Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Si prescrive che gli immondi e gli stranieri si astengano dal mangiare le vittime sacrificali. In secondo luogo, al versetto 18, si descrivono i difetti di cui la vittima sacrificale deve essere priva.
Testo della Vulgata: Levitico 22,1-33
1. Il Signore parlò ancora a Mosè, dicendo: 2. Parla ad Aronne e ai suoi figli, affinché si guardino dalle cose consacrate dai figli d'Israele, e non profanino il nome delle cose santificate a me, che essi offrono; io sono il Signore. 3. Di' a loro e alla loro posterità: Ogni uomo che, della vostra stirpe, si accosterà alle cose che sono consacrate, e che i figli d'Israele hanno offerto al Signore, in cui vi sia impurità, perirà davanti al Signore; io sono il Signore. 4. L'uomo della discendenza di Aronne che sia lebbroso, o che soffra di un flusso di seme, non mangerà delle cose santificate a me, finché non sia risanato. Chi tocca qualcosa di immondo a causa di un morto, e colui dal quale esce il seme come di coito, 5. e chi tocca un rettile, o qualunque cosa immonda il cui contatto è contaminante, 6. sarà immondo fino a sera, e non mangerà delle cose santificate; ma quando avrà lavato la sua carne con acqua, 7. e il sole sarà tramontato, allora, essendo purificato, mangerà delle cose santificate, perché è il suo cibo. 8. Non mangeranno ciò che è morto da sé né ciò che è stato sbranato da una bestia, e non si contamineranno con esso; io sono il Signore. 9. Osservino i miei precetti, affinché non soggiacciano al peccato e muoiano nel Santuario, avendolo profanato; io sono il Signore che li santifico. 10. Nessuno straniero mangerà delle cose santificate; l'inquilino del sacerdote e il mercenario non ne mangeranno. 11. Ma colui che il sacerdote avrà comprato, e chi è servo nato in casa, questi ne mangeranno. 12. Se la figlia di un sacerdote si sarà maritata con uno qualunque del popolo, non mangerà delle cose santificate né delle primizie; 13. se poi è vedova o ripudiata, e senza figli è tornata alla casa del padre, sarà nutrita col cibo di suo padre, come era solita da fanciulla: nessuno straniero ha diritto di mangiarne. 14. Chi mangia delle cose santificate per ignoranza, aggiungerà una quinta parte a ciò che ha mangiato, e la darà al sacerdote nel Santuario. 15. E non profaneranno le cose santificate dei figli d'Israele, che offrono al Signore; 16. affinché non portino l'iniquità della loro trasgressione, avendo mangiato le cose santificate; io sono il Signore che li santifico. 17. Il Signore parlò a Mosè, dicendo: 18. Parla ad Aronne e ai suoi figli, e a tutti i figli d'Israele, e di' loro: Qualunque uomo della casa d'Israele, e degli stranieri che abitano presso di voi, che offre la sua oblazione, sia sciogliendo i suoi voti, sia offrendo spontaneamente, qualunque cosa offra in olocausto al Signore, 19. affinché sia offerta da voi, sarà un maschio senza macchia, tra i buoi, le pecore e le capre; 20. se ha una macchia, non lo offrirete, e non sarà accettabile. 21. L'uomo che offre un sacrificio di offerte pacifiche al Signore, sia sciogliendo i suoi voti, sia offrendo spontaneamente, tanto di buoi quanto di pecore, lo offrirà senza macchia, perché sia accettabile: non vi sarà alcun difetto in esso. 22. Se è cieco, se è rotto, se ha una cicatrice, se ha pustole, o scabbia, o impetigine, non li offrirete al Signore, e non ne brucerete alcuno sull'altare del Signore. 23. Un bue e una pecora con l'orecchio e la coda tagliati, potrete offrirli volontariamente; ma un voto non può essere adempiuto con essi. 24. Qualunque animale che abbia i testicoli schiacciati, o contusi, o tagliati e asportati, non lo offrirete al Signore, e nella vostra terra non farete assolutamente questo. 25. Dalla mano di uno straniero non offrirete pane al vostro Dio, né qualunque altra cosa egli voglia dare; perché sono tutti corrotti e macchiati: non li accetterete. 26. Il Signore parlò a Mosè, dicendo: 27. Un bue, una pecora e una capra, quando saranno nati, staranno sette giorni sotto la mammella della loro madre; dall'ottavo giorno in poi, potranno essere offerti al Signore. 28. Sia esso un bue o una pecora, non saranno immolati nello stesso giorno con i loro piccoli. 29. Se immolete una vittima di rendimento di grazie al Signore, affinché possa essere gradita, 30. la mangerete nello stesso giorno; nulla ne rimarrà fino al mattino del giorno seguente; io sono il Signore. 31. Osservate i miei comandamenti e metteteli in pratica; io sono il Signore. 32. Non profanate il mio santo nome, affinché io sia santificato in mezzo ai figli d'Israele; io sono il Signore che vi santifico, 33. e che vi ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, per essere il vostro Dio; io sono il Signore.
Versetto 2: Parla ad Aronne e ai suoi figli
PARLA AD ARONNE E AI SUOI FIGLI, AFFINCHÉ SI GUARDINO (affinché si astengano; in ebraico, affinché si separino, ossia quando sono immondi) DALLE COSE CONSACRATE — che sono state offerte a Dio in qualunque modo. Diversamente era per le cose che venivano offerte senza cerimonia, non a Dio come sacrificio, ma ai Leviti e ai sacerdoti per il loro sostentamento, come le decime e le primizie: queste infatti non erano state offerte a Dio con rito solenne, né parte alcuna di esse era stata sacrificata a Dio; onde anche i Leviti immondi potevano cibarsene, e potevano anzi venderle ai laici e scambiarle con altri beni.
E NON PROFANINO IL NOME DELLE COSE SANTIFICATE A ME — cioè non profanino le mie cose sacre, non gettino la macchia dell'impurità sulle cose santificate e offerte a me. Il nostro traduttore lesse nell'ebraico kadascai, cioè «delle mie cose santificate»; ma altri, con diversa puntatura vocalica, leggono kodsci, cioè «della mia santità», vale a dire: il mio santo nome.
