Cornelius a Lapide
Indice
Sinossi del capitolo
Si descrive il settimo anno di remissione, e al versetto 8 l'anno cinquantesimo di giubileo, in cui tutti tornavano alle loro eredità originarie, e gli schiavi ebrei venivano affrancati e divenivano liberi, versetto 39.
Testo della Vulgata: Levitico 25,1-55
1. E il Signore parlò a Mosè sul monte Sinai, dicendo: 2. Parla ai figli d'Israele e di' loro: Quando sarete entrati nella terra che io vi darò, osserverete un sabato al Signore. 3. Per sei anni seminerai il tuo campo, e per sei anni poterai la tua vigna, e ne raccoglierai i frutti; 4. ma il settimo anno vi sarà un sabato di riposo per la terra, un riposo per il Signore: non seminerai il tuo campo e non poterai la tua vigna. 5. Ciò che il suolo produce da sé, non lo mieterai; e non raccoglierai le uve delle tue primizie come vendemmia: perché è un anno di riposo per la terra: 6. ma saranno per voi di nutrimento, per te e per il tuo servo e la tua serva, e per il tuo salariato, e per lo straniero che dimora presso di te, 7. per il tuo bestiame e per le tue bestie, tutto ciò che nasce provvederà nutrimento. 8. Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette, che insieme fanno quarantanove anni; 9. e suonerai la tromba nel settimo mese, il decimo giorno del mese, nel tempo della propiziazione, in tutta la vostra terra. 10. E santificherai l'anno cinquantesimo, e proclamerai la remissione a tutti gli abitanti della tua terra: poiché è il giubileo. Ciascuno tornerà al suo possesso, e ciascuno ritornerà alla sua antica famiglia; 11. perché è il giubileo e l'anno cinquantesimo. Non seminerete, né mieterete ciò che cresce da sé nel campo, né raccoglierete le primizie della vendemmia, 12. a motivo della santificazione del giubileo, ma mangerete ciò che è offerto immediatamente. 13. Nell'anno del giubileo tutti torneranno ai loro possessi. 14. Quando venderai qualcosa al tuo concittadino, o comprerai da lui, non contristare tuo fratello, ma compra da lui secondo il numero degli anni del giubileo, 15. e secondo il computo dei frutti egli venderà a te. 16. Quanto più anni rimarranno dopo il giubileo, tanto più il prezzo aumenterà: e quanto meno tempo conterai, tanto meno costerà l'acquisto; poiché egli ti vende il tempo dei frutti. 17. Non affliggete i vostri contribuli, ma ciascuno tema il suo Dio, poiché io sono il Signore Dio vostro. 18. Adempite i miei precetti, e osservate i miei giudizi, e metteteli in pratica, affinché possiate abitare nella terra senza timore alcuno, 19. e il suolo produca per voi i suoi frutti, dei quali vi nutriate a sazietà, senza temere l'assalto di alcuno. 20. Che se direte: Che mangeremo nell'anno settimo, se non semineremo e non raccoglieremo le nostre messi? 21. Vi darò la mia benedizione nell'anno sesto, ed esso produrrà i frutti di tre anni, 22. e seminerete nell'anno ottavo, e mangerete frutti vecchi fino al nono anno: fino a che non nascano nuovi raccolti, mangerete i vecchi. 23. Anche la terra non sarà venduta in perpetuo; poiché è mia, e voi siete stranieri e coloni miei. 24. Perciò l'intera regione del vostro possedimento sarà venduta con la condizione della redenzione. 25. Se il tuo fratello impoverito venderà il suo piccolo podere, e il suo parente vorrà, potrà riscattare ciò che l'altro aveva venduto. 26. Ma se non ha parente prossimo, e egli stesso riesce a trovare il prezzo per riscattarlo, 27. si conteranno i frutti dal tempo in cui vendette; e ciò che resta lo restituirà al compratore, e così recupererà il suo possesso: 28. ma se la sua mano non troverà il mezzo per restituire il prezzo, il compratore terrà ciò che ha comprato fino all'anno del giubileo. Poiché in quell'anno ogni vendita tornerà al padrone e al possessore originario. 29. Chi vende una casa entro le mura di una città avrà il diritto di riscattarla finché non sia compiuto un anno. 30. Se non la riscatterà, e il ciclo di un anno sarà trascorso, il compratore la possederà, e i suoi posteri in perpetuo, e non potrà essere riscattata, neppure nel giubileo. 31. Ma se la casa è in un villaggio che non ha mura, sarà venduta con il diritto dei campi: se non sarà riscattata prima, tornerà al padrone nel giubileo. 32. Le case dei Leviti che si trovano nelle città potranno sempre essere riscattate: 33. se non saranno riscattate, torneranno ai padroni nel giubileo, perché le case delle città levitiche servono come possedimenti tra i figli d'Israele. 34. I loro terreni suburbani non saranno venduti, perché è un possedimento perpetuo. 35. Se il tuo fratello si sarà impoverito e indebolito nella mano, e lo accoglierai come straniero e pellegrino, e vivrà con te, 36. non ricevere da lui interessi, né più di quanto gli hai dato. Temi il tuo Dio, affinché il tuo fratello possa vivere con te. 37. Non darai il tuo denaro a interesse, né esigerai un'eccedenza di raccolti. 38. Io sono il Signore Dio vostro, che vi ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, per darvi la terra di Canaan, e per essere il vostro Dio. 39. Se il tuo fratello, costretto dalla povertà, si venderà a te, non lo opprimerai con la servitù degli schiavi; 40. ma sarà come un salariato e un colono: lavorerà presso di te fino all'anno del giubileo, 41. e poi uscirà con i suoi figli, e tornerà alla sua parentela e al possesso dei suoi padri. 42. Poiché sono miei servi, e io li ho fatti uscire dalla terra d'Egitto; non saranno venduti come schiavi. 43. Non affliggerlo con la tua autorità, ma temi il tuo Dio. 44. Il vostro servo e la vostra serva provengano dalle nazioni che vi circondano.
45. E dagli stranieri che dimorano presso di voi, o da quelli nati da loro nella vostra terra, questi li avrete come servi, 46. e per diritto ereditario li trasmetterete ai vostri discendenti, e li possederete per sempre; ma i vostri fratelli, i figli d'Israele, non li opprimerete con la vostra autorità. 47. Se la mano di uno straniero e pellegrino si rafforzerà fra di voi, e il tuo fratello impoverito si venderà a lui, o a chiunque della sua stirpe, 48. dopo la vendita potrà essere riscattato. Chiunque dei suoi fratelli lo voglia potrà riscattarlo, 49. sia lo zio paterno, sia il cugino, sia il consanguineo, sia il parente per affinità. Ma se egli stesso ne sarà capace, si riscatterà, 50. contando soltanto gli anni dal tempo della sua vendita fino all'anno del giubileo; e il denaro per cui fu venduto sarà computato secondo il numero degli anni e la paga di un salariato. 51. Se rimangono più anni fino al giubileo, secondo questi pagherà anche il prezzo: 52. se pochi, calcolerà con lui secondo il numero degli anni, e restituirà al compratore ciò che resta degli anni, 53. deducendo la paga degli anni in cui servì prima: non lo affliggerà con violenza al tuo cospetto. 54. Ma se non potrà essere riscattato per questi mezzi, uscirà nell'anno del giubileo con i suoi figli. 55. Poiché i figli d'Israele sono miei servi, e io li ho fatti uscire dalla terra d'Egitto.
