Cornelius a Lapide

Levitico IX


Indice


Sinossi del capitolo

Aronne celebra le sue primizie. Pertanto, in primo luogo, al versetto 8, offre un vitello per il suo peccato e un ariete in olocausto. In secondo luogo, al versetto 15, offre le vittime per il popolo, ossia un capro per il peccato, un vitello e un agnello in olocausto, un bue e un ariete come vittima pacifica. In terzo luogo, al versetto 23, benedice il popolo, e subito il fuoco discende dal cielo e divora tutte le sue vittime.


Testo della Vulgata: Levitico 9,1-24

1. Giunto l'ottavo giorno, Mosè chiamò Aronne e i suoi figli e gli anziani d'Israele, e disse ad Aronne: 2. Prendi dall'armento un vitello per il peccato e un ariete per l'olocausto, entrambi senza macchia, e offrili davanti al Signore, 3. e parlerai ai figli d'Israele: Prendete un capro per il peccato, e un vitello e un agnello, entrambi di un anno e senza macchia, per l'olocausto, 4. un bue e un ariete per le vittime pacifiche; e immolateli davanti al Signore, offrendo nel sacrificio di ciascuno fior di farina cosparsa d'olio: poiché oggi il Signore vi apparirà. 5. Portarono dunque ogni cosa che Mosè aveva comandato alla porta del tabernacolo; e quando tutta la moltitudine fu radunata, 6. Mosè disse: Questa è la parola che il Signore ha comandato: fatela, e la sua gloria vi apparirà. 7. E disse ad Aronne: Accòstati all'altare e immola per il tuo peccato; offri l'olocausto e prega per te e per il popolo, e quando avrai immolato la vittima del popolo, prega per esso, come ha comandato il Signore. 8. E subito Aronne, accostandosi all'altare, immolò il vitello per il suo peccato: 9. e i suoi figli gli presentarono il sangue, nel quale intingendo il dito, toccò i corni dell'altare e versò il resto alla sua base. 10. E il grasso, i rognoni e la reticella del fegato, che sono parti della vittima per il peccato, li bruciò sull'altare, come il Signore aveva comandato a Mosè: 11. le carni poi e la pelle le bruciò col fuoco fuori dell'accampamento. 12. Immolò anche la vittima dell'olocausto; e i suoi figli gli presentarono il sangue, che egli versò tutt'intorno sull'altare; 13. la vittima stessa, tagliata a pezzi, la offrirono col capo e con tutte le membra, e bruciò ogni cosa col fuoco sull'altare, 14. avendo prima lavato con acqua le interiora e i piedi. 15. E offrendo per il peccato del popolo, sgozzò il capro: e espiato l'altare, 16. offrì l'olocausto, 17. aggiungendo nel sacrificio le libagioni, che parimenti si offrono, e bruciandole sull'altare, oltre le cerimonie dell'olocausto mattutino. 18. Immolò anche il bue e l'ariete, vittime pacifiche del popolo; e i suoi figli gli presentarono il sangue, che egli versò tutt'intorno sull'altare; 19. il grasso poi del bue, la coda dell'ariete, i rognoni col loro grasso e la reticella del fegato, 20. li posero sopra i petti; e dopo che i grassi furono bruciati sull'altare, 21. Aronne separò i loro petti e le spalle destre, elevandoli davanti al Signore, come aveva comandato Mosè. 22. E stendendo le mani verso il popolo, lo benedisse. E così, compiuti i sacrifici per il peccato, gli olocausti e le vittime pacifiche, discese. 23. E Mosè e Aronne entrarono nel tabernacolo della testimonianza, e quindi uscendo, benedissero il popolo. E apparve la gloria del Signore a tutta la moltitudine: 24. ed ecco un fuoco uscito dal Signore divorò l'olocausto e il grasso che era sull'altare. Ciò vedendo, le turbe lodarono il Signore, prostrandosi con la faccia a terra.


Versetto 1: Giunto l'ottavo giorno

GIUNTO L'OTTAVO GIORNO — dalla consacrazione di Aronne e del tabernacolo, come risulta dal capitolo precedente, versetto 33; il quale ottavo giorno fu il primo giorno del primo mese del secondo anno dall'uscita dall'Egitto, che fu l'anno del mondo 2455, dal diluvio 748. In quest'anno e in questo giorno, dunque, Aronne celebrò le sue primizie, per così dire.

