Cornelius a Lapide

Levitico XXIV


Indice


Sinossi del capitolo

Si prescrive l'olio che deve ardere nelle lampade del candelabro; parimenti i pani della proposizione, quali e di che qualità debbano essere, versetto 5; in secondo luogo, al versetto 10, un bestemmiatore viene lapidato per comando di Dio.


Testo della Vulgata: Levitico 24,1-23

1. E il Signore parlò a Mosè, dicendo: 2. Comanda ai figli d'Israele che ti portino dell'olio d'oliva purissimo e limpido, per alimentare le lampade di continuo, 3. fuori del velo della testimonianza, nel tabernacolo dell'alleanza. Aronne le disporrà dalla sera fino al mattino davanti al Signore, con osservanza e rito perpetuo nelle vostre generazioni. 4. Sul candelabro purissimo le lampade saranno sempre disposte al cospetto del Signore. 5. Prenderai anche del fior di farina e ne cuocerai dodici pani, ciascuno dei quali conterrà due decimi; 6. e ne porrai sei da ciascun lato sulla mensa purissima davanti al Signore; 7. e vi porrai sopra l'incenso più puro, affinché il pane sia memoriale dell'oblazione del Signore. 8. Ogni sabato saranno cambiati davanti al Signore, ricevuti dai figli d'Israele in virtù di un'alleanza eterna; 9. e saranno per Aronne e per i suoi figli, affinché li mangino nel luogo santo, poiché è cosa santissima tra i sacrifici del Signore, per diritto perpetuo. 10. Ed ecco, il figlio di una donna israelita, che essa aveva partorito da un uomo egiziano fra i figli d'Israele, litigò nell'accampamento con un uomo israelita. 11. E avendo bestemmiato il Nome e avendolo maledetto, fu condotto davanti a Mosè. (Ora sua madre si chiamava Selomìt, figlia di Dibrì, della tribù di Dan.) 12. E lo misero in prigione, finché sapessero ciò che il Signore avrebbe comandato. 13. E il Signore parlò a Mosè, 14. dicendo: Conduci il bestemmiatore fuori dell'accampamento, e tutti quelli che lo udirono pongano le mani sul suo capo, e tutto il popolo lo lapidi. 15. E parlerai ai figli d'Israele: L'uomo che maledice il suo Dio porterà il suo peccato; 16. e chi bestemmia il nome del Signore sia messo a morte: tutta la moltitudine lo lapidi, sia egli cittadino o straniero. Chi bestemmia il nome del Signore sia messo a morte. 17. Chi percuote e uccide un uomo sia messo a morte. 18. Chi percuote un animale ne darà un sostituto, cioè vita per vita. 19. Chi infligge una menomazione a uno qualsiasi dei suoi concittadini: come ha fatto, così gli sarà fatto; 20. frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente restituirà; quale menomazione avrà inflitto, tale sarà costretto a subire. 21. Chi percuote una bestia ne renderà un'altra. Chi percuote un uomo sarà punito. 22. Vi sia tra voi un giudizio equo, sia che pecchi lo straniero, sia il cittadino; poiché io sono il Signore Dio vostro. 23. E Mosè parlò ai figli d'Israele; e condussero fuori dell'accampamento colui che aveva bestemmiato e lo lapidarono. E i figli d'Israele fecero come il Signore aveva comandato a Mosè.


Versetto 2: Comanda ai figli d'Israele che ti portino dell'olio

2. COMANDA AI FIGLI D'ISRAELE CHE TI PORTINO DELL'OLIO. — Nota: Quattro erano le funzioni dei sacerdoti nel tabernacolo: la prima e più eccellente, di cui si è trattato finora, era l'offerta dei sacrifici; la seconda era la combustione dell'incenso sull'altare a ciò designato nel Santo, della quale funzione si è parlato in Esodo 30,7; la terza era l'esposizione dei pani della proposizione; la quarta era l'accensione delle lampade sul candelabro: questo capitolo tratta di queste ultime due. Inoltre, i figli d'Israele, cioè tutto il popolo, erano tenuti a fornire le spese necessarie per queste quattro funzioni, poiché i sacerdoti le esercitavano in nome di tutto il popolo.

E pertanto, in primo luogo, nel censimento del popolo ciascuno pagava mezzo siclo a questo scopo, Esodo 30,13; in secondo luogo, nelle tre feste annuali ciascuno offriva qualcosa per il medesimo scopo, quanto voleva per devozione. Infatti era stato comandato in Esodo 23,15: «Non comparirai (il che avveniva tre volte l'anno) al mio cospetto a mani vuote;» in terzo luogo, vi era il tesoro, nel quale ciascuno gettava quanto voleva per le spese del tempio, di cui si parla in Luca capitolo 21,1; in quarto luogo, come il popolo era tenuto a spese pubbliche a portare determinate vittime per il peccato, come è risultato al capitolo 4, versetto 14, e al capitolo 16, versetto 5, così parimenti era tenuto a portare l'olio per le lampade e il fior di farina per confezionare i pani della proposizione, come qui si comanda; non che ciò sia comandato a ciascuno in particolare, ma a tutto il popolo: donde i principi e i magistrati erogavano queste spese dall'erario comune. Infatti le primizie, le decime e le altre offerte spettavano di diritto al sostentamento dei sacerdoti, poiché essi non avevano ricevuto da Dio nessun'altra porzione o eredità fra i loro connazionali. Accadeva tuttavia non di rado che alcune persone più devote, specialmente i principi, sia Ebrei sia Gentili, fornissero queste spese interamente o in gran parte, come fece il re Ezechia, 2 Cronache 31,3, e Seleuco re d'Asia, 2 Maccabei 3,3, e Artaserse re di Persia, 1 Esdra 7,23.