Versetto 2: Quando sarete entrati nella terra
2. Quando sarete entrati nella terra che io vi darò, osserverete un sabato al Signore — cioè osservate il sabato o riposo della terra, fate riposare la terra nell'anno settimo. Donde l'ebraico, il caldeo, i Settanta e alcune versioni latine hanno «riposi la terra», cioè la terra riposi nel sabato del Signore, ossia in un riposo ordinato all'onore e al culto del Signore. Era infatti questa una legge cerimoniale pertinente al culto divino, che comandava che l'anno settimo fosse celebrato universalmente da tutti, così come il settimo giorno: perciò ogni settimo anno era un sabato, cioè un riposo per la terra; donde questi anni furono chiamati sabbatici. Dio istituì questo sabato della terra affinché, come dice Sant'Agostino, Questione LXXXIX, la vacanza stessa della terra fosse come il prezzo dell'abitazione, e quasi il prezzo della redenzione da Colui di cui essa è, cioè dal suo Creatore Dio, affinché gli Ebrei, per la terra loro data da Dio, gli rendessero questo sabato quale culto e omaggio.
Si noti il «quando sarete entrati nella terra»: poiché prima dell'ingresso, cioè nel deserto, questa legge dell'anno settimo, come anche del giubileo, non fu osservata. Infatti l'anno settimo e il giubileo furono istituiti per condonare debiti, lavori e servitù; ma nel deserto non vi erano debiti, poiché non vi era penuria; né ivi lavoravano o coltivavano la terra, poiché tutti erano ugualmente nutriti dal cielo con la manna, e vestiti con le medesime vesti che sempre restavano integre e incorrotte, come risulta da Deuteronomio VIII, 4. Nel deserto non vi erano neppure le servitù, le quali furono introdotte presso i Giudei a causa di questi debiti e necessità corporali, come si lascia intendere nel versetto 39.
«Quando sarete entrati nella terra» — sottintendi: e l'avrete posseduta, così da poterla coltivare; poiché, come segue: «Per sei anni seminerai il tuo campo, ma nel settimo anno vi sarà un sabato», cioè riposo, «per la terra.» Non poteva dunque il computo degli anni, tanto sabbatici quanto giubilari (poiché dal sabbatico dipende e deve essere calcolato l'anno giubilare, come dirò fra poco), essere iniziato prima che gli Ebrei ricevessero il possesso della terra promessa, e, conseguita la pace e la tranquillità, potessero coltivarla: come infatti si sarebbero potuti coltivare campi non ancora occupati? O come si sarebbe potuto calcolare un anno sabbatico da una terra non ancora lavorata? Donde è chiaro che l'inizio degli anni sabbatici e giubilari deve essere contato dall'anno in cui la terra fu divisa a sorte fra gli Ebrei da Giosuè; allora infatti il popolo, introdotto nel suo possesso, cominciò a coltivare i campi; e ciò avvenne nell'anno 47 dall'uscita dall'Egitto, come si ricava da Giosuè XIV, versetto 10, che fu il settimo anno di Giosuè dopo la morte di Mosè, e l'anno del mondo 2500; pertanto dal mese 7, giorno 10, di quello stesso anno, deve iniziare il computo degli anni sabbatici e giubilari. Così Serario in Giosuè capitolo XIII, Questione XIV, alla fine, dove confuta i Rabbini nel Seder Olam, che fanno iniziare questi anni dalla posteriore divisione della terra, la quale fu fatta non nell'anno 7 ma nell'anno 14 a Silo. Computando dunque da questo anno del mondo 2500, il 105° anno sabbatico cade nell'anno 15 del re Ezechia, come risulta sia dalla cronologia sia da IV Re XIX, 29, confrontato con IV Re XVIII, 13. E di conseguenza il 121° anno sabbatico cade nell'anno 9 di Ioakim figlio di Giosia, cosicché il primo anno di Sedecia fu il quarto anno della 121ª settimana sabbatica, come risulta da Geremia XXVIII, 1. Così Vatablo in quel luogo, e Scaligero nella Correzione dei Tempi.
Sbagliano dunque coloro che fanno iniziare gli anni sabbatici dal primo anno di Giosuè, quando gli Ebrei entrarono in Canaan combattendo contro Gerico, poiché devono iniziare dal settimo anno di Giosuè, quando la terra, sottomessa da tante guerre, cominciò a essere divisa e coltivata: di là infatti il successivo settimo anno fu il sabato della terra, e doveva essere osservato come sabato, e da esso conseguentemente ogni settimo anno era sabbatico; e dopo sette anni sabbatici, cioè dopo 49 anni compiuti (poiché sette volte sette fa 49), l'anno seguente cinquantesimo era il giubileo, come risulta dal versetto 8. Il primo giubileo cominciò dunque a essere contato dall'anno del mondo 2500, il quale anno fu il cinquantesimo giubileo del mondo; cinquanta volte 50 fanno infatti 2500; dunque in questo anno del mondo 2500, termina il 50° giubileo del mondo e inizia il 51°. Terminando dunque il cinquantesimo giubileo del mondo, segue il computo degli anni giubilari di Mosè, cosicché il cinquantunesimo giubileo del mondo è l'inizio e il punto di partenza del primo giubileo mosaico; cosicché da allora, nell'anno cinquantesimo, cioè l'anno del mondo 2550, fu celebrato il primo giubileo mosaico. Da ciò risulta che Cristo nacque alla fine del ventinovesimo giubileo mosaico. Poiché il primo giubileo di Mosè iniziò nell'anno del mondo 2500, dal quale, se conti i giubilei per periodi di 50 anni, fino all'anno del mondo 3950, in cui nacque Cristo, troverai che fino a Cristo trascorsero esattamente 29 giubilei.
Menzione di questi anni sabbatici, se furono osservati o trascurati dai Giudei, si trova in Geremia capitolo XXXIV, 14, e in IV Re XIX, 29, e in I Maccabei VI, 53, e presso Giuseppe Flavio, libro XIII, capitolo XV, e libro XIV, capitolo XXVIII.
Versetto 5: Non raccoglierai le uve delle tue primizie
5. Non raccoglierai le uve delle tue primizie. — «Le uve delle primizie», che cioè nell'anno settimo, quale primo del seguente settennio, lasci come primizie al Signore, affinché siano raccolte dai poveri, in onore di Dio. Donde in ebraico queste uve sono chiamate nezirecha, cioè del nazirato, ossia della santificazione, come traducono i Settanta, o della separazione, come traduce il Caldeo, le quali cioè in questo anno settimo lasciavano intatte e, per così dire, separavano per Dio.
I quattro privilegi dell'anno sabbatico
Vi erano dunque quattro tratti notevoli e privilegi dell'anno settimo, o sabbatico. Primo, che in quell'anno i Giudei non potevano seminare, mietere, potare o vendemmiare, ma si dava riposo ai campi e alle vigne, e i frutti che nascevano spontaneamente da essi erano comuni a tutti gli uomini e animali; si veda quanto detto in Esodo XXIII, 11. Secondo, che in questo anno settimo vi era la remissione di tutti i debiti, se il debitore era ebreo di nascita, ma non se era straniero e gentile; ciò risulta da Deuteronomio XV, 2 e seguenti. La quale era davvero una legge insolita e meravigliosa. Donde Deuteronomio XV, 9 dice: «Guardati dal dire in cuor tuo: Si avvicina il settimo anno della remissione, e dal distogliere gli occhi dal tuo fratello povero, non volendo prestargli ciò che domanda, ma gli darai, e non agirai con astuzia nel sollevare le sue necessità»; e aggiunge la ricompensa, dicendo: «Affinché il Signore Dio tuo ti benedica in ogni tempo, e in tutte le cose a cui metterai mano.» Se osserverai questa legge di remissione dei debiti, Dio ti compenserà abbondantemente ogni debito con la sua benedizione. Poiché, come dice il Sapiente, Proverbi XIX, 17: «Chi ha misericordia del povero presta a Dio, ed Egli gli renderà la sua ricompensa.» Terzo, che in quest'anno vi era la remissione e la liberazione dalla servitù: gli schiavi ebrei venivano affrancati, come risulta da Esodo XXI, 2. Si veda quanto detto in quel passo. Ma se lo schiavo non era ebreo bensì straniero, restava servo in perpetuo, come qui si dice nel versetto 46. Quarto, in quest'anno si comandava di leggere il Deuteronomio davanti a tutto il popolo, Deuteronomio XXXI, 10.