Ma il nostro traduttore lesse meglio kadascai, perché segue: che essi offrono a me; queste infatti sono le cose santificate a Dio.
Versetto 3: Di' a loro e alla loro posterità
DI' A LORO E ALLA LORO POSTERITÀ — comanda che questa legge sia osservata tra i loro discendenti, soprattutto perché soltanto essi la adempiranno e la metteranno effettivamente in pratica; gli attuali infatti soltanto la ascoltano e la ricevono, ma non la adempiranno di fatto. La ragione è che queste leggi cerimoniali non furono osservate nel deserto, sia perché in esso non vi era un tabernacolo né una dimora stabile, sia perché in esso non avevano commerci con i Gentili per acquistare incenso, vino, miele, animali e altre cose che Dio comandò di offrirgli e sacrificargli; onde vissero laggiù di sola manna per quarant'anni. Si veda quanto detto nel capitolo precedente, versetto 12.
OGNI UOMO CHE SI ACCOSTERÀ (per mangiare) ALLE COSE CONSACRATE, IN CUI VI SIA IMPURITÀ (la quale viene spiegata al versetto 4, ossia se è lebbroso, contaminato dal seme, se ha toccato un morto o un rettile, se ha mangiato un animale morto da sé), PERIRÀ DAVANTI AL SIGNORE. — In ebraico: quell'anima sarà recisa dalla mia faccia, cioè da me, come traducono i Settanta.
Si noti: Dio qui decreta così gravemente e severamente che gli immondi non si accostino alle cose sacre e alle carni dei sacrifici per mangiarle, in parte per la riverenza dovuta alle cose sacre e al suo culto, in parte allegoricamente per prefigurare con quanto rigore avrebbe richiesto la purezza dell'anima in coloro che ricevono la comunione del Corpo e del Sangue del Signore, il quale è l'unico sacrificio della nuova legge, prefigurato da tutti questi antichi. Così l'Abulense, a proposito del quale si veda San Basilio, Sermone 2 Sul Battesimo, capitoli II e III.
Meritatamente, dunque, la vendetta di Dio si è scatenata contro i sacerdoti e i chierici impuri. Si ascoltino gli esempi.
Gregorio di Tours, Libro V della Storia dei Franchi, capitolo V: Quando per la morte di Silvestro, dice, la sede della Chiesa di Langres era vacante, i Langrensi, chiedendo un vescovo, ricevono Pàppolo, che era stato un tempo Arcidiacono di Autun: il quale, come dicono, fece molte cose inique, che da noi sono tralasciate affinché non sembriamo detrattori dei fratelli; tuttavia quale fine abbia avuto non ometterò. Nell'ottavo anno del suo episcopato, mentre percorreva le diocesi e le proprietà della Chiesa, una certa notte il Beato Tetrico gli apparve in sogno con volto minaccioso, dicendogli così: «Che fai tu qui, Pàppolo? Perché contamini la mia sede? Perché invadi la Chiesa? Perché disperdi le pecore a me affidate? Cedi il posto, abbandona la sede, allontanati da questa regione.» E così dicendo, gli assestò un colpo vigoroso al petto con la verga che teneva in mano. Al che egli si svegliò, e mentre si domandava cosa ciò significasse, fu irrigidito in quel luogo e tormentato con grandissimo dolore. Il cibo e la bevanda gli ripugnavano, e attendeva la morte che sentiva ormai vicina. Che altro? Il terzo giorno, mentre vomitava sangue, spirò. Fu trasportato di là e sepolto a Langres.
Si ascolti Pietro Damiani, Vescovo di Ostia, nella sua lettera a Papa Ildebrando, tomo III della Biblioteca dei Santi Padri: «Questo ora torna alla memoria, che un Vescovo stanziato nella città di Benevento osservava questa pratica al tempo dell'offertorio: non lo portava mai a termine finché non avesse visto una visione. Ed era solito pronunziare prima alcune parole, e immediatamente gli veniva rivelato. Quando dunque una volta ebbe pronunziato la preghiera tre volte, nessuna visione gli si presentò. Mentre egli si rattristava e pregava che gli fosse fatta conoscere la causa, per primo notò il diacono che reggeva il flabello ministeriale dal lato sinistro. E osservandolo, Epifanio si avvide che sulla sua fronte appariva la lebbra. Ma non era manifesto a nessuno che il diacono soffrisse di quel male; Epifanio pertanto stese la mano e sollevò lo strumento ministeriale, dicendogli benignamente: Va', figlio mio, a casa tua, e non partecipare ora ai divini misteri. Ed egli uscì immediatamente e andò a casa sua, e Epifanio affidò l'ufficio a un altro diacono. Quindi chiese al primo la causa; e quando questi disse che quella notte aveva dormito con sua moglie, convocato tutto l'ordine sacro, Epifanio disse loro benignamente: Chiunque tra voi, o figli, sia stato ritenuto degno del clero, togliete i vostri sandali, affinché non entriate con essi, e affinché onoriate l'uomo santo, che predica nella Chiesa e dice: "E coloro che hanno moglie siano come se non l'avessero."» Da quel momento, dunque, Epifanio non ordinò più coloro che avevano moglie, ma uomini santi che praticavano la vita monastica, e vedovi provati; allora veramente si poteva vedere la Chiesa come una bella sposa adorna del sacerdozio.