OLIO D'OLIVA PURISSIMO E LIMPIDO. — In ebraico, olio puro pestato per la luce (come traducono i Settanta), cioè olio che fluisce dalla frantumazione col pestello, liquido e limpido, con la morchia e la feccia rimosse.

PER ALIMENTARE LE LAMPADE (cioè per accendere le lampade: così i Settanta, il Caldeo e l'ebraico) DI CONTINUO (cioè ogni notte, come si spiega nel versetto seguente; infatti le lampade ardevano dalla sera fino al mattino; al mattino, poi, venivano spente: si vedano i commenti a Esodo 27,20) FUORI DEL VELO DELLA TESTIMONIANZA — che è steso davanti alla testimonianza, cioè l'arca che contiene la testimonianza, cioè la legge o le tavole della legge, che attestano ciò che Dio vuole che sia fatto da noi. È una metonimia, come a dire: Queste lampade ardano nel Santo davanti al Santo dei Santi.


Senso tropologico: Le lampade come Apostoli e Dottori

Tropologicamente, le lampade sono gli Apostoli e i Dottori, ai quali Cristo disse: «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo.» Ascolta san Paolino, Epistola 31, che si rivolge a sant'Agostino, Dottore della Chiesa: «O lampada degnamente posta sul candelabro della Chiesa, che alle città cattoliche da lontano e in largo versa luce dal suo stoppino settiforme, nutrita dall'olio dell'allegrezza; benché la fitta tenebra degli eretici ti circondi, tu la disperdi, e rischiari la luce della verità dalla confusione delle ombre con lo splendore del tuo luminoso discorso! La tua bocca a ragione la chiamerei una cannella di acqua viva e una vena della fonte eterna, poiché Cristo è divenuto la fonte di acqua viva che zampilla per la vita eterna. Per il desiderio di Lui la mia anima ha avuto sete in te, e la mia terra ha desiderato inebriarsi dell'abbondanza del tuo fiume.»


Versetto 5: Dei pani della proposizione

5. PRENDERAI ANCHE DEL FIOR DI FARINA E NE CUOCERAI DODICI PANI. — Nota: Questi sono i pani della proposizione, cioè esposti davanti al Signore, per i quali il popolo forniva la farina; da essa non i laici, ma gli stessi Leviti, cioè i Caatiti, confezionavano e cuocevano questi pani, come risulta da 1 Cronache 9,32, e capitolo 23, versetto 29. Allo stesso modo, i Leviti erano preposti agli aromi, dai quali gli stessi sacerdoti, come risulta da 1 Cronache 9,30, componevano gli unguenti sacri prescritti in Esodo 30,23 e seguenti. Inoltre, questi pani erano fatti con il fior di farina purissimo, nel quale, invece dell'acqua per l'impasto, si versava una quarta parte di hin dell'olio più puro, cioè tre libbre d'olio, ossia 36 once. Poi insieme ai pani si esponeva una quarta parte di hin di vino (che, come dirò subito, veniva poi offerto a Dio come libagione), cioè tre libbre di vino con 4 once. Il vino infatti è più pesante dell'olio.

Nota in secondo luogo: Questi pani erano dodici, affinché ciascuna tribù offrisse, per così dire, il proprio pane a Dio: con questi pani infatti le dodici tribù professavano di essere continuamente nutrite da Dio; e a sua volta Dio, come attratto da questa grata offerta, mostrava di ricordarsi di loro e di avere sempre davanti a sé la loro memoria e il loro memoriale, affinché continuasse a nutrirli e ad avere cura di loro.

Di qui, in terzo luogo, ponevano l'incenso su questi pani, per significare che dovevano ogni cosa a Dio e che riconoscevano ogni cosa come ricevuta da Dio mediante i pani della proposizione, che con l'incenso ponevano sempre davanti al Signore: l'incenso infatti significava che i pani erano offerti al Signore, come cosa sua e a Lui dovuta. Inoltre, questo incenso, trascorsa la settimana, quando i pani venivano rimossi e ne venivano sostituiti di nuovi, era bruciato a Dio insieme ai sacrifici, come fu comandato in Levitico 2, ultimo versetto.

In quarto luogo, i Settanta, il Caldeo e Filone aggiungono che su questi pani era posto del sale: questa era infatti, per così dire, la mensa di Dio; e il sale si pone abitualmente su ogni mensa per condire i cibi e renderli più saporiti; in Levitico 2,13 è infatti così comandato: «In ogni tua oblazione offrirai il sale.»