Versetti 8, 9 e 10: L'anno giubilare descritto
8, 9 e 10. Conterai anche sette settimane di anni, ecc., e suonerai la tromba nel settimo mese, il decimo giorno del mese, e santificherai l'anno cinquantesimo. — Qui si descrive l'anno giubilare: si comanda dunque che non nell'anno 50, ossia l'anno del giubileo, come sostiene Serario, ma nell'anno 49 che precede il giubileo suonassero la tromba e proclamassero che il seguente anno cinquantesimo sarebbe stato il giubileo, affinché ciascuno si preparasse per esso; poiché l'anno 49 non era l'anno del giubileo, ma era un anno sabbatico.
Sembrano dunque errare Radulfo, Ugo Cardinale, Gerardo Mercatore nella sua Cronologia, e Giuseppe Scaligero, libro V, i quali ritengono che l'anno 49 fosse il giubileo, dicendo tuttavia che è chiamato ed è il cinquantesimo, se in questo numero si include il precedente anno cinquantesimo, ossia giubilare: dicono infatti che questo deve essere contato, e da esso deve iniziare la numerazione dell'anno 50, ossia del giubileo seguente. Errano, dico, perché così quell'anno 50 verrebbe contato due volte: la prima, quando è l'ultimo e 50°, ossia il giubilare; la seconda, in quanto lo stesso anno è l'inizio del giubileo seguente. Donde San Cirillo, Ambrogio, Clemente, Beda, San Girolamo, Cassiodoro, Isidoro, l'Abulense, Oleaster confutano questa opinione, e da essi diffusamente Serario in Giosuè XIII, Questione XIV.
Donde gli stessi errano una seconda volta, quando ritengono che l'anno giubilare coincidesse con il sabbatico, affinché, dicono, non concorressero due anni di ozio; da ciò infatti seguirebbe o che il giubileo fosse celebrato non nell'anno 50 ma nel 49, oppure che l'anno sabbatico fosse celebrato non nel settimo ma nell'ottavo anno, entrambe le cose in contraddizione con questo decreto di Dio. L'anno 49 era dunque sabbatico, e il seguente anno 50 era il giubilare: ciò si intenda del primo giubileo, poiché nel seguente, ossia secondo giubileo, fra l'anno sabbatico e quello giubilare intercorse un anno; nel terzo giubileo intercorsero due anni, nel quarto tre, e così successivamente, fino a che al ritorno del settimo giubileo l'anno sabbatico e quello giubilare coincidessero. La ragione e l'origine di ciò era che il giubileo seguente veniva sempre contato dal giubileo precedente, ossia dall'anno 50, mentre l'anno sabbatico veniva sempre computato dal precedente sabbatico, ossia dal settimo anno. Da ciò accade che ciascun giubileo dista di un anno da 7 cicli sabbatici, ossia 49 anni, il che si vedrà chiaramente se si raddoppiano questi anni; due volte 49 infatti fanno 98: dunque l'anno 98 era il quattordicesimo sabbatico, mentre il secondo giubileo era l'anno centesimo. Parimenti, se si triplica 49, si ottiene 147, cosicché l'anno 147 fu il ventunesimo sabbatico, mentre il terzo giubileo era l'anno 150; dove chiaramente si vedono due anni interposti fra il sabbatico e il giubilare, che nell'ordine era il terzo. Perciò a ogni ottavo giubileo, l'anno sabbatico e quello giubilare si succedevano immediatamente: e così allora i Giudei avevano due anni consecutivi di riposo, nei quali non era lecito né seminare né mietere; ma il Signore aveva promesso di dare agli Ebrei in quegli anni il doppio, anzi il triplo del raccolto consueto, come risulta qui dal versetto 21. Lo stesso accadrebbe ai cristiani se osservassero le feste come devono.
In senso simbolico, Francesco Valesio, De Sacra Philosophia, capitolo XXI, dice: Dio descrisse il giubileo mediante sette periodi di sette anni, appropriatamente corrispondenti agli anni climaterici, cioè scalari. Questi sono gli anni che chiudono ciascun settennio, ossia l'anno 7, 14, 21, 28, 35, 42, ma specialmente 49 e 63, poiché 49 è composto di sette settenni e 63 di nove settenni. Questi anni sono chiamati scalari perché in essi la vita dell'uomo, per così dire, sale per i gradini di una scala. I gradini sono infatti i settenni stessi, in ciascuno dei quali avvengono notevoli mutamenti in ogni fase dell'età e della vita, e molti sono provati da malattie, e accade anzi che muoiano, specialmente nell'anno 49 e 63, che per questa ragione Augusto Cesare giustamente temeva. Il giubileo fu dunque opportunamente stabilito dopo il settimo settennio, come se dopo la vita di un uomo e di una generazione dovesse succedere un'età nuova e una nuova generazione, nella quale perciò tutte le cose devono essere rinnovate e restituite ai possessi aviti.
I misteri del numero sette (che l'anno sabbatico e il giubileo contengono) li esporrò a Deuteronomio V, 12.
Nel settimo mese, il decimo giorno del mese
Si noti: le altre feste dei Giudei cominciavano da Nisan, cioè marzo; questo infatti era il primo mese dell'anno sacro, come risulta da Esodo XII, 1. Ma l'anno sabbatico e il giubileo non cominciavano da Nisan, come sostiene l'Abulense, bensì da Tishri, ossia il settimo mese, che era l'inizio dell'anno comune e civile. Così il Burgense, Pererio, Scaligero, e da essi Serario in Giosuè XIII, Questione XIV. La ragione era che se questi anni fossero cominciati con le altre feste da marzo, allora i Giudei avrebbero perduto il raccolto dell'anno seguente a marzo: in questi anni infatti, essendo sabbatici, vi era un sabato, cioè riposo per la terra, cosicché non era lecito né mietere né seminare; perciò i Giudei avrebbero perduto il raccolto dell'anno corrente, e anche di quello seguente: poiché non potendo seminare in quell'anno, conseguentemente non potevano mietere nell'estate dell'anno seguente. Perciò nell'ottavo giubileo, quando l'anno sabbatico e quello giubilare coincidevano, cosicché il giubileo seguiva immediatamente il sabbatico, avrebbero perduto il raccolto di tre anni. Ma cominciando da Tishri, ossia il settimo mese, perdevano la semina e il raccolto di un solo anno, o di due se l'anno sabbatico e quello giubilare coincidevano.
Nel tempo della propiziazione — cioè nel giorno e nella festa dell'Espiazione, che si celebrava il decimo giorno del settimo mese, come è stato detto nel capitolo XXIII, versetto 27: in quel giorno infatti in tutta la terra d'Israele, come qui si dice, in ciascuna città vi erano trombettieri che con il suono della tromba proclamavano che l'anno seguente sarebbe stato il giubileo. Ciò avveniva opportunamente nella festa della propiziazione, perché nel giubileo vi sarebbe stata una piena remissione e propiziazione.
E santificherai l'anno cinquantesimo
E santificherai (cioè dichiarerai santo e a me consacrato il prossimo) anno cinquantesimo. — Si veda il Canone 11. Ribera spiega diversamente: «santificherai», dice, significa che preparerai il popolo alla celebrazione dell'anno 50. Così «santificare» è usato nel senso di «preparare», Isaia XIII, 3: «Ho dato ordine ai miei santificati», cioè ai Persiani e ai Medi, che ho preparato per distruggere l'impero dei Caldei.
E proclamerai la remissione — cioè proclamerai che in quell'anno vi sarà la remissione delle servitù, dei debiti e dei beni alienati. Poiché se nell'anno settimo vi era la remissione dei debiti, come risulta da Deuteronomio XV, 2, a maggior ragione tale remissione doveva essere fatta nell'anno 50, ossia nel giubileo, che era l'anno della pienissima remissione.