Si ascolti lo stesso autore nella sua lettera al Vescovo di Torino, e da lui Baronio, tomo XI, all'anno di Cristo 1057: «Quando Papa Stefano, che emulava lo zelo di Finees, ebbe ordinato a tutti i chierici di Roma che erano rimasti incontinenti dopo la proibizione di Papa Leone di uscire dall'assemblea dei chierici e dal coro della Chiesa, affinché, pur avendo abbandonato le loro donne, si correggessero attraverso i lamenti della penitenza, tuttavia poiché erano stati disobbedienti all'uomo santo, uscissero dal santuario per un tempo, e non sperassero più il permesso di celebrare la Messa. Presso la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere abitava un sacerdote, che non voleva in alcun modo acconsentire a lasciare la sua donna, né mai riusciva a giudicare queste disposizioni se non come del tutto vane e frivole. Un certo giorno, dunque, mentre era sano, vigoroso e robusto, nelle ore vespertine si adagiò nel letto per riposare, ma fu colpito dall'improvviso castigo della vendetta divina. Al mattino il suo corpo fu trovato senza vita. Immediatamente i religiosi della suddetta Basilica mi inviarono due chierici, chiedendo cosa dovessero fare per un tale morto. Noi, se ricordiamo bene, demmo il consiglio di seppellirlo sì presso la chiesa, poiché era stato sacerdote, ma di non rendergli alcun ufficio di inni o di salmodia, affinché il terrore crescesse tra gli impudichi, e la gloria della castità germogliasse e fiorisse più vigorosamente, e certamente sembrasse degno che, morto (secondo il Profeta), possedesse la sepoltura di un asino, colui che in vita sdegnò di essere vincolato dalla legge umana.»
Sant'Epifanio (come riferisce Surio da Metafraste nella sua Vita, capitolo XVIII, il 12 maggio) «a Costanza mi accadde di udire questo. Il principe di quella città onorava un sacerdote di santa vita, incessantemente assiduo negli uffici divini e specialmente nella solennità delle Messe; e poiché celebrava quotidianamente i sacri misteri con riverenza, un angelo del Signore veniva di consueto, e alla vista del principe prendeva il sacramento del Corpo del Signore dalle mani dell'offerente. Ma, oh, la lubrica e incerta condizione di questa vita colpevole! Poiché colui che godeva dei servigi degli angeli precipitò improvvisamente nell'abisso della turpe lussuria. Che altro? Giunse il tempo di compiere il sacro mistero: esteriormente la consuetudine costringeva il sacerdote, ma interiormente era tormentato dal grave rimorso della coscienza; si rivestì, si accostò, tremava, palpitava, eppure osò offrire. Ed ecco, l'angelo venne come era solito, e alla vista del principe premette una spugna imbevuta d'acqua sul suo capo, e riversò su tutte le sue membra tutta la sozzura e la contaminazione che prima aveva contratto dal suo corpo. Vedendo ciò, il principe fu stupito e attonito, e incontrato il sacerdote appartato da tutti,» conferì segretamente con lui. Il sacerdote, interrogato se avesse di recente commesso qualche crimine, dapprima, inorridendo, negò il fatto; poi, avendo cattiva coscienza e costretto dall'autorità del principe, infine confessò di essere caduto la notte precedente con una certa cameriera di quello stesso principe.
Si ascolti Guglielmo di Malmesbury, Delle gesta degli Inglesi, Libro II: «L'imperatore Enrico aveva nella sua corte un chierico, che deturpava la sua perizia nelle lettere e l'eleganza della voce con un vizio corporale, poiché ardeva veementemente per una prostituta della città; essendosi rotolato con lei in una notte solenne, al mattino stava ritto con faccia sfrontata alla Messa dell'Imperatore. Dissimulando la sua conoscenza, il Cesare gli ordinò di prepararsi per il Vangelo, poiché era deliziato dalla sua melodia; era infatti diacono. Quegli, per la coscienza del suo peccato, tentò molti pretesti per sottrarsi; l'Imperatore, al contrario, insistette per mezzo di messaggeri, per mettere alla prova la sua costanza; quando infine rifiutò recisamente: "Io," disse il Cesare, "poiché non vuoi obbedirmi in un servizio così facile, ti decreto l'esilio da tutte le mie terre." Il chierico, accettando la sentenza, si allontanò immediatamente; furono mandati degli attendenti a inseguirlo, affinché, se ritenesse di dover perseverare, lo richiamassero una volta che avesse già lasciato la città. Così, dopo aver con esitazione raccolto tutti i suoi averi e disposti in fagotti, si era già messo in cammino ma fu ricondotto con forza e posto alla presenza di Enrico. Il quale, sorridendo lietamente, disse: "Hai fatto bene, e mi congratulo per la tua probità, poiché stimasti il timore di Dio più della patria, e il riguardo per l'ira celeste più delle mie minacce: pertanto ricevi il primo vescovado che si renderà vacante nel mio impero; soltanto, rinuncia al tuo amore sconveniente."»
Infine, è ben nota l'infelice e terribile tragedia di Udone, Vescovo di Marburgo, che Sant'Antonino, Nauclero e Fulgosio riferiscono diffusamente: «Quando il Vescovo Udone,» dicono, «neppure ammonito da segni e voci divine, si tratteneva dall'impudicizia, uomini religiosi pregarono Dio di correggere o di togliere il Vescovo. Tra costoro, mentre di notte nella chiesa di San Maurizio il canonico Federico si dedicava a tali preghiere, percepì che tutte le luci del tempio si spegnevano per un soffio di vento violento; e non molto dopo, vennero due giovani portando due candelabri con ceri accesi, e Cristo seguiva con sua Madre e gli Apostoli. Essendo stati convocati da loro i santi uomini i cui corpi riposavano nel tempio, fu visto venire tra loro Maurizio, il quale in un lungo e grave discorso accusò il Vescovo Udone; il quale non molto dopo Cristo ordinò che fosse portato nudo da due uomini, e lo condannò. Ed egli, colpito duramente nel mezzo dei lombi dal pugno di uno di quelli che lo portavano, vomitò l'ostia consacrata che aveva ricevuto in comunione il giorno precedente, in un calice che era stato posto sull'altare; e quando Udone fu colpito con un'ascia, la visione di tutte quelle cose svanì. Perciò Federico, grandemente atterrito, si accostò all'altare e vi trovò il calice con l'ostia consacrata; e al tempo stesso vedendo il Vescovo giacere morto a terra, destò altri uomini religiosi, i quali portarono di là il corpo del Vescovo e lo seppellirono in un campo.»