In quinto luogo, ogni sabato venivano posti sulla mensa pani nuovi, freschi e caldi, come risulta dal versetto 8; quelli vecchi, invece, venivano tolti, e li mangiavano i sacerdoti: soltanto ad essi infatti era permesso cibarsi di questi pani, come risulta da Matteo 12,4.

In sesto luogo, questi pani erano azzimi, e ciascuno di essi pesava due decimi, cioè tredici libbre e mezza, come apparirà tra poco: questi pani erano dunque grandi. Donde, in settimo luogo, sulla mensa venivano posti sei e sei pani da ciascun lato, cioè gli uni di fronte agli altri, cosicché sei erano sovrapposti l'uno all'altro, come due torri; o piuttosto, più elegantemente, erano congiunti a coppie, l'uno posto sopra l'altro; sicché vi erano due file di pani, vale a dire: nella prima fila, in basso sulla mensa erano posti tre pani in successione, ciascuno dei quali ne aveva un altro sopra; poi accanto ad essi era posta un'altra fila simile di tre pani, con altri tre posti sopra di essi. È probabile che ciascun pane posto sulla mensa riposasse su grandi piatti o coppe sottostanti, e al di sopra fossero coperti (affinché non fossero insozzati dalla polvere e dalle mosche) da altri recipienti chiamati turiboli, Esodo 25,29, come dicono Vilalpando e Vatablo. Infine, a ciascuna fila di pani da entrambi i lati veniva aggiunta: in primo luogo, una fiala, cioè in tutto due fiale colme d'incenso; in secondo luogo, un vasetto pieno di sale; in terzo luogo, un calice di vino da ciascun lato, cioè due calici, che parimenti sembrano essere stati coperti, sia a motivo delle mosche e della polvere, sia affinché la forza del vino non svaporasse e si inacidisse.

In ottavo luogo, questi pani venivano offerti a spese pubbliche, cioè il popolo offriva il fior di farina migliore, e i Leviti lo impastavano. San Girolamo aggiunge nel suo commento a Malachia 1: «I pani della proposizione, secondo le tradizioni ebraiche, gli stessi sacerdoti dovevano seminarli, essi stessi mietere, essi stessi macinare, essi stessi cuocere.» Ma questa tradizione non concorda con la Scrittura, né con Giuseppe Flavio.

Infine, che anche il vino fosse offerto a Dio su questa mensa insieme ai pani, affinché vi si allestisse per Dio un banchetto completo e perpetuo, lo insegna Vilalpando (libro 4, Del Tempio, capitolo 14), sulla scorta di Giuseppe Flavio e della mensa scolpita sull'arco trionfale di Tito a Roma. Donde è anche verosimile che il vino, affinché non si inacidisse, fosse rinnovato ogni sabato insieme ai pani, quello vecchio essendo versato come libagione in onore di Dio davanti all'oracolo e al Santo dei Santi. Infatti il vino palestinese, essendo molto potente, poteva facilmente conservarsi per 8 giorni: noi stessi lo sperimentiamo con il vino spagnolo. Vilalpando tuttavia ritiene che il vino fosse versato come libagione nello stesso giorno in cui era portato.


Senso tropologico: I pani della proposizione come opere di misericordia

Tropologicamente, questi pani significano le opere di misericordia, mediante le quali accediamo al Santo dei Santi, cioè al cielo; essi devono essere sempre al cospetto del Signore, poiché dobbiamo essere sempre pronti ad esse.

In secondo luogo, devono essere dodici, cioè copiosi e generosi, affinché non in un solo giorno o in una sola settimana, ma in ogni occasione facciamo un'elemosina generosa: il numero dodici è infatti simbolo di universalità.

In terzo luogo, vi si pone sopra l'incenso più puro, poiché queste opere di carità devono essere compiute non per catturare la vana gloria, ma unicamente per amore di Dio, e affinché a Lui solo offriamo questo sacrificio di carità.

In quarto luogo, vi si pone il sale, a significare che queste opere devono essere compiute con discrezione, affinché le prestiamo ai più bisognosi e ai più meritevoli. Il sale, inoltre, significa la mortificazione, che si compie con il digiuno e con altri mezzi, e l'incenso significa la preghiera: come disse l'Angelo a Tobia, capitolo 12: «Buona è la preghiera con il digiuno e l'elemosina.»

In quinto luogo, vengono cambiati ogni sabato, poiché nel giorno del Signore i Cristiani sono soliti fare collette di elemosine, come risulta da 1 Corinzi 16,1. Inoltre, quando viene un nuovo sabato, cioè quando abbiamo ricevuto un nuovo beneficio, o ne ricordiamo uno già ricevuto, dobbiamo fare nuove elemosine e per mezzo di esse rendere grazie a Dio.

In sesto luogo, i pani erano azzimi, poiché l'elemosina deve essere congiunta con la purezza di vita; e i pani erano grandi, poiché grande deve essere l'elemosina: come dice infatti san Giovanni Crisostomo: «L'elemosina non impoverisce, ma arricchisce; è stato infatti promesso: Date, e vi sarà dato.»