Allegoricamente, l'ottavo giorno è il tempo della legge evangelica, nel quale celebriamo l'ottava della risurrezione di Cristo, e verso la quale tendiamo, e nel quale apparve la gloria, cioè la magnifica e gloriosa grazia di Cristo nostro Salvatore, il quale offrì se stesso per il suo peccato, cioè per il peccato degli uomini assunto su di sé; offrì anche le vittime della sua Chiesa, cioè il capro, ossia la penitenza; l'agnello, ossia l'innocenza; il bue e l'ariete, ossia le fatiche e la pazienza del suo popolo cristiano. Così Radulfo da San Gregorio.

MOSÈ CHIAMÒ ARONNE E I SUOI FIGLI — affinché questi sacerdoti appena ordinati offrissero i loro primi sacrifici; per questo motivo furono convocati anche gli anziani del popolo, cioè per onorare le primizie del loro sommo sacerdote e per sacrificare a Dio le loro vittime per mezzo di lui.


Versetto 2: Prendi dall'armento un vitello per il peccato

PRENDI DALL'ARMENTO UN VITELLO PER IL PECCATO. — Sebbene poco prima Mosè abbia offerto una vittima per il tuo peccato, o Aronne, nondimeno voglio che anche tu, come pontefice appena consacrato, offra vittime di ogni genere, e di conseguenza anche una vittima per il peccato; sia affinché con questo simbolo io insegni che nessuno deve persuadersi con certezza che i suoi peccati gli siano stati rimessi, o rimessi in modo tale che non resti alcuna pena da scontare per essi; sia affinché tu cominci in ogni modo a esercitare il tuo carattere dell'ordine, per così dire, cioè il potere di offrire qualsiasi vittima.


Versetto 3: Parlerai ai figli d'Israele

PARLERAI AI FIGLI D'ISRAELE. — «Parlerai», cioè tu, o Aronne, pontefice appena ordinato. Poiché l'autorità pontificale ora spetta a te, di comandare al popolo riguardo alle sue vittime.

PRENDETE UN CAPRO PER IL PECCATO. — Sebbene per un peccato certo e determinato del popolo Dio abbia comandato di immolare un vitello nel capitolo 4, versetto 14, qui tuttavia, poiché il sacrificio viene offerto indeterminatamente per il peccato del popolo in generale, si comanda di immolare non un vitello ma un capro, e perciò il suo sangue non viene portato nel Luogo Santo per aspergere l'altare dell'incenso, come fu prescritto per il vitello nel capitolo 4, versetti 12 e 20.

«Di un anno.» — Così si deve leggere con l'ebraico, i Settanta e le edizioni romane, cosicché tanto il vitello quanto l'agnello sono prescritti di un anno.


Versetto 4: Immolateli davanti al Signore

IMMOLATELI (portateli a me, affinché io li immoli per voi) DAVANTI AL SIGNORE — davanti all'altare degli olocausti, ovvero davanti alla porta del tabernacolo.

Nel sacrificio — cioè l'oblazione di farina. In ebraico infatti si dice in mincha. Poiché a ogni vittima si aggiungeva una mincha, cioè un sacrificio di farina o di pane, come risulta da Numeri 15, perché senza pane o farina non si mangia.

OGGI IL SIGNORE APPARIRÀ — inviando il fuoco dal cielo, che consumerà i vostri sacrifici.


Versetto 5: Portarono dunque ogni cosa

PORTARONO DUNQUE OGNI COSA — dopo che Aronne, per ordine di Mosè, diede il comando, come indicato al versetto 3.


Versetto 10: Il grasso, i rognoni e la reticella del fegato

E IL GRASSO, I ROGNONI E LA RETICELLA DEL FEGATO, CHE SONO (parti della vittima, cioè del vitello) PER IL PECCATO, LI BRUCIÒ — cioè pose sull'altare ciò che doveva essere bruciato e consumato: poiché dal fuoco celeste queste e le vittime seguenti furono poi consumate, versetto 24.


Versetto 11: Le carni e la pelle le bruciò fuori dell'accampamento

LE CARNI PERÒ E LA PELLE LE BRUCIÒ COL FUOCO FUORI DELL'ACCAMPAMENTO — secondo la legge data nel capitolo 4, versetto 12.