Versetto 4: Chi tocca qualcosa di immondo a causa di un morto
CHI TOCCA QUALCOSA DI IMMONDO A CAUSA DI UN MORTO — vale a dire, sarà immondo chi tocca qualcuno che è immondo a causa di un morto, o chi ha toccato, curato, seppellito un morto, cioè un cadavere, o è stato presente al suo funerale. Costui infatti era immondo, e chiunque avesse toccato un tale immondo diveniva parimenti immondo, cosicché non gli era lecito cibarsi delle carni immolate a Dio. I Settanta traducono: «Chi tocca l'impurità di un'anima,» cioè di un cadavere, ossia, chi tocca un cadavere; onde alcuni ritengono che qui soltanto coloro che toccano un cadavere siano esclusi dal mangiare le carni sacre, ma non coloro che avessero toccato chi li aveva toccati: costoro infatti non avrebbero trasmesso la loro impurità ad altri. Ma il primo senso è richiesto dalla nostra versione, e l'ebraico e il caldeo inclinano allo stesso, come ammette Vatablo; anche quanto segue favorisce questa interpretazione:
Versetto 5: Chi tocca un rettile
CHI TOCCA UN RETTILE E QUALUNQUE COSA IMMONDA (in ebraico, chi tocca un rettile, e una persona che può contaminare, come un lebbroso, una donna mestruata, uno che ha un'emissione seminale), IL CUI CONTATTO È CONTAMINANTE — perché contamina e rende immondo colui che lo tocca, cosicché non gli è lecito cibarsi delle carni sacre.
Versetto 7: Perché è il suo cibo
PERCHÉ È IL SUO CIBO — cioè perché spetta a lui cibarsi dei cibi offerti a Dio.
Versetto 8: Non mangeranno ciò che è morto da sé o sbranato da una bestia
NON MANGERANNO CIÒ CHE È MORTO DA SÉ NÉ CIÒ CHE È STATO SBRANATO DA UNA BESTIA. — Morticinum, dice San Girolamo, è un corpo nel quale muore il sangue, cioè l'anima, ossia un corpo che muore senza effusione di sangue; il sangue infatti è chiamato anima perché è il veicolo e il sostentamento dell'anima: per questa ragione, dunque, gli animali morti da sé sono ritenuti immondi da questa legge, come pure quelli dilaniati da una bestia.
Versetto 9: Osservino i miei precetti
OSSERVINO I MIEI PRECETTI, AFFINCHÉ NON SOGGIACCIANO AL PECCATO E MUOIANO NEL SANTUARIO (cioè siano messi a morte da me nel santuario, come furono uccisi Nadab e Abiu), AVENDOLO PROFANATO. — Infatti, per il fatto stesso che mangiano, in contrasto con queste leggi, le carni offerte a Dio nel santuario mentre sono immondi, contaminano e profanano sia le carni stesse sia, conseguentemente, lo stesso santuario in cui quelle offerte furono compiute.
IO SONO IL SIGNORE CHE LI SANTIFICO — che vuole e comanda che siano santi.
Versetto 10: Nessuno straniero mangerà delle cose santificate
NESSUNO STRANIERO MANGERÀ DELLE COSE SANTIFICATE. — Per «straniero», l'ebraico ha «estraneo», cioè chi non è della stirpe sacerdotale; poiché soltanto a coloro che erano della discendenza di Aronne, ossia ai loro figli e figlie, e ai loro servi e schiavi nati in casa, era lecito mangiare le carni offerte a Dio — quelle porzioni cioè che spettavano di diritto ai sacerdoti: dalla vittima pacifica infatti, che per la maggior parte spettava a chi l'offriva, qualunque laico poteva mangiare con lui.
Si noti: «Straniero» si intende in tre sensi. Primo, straniero è chi non è della stirpe dei Giudei. Secondo, chi non è della tribù di Levi, Numeri XVIII, 4. Terzo, chi non è della discendenza di Aronne. Qui si intende in quest'ultimo senso.
L'INQUILINO DEL SACERDOTE E IL MERCENARIO NON NE MANGERANNO. — «Inquilino», in ebraico toscab, è il nome di chi dimora presso il sacerdote ma non è della sua stirpe; dimora, dico, come ospite, lavoratore a giornata o straniero: costui dunque non poteva mangiare delle cose santificate, perché non apparteneva alla stirpe o alla famiglia del sacerdote, come invece vi appartenevano il servo e il servo nato in casa, cioè uno schiavo nato in quella dimora, i quali, essendo interamente del loro padrone e signore, possono cibarsi delle cose santificate, come il padrone stesso con i suoi figli.
Versetto 12: Se la figlia di un sacerdote si sarà maritata
SE LA FIGLIA DI UN SACERDOTE SI SARÀ MARITATA CON UNO QUALUNQUE DEL POPOLO, NON MANGERÀ DELLE COSE SANTIFICATE NÉ DELLE PRIMIZIE — perché attraverso il matrimonio è già passata a un'altra famiglia del popolo comune; la moglie del sacerdote, invece, poteva cibarsene, perché è considerata una sola carne e una sola persona con il suo marito sacerdote.
Si noti, le primizie qui sono dette le cose prime e scelte che vengono offerte e santificate a Dio, come risulta dall'ebraico; questa parola è intesa nello stesso senso anche in Esodo XXV, 1.
Versetto 13: Se poi è vedova o ripudiata
SE POI È VEDOVA O RIPUDIATA, E SENZA FIGLI È TORNATA ALLA CASA DEL PADRE, SARÀ NUTRITA COL CIBO DI SUO PADRE, COME ERA SOLITA DA FANCIULLA. — Una tale ripudiata, infatti, anche se ha figli, essi nondimeno seguono il padre: poiché le madri nell'antica legge non ereditavano i beni e le proprietà dei genitori: onde neppure i figli avevano beni materni, in quanto non ve n'erano; ma solo paterni: al solo padre infatti succedevano; onde anche al padre incombeva il loro sostentamento: e così quando la madre ripudiata torna alla casa del padre, torna senza figli, e deve essere mantenuta dal padre, come era stata mantenuta quando era fanciulla prima delle nozze.