Poiché è il giubileo. — In ebraico: poiché è il jobel, o jobelus. Così infatti, con diversi punti vocalici, leggono Giuseppe Flavio, San Girolamo nel suo commento a Galati, capitolo 1, il Caldeo e i Masoreti.
Si domanda: da dove è chiamato questo anno jobel, jobelus, giubileo? Andrea Masio in Giosuè, capitolo VI, ritiene che jobel derivi da Jubal, primo inventore della cetra e dell'organo, Genesi, capitolo IV. Altri, seguendo comunemente il Caldeo e i Rabbini, come Lirano, Pagnino, Vatablo e Agostino Eugubino nell'ultimo capitolo dei Numeri, ritengono che jobel significhi corno d'ariete, e che l'anno giubilare sia così chiamato perché in quell'anno suonavano corni d'ariete. Alcuni aggiungono che jobel è una parola araba che significa ariete: donde il Caldeo talvolta traduce dichra, cioè ariete.
Jobel e giubileo: da dove derivano questi nomi?
Altri hanno altre opinioni, come Serario passa in rassegna in Giosuè XIII, Questione XIV. Ma è di gran lunga più sicuro in questa materia seguire gli antichi e dottissimi Ebrei.
La terza e vera opinione: da jabal
Dico dunque: Jobel o giubileo deriva dalla radice jabal, cioè portare, ricondurre, e invero con gioia e letizia, sia di chi conduce sia di chi è condotto, come Serario mostra con vari esempi in Giosuè VI, Questione V. L'anno di jobel è dunque lo stesso che l'anno che porta ogni bene e riconduce ciascuno alla sua primitiva libertà e alla sua eredità. Così Oleaster, Ribera, Serario e altri. Concorda anche Gaetano, che fa derivare jobel da jobel, cioè germoglio, cosicché l'anno di jobel è lo stesso che l'anno che fa germogliare ogni bene. Con Gaetano concorda Angelo Pientino (libro III, Del Giubileo, capitolo IV), e Bellarmino (libro I, Delle Indulgenze, capitolo I).
Che questa sia l'origine e l'etimologia di jobel e giubileo risulta, in primo luogo, da Giuseppe Flavio, il quale dice nel libro III delle Antichità, capitolo X: «La parola jobel significa libertà, cioè restituzione alla libertà».
In secondo luogo, perché i Settanta traducono ovunque jobel come aphesis, cioè remissione.
In terzo luogo, perché Filone e il suo traduttore San Girolamo, nel libro Sui Nomi Ebraici sotto la Genesi, traducono jobel come «colui che rimanda». Lo stesso Girolamo, nel libro II su Isaia, verso l'inizio, dice: «Il giubileo, cioè l'anno della remissione».
In quarto luogo, perché questo passo lo prova interamente, poiché recita: «Proclamerai la remissione; poiché è il giubileo», come a dire: Poiché è l'anno della remissione. E ciò che segue lo conferma: «Ciascuno tornerà al suo possesso e alla sua famiglia.» Donde anche noi chiamiamo giubileo l'anno delle pienissime indulgenze, come mostra Serario in Giosuè, capitolo VI, Questione VII.
Jobel significa dunque remissione. Da ciò, in secondo luogo, jobel significa la tromba, o piuttosto il suono della tromba, che risuonava festosamente in quell'anno. Donde anche le parole latine jubilum e jubilare (esultanza ed esultare) sembrano derivarne, come insegna Eugubino sopra. Donde anche il suono della tromba che risuonava sul Sinai, quando fu data la legge, è chiamato per anticipazione jobel in ebraico (Esodo XIX, 13).
Ora le trombe del giubileo non erano quelle due trombe d'argento, come riteneva l'Abulense, con cui il popolo veniva convocato alle feste, di cui si tratta in Numeri X. In Giosuè VI, 13, si dice infatti che le trombe del giubileo fossero sette, le quali hanno un diverso nome in ebraico, e non venivano mai usate nelle feste e negli anni se non nel giubileo; poiché dice specificamente: «Il cui uso è nel giubileo.» Queste trombe non erano dunque d'argento ma di corno. Così infatti San Girolamo, nel commento a Osea capitolo V, e i Settanta al Salmo XCVII, 6, interpretano la parola ebraica shophar, che ricorre in questo passo. Tuttavia queste trombe non erano di corno d'ariete, poiché quello lo suonavano soltanto nella festa delle trombe, in memoria dell'ariete sostituito a Isacco quando il padre stava per immolarlo; erano piuttosto di corno bovino. San Girolamo dice infatti sopra: «La tromba è pastorale.» Ma i pastori soffiano non nei corni degli arieti, bensì in quelli dei buoi; e che tali fossero i corni degli antichi insegna Varrone, nel libro IV del De Lingua Latina: «I corni che ora sono fatti di bronzo, allora erano fatti di corno bovino», e aggiunge che buccina (tromba) prende il nome da bubus (buoi) o dal suono dei buoi «bou bou», perché canta ai buoi e li chiama. Donde anche le trombe di bronzo da guerra furono poi chiamate corni, come: «I corni strepitarono con roco suono» (Eneide VIII). Da ciò risulta che il suono di questa tromba era aspro e roco (tale è infatti il suono dei corni), il quale tuttavia nelle feste moderava e temperava i suoni acuti e concitati degli altri strumenti, come un tono più grave.
Nell'anno settimo vi era la remissione dei debiti, come risulta da Deuteronomio XV, 2; a maggior ragione dunque tale remissione doveva essere fatta nell'anno 50, ossia nel giubileo, che era l'anno della pienissima remissione.
Senso anagogico: il giubileo e la risurrezione
In senso anagogico, come il sabato e l'anno settimo o sabbatico, così anche il giubileo significa la risurrezione e il riposo eterno dell'intero anno, cioè dell'eternità. Allora infatti, in primo luogo, tutti i servi, i salariati, le bestie da soma e il bestiame — cioè i semplici e tutti coloro che faticano — saranno liberi dalla fatica, perché la lode e la visione di Dio saranno l'ozioso impegno dei Beati. In secondo luogo, suoneranno la tromba nell'anno precedente, cioè il 49°, perché segni terribili che proclamano il giudizio imminente precederanno la risurrezione. In terzo luogo, la suoneranno anche nel giubileo stesso, perché a motivo della vittoria consumata, un perpetuo alleluia sarà cantato per tutte le vie del cielo. In quarto luogo, torneremo al nostro primo possesso, cioè al paradiso, dal quale fummo cacciati con il nostro primo padre, avendo ora ricevuto la piena remissione dei peccati — e poiché ciò è inestimabile, per questo viene qui ripetuto tante volte. In quinto luogo, la terra non sarà seminata, perché allora non vi sarà alcuna semina di nuovi meriti, ma godremo soavissimamente del frutto dei precedenti. Così dicono pressappoco Radulfo, Isichio e Ribera (libro V, Del Tempio, capitolo XXV).
Senso tropologico: il giubileo e il perdono
In senso tropologico, Ruperto dice: «Questa è veramente la santa e bellissima festa del giubileo, da celebrarsi con il suono della tromba della predicazione evangelica, affinché ciascuno torni al suo possesso e alla sua famiglia — cioè quando perdoniamo le offese contro di noi, cosicché, tolta ogni discordia, tutti tornino all'antica famiglia della pace e della concordia, e abbiano un cuor solo e un'anima sola, e cantino: Ecco com'è bello e com'è giocondo abitare insieme come fratelli!»
Senso allegorico: il giubileo e il tempo di Cristo
In senso allegorico, il giubileo è il tempo di Cristo e della grazia, come predisse Isaia, e da lui Cristo stesso (Luca IV, 19), e San Paolo (II Corinzi VI, 2).