Versetto 15: Espiato l'altare

Espiato l'altare — mediante questo sacrificio per il peccato, col cui sangue l'altare fu unto e asperso. Perciò in ebraico si legge: «e lo espiò con esso», cioè con il capro, ossia, come ha il caldeo, «col sangue del capro», così come avevano fatto prima col sangue del vitello al versetto 9.

Nota: L'espiazione e la consacrazione dell'altare è attribuita in modo speciale al sacrificio per il peccato, poiché per mezzo di esso l'altare veniva espiato, cioè i suoi corni venivano aspersi di sangue: e così veniva dedicato a espiare da quel momento i peccati, mediante i sacrifici da offrirsi su di esso.

Nota in secondo luogo: si deve intendere qui che in questo sacrificio furono compiute le cose consuete e prescritte nel capitolo 4, versetti 2, 3, 4, ossia che i grassi furono bruciati per Dio e il sangue restante fu versato alla base dell'altare.


Versetto 17: Aggiungendo nel sacrificio le libagioni

Aggiungendo nel sacrificio (mincha) le libagioni — di olio e di vino, di cui si parla in Numeri 15,4: che questa legge fosse già stata promulgata risulta da questo passo, sebbene sia riportata più tardi in Numeri 15.

OLTRE LE CERIMONIE DELL'OLOCAUSTO MATTUTINO — cioè senza che il sacrificio quotidiano, sia mattutino sia vespertino, fosse omesso o impedito.


Versetti 19-20: Il grasso, la coda, li posero sopra i petti

IL GRASSO, LA CODA, ecc., LI POSERO SOPRA I PETTI — non i propri, ma quelli degli animali già immolati, che Aronne poi separò, bruciando il grasso e la coda per Dio, ma elevando il petto e le spalle davanti al Signore, come si dice nel versetto seguente. Ciò risulta dall'ebraico. Il petto e la spalla destra infatti non venivano bruciati, ma, elevati e offerti al Signore, spettavano a chi sacrificava, come fu detto nel capitolo 7, versetti 31 e 32.


Versetto 22: E stendendo le mani verso il popolo, lo benedisse

E STENDENDO LE MANI VERSO IL POPOLO, LO BENEDISSE. — Aronne, cioè il pontefice appena ordinato. La formula della benedizione fu quella che si trova in Numeri 6,24, ossia: «Ti benedica il Signore e ti custodisca, il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia; il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.» Un esempio e un frutto di questa benedizione si trova in 2 Cronache 30,27, la cui verità figurale apparve nella benedizione di Cristo sia in altre occasioni sia nella sua ascensione al cielo.

Nota: Sembra che qui vi fosse una duplice benedizione; poiché Aronne pare aver benedetto il popolo due volte: la prima, quando ebbe disposto le vittime sull'altare; la seconda, dopo essere uscito dal tabernacolo: allora infatti, insieme con Mosè, benedisse il popolo, versetto 23.

E COSÌ, COMPIUTI I SACRIFICI (cioè l'uccisione, il taglio e la disposizione delle vittime sull'altare), DISCESE — Aronne che sacrificava; restava infatti la combustione delle vittime, che fu poi compiuta dal fuoco inviato dal cielo. Pertanto ciò che si dice ai versetti 10, 13, 17, 20, riguardo a ciò, deve intendersi per anticipazione, come risulta dal versetto 24. Qui dunque l'ordine e la sequenza degli eventi sembra essere stata la seguente: primo, Aronne sgozzò e immolò tutte queste vittime; secondo, disposti insieme gli olocausti e i grassi delle vittime pacifiche e del sacrificio per il peccato sull'altare degli olocausti, Mosè e Aronne entrarono nel tabernacolo per pregare Dio di inviare il fuoco dal cielo a consumare queste vittime (poiché sapeva che ciò sarebbe accaduto e lo aveva predetto, come risulta dal versetto 4), e al contempo per bruciare l'incenso sull'altare dell'incenso. Terzo, dopo le loro preghiere il fuoco divino venne dal cielo e consumò le vittime. Quarto, vedendo ciò, il popolo lodò Dio, e allora Mosè e Aronne lo benedissero e lo congedarono alle loro case. Quinto, il vitello offerto per il peccato di Aronne fu portato fuori dell'accampamento e là interamente bruciato con la sua pelle, come si dice al versetto 11.


Versetto 23: E apparve la gloria del Signore

«E quindi uscendo.» — Così si deve leggere con l'ebraico, il caldeo, i Settanta e le edizioni romane; erroneamente dunque in altre edizioni, anche in quelle plantiniane, si legge «entrando».