Tropologicamente, San Cirillo, Libro XII Sull'Adorazione, pag. 245: Se un'anima, dice, è stata ripudiata come colpevole e privata del marito, cioè dello sposo spirituale, e non ha frutto alcuno dalla virtù, torni subito al suo stato precedente e ritorni prontamente alla casa del padre attraverso la penitenza, e ricerchi nuovamente quella primitiva parentela con Dio, e allora finalmente mangerà del suo pane.
Versetto 14: Chi mangia delle cose santificate per ignoranza
CHI MANGIA DELLE COSE SANTIFICATE PER IGNORANZA, AGGIUNGERÀ UNA QUINTA PARTE, per l'ingiuria arrecata al tabernacolo o al sacerdote: era anche tenuto a dare un ariete a Dio come sacrificio, come fu detto al capitolo V, versetto 15; A CIÒ CHE HA MANGIATO, E LA DARÀ AL SACERDOTE NEL SANTUARIO — affinché cioè sia portata nel santuario, per gli usi o del sacerdote o del santuario: se infatti le cose santificate che l'offerente aveva mangiato erano delle porzioni che spettavano a Dio, come se avesse mangiato il sangue, la testa o la coda nell'offerta per la colpa, la restituzione doveva essere fatta al santuario stesso, cioè al sacerdote per gli usi del santuario; se invece aveva mangiato di quelle cose che spettavano al sacerdote, la restituzione doveva essere fatta al sacerdote stesso per i suoi propri usi. Così l'Abulense.
Versetto 15: Non profaneranno le cose santificate
E NON PROFANERANNO LE COSE SANTIFICATE — mangiandole, poiché non sono della stirpe sacerdotale.
Versetto 18: Un uomo della casa d'Israele
UN UOMO DELLA CASA D'ISRAELE — della stirpe e della posterità di Giacobbe. Si veda quanto detto in Esodo II, 1.
DEGLI STRANIERI CHE ABITANO PRESSO DI VOI — dei proseliti, che dalle genti sono migrati presso di voi per adorare con voi il vero Dio, e perciò sono stati circoncisi e divenuti giudei.
QUALUNQUE COSA OFFRA IN OLOCAUSTO AL SIGNORE, SARÀ UN MASCHIO. — Poteva infatti offrire un'altra vittima non come olocausto, bensì per il peccato o come sacrificio pacifico, anche di sesso femminile; ma chi offriva una vittima in olocausto era tenuto a offrire un maschio. Se dunque qualcuno avesse votato una femmina come olocausto, sarebbe stato tenuto a dare un maschio al suo posto, qualora avesse avuto l'intenzione di votare un olocausto in senso assoluto: in tal caso infatti era tenuto a seguire nel suo voto la determinazione della legge, la quale comanda di offrire un maschio, non una femmina. Se invece avesse soltanto votato quest'animale specifico, cioè una femmina, per ignoranza come olocausto, e non avesse voluto votare altro, allora al massimo sarebbe stato obbligato a venderla e con il ricavato acquistare un maschio per l'olocausto. Dico «al massimo»: giacché se avesse votato una femmina come olocausto con tale disposizione d'animo da volere specificamente una femmina, perché bella o grassa, da offrire in olocausto, cosicché in modo assoluto non volesse altro, allora non era tenuto a nulla — perché questo suo voto riguardava una materia del tutto illecita, ed egli non volle votare ciò che era lecito.
Versetto 21: L'uomo che offre una vittima di sacrifici pacifici
L'UOMO CHE OFFRE UNA VITTIMA DI SACRIFICI PACIFICI. — Qui si descrive quale debba essere la vittima pacifica, come al versetto 18 è stata descritta la vittima dell'olocausto; si omette qui la vittima per il peccato, perché ne è stato trattato ampiamente al capitolo V, ed è stato prescritto che cosa ciascuno debba offrire.
NON VI SARÀ IN ESSA ALCUN DIFETTO — cioè, non ve ne sarà nessuno.
La tropologia di questi difetti è la stessa che nei difetti dei sacerdoti al capitolo XXI, versetto 18. Così Radulfo.
SE FRATTURATA — se ha zampe fratturate, o i lombi, o un occhio.
Versetto 22: Se ha una cicatrice
SE HA UNA CICATRICE. — In ebraico, «se incisa», cioè se mostra l'incisione di una cicatrice da ferita. I Settanta: «se ha la lingua tagliata», se la sua lingua è stata mozzata. I traduttori più recenti rendono: «Se ha un membro reciso»; ma ciò è sufficientemente proibito dalla clausola precedente: se infatti è vietata una fratturata, lo è anche una con un membro reciso.
SE HA PUSTOLE — cioè, se ha verruche. Così Vatablo.
Versetto 23: Un bue e una pecora con orecchio e coda amputati
UN BUE E UNA PECORA CON L'ORECCHIO E LA CODA AMPUTATI PUOI OFFRIRE VOLONTARIAMENTE. — Per «con l'orecchio e la coda amputati», il Caldeo e i traduttori più recenti rendono «in eccesso e in difetto», ossia che ha membra sproporzionatamente grandi e contratte.
Ma i Settanta, sia qui sia in Levitico XXI, 18, traducono come il nostro Interprete: «con l'orecchio tagliato» o «con la coda mozzata», cioè con l'orecchio o la coda amputati. Giacché i significati generali dei vocaboli ebraici sono spesso determinati dall'uso a un significato particolare, come abbiamo visto al capitolo XXI, versetto 18, dove pisseach, cioè «saltellante», significa «zoppo»; dac, cioè «tenero», significa «cisposo»; charum, cioè «tagliato via», significa «camuso», uno il cui naso è come reciso; così «eccessivo» (se è questo ciò che la radice ebraica, che non si trova altrove, significa) può significare «con le orecchie mozze», uno il cui capo sporge e appare come eccedente, o il cui naso è cresciuto eccessivamente, e che ha un naso grande o storto, come il nostro Interprete traduce al capitolo XXI, versetto 18; allo stesso modo «diminuito» è colui che ha la coda accorciata: così infatti spiegano i Settanta e il nostro Interprete. Un bue dunque e una pecora, con orecchio e coda amputati, potevano essere vittime volontarie ossia spontanee, ma non votive, e di conseguenza neppure per il peccato, poiché il sacrificio per il peccato non era volontario ma obbligatorio, alla pari di quello votivo: lo stesso dico per le altre cose alle quali gli Ebrei erano obbligati in un tempo stabilito; queste infatti non erano spontanee, ma necessarie e prescritte dalla legge.