Il giubileo cristiano
Infine, presso i cristiani, il Papa Bonifacio VIII istituì l'anno giubilare sotto questo nome nell'anno di Cristo 1293, da celebrarsi nell'anno di Cristo 1300, e ordinò che fosse rinnovato ogni centesimo anno, e a coloro che venivano a Roma e visitavano le tombe dei Santi Pietro e Paolo concesse l'indulgenza plenaria di tutti i peccati — e ciò per ricondurre il popolo romano dalla vana celebrazione dei giochi secolari a una vera e solenne osservanza sacra.
Cinquant'anni dopo, Clemente VI decretò che il giubileo fosse celebrato ogni cinquant'anni (poiché la durata della vita umana poteva a stento raggiungere quel giubileo al centesimo anno), il quale fu il vero giubileo. Lo decretò nell'anno di Cristo 1345, come attesta il Volaterrano, libro XXII. Il primo giubileo di tal genere fu dunque nell'anno di Cristo 1350, nel quale anno vi fu a Roma una tale moltitudine di gente, come attesta il Petrarca, testimone oculare, che non fu meraviglia che ne nascesse una pestilenza così grave in tutta Italia che su mille ne sopravvissero a stento dieci, come attesta Crantzio, libro IX della Metropolis, capitolo XLIII.
Di nuovo, sotto Niccolò V, nel giubileo dell'anno di Cristo 1450, vi fu a Roma una tale folla che molti vi perirono schiacciati, come attestano Platina e Sabellico, libro V delle Enneadi, capitolo X.
Infine, Sisto IV ridusse il giubileo a ogni venticinque anni, e fu il primo a celebrarlo nell'anno di Cristo 1475; lo fece affinché ogni generazione potesse partecipare a questo dono. Del resto, nel giubileo il Pontefice apre la porta aurea, come è chiamata, alla quale accorre una folla immensa per ottenere la remissione dei peccati. Le preghiere, le elemosine, le penitenze e gli altri esercizi di pietà che si compiono in quell'anno sia a Roma sia altrove sono inenarrabili. E in tutte queste cose i Prelati e i principali di Roma precedono gli altri.
Se i Giudei acquistavano campi fuori della terra, anche dai loro stessi connazionali giudei, questi rimanevano di loro proprietà in perpetuo, e non tornavano all'erede originario nel giubileo. Così dice Oleaster. Donde segue che in Giudea nessuno era ricco di beni immobili, a meno che non fosse nato ricco, o a meno che per diritto ereditario, estintisi gli altri eredi, le proprietà non gli fossero devolute. Nei beni mobili dunque soltanto i Giudei potevano arricchirsi.
E ciascuno tornerà alla sua antica famiglia
Per il fatto che ciascuno torna al suo antico possesso, come è stato detto sopra, torna anche alla sua famiglia, poiché i possessi erano stati distribuiti e assegnati da Giosuè a ciascuna famiglia nella terra promessa.
Versetti 11 e 12: Il sabato dell'anno giubilare
Non seminerete a motivo della santificazione (santità) del giubileo (cioè affinché osserviate quest'anno con un riposo religioso), ma mangerete ciò che è offerto immediatamente (così si deve leggere con l'edizione romana — non «portato via», ma i frutti del campo che nascono spontaneamente e si trovano alla mano nell'anno giubilare), cogliendoli soltanto, non però mietendoli o vendemmiandoli per voi. Gli Ebrei danno questa ragione di questa legge: affinché cioè i ricchi alzassero gli occhi al cielo e considerassero le necessità dei poveri, cosicché quando essi stessi nell'anno settimo si lamentano: «Che mangeremo, o che berremo?», si ricordassero che i poveri sono sempre in quella ansietà e preoccupazione, i quali non seminano né mietono mai, e imparassero così ad avere compassione di loro e a soccorrerli.
Cinque ragioni per la restituzione dei beni nel giubileo
Dio sancì questa restituzione dei beni al proprietario originario nel giubileo, in primo luogo, a questo fine: affinché le tribù d'Israele non si confondessero, ma attraverso le eredità e le successioni ereditarie, nei territori e nei possedimenti assegnati a ciascuna tribù, si potesse conoscere da quale tribù provenisse ciascuno — e ciò a motivo del Messia, affinché i Giudei potessero sapere con certezza, secondo la profezia di Giacobbe (Genesi 49,10), che Cristo era nato dalla tribù di Giuda. Così afferma l'Abulense.
In secondo luogo, affinché le famiglie onorevoli e nobili rimanessero nel loro stato di onore, e nessun figlio prodigo potesse dissipare i fondi e i beni aviti, e così rovinare la propria famiglia. A questo male infatti si provvide mediante la restituzione dei beni nel giubileo.
In terzo luogo, per porre un limite all'avarizia e alla cupidigia, affinché nessun avaro, acquistando tutti i beni, si arricchisse smisuratamente.
In quarto luogo, affinché si conservasse una certa uguaglianza tra i Giudei, e non accadesse che alcuni divenissero ricchissimi e altri poverissimi, e così si desse occasione all'invidia, alla superbia e alla mormorazione; ma ciascuno, contento della propria sorte equamente distribuita da Giosuè tra tutti, conducesse una vita socievole e amichevole.
In quinto luogo, affinché i Giudei sapessero di non avere tanto il dominio quanto l'uso della propria terra, e che Dio ne aveva riservato a sé il dominio, come è detto al versetto 23. Infine, per questa ragione i Giudei, dal tempo della loro distruzione in poi, non osservano il giubileo, poiché la distinzione dei possedimenti e delle tribù tra loro è già stata abolita, e non hanno più le proprietà per la cui restituzione il giubileo era stato principalmente istituito.
Versetto 13: Ciascuno tornerà al proprio possesso
Cioè al campo, alla casa e a simili beni immobili; il discorso verte soltanto su di essi. Infatti, anche se questi fossero stati venduti mille volte, al tempo del giubileo tornavano al proprietario originario da sé, senza alcun pagamento. Da ciò accadeva che, quanto più si avvicinava l'anno cinquantesimo, tanto meno venivano venduti i beni immobili. La vendita di questi beni presso i Giudei, dunque, non era assoluta, ma soltanto per un periodo di tempo determinato, cosicché tale vendita pareva essere piuttosto una locazione della proprietà per cinquant'anni che una vendita vera e propria, sebbene in realtà trasferisse il dominio della cosa al compratore. Ciò si intende dei beni situati nella stessa Giudea.
Versetto 14: Quando venderai qualcosa al tuo concittadino
Cioè affinché, contro la legge qui da me prescritta, tu non voglia comprare, o trattenere ciò che è stato acquistato da lui oltre il giubileo, in perpetuità; ovvero non voglia vendere una cosa per un prezzo superiore, o comprare per un prezzo inferiore a ciò che la cosa vale — vale a dire, l'uso e il godimento della cosa fino al giubileo. Questo è infatti ciò che segue: «Ma secondo il numero degli anni del giubileo comprerai da lui, e secondo il computo dei raccolti egli venderà a te», cosicché se pochi anni restano fino al giubileo, la cosa si vende per meno; se restano più anni, per più. Infatti la cosa deve essere venduta secondo il computo dei suoi frutti e raccolti; dunque, se il compratore riceverà i frutti di pochi anni soltanto, compri la cosa per meno; se di molti anni, per più. Questo è infatti ciò che segue: «Il tempo dei raccolti egli venderà a te.»
Versetti 20 e 21: Il triplice raccolto dell'anno sesto
Da ciò risulta chiaro che la fertilità della terra santa era in parte non naturale, ma divina, e proveniente dal dono di Dio. Dio qui promette infatti ai Giudei che, se osserveranno la legge, specialmente riguardo al riposo da osservare nell'anno settimo o sabbatico, darà loro nell'anno sesto messi per tre anni — cioè per l'anno sesto, per il settimo o sabbatico, e per l'ottavo, nel quale di nuovo seminavano.