In settimo luogo, sei erano a destra e sei a sinistra, poiché dobbiamo essere benefici tanto verso i nemici quanto verso gli amici, affinché vinciamo il male con il bene.

In ottavo luogo, erano fatti con il fior di farina migliore, poiché non cose vili, ma le migliori devono essere date a Dio e ai poveri. Così Ribera, libro 2, Del Tempio, capitolo 11. Ascolta l'illustre esempio di misericordia e generosità presso i Gentili che riferisce Valerio Massimo, libro 4, capitolo 8: «Gillia,» dice, «era eccellente per ricchezze; ma molto più ricco d'animo che di beni, e sempre intento piuttosto a elargire che ad accumulare denaro: a tal punto che la sua casa era considerata una sorta di officina di munificenza. Si distribuivano alimenti a coloro che lottavano con la povertà, doti alle fanciulle oppresse dall'indigenza e soccorsi a quanti erano stati colpiti dall'urto della sventura. Anche gli ospiti erano ricevuti con grande benevolenza e congedati ornati di vari doni. In una circostanza nutrì e vestì in una sola volta cinquecento cavalieri di Gela, che erano stati sospinti nei suoi possedimenti dalla furia di una tempesta. In breve, avresti detto che ciò che Gillia possedeva non era proprietà di un mortale qualunque, ma il benigno seno della Fortuna propizia — era, per così dire, il patrimonio comune di tutti.»

Che cosa dunque deve fare un Cristiano, che cosa un ecclesiastico? Certamente la sua casa deve essere un'officina di elemosina, se non vuole essere superato dal pagano Gillia. Abbia una mensa sempre preparata per i poveri, pani sempre esposti o pronti ad essere esposti per i bisognosi; così, come san Giovanni l'Elemosiniere, sarà benedetto da Dio, e più darà, più riceverà. Sta scritto infatti ed è promesso dalla Verità stessa: «Date, e vi sarà dato.» Ascolti san Giovanni Crisostomo, Omelie 53 e 68 al Popolo: «Più dai a Dio,» dice, «più Egli ti ama; a coloro verso i quali è più debitore, più dona; e la grazia, quando vede qualcuno verso il quale non è debitrice di nulla, lo fugge e da lui si allontana; ma quando scorge uno verso il quale è debitrice di qualcosa, subito accorre verso di lui. Devi fare dunque ogni cosa affinché Dio sia tuo debitore.» Dirai: Come potrò ottenere ciò? Risponde il Crisostomo: «Ora è il tempo per questo: ora infatti Egli ha fame, ora ha sete, ora è nudo nei poveri; ma quando questa vita sarà trascorsa, non avrà bisogno di te; e ora vuole avere bisogno per amor tuo. Vuole essere nutrito da te, per nutrire te; essere vestito, per vestire te. Disprezza dunque il denaro, affinché non sia disprezzato tu; per essere ricco, elargisci generosamente del tuo; per raccogliere, disperdi: imita il seminatore. Semina nelle benedizioni, affinché anche raccolga dalle benedizioni.» E se dici: I miei figli devono essere arricchiti — risponde il Crisostomo: «Se lasci tutto ai tuoi figli, hai affidato tutti i tuoi beni a una custodia pericolosa. Ma se lasci loro Dio come erede e tutore, hai lasciato loro innumerevoli tesori. Se vuoi lasciare i tuoi figli ricchi e al sicuro, lascia loro Dio come debitore e consegna loro questo chirografo: Dio restituirà il centuplo che ha promesso. Presta dunque a Dio.»


Senso allegorico: I pani della proposizione come l'Eucaristia

Allegoricamente, questi pani significano l'Eucaristia, nella quale sotto la specie del pane viene esposto il corpo di Cristo. Così san Girolamo su Malachia 1, Cirillo nella Catechesi mistagogica 4, il Damasceno, libro 4, capitolo 14, Esichio e Ruperto. Questo pane è di due decimi, cioè di due nature: Cristo è infatti Dio e uomo; e i pani sono 12, poiché i primi a partecipare di questa cena eucaristica furono i dodici Apostoli; vi si pone sopra l'incenso, cioè il rendimento di grazie e l'offerta, che tiene il primo posto nella Cena del Signore, dice Esichio; non è lecito mangiarli se non in luogo santo, cioè in un'anima e coscienza pura e santa.