E APPARVE LA GLORIA DEL SIGNORE — ossia il fuoco che uscì, cioè fu prodotto e inviato dal Signore, il quale divorò l'olocausto e il grasso delle vittime pacifiche, come segue. Dio inviò questo fuoco sulle vittime di Aronne per confermare e, per così dire, sigillare con questo miracolo l'ordine sacerdotale dell'antica legge da Lui istituito, e le sue leggi riguardo ai sacrifici, e per accendere la riverenza del popolo verso i sacerdoti e i sacrifici. Così il fuoco disceso dal cielo comprovò il sacrificio e la religione di Elia che contendeva contro Baal e i suoi sacerdoti, 3 Re 18,24 e 38. Lo stesso fuoco comprovò i sacrifici di Salomone nella dedicazione del tempio, 2 Cronache 7,1. Si veda il commento a Esodo 3,2. Così i pagani favoleggiarono del loro fuoco divino: come si tramanda di Seleuco, il quale, mentre immolava una vittima a Giove a Pella, la legna posta sull'altare avrebbe preso fuoco spontaneamente. E Servio su quel passo dell'Eneide XII, «che sancisce i patti col suo fulmine»: Poiché, egli dice, presso gli antichi gli altari non venivano accesi, ma con le preghiere essi attiravano il fuoco divino, che incendiava le vittime; e da ciò Giove fu chiamato Elicius [colui che viene attirato]. Ma queste cose sono o favolose o compiute per arte e potenza del demonio.


Il fuoco inviato nell'ottavo giorno

Nota primo: Questo fuoco fu inviato da Dio sull'altare e sulle sue vittime nell'ottavo giorno dall'erezione del tabernacolo e dalla consacrazione dei sacerdoti; poiché durante i primi sette giorni della consacrazione dei sacerdoti, Mosè nei suoi sacrifici usò il fuoco ordinario; ma dopo l'ottavo giorno e la caduta di questo fuoco dal cielo, da allora in poi i sacerdoti lo usarono nei loro sacrifici: poiché Nadab e Abiu non usarono questo fuoco ma portarono sull'altare un fuoco estraneo e profano, furono perciò colpiti e consumati dal fuoco del Signore, come si dirà nel capitolo 10.


La conservazione del fuoco sacro

Nota secondo: Questo fuoco doveva essere alimentato e conservato continuamente dai sacerdoti con la massima cura, aggiungendo legna e altro combustibile, come risulta da Levitico 6,12; perciò da allora in poi fu sempre conservato da loro nel tabernacolo, e poi nel tempio, fino al tempo della cattività babilonese e dell'incendio del tempio; essendo questo imminente, i sacerdoti presero questo fuoco divino dall'altare e dal tempio e lo nascosero in un pozzo; il quale, quando lo cercarono al ritorno dalla cattività per ordine di Neemia, trovarono non fuoco ma un'acqua densa al posto del fuoco, la quale in seguito, mentre un sacerdote sacrificava, fu riconvertita nello stesso fuoco; e con questo fuoco i sacerdoti in seguito si servirono nel secondo tempio di Zorobabele, e in memoria di questo evento e miracolo istituirono la festa della donazione, o piuttosto della restituzione del fuoco: tutto ciò risulta da 2 Maccabei 1,49 e seguenti.

Gli Ebrei tramandano che in questo fuoco che consumava i sacrifici si vide il volto di un leone, per rappresentare Cristo, che è il leone della tribù di Giuda, e che col fuoco della sua immensa carità, fattosi vittima per noi sulla croce, consumò tutti i nostri peccati e ci riconciliò con Dio Padre. Aggiungono anche molte altre cose, ossia primo, che questo fuoco non poteva essere spento dall'acqua, anche se fiumi fossero caduti e lo avessero sommerso; secondo, che non aveva bisogno di nutrimento, eppure Dio volle che il sacerdote lo alimentasse; terzo, che veniva conservato avvolto in un panno di porpora. Ma queste sono favole giudaiche: perché infatti Dio comandò di alimentare questo fuoco con tanta cura, se non perché sarebbe stato spento non solo dall'acqua ma anche dalla mancanza di combustibile e di legna? Errano in secondo luogo gli Ebrei quando asseriscono che questo fuoco celeste fu sempre assente dal secondo tempio; il contrario infatti risulta da 2 Maccabei 1,49. Erra in terzo luogo l'Abulense quando suppone che questo fuoco sia venuto meno dopo l'ottavo giorno, perché in seguito nel deserto per trentotto anni gli Ebrei non sacrificarono; e che perciò, quando cominciarono di nuovo a sacrificare in Canaan, trassero il fuoco non dal cielo ma naturalmente dalla selce, e con esso bruciarono i loro sacrifici. Che questo fuoco infatti non sia mai venuto meno risulta sia dal passo dei Maccabei già citato, sia dal fatto che il Signore comandò di alimentarlo e conservarlo perpetuamente, capitolo 6, versetto 13. Così Ribera, Libro V Sul Tempio, capitolo 17, e altri comunemente. In modo simile, Dio comandò che i pani della proposizione fossero posti continuamente sulla tavola, anche nel deserto, come risulta da Numeri 7,7.


