per gli Ebrei in questo tempo di Mosè, e per questa ragione è proibito e prevenuto da questa norma. Gli Ebrei infatti stavano per attraversare con Mosè il territorio moabita, dove Baal-Peor, cioè Priapo, era adorato con zelo, ed essi stessi sarebbero stati sollecitati dai Moabiti al suo culto. Così infatti leggiamo in Numeri 25 che gli Ebrei, sedotti dalle ragazze di Moab alla fornicazione, furono iniziati al culto di Baal-Peor, cioè adorarono Priapo: per la qual cosa una piaga infierì contro di loro, che Finees fermò uccidendo il principe della tribù di Simeone, capo di questo delitto.

Si obietterà: 2 Cronache 4,1 dice di Salomone: «Fece anche un altare di bronzo di dieci cubiti d'altezza.» Ma per salire a questa altezza erano necessari dei gradini; dunque Salomone fece questi gradini, che tuttavia qui sono proibiti.

Rispondono l'Abulense e Ribera, libro II Sul Tempio, capitolo 20, alla fine, che nell'altare di Salomone non c'erano gradini di legno o di pietra, bensì una salita continua dal suolo, che si innalzava gradualmente in modo uniforme: e così non vi erano gradini distinti nella cui salita la nudità del sacerdote potesse essere esposta e vista dal popolo. Gaetano invece ritiene che qui non siano proibiti assolutamente tutti i gradini nell'altare, ma molti e alti, per mezzo dei quali si potesse vedere la nudità del sacerdote: pochi dunque sono qui permessi, specialmente se salivano gradualmente e moderatamente; e così Dio, proibendo i gradini nell'altare, proibì al contempo di fare l'altare troppo alto ed elevato; tuttavia l'altare doveva avere un'altezza moderata, affinché i sacrifici offerti su di esso potessero essere visti dal popolo.

Ma rispondo che questo precetto era temporaneo e durò soltanto durante il tempo del tabernacolo mosaico, ossia quando Dio dimorava con gli Ebrei sotto le tende, cioè prima che il tempio stabile fosse edificato da Salomone in un luogo scelto in perpetuo. Poiché infatti Mosè doveva viaggiare continuamente con gli Ebrei attraverso il deserto per quarant'anni fino a Canaan, e perciò doveva costruire per Dio non un tempio solido ma un tabernacolo mobile e quasi da accampamento, Dio volle parimenti che l'altare fosse mobile, e quindi piccolo, ossia alto tre cubiti, cosicché non fossero necessari gradini e una salita per raggiungerlo. Ma Salomone, edificando un tempio magnifico a Dio nella pace suprema dello Stato, così come lo costruì assai più grande e magnifico del tabernacolo di Mosè, parimenti costruì un altare più grande e magnifico, alto dieci cubiti, al quale pertanto era necessario salire per gradini. Che sia così risulta chiaro da Ezechiele 43,17, dove riguardo al tempio di Ezechiele, che fu modellato su quello di Salomone, si dice: «I suoi gradini erano rivolti verso oriente,» dove, sebbene il rabbino David e il rabbino Salomone rispondano che questi gradini fossero piani, ossia un pendio che saliva dolcemente e uniformemente a somiglianza di un ponte; e altri dicano che questi gradini fossero fuori dall'atrio e fossero i gradini stessi dell'atrio per mezzo dei quali vi si saliva: nondimeno altri generalmente ritengono che questi fossero veri e magnifici gradini, non dell'atrio, bensì del magnifico altare alto dieci cubiti; e ciò risulta chiaro dal testo. Li si può vedere eccellentemente raffigurati in un'illustrazione in Vilalpando, pagina 388. Come dunque il tempio di Salomone differiva dal tabernacolo e dall'altare mosaico nei suoi Cherubini, portici, atri, colonne, mare di bronzo, tavole, candelabri e molte altre cose: così anche nel suo altare e nei suoi gradini era diverso dall'altare mosaico, e di gran lunga superiore ad esso, sebbene Salomone avesse costruito il suo tempio, altare, ecc. sul modello di quelli di Mosè, conservando per quanto possibile la debita proporzione della struttura. Inoltre, è del tutto verosimile che Salomone abbia fatto questi gradini dell'altare così larghi, ravvicinati e ben adattati che non vi fosse alcun pericolo per il sacerdote di cadere su di essi, e se per qualche caso fosse caduto, le sue parti intime non sarebbero state scoperte, né avrebbero potuto essere viste dal popolo, poiché l'ampiezza dei gradini lo avrebbe coperto e avrebbe impedito la vista del popolo. Infine, alcuni conciliano questi passi dicendo che l'altare di Salomone, preso in senso stretto, era alto soltanto tre cubiti, come quello mosaico, e pertanto non aveva gradini per salirvi. Si dice tuttavia nei Paralipomeni che fosse alto otto cubiti, se cioè si misura l'altare insieme alle sue sottostrutture, sulle quali poggiava come su fondamenta, e al di sopra delle quali si elevava magnificamente. Pertanto era necessario salire a quelle sottostrutture per gradini, ma dalle sottostrutture all'altare stesso, preso in senso stretto, non erano necessari gradini. Ma anche se ciò è vero, questa risposta non evita la difficoltà della questione. Poiché sui gradini della sottostruttura si sarebbero potute vedere le parti intime del sacerdote, così come sui gradini dell'altare.

Cristo diede simili precetti temporanei alla Chiesa primitiva, cioè agli Apostoli, quando li inviò per la prima volta a evangelizzare per tutta la Giudea, ossia che andassero a due a due, che andassero ai Giudei, non ai Gentili né ai Samaritani, che non portassero un bastone, ecc., Matteo 10,5 e seguenti; precetti che dopo la morte di Cristo è certo che non osservarono, né avrebbero potuto osservare, quando furono inviati a evangelizzare tutte le nazioni per tutto il mondo.

Per cui si dice che l'altare tragga il suo nome dall'altezza, dice Festo, come se fosse un'alta piattaforma. Gli antichi infatti offrivano sacrifici agli dèi celesti in edifici sopraelevati da terra, mentre agli dèi terrestri offrivano sacrifici al suolo, e infine agli dèi infernali offrivano sacrifici nella terra scavata.

Allegoricamente, nella Santissima Trinità non si devono stabilire gradini di disuguaglianza, come fece Ario, insegnando che il Figlio è minore del Padre; e Macedonio, negando la divinità dello Spirito Santo: costoro dunque salirono all'altare per gradini, cioè a Dio, e perciò furono respinti e condannati da Dio.

In senso tropologico: «Sull'altare del tuo cuore non fare gradini, cioè non insuperbirti per i tuoi progressi, altrimenti sarà scoperta la tua vergogna, perché la disgrazia della carne accompagna la superbia della mente,» dice Ruperto. Dio infatti è solito punire la superbia con cadute della carne e della lussuria, affinché attraverso un peccato così vergognoso e ignominioso coloro che pensavano troppo altamente di sé stessi riconoscano sé stessi e la propria debolezza, e si umilino.