Del peso dei pani

Ciascuno dei quali conterrà due decimi. — Il decimo era la decima parte di un efa, ossia di tre moggi. L'efa era infatti la decima parte di un cor, cioè di 30 moggi. Giuseppe Flavio, libro 3, capitolo 3, chiama il decimo issaron e dice che conteneva 7 cotile. La cotila, dice Ribera, era una misura di 9 once: dunque il decimo conteneva 63 once, cioè 5 libbre e 3 once; e due decimi, e ciascun pane confezionato con essi, pesavano dieci libbre e mezza. Ma alla fine del Pentateuco mostrerò che l'omer, ossia l'issaron, era una misura contenente 8 libbre, ovvero 96 once d'acqua, o di vino, o di grano palestinese. Tutte queste sostanze pesano ugualmente, a detta di Vilalpando. Inoltre, un recipiente contenente 8 libbre di grano palestinese conteneva soltanto 5 libbre e 4 once di farina dello stesso grano. Il grano della Palestina è infatti di gran lunga migliore, più denso e più pesante del nostro. Poiché dunque un recipiente del nostro grano, come un omer, dà farina (la farina infatti diviene più rarefatta e quindi più leggera del grano con la macinazione) nella quantità di un omer e un terzo d'omer in più, come testimoniano i nostri mugnai, che lo hanno accuratamente osservato; un omer di grano palestinese darà un omer e mezzo di farina. Perciò, poiché un omer e mezzo di farina pesa quanto il proprio omer di grano dal quale è stata macinata, ne segue che un omer di grano pesante 8 libbre dava un sesquiomer di farina, cosicché un omer di farina pesava 5 libbre e 4 once: così infatti un sesquiomer di farina pesava 8 libbre del proprio grano dal quale era stata macinata.

Un omer, dunque, ossia un issaron di grano palestinese, conteneva 5 libbre e 4 once di farina; due omer, e il pane confezionato con essi, contenevano 10 libbre e 8 once. A queste aggiungi il peso dell'acqua mescolata alla farina per fare il pane; il quale peso è facilmente una quarta parte del peso della farina: tre once di farina, infatti, producono facilmente, con l'acqua mescolata, quattro once di pane, come attestano i nostri fornai; perciò 10 libbre con 8 once di farina di due issaron producevano, con l'acqua mescolata, 13 libbre e mezza di pane. Ciascuno di questi pani pesava dunque 13 libbre e mezza. Questi pani erano dunque grandi e occupavano quasi tutta la mensa (che era piccola): certamente, a un Dio grande, e che dà cose grandi, cose grandi devono essere rese, specialmente da un'intera tribù e da un intero popolo.

Infine, Vilalpando ritiene che ciascuno di questi pani contenesse due omer di farina, in memoria del fatto che nel sesto giorno, per quel giorno e per il sabato seguente (nel quale bisognava riposare), Dio faceva piovere due omer di manna, Esodo 16,22. Egli e altri aggiungono che due decimi di fior di farina contenevano 12 libbre, e con l'acqua aggiunta il pane pesava 16 libbre. Ma allora questi pani sarebbero stati eccessivamente grandi e smisurati; per evitare ciò, altri, come Roberto Cenalis e Aleazar, che scrissero con precisione sulle antiche misure ebraiche, qui e altrove intendono il decimo non dell'efa ma dell'omer, la cui decima parte era circa 10 once, cosicché due decimi avrebbero fatto un pane di circa 19 once, cioè una libbra e sette once. Ma contro questa opinione sta il fatto che la Sacra Scrittura e Giuseppe Flavio asseriscono ed esprimono chiaramente che questo decimo è un issaron, ed è un decimo non dell'omer ma dell'efa, Esodo 16, ultimo versetto. Si aggiunga che in questo caso i pani sarebbero stati piuttosto piccoli. Resti dunque fermo quanto si è detto, che questi pani pesavano 13 libbre e mezza.


Versetto 6: Sulla mensa purissima

Sulla mensa purissima — cioè sulla mensa d'oro.


Versetto 7: Affinché il pane sia memoriale dell'oblazione del Signore

AFFINCHÉ IL PANE SIA MEMORIALE DELL'OBLAZIONE DEL SIGNORE — come a dire: Affinché questo pane sia un memoriale perpetuo della continua oblazione che gli Ebrei fanno al Signore mediante questo pane. Donde dall'ebraico si può tradurre così: Porrai sopra di essi l'incenso, e l'incenso sarà per il pane come memoriale dell'offerta ignea, cioè dell'olocausto del Signore; come a dire: Porrai l'incenso sui pani, affinché l'incenso significhi che il pane è offerto a Dio, e che questa perpetua oblazione di pani è fatta al Signore; l'incenso infatti è bruciato col fuoco a Dio solo. Vatablo e Gaetano traducono e spiegano diversamente, vale a dire che l'incenso nel giorno di sabato debba diventare un'offerta ignea al posto del pane, cioè essere bruciato nel fuoco al Signore; «memoriale» infatti al capitolo 2 e altrove è il nome dato a quella parte della mincha che veniva bruciata al Signore in sostituzione dell'intera mincha.


Versetto 8: Saranno cambiati ogni sabato

SARANNO CAMBIATI OGNI SABATO — affinché, cioè, non si secchino troppo o si corrompano e divengano inadatti a essere mangiati. Così l'Abulense.

Ricevuti dai figli d'Israele — come a dire: La cui materia, cioè la farina, fosse data dai figli d'Israele, ma impastata dai Leviti.

IN VIRTÙ DI UN'ALLEANZA ETERNA — poiché questi pani sono, per così dire, un simbolo perpetuo dell'alleanza stretta tra Me e il popolo, e ne richiamano continuamente la memoria. Ho detto qualcosa di simile a proposito del sale dell'alleanza, capitolo 2,13.