La ragione è che l'obbligo è maggiore nei sacrifici votivi e prescritti che in quelli spontanei. Pertanto in questi ultimi è concessa maggiore libertà che nei primi; ai primi ineriva anche maggiore dignità; onde una vittima più pura e più integra è giustamente richiesta in essi.
Tropologicamente, nell'orecchio è significata l'obbedienza, nella coda la perseveranza: senza queste, un'opera libera e di supererogazione, ossia l'opera di colui che non ha fatto voto dello stato di perfezione, può essere gradita, ma non l'opera di chi ha fatto tale voto. Perciò nei voti, come maggiore è la colpa se non vengono adempiuti con le opere, così maggiore sarà la corona se vengono portati a compimento, cosicché da entrambi i lati coloro che hanno fatto voto sono spinti al progresso: così dice Radulfo. Egregiamente San Bernardo, nell'omelia Sui due discepoli in cammino verso Emmaus: «Paziente nella tribolazione, e gioioso nella fatica dell'obbedienza, uno può essere chiamato potente nelle opere. Si consideri uno che è frequentemente devoto nella preghiera, i cui occhi sono come le piscine di Chesbon per l'abbondanza delle lacrime, ma che rifiuta di portare il giogo dell'obbedienza: egli crede di offrire il suo voto, offrendo una vittima con l'orecchio amputato; piange nella preghiera la propria superbia, ma, trascorsa l'ora della compunzione, è altrettanto superbo come prima, ecc. Tali persone sembrano potenti nel parlare, ma non nelle opere. Nelle opere e nel parlare sono potenti coloro che hanno onestà nei costumi, virtù nelle opere, scienza nel parlare, devozione nell'assiduità della preghiera, gravità nel modo di vivere, perseveranza nell'amore.»
Giustamente diceva Chilone che le grandi imprese devono invero essere intraprese con lentezza; ma una volta che si è cominciato, bisogna perseverare con la massima costanza nell'azione. Nulla infatti è così arduo e insolito che la perseveranza non possa vincere. «La perseveranza è più efficace della forza, come attesta Sertorio, e molte cose che non possono essere compiute in un solo assalto si raggiungono a poco a poco. È infatti invincibile il potere della costanza, che supera e abbatte ogni potenza; e il tempo, che reca il massimo aiuto a coloro che prudentemente colgono l'occasione, è sommamente ostile a coloro che fanno uso di una fretta intempestiva», dice Plutarco nella Vita di Sertorio.
«È vergognoso», dice Seneca, «cedere sotto il peso, e lottare con un dovere che una volta si è accettato. Non è uomo forte e attivo chi fugge la fatica, né il suo animo cresce per la difficoltà stessa delle cose.»
Il medesimo, Lettera 1: «Non vi è nulla», dice, «che un'opera perseverante e una cura attenta e diligente non possano espugnare.» E Lettera 16: «Bisogna perseverare, e aggiungere forza con uno studio assiduo, finché si raggiunga una buona mente, che è una buona volontà.» E Lettera 65: «La vita beata è in alto, ma la perseveranza può raggiungerla.»
Versetto 24: Qualsiasi animale con i testicoli contusi o schiacciati
QUALSIASI ANIMALE CHE ABBIA I TESTICOLI CONTUSI O SCHIACCIATI (così si deve leggere con le edizioni romane; non «tunsis», come leggono le edizioni plantiniane), O TAGLIATI E RIMOSSI, NON LO OFFRIRETE.
Tropologicamente, nei testicoli è significata la facoltà di generare e produrre le opere buone, il cui padre è la ragione e la cui madre è la volontà; le quali, se sono rese sterili o infeconde, sono inadatte all'offerta al Signore. Così Radulfo e Cirillo, libro XV Dell'Adorazione.
Versetto 25: Dalla mano dello straniero
DALLA MANO DELLO STRANIERO (un gentile che rimane nella sua superstizione; costui è chiamato in ebraico ben nechar, cioè «figlio dell'alieno») NON OFFRIRETE PANI AL VOSTRO DIO. — «Pani», cioè sacrifici che sono come pane, ossia cibo di Dio. Perciò i Settanta traducono «doni»: si veda quanto detto al capitolo XII, versetto 22; non si possono infatti intendere qui i pani della proposizione, poiché li preparavano i sacerdoti, non i laici, e tanto meno gli stranieri, come è evidente dal capitolo XXIV, versetto 5.
E QUALUNQUE ALTRA COSA VOGLIA DARE — lo straniero, cioè, perché sia offerta direttamente e bruciata al Signore, come incenso, olio, vino; queste cose infatti non potevano essere accettate da lui, ma le altre sì. Perciò qui non è vietato ai sacerdoti di accettare denaro dai gentili per l'acquisto di vittime: tali cose le ricevettero sia da altri sia da Seleuco re d'Asia, 2 Maccabei III, 3.
POICHÉ TUTTE LE COSE SONO CORROTTE E MACCHIATE — ossia i doni e le vittime dei gentili, per il fatto che gli stessi offerenti sono corrotti, cioè idolatri. Inoltre, perché presso i giudei erano considerati immondi; perciò erano esclusi dalle cose sacre e non potevano entrare nel Santuario, poiché queste erano proprie dello stato giudaico, al quale essi non appartenevano: così come ora coloro che non sono battezzati non sono ammessi alla santa comunione, ai templi e ai sacrifici dei cristiani. Così l'Abulense.