Il simbolismo mistico del fuoco

Misticamente, il fuoco è simbolo di castità e di purezza divina, che gli uomini, specialmente i sacerdoti, devono imitare. Perciò a Roma le vergini Vestali con uguale osservanza conservavano sia il fuoco sacro sia la loro castità; e chiamavano il fuoco stesso, che era ugualmente simbolo di vita e di castità, Vesta: così infatti di essa canta Ovidio nei Fasti:

Non intendere Vesta se non come pura fiamma;
Non vedi corpi nati dalla fiamma.
A buon diritto dunque è vergine, poiché non emette seme
Né ne accoglie; e ama le compagne della verginità.

Di questo fuoco sacro e dei suoi custodi canta anche Virgilio, nell'Eneide IV:

E aveva consacrato un fuoco sempre vigile,
Le sentinelle eterne degli dèi.

Finché i cristiani conserveranno e accresceranno questo fuoco, non temeranno quel fuoco di cui è scritto in Deuteronomio capitolo 32: «Un fuoco si è acceso nella mia ira, e arderà fino alle profondità più basse dell'inferno.»

Secondo, il fuoco rappresenta lo Spirito Santo, il quale nel giorno di Pentecoste discese sugli Apostoli e sulla Chiesa sotto l'aspetto di fuoco, e sempre rimane con essa, così come prima era disceso su Cristo, Giovanni 1,33. Così Isichio e Radulfo. In qual modo questo fuoco debba essere alimentato, ho trattato nel capitolo 6, versetto 11.


Il fuoco come simbolo di Dio, dello Spirito Santo e della carità

Inoltre, quanto opportunamente il fuoco sia simbolo di Dio, dello Spirito Santo e della carità, ascoltate. Primo, il fuoco è quasi onnipotente, poiché ammorbidisce il ferro e fonde tutti i metalli. Tale è Dio, e tale è la carità. Secondo, se il fuoco è ostile, è terribile e temibile, come risulta evidente negli incendi e nei fulmini; ma se è amico, è sommamente benefico: il fuoco infatti cuoce i cibi e ammorbidisce per l'uomo anche le cose più dure. Terzo, il fuoco nelle tenebre offre guida, luce e rifugio. Quarto, il fuoco brucia chi lo tocca e riscalda chi gli sta vicino: così con Dio bisogna trattare da lontano e con riverenza. Quinto, il fuoco non è mai ozioso o languido, ma vivace e attivo. Sesto, il fuoco si nasconde nelle vene segrete della selce: così Dio è intimo e nascosto nelle cose create. Settimo, il fuoco è chiaro e splendente, specialmente nelle tenebre. Ottavo, il fuoco è la cosa più separata e più pura di tutte, e in esso non vi è nulla che non sia fuoco; anzi, purifica l'oro, l'argento e gli altri metalli. Nono, il fuoco si comunica agli altri e resta intero in se stesso; anzi, per questo è tanto più accresciuto. Decimo, la congiunzione della somma sapienza, bontà e potenza di Dio è mirabilmente espressa nella luce, nel calore e nell'efficacia del fuoco. Undicesimo, il fuoco infrange e indurisce alcune cose, scioglie e dissolve altre: così Dio usa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole, Romani 9,18. Dodicesimo, il fuoco unisce e congiunge molte cose divise tra loro fondendole: così Dio unisce tutte le nazioni nella sua fede e nel suo spirito. Tredicesimo, il fuoco riscalda persino l'acqua, che gli è contraria: così Dio fa del bene anche ai suoi nemici. Quattordicesimo, il fuoco tende verso l'alto, come per dire: Io sono celeste; perciò ha maggiore efficacia verso l'alto che verso il basso. Quindicesimo, il fuoco fonde alcune cose e non ne riscalda altre, come il diamante e il carbonchio; converte alcune cose in fumo, altre in brace, altre in cenere, altre in calce viva: così varia è l'operazione di Dio e dello Spirito Santo. Sedicesimo, come dal fuoco procedono la luce e il calore, così dal Padre procedono sia il Figlio sia lo Spirito Santo, dice Damasceno, Libro I Sulla Fede, capitolo 9. Infine, questo fuoco dell'altare consacrava e santificava, per così dire, tanto le vittime quanto coloro che le offrivano. Giustamente dunque Eraclito disse che Dio è un fuoco intelligibile.