L'Abulense ritiene pertanto che anche durante lo scisma sotto Geroboamo questi pani fossero sempre offerti al Signore, e in numero di dodici, come prescritto al versetto 6: sia perché molti delle dodici tribù durante questo scisma aderirono alle due tribù, a Dio e al tempio; sia perché qui si dice che questi riti dei pani devono essere osservati in virtù di un'alleanza eterna, cioè finché la legge antica e il giudaismo fossero durati. Analogamente, le dodici pietre nel pettorale rimasero durante lo scisma, anzi dopo la distruzione delle dieci tribù; Giuseppe Flavio attesta infatti di averle viste nel pettorale.


Versetto 9: Saranno per Aronne e per i suoi figli

SARANNO PER ARONNE E PER I SUOI FIGLI, AFFINCHÉ LI MANGINO NEL LUOGO SANTO — nell'atrio del tabernacolo. Non è verosimile che, crescendo il numero dei sacerdoti, questi dodici pani fossero distribuiti fra tutti i sacerdoti senza eccezione: in tal caso ciascuno di essi non avrebbe avuto che un boccone; ma poiché i sacerdoti erano divisi in 24 classi, come risulta da 1 Cronache 24, ciascuna delle quali esercitava a turno la propria settimana di ministero nel tabernacolo, è verosimile che ciascuna classe distribuisse fra i propri membri i pani della propria settimana. Così l'Abulense. Da questo passo si ricava che soltanto ai figli maschi dei sacerdoti era permesso mangiare questi pani; e questo è ciò che Cristo dice, Matteo 12,5: «Che (i pani della proposizione) non era lecito a lui mangiare, se non ai soli sacerdoti.» Lo indicano anche le parole seguenti: «Poiché è cosa santissima tra i sacrifici del Signore,» come a dire: Questi pani saranno mangiati soltanto dai sacerdoti e dai loro figli, poiché sono considerati santissimi e sono tra le offerte del Signore; essi sono infatti offerti nello stesso Santo, mentre le vittime stesse sono offerte fuori del Santo nell'atrio; e le cose che erano molto sante potevano essere mangiate soltanto dai maschi della stirpe sacerdotale, come si ricava da Numeri 18,10.

Nota: L'oblazione di questi pani non era un sacrificio propriamente detto, poiché in essi non si compiva alcuna immolazione. Sono dunque qui chiamati sacrificio, cioè oblazione, per catacresi. Il nostro Gabriel Vasquez, tuttavia (Parte 3, disputazione 220, numero 28), ritiene che questi pani fossero sacrifici: poiché, dice, venivano cotti dai sacerdoti nel forno, e ciò nel luogo santo, cioè nell'atrio, come se questa cottura fosse la loro trasformazione e offerta sacrificale. Ma ciò è sia incerto, come ho già detto, sia insufficiente; nel forno era la farina a essere trasformata, non il pane. Si aggiunga che questa cottura e trasformazione avveniva nel forno, non sull'altare; e l'altare è il luogo proprio del sacrificio: donde anche la mincha, o pane cotto in padella, sulla graticola o nel forno, non era sacrificio se non quando una parte di esso veniva bruciata a Dio sull'altare, come risulta da Levitico 2.


Versetto 10: Il bestemmiatore

10. Ed ecco, uscì, ecc., e litigò, cioè: Ecco, l'egiziano cominciò a litigare; «uscire» è talvolta preso nel senso di «cominciare» e «intraprendere» qualcosa, come in Esodo 2,1; Deuteronomio 13,13. Questa storia è qui intessuta perché avvenne circa nello stesso tempo in cui furono date le leggi precedenti. La causa della lite non è espressa. I Giudei dicono che litigò perché era ubriaco. Ma l'Abulense confuta ciò; gli Ebrei nel deserto mancavano infatti di vino e di bevanda inebriante, e vivevano soltanto di manna e acqua, né eccedevano nel cibo e nella bevanda, ma mangiavano tutti ugualmente la stessa quantità ogni giorno, cioè un omer. Altri sospettano che volesse piantare la sua tenda fra i Daniti, poiché era di madre danita, sebbene avesse un padre egiziano, e che da ciò sia sorta la lite; ma anche costoro congetturano.


Versetto 11: Avendo bestemmiato il Nome

11. Avendo bestemmiato il nome del Signore e avendolo maledetto. — I Giudei traducono: proferì quel nome (cioè il tetragramma di Dio, che per antonomasia è chiamato shem hasshem, cioè «il nome»), e maledisse. Donde essi ritengono che egli commise due peccati: il primo, che pronunciò il nome tetragrammato di Dio, che per i Giudei è ineffabile; il secondo, che maledisse. Ma errano, poiché vi fu un solo peccato, cioè la bestemmia o maledizione contro Dio. Donde l'ebraico va tradotto così: trafisse, cioè bestemmiò, quel nome (santo e augusto, di Dio), e maledisse; infatti nukab, ovvero kabab, significa scavare, trafiggere, e di qui per metafora svuotare dell'onore, cioè maledire e bestemmiare.