Versetto 27: Un bue, una pecora e una capra
UN BUE, UNA PECORA E UNA CAPRA, QUANDO SARANNO NATI, STARANNO PER SETTE GIORNI SOTTO LA MAMMELLA DELLA LORO MADRE; MA DALL'OTTAVO GIORNO IN POI POTRANNO ESSERE OFFERTI AL SIGNORE — poiché nei primi sette giorni il figlio è troppo tenero. Si veda quanto detto su Esodo 22,30, dove la stessa cosa è detta dei primogeniti.
Tropologicamente, Radulfo dice: Per sette giorni, cioè finché uno non può pensare ad altro che alle cose di questo mondo e agli affari temporali, tanto a lungo sia nutrito con un insegnamento semplice; ma l'ottavo giorno, cioè quando è divenuto spirituale e rinnovato nello spirito, potrà essere presentato al Signore.
Allegoricamente, per i sette giorni di questa vita siamo sotto la Chiesa nostra madre; ma l'ottavo giorno della risurrezione saremo presentati al Signore nella gloria. Così dice Radulfo.
Versetto 28: Non saranno immolati nello stesso giorno con i loro piccoli
SIA ESSA UNA VACCA O UNA PECORA, NON SARANNO IMMOLATE NELLO STESSO GIORNO CON I LORO PICCOLI — poiché ciò appare crudele. Dio volle con questa legge insegnare ai giudei l'umanità, affinché cioè la benevolenza premeditata verso le bestie fosse coltivata per il sollievo degli uomini, come dice Tertulliano, libro II, Contro Marcione, capitolo 17. Per la medesima ragione, Deuteronomio 22,7 vieta a chi trova un nido di prendere la madre insieme ai piccoli.
Tropologicamente, Radulfo dice: «La madre, dice, è la volontà, la quale immola i suoi figli a Dio quando nelle azioni esteriori uccide, per quanto può, tutto ciò che è contrario alla legge di Dio; ma allora, riguardo a sé stessa, la fatica le è gravosa, poiché il ricordo dei piaceri ai quali si sottomise volontariamente, quando si sforza di ascendere a Dio, lo sente come molesto anche contro la propria volontà e gemendo: pertanto non si spaventi, perché non può accadere che la madre sia immolata nello stesso giorno dei suoi piccoli, cioè che siano recisi insieme l'atto e l'affetto — che incita e trascina all'atto.»
Ciò avviene infatti gradualmente attraverso l'esercizio. Perciò l'Apostolo dice, 1 Timoteo 4,7: «Esèrcitati nella pietà.» I monaci dediti a questo esercizio furono chiamati Asceti, cioè esercitanti; onde San Basilio chiamò le sue costituzioni monastiche Ascetica, ossia esercizi. «Ogni cosa infatti», dice Sant'Ambrogio, libro I Dei Doveri, «è accresciuta dai propri e domestici esercizi. Come può esservi dottrina senza esercizio, o progresso senza pratica? Chi vuole acquisire la disciplina militare, si esercita quotidianamente con le armi, e come se fosse schierato in ordine di battaglia, si prepara al combattimento. E coloro che aspirano alla corona con la forza del corpo e con la lotta legittima, indurendo le membra con l'uso quotidiano della palestra, nutrendo la pazienza, si abituano alla fatica.» Aristotele diceva che «per acquisire la sapienza tre cose sono necessarie: la natura, la dottrina e l'esercizio.» Lo stesso vale per la virtù, che è sapienza pratica. Platone ammoniva «che non si deve esercitare né il corpo senza l'anima, né l'anima senza il corpo; affinché ci prendiamo uguale cura di entrambi. L'uno infatti è proprio degli atleti, l'altro degli oziosi.» Così Laerzio, libro III. Ercole si rafforzava per la sopportazione delle fatiche con esercizi quotidiani, essendo solito strappare ed estirpare tutti i pruni che spuntavano in quel luogo. Così Pausania, libro VI.
Licurgo, a chi gli domandava perché affaticasse i corpi delle vergini con la corsa, la lotta e il lancio del giavellotto, rispose: Affinché si abituino a sopportare i dolori del parto e le altre sofferenze, e a combattere per la patria, se necessario.
Catone diceva che «l'ingegno dell'uomo è simile al ferro che dall'uso diventa lucente, ma nell'ozio si ricopre di ruggine; e che deve essere esercitato con l'erudizione e la virtù.»
Parimenti Plutarco: «Come il bronzo», dice, «diviene lucente con l'uso, così il vigore dell'animo risplende nell'esercizio degli affari, mentre nell'ozio si ottunde e si oscura.»
San Giovanni Crisostomo, Omelia 3 su Matteo: «Come», dice, «ogni arte si conserva e si accresce con la pratica corporea, così anche ogni grazia si accresce con l'esercizio, e con l'accidia si diminuisce.»
Il Papa Pio nella sua lettera dice: «Cieca», dice, «è la natura senza disciplina; entrambe hanno poco effetto se togli l'esercizio; ma attraverso queste tre cose si raggiunge la perfezione.»
Versetto 32: Non profanate il mio nome
NON PROFANATE IL MIO NOME — affinché con la disobbedienza e una vita infame non facciate sì che i gentili bestemmino il mio nome.
IO SONO IL SIGNORE CHE VI SANTIFICO — che vi comando di essere santi.
Si veda qui come Dio inculca ai sacerdoti la santità, e comanda loro di essere santi. E ciò in primo luogo, perché essi rappresentano sulla terra la persona di Dio. Devono dunque esprimere e riflettere in sé stessi la santità di Dio: questo è ciò che Dio dice, Levitico 20: «Siate santi, perché io sono santo.» Per questa ragione il sommo sacerdote portava inscritto sulla tiara: «Santo al Signore.» Per questo anche Dio stesso dice, Salmo 131,16: «Rivestirò i suoi sacerdoti di salvezza, e i suoi santi esulteranno con grande gioia.»