Ascoltino ciò i cristiani, e imparino a non cercare i propri guadagni violando le feste con lavori, vendite e simili. Se infatti Dio qui promette ai Giudei, che osservano il riposo per un intero anno sabbatico, provviste per tre anni, quanto più provvederà ai cristiani, che osservano il riposo di pochi giorni festivi, il vitto e i guadagni.
I Giudei furono privati di questo grande beneficio di Dio — cioè del triplice raccolto dell'anno sesto — al tempo dei Maccabei, come risulta da 1 Maccabei 6,49 e 53.
Versetti 23 e 24: La terra non sarà venduta in perpetuità
In ebraico si legge: La terra non sarà venduta a distruzione, rovina o recisione — cioè in modo che sia permanentemente recisa e alienata dal venditore. Il caldeo traduce: la terra non sarà venduta in proprietà; i Settanta: in confermazione — vale a dire che sia appropriata e confermata al compratore in perpetuità. La ragione segue: «Perché è mia», come a dire: Io, Dio, ho un dominio supremo e trascendente sulla vostra terra; pertanto mi è lecito imporre alla sua vendita qualunque condizione io voglia, tanto più che io vi ho condotti in essa come stranieri e coloni.
«Tutto il territorio del vostro possesso» (cioè tutto il possesso del vostro territorio — è un'ipallage; una simile la vedemmo al capitolo 12, versetto 4) «sarà venduto con la condizione del riscatto.» Questa è una legge diversa dalla precedente; essa dispone e ordina infatti che in ogni alienazione di terra si intenda annessa la facoltà di riscattarla. Ciò è chiaro dall'ebraico, che recita: E in tutta la terra del vostro possesso concederete il riscatto della terra — e ciò affinché anche per questa via si sostenesse la stabilità dei possedimenti di ciascuna tribù. Così Gaetano, e risulta da quanto segue.
Filone, nel libro Sui Cherubini, insegna in modo bellissimo da questo passo che solo Dio è signore e possessore di tutte le cose; gli uomini invece ne hanno soltanto l'usufrutto a vita, non il vero dominio. «Da ciò è chiaro,» dice, «che noi usiamo di possessioni altrui, e non possediamo né gloria, né ricchezze, né onori, né autorità, né alcun'altra cosa del corpo o dell'animo come propria — e neppure queste stesse cose, come se fossero nostre per diritto e dominio; piuttosto, finché viviamo qui, abbiamo soltanto l'usufrutto.» Perciò di questo mondo dobbiamo servirci soltanto di passaggio, così come i cani bevono dal Nilo; in Egitto, infatti, i cani, per non essere catturati dai coccodrilli, non indugiano nel bere, ma lambiscono e fuggono, come attesta Plinio (Libro 8, capitolo 40). Onde, dopo la fuga da Modena, a quanti chiedevano cosa facesse Antonio, qualcuno rispose: «Ciò che fa un cane in Egitto — beve e fugge.» Così noi dobbiamo prendere in fretta le cose necessarie da questo mondo, per non essere catturati dal demonio; tutto il resto va oltrepassato. «Qualunque cosa ti stia intorno, considerala come il bagaglio di un'osteria lungo la via: bisogna passare oltre,» dice Seneca (Libro 17, Epistola 103).
Versetto 29: Chi vende una casa
Come a dire: Chi vende una casa situata dentro una città può riscattarla entro un anno restituendo il prezzo; ma se non lo fa, non potrà mai, neppure nel giubileo, riscattarla o riaverla. Dio ciò stabilì, in primo luogo, affinché per tale mezzo le città divenissero popolose; ciò attira infatti compratori e abitanti alle città, se possono acquistarvi una casa stabile e sicura. In secondo luogo, affinché nessuno vendesse facilmente e sconsideratamente la propria casa in città, sapendo che non l'avrebbe mai più recuperata. In terzo luogo, perché le tribù e le famiglie non si distinguevano in base ai possedimenti o alle case che si trovavano entro le città; per questo anche i Leviti potevano possederle, i quali tuttavia si diceva non avessero possesso alcuno nella terra promessa.
Sono eccettuate da questa legge le case dei Leviti: queste infatti, se non venivano riscattate, tornavano ai loro proprietari nel giubileo, perché, come è detto al versetto 33: «Le case delle città dei Leviti tengono luogo di possedimento tra i figli d'Israele», come a dire: I Leviti non hanno altro possedimento che le loro case, e pertanto è giusto che queste ritornino, così come ritornano gli altri possedimenti dei laici. Le case situate fuori dalle città, nei villaggi, erano considerate sotto la stessa legge dei loro campi, e al tempo del giubileo tornavano al proprietario originario, sia che appartenessero ai Leviti sia ad altri. Si veda l'Abulense, Questione 20.
Tropologicamente, chi è in peccato mortale può, durante il tempo dell'anno — cioè di questa vita — riscattare la casa, cioè la carità, con il prezzo della penitenza; ma se trascura di farlo, non potrà riscattarla in futuro.
Dentro le mura della città. Da ciò risulta chiaro che i Giudei cingevano le loro città di mura, e che ciò non è in contrasto con la fiducia in Dio; anzi, il contrario sarebbe piuttosto tentare Dio: accadde infatti spesso che nemici di gran lunga superiori per numero e per forza invadessero i cittadini e le città, i quali, se non si proteggevano con le mura, non potevano resistere. Onde Aristotele, nel Libro 7 della Politica, condanna la vana opinione di coloro che ritenevano che le città non dovessero essere fortificate con mura, ma dovessero fare affidamento sulla forza e sul valore dei soldati. E il consiglio di Nestore fu la salvezza dei Greci, quando ordinò di costruire un muro intorno al campo per respingere gli attacchi dei Troiani. Onde anche i Giudei, con l'approvazione del Signore, costruirono le mura di Gerusalemme (2 Esdra, capitolo 4).
Versetto 32: Le dimore dei Leviti
In ebraico: le città dei Leviti, e le dimore delle città. Così pure il caldeo e i Settanta; ma il nostro traduttore (la Vulgata), sotto «dimore», lasciò intendere che anche le città vi sono comprese. Se infatti le dimore dei Leviti possono sempre essere riscattate, a maggior ragione possono esserlo le loro città.
Versetto 34: Le loro terre suburbane non saranno vendute
Poiché è un possesso perpetuo (dei Leviti), come a dire: Vieto che le terre suburbane dei Leviti siano vendute, perché queste sono il loro possesso perpetuo e necessario per il pascolo del loro bestiame, e i Leviti non hanno altro possesso tra i Giudei.
Misticamente e tropologicamente, con ciò si significava che i Leviti più di tutti gli altri dovevano essere liberi per sé stessi e per Dio, e perciò dovevano di quando in quando ritirarsi dalla città e dal frastuono del popolo e dedicarsi al santo riposo, alla solitudine e alla contemplazione nelle zone suburbane; perciò potevano vendere le case urbane, ma non le terre suburbane. Da ciò imparino i religiosi e i chierici a preferire Maria a Marta — cioè la preghiera all'azione. In questa materia molti errano: si occupano infatti di studi e di altri affari a tal punto da trascurare la preghiera. Imparino da ciò che è meglio vendere le case urbane che quelle suburbane; meglio ridurre gli studi, le conversazioni e le attività che le ore stabilite di preghiera. Qualunque affare dunque si presenti nel tempo della preghiera, tutto ceda alla preghiera; la meditazione mattutina sia mantenuta inviolata — piuttosto si riduca l'azione e lo studio. E tuttavia non ne saranno danneggiati, perché la preghiera otterrà da Dio la luce, cosicché in un'ora si profitti più di quanto altrimenti si sarebbe profittato in due. La sapienza, infatti, è dono di Dio; da Dio dunque bisogna implorarla mediante la preghiera, come dice San Giacomo (capitolo 1, versetto 5). Così San Tommaso d'Aquino confessò di aver appreso più dalla preghiera che dallo studio. Infine, udiamo tutti e seguiamo quella parola di Cristo: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose. Eppure una sola cosa è necessaria: Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Luca 10,41).