I Rabbini favoleggiavano che questo bestemmiatore fosse il figlio di quell'egiziano che Mosè uccise, Esodo 2,12, e che egli prima bestemmiò Dio, poi maledisse Mosè, volendo vendicare la morte del padre; Dio però, avendo cura dei suoi, volle vendicare piuttosto l'ingiuria fatta a Mosè che la propria, e perciò disse: «Conduci fuori colui che maledisse,» e non: «Conduci fuori il bestemmiatore»; così questi fabbricatori di favole.

Allegoricamente, questo bestemmiatore significa l'Anticristo, dice Radulfo: era infatti della tribù di Dan, dalla quale parimenti nascerà l'Anticristo; donde tutti i Daniti aderiranno all'Anticristo come a un loro congiunto, e quasi nessuno di essi crederà in Cristo; e perciò nell'Apocalisse 7, dove gli eletti di ciascuna tribù sono segnati e contati, la sola tribù di Dan è omessa, come spiegano ivi Areta, Beda, Aimone, Anselmo, Ruperto e Ireneo, libro 5, capitolo 30.

La madre del bestemmiatore si chiama Selomìt, che significa «retribuzione,» figlia di Dibrì, che significa «della parola,» poiché la dannazione a cui l'Anticristo è destinato gli sarà retribuita per le sue bestemmie: tutto il popolo lo lapiderà, poiché tutti gli eletti nel giorno della sua caduta lo condanneranno e con la loro sentenza lo precipiteranno nell'abisso.


Versetto 14: Tutti quelli che udirono pongano le mani sul suo capo

14. Tutti quelli che udirono (la sua bestemmia) pongano le mani sul suo capo, e tutto il popolo lo lapidi. — Era costume presso i Giudei che i testimoni imponessero le mani sul capo dell'accusato, come a significare che questo era il capo empio contro il quale rendevano testimonianza, e che perciò era reo di morte. Lirano aggiunge che essi erano soliti dire: «La tua malizia ti ha portato alla morte, non noi;» come se dicessero: Imputa la tua morte al tuo capo, non a noi. Donde imporre le mani sul capo di qualcuno significa rendere testimonianza contro di lui, come risulta da Daniele 13,34. Oleaster dà un'altra ragione, cioè che gli antichi imponevano le mani sul capo dell'accusato come su una vittima espiatoria; su tale vittima infatti si imponevano le mani, come risulta da quanto detto al capitolo 4, 4 e 24, e al capitolo 16, 21. La bestemmia, l'idolatria e simili gravi delitti, se non vengono puniti, sembrano per la loro enormità contaminare i presenti e i vicini, e anzi l'intera regione, e renderla soggetta alla vendetta divina; per scongiurarla, consegnano il colpevole e l'accusato a Dio e gli impongono le mani, come se con questo rito pregassero realmente che Dio riversi su di lui tutta la pena del peccato, e non vendichi sulla regione o sul popolo il delitto commesso. Allo stesso modo Dio comandò che le mani fossero imposte sugli idolatri, Deuteronomio 17,7. Si veda anche Deuteronomio 21,6-9. E giustamente, dice Teodoreto, Questione 33, adattò alla bestemmia la legge di morte e la pena dell'omicidio, e ordinò che il reo fosse lapidato, poiché il bestemmiatore, non potendo uccidere il Creatore, lo colpisce con la lingua. Donde sant'Agostino su Matteo 26,65, «bestemmiò,» dice: «Non peccano meno coloro che bestemmiano Cristo che regna nei cieli di coloro che Lo crocifissero mentre camminava sulla terra;» cosicché non è meraviglia che tutte le leggi civili, canoniche e divine puniscano i bestemmiatori con tanta severità.


Castighi dei bestemmiatori

Notevole è anche il castigo del bestemmiatore Sennacherib, che per la sua bestemmia fu ucciso insieme a 185 mila uomini; così pure Paolo consegnò un bestemmiatore a Satana, 1 Timoteo 1, ultimo versetto.

Impara qui quanto grande delitto sia la bestemmia, e con quanta severità Dio lo punisca, anche in questa vita. Quanto al futuro, sta la sentenza di Cristo: «Ogni peccato e bestemmia sarà rimessa agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà rimessa. E chiunque dirà una parola contro il Figlio dell'uomo, gli sarà perdonata; ma chi parlerà contro lo Spirito Santo, non gli sarà perdonata, né in questo secolo, né nel futuro.» Così il blasfemo Faraone, dicendo: «Non conosco il Signore,» fu sommerso nel Mar Rosso. Così i Siri, dicendo: «Il Dio dei monti è il loro Signore, e non è Dio delle valli» — molti furono uccisi dai pochi Israeliti in battaglia nella valle, 3 Re 20. Così il blasfemo Anticristo sarà precipitato nell'inferno, Apocalisse 13,6, e 19,20.