In secondo luogo, perché i sacerdoti sono paragonati agli angeli — anzi li superano per ufficio; un angelo infatti non può perdonare i peccati, né consacrare il corpo di Cristo, come possono i sacerdoti della nuova legge. «Le labbra del sacerdote», dice Malachia capitolo 2, «custodiranno la scienza, e cercheranno la legge dalla sua bocca; poiché egli è l'angelo del Signore degli eserciti.»
In terzo luogo, perché essi stessi devono santificare tutti gli altri. «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo», dice Cristo. Per questo San Dionigi insegna che i sacerdoti devono essere come un cristallo trasparente e raggiante, sul quale i raggi del sole cadendo si riflettono su tutte le cose vicine; e San Giovanni Crisostomo dice che un sacerdote deve tanto sopravanzare gli altri in virtù da essere come un uomo fra le bestie, come un adulto fra i fanciulli, anzi come un angelo fra gli uomini. Sant'Ilario e Gregorio affermano che i sacerdoti devono essere seminatori d'eternità.
In quarto luogo, perché essi sono mediatori fra Dio e gli uomini, e perciò consumano e tolgono i peccati del popolo. Per questo anticamente il sacerdote, quando stava per trattare con Dio, portava sul petto i nomi delle dodici tribù inscritti sul pettorale, insieme all'Urim e al Thummim, cioè la dottrina e la verità. Giustamente dunque è detto loro: «Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo di sua proprietà.»
In quinto luogo, perché i loro uffici sono santissimi, ossia battezzare, assolvere dai peccati, sacrificare, consacrare, ungere, ecc. «Quadruplice», dice San Bernardo nelle Sentenze, «è l'ufficio sacerdotale: primo, immolare la carne viva, il che appartiene al Levitico; secondo, offrire a Dio i crismi delle virtù, il che è bruciare l'incenso, e appartiene ai figli di Aronne; terzo, entrare in cielo con il fervore del martirio, il che è entrare con il sangue nel Santo dei Santi; quarto, trasmettere in cielo le offerte della grazia e delle preghiere, il che è offrire pane e vino a Dio.»
Santissima è la carne e l'umanità di Cristo, che i sacerdoti consacrano con la bocca, toccano con le mani e contemplano con gli occhi, sebbene velata sotto le specie del pane e del vino. Per questo San Giovanni Crisostomo, Omelia 60 al Popolo, così conclude: «Quanto puro dunque deve essere colui che gode di tale sacrificio? Quanto più splendente di un raggio di sole la mano che divide questa carne? La bocca che è ricolma di fuoco spirituale? La lingua che è arrossata da quel sangue tremendo?»
Per questo gli uomini santi rifuggirono tanto dal sacerdozio, giudicandosene indegni. San Francesco non acconsentì mai a essere ordinato sacerdote, e soleva dire: Se da una parte mi venisse incontro un angelo e dall'altra un sacerdote, lasciato l'angelo mi accosterei al sacerdote e gli bacerei le mani: egli infatti mi amministra sia il pane sia le parole di vita. Lo stesso santo, scrivendo ai sacerdoti del suo Ordine (la quale lettera si trova nel volume V della Biblioteca dei Santi Padri, alla fine): «Considerate», dice, «la vostra dignità, o sacerdoti, e siate santi, perché Egli stesso è santo. Quale grande miseria, e quale miseranda debolezza, quando avete Lui stesso così presente e vi curate di qualcos'altro in tutto il mondo. Tremi ogni uomo, tremi il mondo intero, ed esulti il cielo, quando sopra l'altare nelle mani del sacerdote è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O mirabile altezza, o stupenda condiscendenza, o umile sublimità, che il Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, si umilia a tal punto che per la nostra salvezza si nasconde sotto la piccola forma del pane! Considerate, fratelli, l'umiltà di Dio, e riversate davanti ad essa i vostri cuori, e umiliatevi, affinché anche voi siate innalzati da Lui. Non ritenete dunque nulla di voi per voi stessi, affinché vi riceva interamente Colui che si offre interamente a voi.» San Marco — non l'Evangelista, ma l'Anacoreta — si tagliò il pollice per non essere ordinato sacerdote; così San Antonio, Sant'Ilarione e molte migliaia di monaci rifiutarono il sacerdozio, a tal punto che in molti monasteri d'Egitto non si poteva trovare neppure un monaco che fosse sacerdote, come è evidente dalle Vite dei Padri.
In sesto luogo, perché la dote propria del sacerdote è la santità: di qui infatti è chiamato sacerdos, quasi sacro e santo; in secondo luogo, perché è stato consacrato e santificato a Dio con una santa consacrazione; in terzo luogo, perché gli altri sono laici e profani, mentre egli è santo e quasi divino, e non è lecito toccarlo o violarlo: di qui ancora dev'essere santo, cioè integro e illibato da ogni vizio, specialmente della lussuria e della gola. La santità infatti, dice San Dionigi, è la purità incontaminatissima e perfettissima, libera da ogni sozzura. E Origene dice: hagios, cioè santo, è detto quasi da age, cioè senza terra — colui che è separato dalle fecce terrene, puro, celeste, e aderente e devoto a Dio: tale sia il sacerdote, affinché la sua dimora sia in cielo, con gli Angeli e i Santi. Per questa ragione, quasi ogni giorno nelle Ore canoniche, la Chiesa percorre i santi e gli eroici fatti di qualche Martire o Santo la cui festa occorre in quel giorno, affinché li imiti, anche fino alla morte e al martirio.
Dica dunque il sacerdote con Sant'Agostino: Concedi, o Signore, che io sia tenuto là con la mente, dove è certissimo che si trovano le vere gioie; tieni il mio cuore presso di Te, perché senza di Te non è rapito verso le cose più alte. Sia la mia preghiera diretta come incenso al Tuo cospetto: accogli benignamente il mio sacrificio perpetuo e quello del popolo — anzi, del Tuo Cristo. Concedi che in questa vita presente non riceva alcuna consolazione fino a quando non giunga al Tuo regno, dove esultante dirò: Sono unito in cielo a Colui che sulla terra amai con tutta la mia forza.