Ma se uno ha venduto una casa in un villaggio — cioè ha abbandonato la perfezione, alla quale non era tenuto — la riceverà di nuovo nel giubileo, cioè in cielo riceverà i meriti che si acquistò vivendo nel suo stato di perfezione. Una simile tropologia vale per i Leviti, che significano i perfetti e coloro dotati di insigne carità. Così spiega Ribera, seguendo Radulfo e Ruperto (Libro 5, Sul Tempio, capitolo 25).
Versetti 35, 36 e 37: Sull'usura
Se il tuo fratello è debole di mano (i Settanta: se è impotente con le mani — cioè un qualche Giudeo che non può guadagnarsi il necessario per vivere con il lavoro delle proprie mani, ed è costretto a chiederti un prestito): non prenderai da lui usura, ecc., e non esigerai da lui una sovrabbondanza di raccolti — vale a dire, non esigerai come interesse più raccolti di quanti gliene hai dati, cioè prestati.
Versetto 40: Lavorerà fino all'anno del giubileo
Un Giudeo che si fosse venduto come schiavo a un altro Giudeo poteva, nell'anno settimo, che era l'anno di libertà e sabbatico, uscire libero dalla servitù e dalla casa del suo padrone; ma se non usciva in quell'anno, usciva nel giubileo, e non poteva essere trattenuto in servitù oltre di esso. Su questo punto, si noti da Esodo 21,2 e seguenti: se un padrone aveva dato a uno schiavo giudeo una schiava gentile (poiché non poteva dargli una donna ebrea — egli stesso infatti, o il suo figlio, era tenuto a sposarla se veniva acquistata), e da lei aveva generato figli, lo schiavo poteva, se lo desiderava, uscire libero nell'anno settimo, ma solo — cioè in modo che i figli con la madre restassero al padrone e rimanessero suoi schiavi. Ma se lo schiavo, preso dall'amore per la moglie e i figli, non voleva uscire solo e libero dalla casa del padrone nell'anno settimo, doveva servire fino all'anno del giubileo, e allora conduceva con sé in libertà la moglie e i figli. Si veda l'Abulense su questo passo, Questione 21.
Versetto 42: Essi sono miei servi
Cioè gli Ebrei — e non soltanto per la creazione, ma anche per la redenzione dalla schiavitù egiziana. Perciò non voglio che li vendiate a chicchessia sotto la condizione di schiavi, cioè in modo che siano schiavi in perpetuità; piuttosto dovete averli come mercenari, i quali cioè, per il prezzo ricevuto da voi, vi prestano il loro lavoro per un periodo di tempo determinato, e servono fino al giubileo. Qui, dice Radulfo, i padroni sono ammoniti a non opprimere tirannicamente i propri schiavi, ma a ricordarsi di portare loro riverenza in quanto servi di Dio, e perciò a trattarli con benignità e clemenza.
Marco Crasso, racconta Plutarco nella sua Vita, manteneva in casa una grande moltitudine di schiavi e ne aveva cura particolare, talvolta assistendoli mentre apprendevano e istruendoli egli stesso, e soleva dire: «Questa deve essere la preoccupazione principale del padre di famiglia: conoscere quanti strumenti viventi dei suoi affari domestici egli possegga.» Demonatte, vedendo qualcuno che batteva crudelmente il proprio schiavo, disse: «Smetti, affinché tu non diventi simile al tuo schiavo.» Quell'uomo sapientissimo giudicò che è veramente schiavo chi non sa comandare alle proprie passioni. Diogene soleva dire che tra gli schiavi e i padroni malvagi non vi è differenza alcuna se non nel nome, tranne che gli schiavi servono i padroni, mentre i padroni servono le proprie brame — cioè molti padroni che sono turpi e crudeli. Così attesta Laerzio (Libro 6). Si ascolti anche Seneca, Epistola 47: «Considera,» dice, «che colui che chiami tuo schiavo è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira ugualmente, vive ugualmente, muore ugualmente. Poiché tu puoi vederlo come un uomo libero, ed egli te come uno schiavo. Vidi il padrone stesso di Callisto stare davanti alla sua soglia ed essere escluso mentre altri entravano. Il disastro mariano abbatté molti nati nella massima splendidezza: di alcuni fece un pastore, di altri un custode di capanna. Sai a quale età Ecuba cominciò a servire, o Creso, o la madre di Dario, o Platone, o Diogene?» Infine, Siracide capitolo 7, versetto 23: «Il servo assennato ti sia caro come la tua stessa anima: non defraudarlo della sua libertà, e non lasciarlo nell'indigenza.»
Versetto 44: Il vostro schiavo e la vostra schiava
Il vostro schiavo e la vostra schiava (che, cioè, siano schiavi in senso assoluto) siano presi dalle nazioni — come a dire: Prendete i vostri schiavi e le vostre schiave dai Gentili, e comprateli da loro; poiché non voglio che compriate o teniate come schiavi perpetui i Giudei, che sono miei servi. I Gentili, dunque, anche se si fossero convertiti al giudaismo, restavano schiavi per sempre; e parimenti i loro figli, come si dice al versetto 45. Dio infatti non voleva che i proseliti gentili fossero equiparati ai Giudei per nascita e per origine in questi privilegi del giubileo, affinché non sorgessero tra loro invidia e sedizione. Che così stiano le cose è chiaro: altrimenti tutti gli schiavi dei Giudei sarebbero usciti liberi nel giubileo, il che qui è negato. Poiché, come ho detto a proposito di Esodo 12,41, ogni schiavo dei Giudei, anche se gentile, era tenuto a farsi circoncidere e a divenire proselito.
Versetti 45 e 46: Gli schiavi proseliti
E tra gli stranieri (i proseliti appena menzionati) avrete servi (schiavi) e li possederete in perpetuo — cioè fino al giubileo, dice Sant'Agostino; e, se fosse vera la regola che alcuni derivano da San Girolamo, secondo la quale l'ebraico olam, che significa «secolo» o «eternità», designa il giubileo quando è scritto senza vav, il testo ebraico lo confermerebbe: poiché qui olam è scritto senza vav. Ma, come ho già detto, il contesto sembra richiedere un'altra e vera perpetuità, cioè che il proselito sia e rimanga sempre schiavo per tutta la vita, cosicché alla morte del padrone passi ai suoi eredi e li serva finché vive. In ciò, infatti, lo schiavo proselito si distingue dallo schiavo giudeo: quest'ultimo è schiavo soltanto fino al giubileo, mentre il primo è schiavo per tutta la vita. E così anche la regola di San Girolamo riguardo a olam si applica qui: poiché olam qui non significa l'eternità assoluta, ma soltanto l'arco della vita dello schiavo. San Girolamo, del resto, dice soltanto che olam con vav significa l'eternità assoluta, ma senza vav significa un tempo finito; e tale è l'arco della vita di un uomo.
Versetto 47: Se la mano dello straniero si rafforza
Come a dire: Se un proselito gentile è divenuto ricco e potente tra voi, cosicché acquisti un Giudeo che, premuto dalla povertà, si è venduto in schiavitù: lo avrà come schiavo non soltanto fino all'anno settimo o sabbatico, ma fino al giubileo, a meno che questo schiavo non sia riscattato con la restituzione del prezzo per il quale fu comprato. Un Giudeo al servizio di un proselito, dunque, usciva libero soltanto nell'anno del giubileo; né ciò è sorprendente: poiché se, viceversa, tali proseliti si vendevano ai Giudei come schiavi, rimanevano schiavi per tutta la vita.