Gregorio di Tours narra, nel libro 2 della sua Storia, capitolo 7, e Sidonio, nel libro 8, penultima lettera, che quando i Goti assediavano Orléans, Aniano, vescovo della città, cantava le Litanie col clero lungo le mura; un sacerdote tenuto prigioniero presso i Goti, udendo ciò, esclamò: «Sei guidato da una vana speranza, Aniano, se credi che i nemici possano essere scacciati con le parole — quelle stesse preghiere non hanno giovato ad altre città.» I Santi udirono, e immediatamente privarono della vita il bestemmiatore.

Giuliano l'Apostata, nella guerra persiana, colpito divinamente da una lancia tra le costole, scagliò il suo sangue con la mano verso il cielo: «Sazia la tua ira, Galileo» (così chiamava Cristo), «hai vinto, hai vinto.» Così riferiscono Sozomeno, Rufino ed Eutropio.

Ario, che bestemmiò il Figlio di Dio, andando a evacuare l'intestino, riversò le viscere e morì.

La lingua di Nestorio fu rosa dai vermi, poiché aveva detto che la Beata Vergine era portatrice di Cristo, non portatrice di Dio.

Olimpio, vescovo ariano, bagnandosi nel bagno degli Elyanensi a Cartagine, mentre bestemmiava pubblicamente la Trinità, fu colpito da tre giavellotti come da fulmini e fu consumato, nell'anno di Cristo 510. Ne è testimone Paolo Diacono, libro 15, su Anastasio.

L'imperatore Federico II era solito dire: «Vi sono stati tre insigni impostori che hanno ingannato il genere umano: Mosè, Cristo e Maometto;» per questo fu condannato da Innocenzo IV al Concilio di Lione e spogliato dell'impero. Lipsio riferisce questa sua bestemmia nel libro 1 degli Ammonimenti politici, capitolo 4.

Quelli erano esempi antichi; questi sono del nostro tempo e della nostra terra. Gli eretici progettavano di catturare Halle (una città vicino a Bruxelles, celebre per una statua miracolosa della Beata Vergine). Uno di essi, avvicinandosi alla città, disse: «Taglierò il naso alla donnetta di Halle» (così chiamava la statua della Beata Vergine) «con le mie stesse mani.» La Vergine udì e fece in modo che una grande palla di piombo sparata dalla città gli strappasse il naso. Quel miserabile visse ancora, col nome di Giovanni Zwickius, e fu oggetto di continuo scherno per gli stessi Olandesi per molti anni, e forse è ancora in vita: il fatto è notissimo.

Sono trascorsi dieci anni da quando gli Olandesi conquistarono la cappella della Beata Vergine di Scherpenheuvel: da quel tempo persero Ostenda, e tutto andò loro male (mentre prima andava bene). Fra di essi vi era un cavaliere con un cavallo mezzo cieco, il quale, giungendo alla cappella, disse con scherno: «Se Maria fa miracoli qui, renda la vista al mio cavallo.» La Vergine udì la bestemmia e immediatamente restituì la vista al cavallo, ma accecò il cavaliere bestemmiatore stesso. Ciò il suo compagno confessò prima della morte e in punto di morte, il quale fu messo all'estremo supplizio a Weert per un altro delitto, come scrisse a me lo stesso pretore di Weert, che presiedette al supplizio e all'interrogatorio — io che allora vivevo nella missione della Beata Vergine di Scherpenheuvel, e con l'aiuto mirabile della Vergine sfuggii alle mani degli Olandesi.


Versetto 15: Porterà il suo peccato

15. Il suo peccato — cioè la pena del suo peccato.


Versetto 16: Chi bestemmia muoia di morte

16. Chi bestemmia, muoia di morte, ecc., sia egli cittadino o straniero — anche un Gentile e incirconciso. Costui infatti, per la consuetudine e il diritto delle genti, ricade sotto la giurisdizione giudaica a motivo del delitto ivi commesso, così come questo bestemmiatore, benché egiziano, fu tuttavia punito da Mosè e dai Giudei.


Versetto 18: Vita per vita

18. Darà un sostituto, cioè una vita per una vita — vale a dire un animale vivo al posto dell'animale da lui ucciso.


Versetto 19: Chi infligge una menomazione

19. Chi infligge una menomazione — cioè una cicatrice o mutilazione, come segue.


Versetto 20: Frattura per frattura

20. Frattura per frattura — cosicché, se spezza il piede o la mano di un altro, gli sia spezzato il proprio piede o la propria mano.


Versetto 21: La legge del taglione

21. Chi percuote (uccide) una bestia ne restituirà un'altra. Chi percuote (uccide) un uomo sarà punito. — In ebraico, «morirà,» cioè sarà ucciso; qui infatti egli ripete in generale la legge del taglione proposta al versetto 17, che ha finora illustrato con vari esempi. È probabile, dice l'Abulense, ciò che alcuni Dottori asseriscono, ossia che la pena del taglione dovesse essere inflitta dal giudice se la parte lesa la richiedeva; ma se non la richiedeva e preferiva il denaro, allora il giudice non era tenuto, anzi non poteva infliggere la pena del taglione.