La dignità dei sacrifici

Infine, notino qui i sacerdoti quanto grande sia la dignità dei sacrifici, poiché attraverso di essi la gloria del Signore si rivela e si manifesta, e di conseguenza con quale mente riverente, sublime e celeste debbano offrirli. Si ascolti San Giovanni Crisostomo, Libro VI Sul Sacerdozio: «Durante quel tempo (del sacrificio) gli angeli assistono il sacerdote, e l'intero ordine delle potenze celesti leva grida, e il luogo vicino all'altare è pieno di cori di angeli in onore di Colui che viene immolato. Poiché un certo vecchio ammirabile vide in quel tempo una moltitudine di angeli vestiti di abiti splendenti, che circondavano l'altare stesso e chinavano il capo, come se si vedessero soldati in piedi alla presenza del re.»

Così Sant'Eutimio Abate, verso l'anno di Cristo 503, mentre sacrificava vide spesso angeli che ministravano a Dio con lui e maneggiavano le sacre specie. Altre volte vide fuoco e una luce immensa discendere dall'alto, che lo avvolgeva insieme al suo ministro fino alla fine del sacrificio: testimone ne è Cirillo nella sua Vita. Così lo Spirito Santo sotto l'aspetto di fuoco circondò Sant'Anastasio mentre sacrificava, come si legge nella Vita di San Basilio.

Così San Basilio non celebrava il sacrificio se non gli fosse mostrata una visione divina; e quando una volta gli fu negata a causa dello sguardo impuro di un diacono, lo allontanò dall'altare, e subito, tornata la visione, completò il sacrificio. Altre volte fu visto, mentre sacrificava, circondato da una luce splendidissima e da angeli in bianco: testimone ne è Anfilochio nella sua Vita.

Così San Gudwal, essendo arcivescovo cinquecento anni fa, assiduamente, dopo aver premesso digiuni, veglie e preghiere, mentre celebrava vedeva i cieli aprirsi, gli angeli discendere e le lodi cantate a Dio con grande riverenza; egli stesso stava come una splendida colonna di luce, trattando il Santo dei Santi e immolando l'Agnello di Dio.

Così sul capo di San Martino, mentre sacrificava, apparve un globo di fuoco, come attesta Severo.

Così San Plegilo presbitero, mentre sacrificava, vide Cristo sotto le sembianze di un fanciullo nell'ostia consacrata, che si offriva a lui per abbracci e baci: testimone ne è Pascasio di Corbie, nel libro Sul Corpo e il Sangue del Signore, capitolo 14.

Mirabili sono anche le cose che riferisce San Gregorio, nell'Omelia 37 sui Vangeli, riguardo a San Cassio, Vescovo di Narni, che celebrava la Messa assiduamente.

Giovanni Mosco, nel Prato Spirituale, capitolo 199, commemora un vecchio che, mentre sacrificava, vedeva angeli assisterlo alla sua destra e alla sua sinistra. Lo stesso autore, nel capitolo 4, riferisce che l'abate Leonzio vide un angelo stare al corno destro dell'altare e dirgli: «Da quando questo altare è stato santificato, mi è stato comandato di stargli accanto perpetuamente.» La medesima cosa vide e udì l'abate Barnaba, nella stessa opera, capitolo 10.

Palladio, nella Storia Lausiaca, capitolo 72, scrive che Ammone vide un angelo segnare coloro che accostavano degnamente alla Santa Comunione, e che coloro che erano stati cancellati da lui morivano entro tre giorni.