Versetti 49 e 50: La redenzione dello schiavo ebreo
Il senso e il caso di questi versetti fino al versetto 54 è questo, come a dire: Voglio che, così come al mercenario si calcola e si paga la mercede in ragione del tempo — per esempio, i giorni o gli anni durante i quali ha lavorato in un giardino, in un campo o in una casa — così anche qui si calcoli la mercede per lo schiavo ebreo, quando offre al padrone il prezzo, anche se proselito gentile, per riscattare sé stesso e ottenere la libertà; la sua mercede, dico, sia calcolata in proporzione agli anni che ha servito, e tale importo sia detratto dal prezzo, cosicché, per esempio, se un Giudeo si è venduto come schiavo per 40 sicli, con 40 anni restanti fino al giubileo, e poi ha servito 10 anni e desidera riscattarsi subito, gli si computino 10 sicli come mercede per i 10 anni che ha servito, e pertanto debba aggiungere soltanto 30 sicli per riscattarsi; ma se ha servito 20 anni, gli si computino 20 sicli come mercede, e debba aggiungere soltanto 20, i quali, pagati al padrone, lo riscattano ed egli esce libero, e così proporzionalmente negli altri casi. Che questo sia il senso risulta più chiaramente dall'ebraico, dal caldeo e dai Settanta. Così l'Abulense.
Riepilogo dei privilegi del giubileo
Da quanto è stato detto in questo capitolo, risulta chiaro che questi erano i privilegi del giubileo. Primo, che in esso venivano rimessi tutti i debiti; per questo era chiamato anno della remissione, come risulta dal versetto 10. Secondo, che in esso gli schiavi venivano liberati e divenivano liberi. Terzo, che i possedimenti aviti tornavano ai legittimi e originari eredi, senza alcun prezzo o compenso.
Con questa istituzione del giubileo, oltre alle ragioni addotte al versetto 10, Dio in primo luogo provvide ai poveri, affinché non fossero perpetuamente esclusi dai propri beni e dall'eredità paterna, ma, sciolto il vincolo del debito nel giubileo, potessero ritornare ai propri possedimenti.
In secondo luogo, Dio volle che il giubileo e l'anno settimo servissero alla cronologia; infatti secondo gli anni sabbatici e i giubilei ogni cosa veniva venduta, censita e computata, così come presso i Greci secondo le Olimpiadi, e presso i Romani secondo i lustri.
Il giubileo perpetuo dei cristiani
In terzo luogo, Dio volle che il giubileo fosse tipo della pienissima libertà, grazia e gioia che Cristo Redentore portò e nella quale ci stabilì sotto la nuova legge, come risulta da Luca capitolo 4, versetto 19. Il giubileo perpetuo dei cristiani consiste dunque, in primo luogo, nella remissione dei peccati e in una buona e santa coscienza. «Che vi è di più ricco,» dice San Bernardo nel suo libro Sulla Considerazione, «che vi è di più dolce nel cuore, di più quieto e più sicuro in terra di una buona coscienza? Non teme la perdita dei beni, non le ingiurie delle parole, non i tormenti del corpo; dalla stessa morte è più innalzata che abbattuta.» Perfino il pagano Cicerone, nel Libro 6 della sua Epistola a Torquato, dice: «La coscienza di una retta volontà è la più grande consolazione nelle avversità.» E Seneca, Epistola 24 a Lucilio: «Non voglio che ti manchi mai la letizia; voglio che ti nasca in casa. Essa nasce, purché dimori dentro di te. Le altre gioie non riempiono il cuore, ma soltanto distendono la fronte.» E più avanti: «Il desiderio del vero bene è al sicuro. Chiedi quale sia, o donde provenga? Te lo dirò: da una buona coscienza, da consigli onesti e da rette azioni, dal disprezzo dei casi fortuiti, dal tenore placido e ininterrotto di una vita che calca una sola via.»
Questo è dunque il giubilo e il giubileo continuo della mente cristiana.
In secondo luogo, il medesimo giubileo consiste nel timore e nel culto di Dio. «Il timore del Signore,» dice il Siracide, capitolo 1, versetto 11, «è gloria e letizia, e allegrezza e corona di esultanza. Il timore del Signore delizierà il cuore, e darà gioia e gaudio, e lunghezza di giorni.» E Malachia capitolo 4, versetto 2: «E sorgerà per voi che temete il mio nome il sole di giustizia, e la salute nelle sue ali; e uscirete e salterete come vitelli dall'armento.» Onde San Giovanni Crisostomo, Omelia 18 al Popolo: «Il timore del Signore,» dice, «è stabile e immobile, e procura una gioia così grande che nessun senso degli altri mali ci prende; poiché chi teme Dio come conviene e confida in Lui ha guadagnato la radice del diletto e possiede ogni fonte di letizia.»
In terzo luogo, consiste nella ferma speranza della felicità eterna. Onde Cristo, Matteo capitolo 5, versetto 12: «Rallegratevi e gioite, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli.» E: «Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.» San Basilio, nella sua Omelia Sul ringraziamento: «La speranza della ricompensa,» dice, «rende più lievi le cose tristi di questa vita. Qualcuno ti ha offeso con l'ignominia? Tu piuttosto guarda in alto alla gloria che è riposta nei cieli, da conquistarsi per il merito della pazienza. Hai subìto la perdita dei tuoi beni? Fissa gli occhi più fermamente sulle ricchezze celesti e sull'incomparabile tesoro che ti sei accumulato al prezzo delle buone opere. Sei stato cacciato dalla tua patria? Ma hai come patria quella celeste Gerusalemme.» Rufino e Palladio narrano nella Vita del Beato Apollonio, a proposito del suo monastero e dei suoi monaci: «Vi era in loro,» dice, «una gioia e una letizia smisurate, e un'esultanza tanto grande quanta mai potessero avere uomini sulla terra. Nessuno tra loro si trovava triste; e se qualcuno appariva più cupo, Apollonio ne indagava la causa e diceva: Noi che abbiamo la salvezza in Dio e la speranza nel regno dei cieli non dobbiamo essere tristi. Si rattristino i Gentili, piangano i Giudei, gemano senza posa i peccatori; ma noi che abbiamo la speranza di una così grande gloria e l'esultanza dell'eternità — perché non dovremmo gioire con ogni gioia?»
In quarto luogo, consiste nell'amicizia e nell'unione con Dio. «Rallegratevi nel Signore sempre; ve lo ripeto, rallegratevi», dice l'Apostolo. San Basilio chiede nelle sue Regole brevi, Questione 193: «Che cos'è la gioia nel Signore?» e risponde: «Gioire delle cose che si compiono secondo il comandamento del Signore è gioire nel Signore. Perciò ogni volta che adempiamo i comandamenti di Dio, o soffriamo qualcosa per il nome del Signore, dobbiamo gioire e rallegrarci.» Sant'Agostino, Sui precetti salutari, capitolo 10: «Se,» dice, «ci diletta possedere qualcosa in questo mondo, giova che possediamo nella nostra mente Dio, che possiede tutte le cose, che ha creato tutte le cose, e in Lui abbiamo tutto ciò che felicemente e santamente desideriamo. Ma poiché nessuno possiede Dio se non è posseduto da Dio, siamo noi stessi possesso di Dio, e Dio diverrà nostro possesso. E che cosa può esservi di più felice al mondo di colui il cui Imperatore e Redentore diviene il suo tesoro, e la Divinità stessa si degna di essere la sua eredità? Che altro cerca, colui per il quale il suo Redentore deve essere ogni gioia e ogni cosa?» E San Bernardo, Epistola 114 a una certa religiosa: «È per me una grande gioia,» dice, «aver trovato che tu vuoi tendere alla vera e perfetta gioia: la quale non è della terra, ma del cielo — non di questa valle di lacrime, ma di quella città di Dio che l'impeto del fiume rallegra. E veramente quella è l'unica vera gioia, che non è concepita dalla creatura, ma dal Creatore, e che quando la possiederai, nessuno te la toglierà: in confronto alla quale ogni altra delizia è mestizia; ogni dolcezza, dolore; ogni cosa dolce, amara; ogni cosa bella, turpe; e infine, qualunque altra cosa potrebbe dilettare, molesta.»