Cornelius a Lapide

Deuteronomio V


Indice


Sinossi del capitolo

Mosè ripete e ribadisce il Decalogo al popolo. In secondo luogo, al versetto 22, narra il timore del popolo quando la legge fu data al Sinai: colpiti da esso, chiesero che Dio comunicasse i restanti precetti non a loro ma a Mosè; per questo Mosè solo salì sul monte verso Dio.


Testo della Vulgata: Deuteronomio 5,1-33

1. E Mosè convocò tutto Israele e gli disse: Ascolta, Israele, le cerimonie e i giudizi che io pronuncio oggi alle vostre orecchie; imparateli e metteteli in pratica. 2. Il Signore nostro Dio strinse con noi un'alleanza sull'Oreb. 3. Non con i nostri padri strinse questa alleanza, ma con noi che siamo qui presenti e viventi. 4. Faccia a faccia ci parlò sul monte, di mezzo al fuoco. 5. Io fui il mediatore e l'intermediario tra il Signore e voi in quel tempo, per annunciarvi le sue parole; voi infatti temeste il fuoco e non saliste sul monte, ed Egli disse: 6. Io sono il Signore Dio tuo, che ti ho fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa di schiavitù. 7. Non avrai dèi stranieri davanti a me. 8. Non ti farai immagine scolpita, né alcuna rappresentazione di ciò che è nel cielo in alto, o sulla terra in basso, o che si muove nelle acque sotto la terra. 9. Non le adorerai e non le servirai. Poiché io sono il Signore Dio tuo, un Dio geloso, che punisce l'iniquità dei padri nei figli fino alla terza e quarta generazione di coloro che mi odiano, 10. e fa misericordia a molte migliaia di coloro che mi amano e custodiscono i miei comandamenti. 11. Non pronuncerai invano il nome del Signore Dio tuo: poiché non resterà impunito chi avrà pronunciato il suo nome per cosa vana. 12. Osserva il giorno del sabato per santificarlo, come ti ha comandato il Signore Dio tuo. 13. Sei giorni lavorerai e farai tutte le tue opere. 14. Il settimo giorno è il sabato, cioè il riposo del Signore Dio tuo. Non farai in esso alcun lavoro, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bue e il tuo asino, e ogni tuo animale, e lo straniero che è dentro le tue porte: affinché riposino il tuo servo e la tua serva, come te stesso. 15. Ricorda che anche tu stesso hai servito in Egitto, e il Signore Dio tuo ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio disteso. Perciò ti ha comandato di osservare il giorno del sabato. 16. Onora tuo padre e tua madre, come ti ha comandato il Signore Dio tuo, affinché tu viva a lungo e ti vada bene nella terra che il Signore Dio tuo ti darà. 17. Non ucciderai. 18. Non commetterai adulterio. 19. E non ruberai. 20. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. 21. Non desidererai la moglie del tuo prossimo: né la sua casa, né il suo campo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che sia sua. 22. Queste parole il Signore le pronunciò a tutta la vostra moltitudine sul monte, di mezzo al fuoco, alla nube e alla caligine, con voce grande, senza aggiungere nulla di più: e le scrisse su due tavole di pietra, che consegnò a me. 23. Ma dopo che udiste la voce di mezzo alle tenebre, e vedeste il monte in fiamme, vi accostaste a me, tutti i capi delle vostre tribù e gli anziani, e diceste: 24. Ecco, il Signore nostro Dio ci ha mostrato la sua maestà e la sua grandezza; abbiamo udito la sua voce di mezzo al fuoco, e oggi abbiamo sperimentato che Dio, parlando con l'uomo, l'uomo è rimasto in vita. 25. Perché dunque moriremo, e questo grandissimo fuoco ci divorerà? Se infatti udremo ancora la voce del Signore nostro Dio, moriremo. 26. Che cos'è ogni carne, perché oda la voce del Dio vivente, che parla di mezzo al fuoco, come noi abbiamo udito, e possa vivere? 27. Piuttosto accòstati tu, e ascolta tutto ciò che il Signore nostro Dio ti dirà: e tu ce lo riferirai, e noi, ascoltando, lo metteremo in pratica. 28. Quando il Signore ebbe udito ciò, mi disse: Ho udito la voce delle parole di questo popolo, che vi hanno detto; hanno detto bene ogni cosa. 29. Chi darà loro di avere un cuore tale, che mi temano e custodiscano tutti i miei comandamenti in ogni tempo, affinché vada bene a loro e ai loro figli per sempre? 30. Va' e di' loro: Tornate alle vostre tende. 31. Ma tu fermati qui con me, e io ti dirò tutti i miei comandamenti, le cerimonie e i giudizi: tu li insegnerai a loro, affinché li mettano in pratica nella terra che io darò loro in possesso. 32. Custodite dunque e mettete in pratica ciò che il Signore Dio ha comandato: non devierete né a destra né a sinistra; 33. ma camminate per la via che il Signore Dio vostro ha comandato, affinché viviate e vi vada bene, e i vostri giorni si prolunghino nella terra del vostro possesso.


Versetto 3: Non con i nostri padri strinse l'alleanza

Versetto 3. NON CON I NOSTRI PADRI STRINSE L'ALLEANZA — sottintendi «soltanto», come a dire: Dio non strinse l'alleanza al Sinai soltanto con i nostri padri, ma anche con noi. Un'espressione simile si trova in Genesi XXXII, 28, e altrove. In secondo luogo, e più semplicemente, come a dire: Dio al Sinai non strinse un'alleanza con Abramo, Isacco, Giacobbe e gli altri padri che erano morti in Egitto o prima; ma con noi stessi che siamo vivi. Poiché, come nota Sant'Agostino, molti di quelli presenti e che si trovavano là avevano udito la legge sull'Oreb da bambini — quelli che non avevano ancora raggiunto il ventesimo anno, e perciò non erano stati né censiti né colpiti dalla punizione dei mormoratori, di cui Numeri capitolo XIV, 29, dice che dovevano perire nel deserto — e costoro Mosè li chiama «tutti». Egli intende infatti «tutti» in senso adattato, ossia tutti coloro che avevano udito la legge al Sinai e ancora sopravvivevano.

L'ebraico ha maggiore enfasi; recita infatti: «Non con i nostri padri Geova strinse questa alleanza, ma con noi — noi, questi qui oggi, tutti noi viventi».


Versetto 4: Faccia a faccia ci parlò

Versetto 4. FACCIA A FACCIA CI PARLÒ. — Non come se voi aveste visto la sua forma o il suo aspetto: ciò infatti lo negò nel capitolo IV, 12; ma «faccia a faccia», cioè personalmente, senza intermediario. Il Decalogo, dal versetto 6 al 22, fu proclamato dall'angelo in luogo di Dio dal Sinai, davanti a tutto il popolo; ma i restanti precetti giudiziali e cerimoniali gli Ebrei li ricevettero tramite Mosè come intermediario, come segue, il quale salì sul monte da solo, quando il popolo, terrorizzato dal fuoco e dalla voce angelica e fuggendo dal monte, per comando di Dio tornò al suo accampamento e alle sue tende, come si dice nei versetti 30 e 31.


Versetto 5: Io fui il mediatore e l'intermediario

Versetto 5. IO FUI IL MEDIATORE E L'INTERMEDIARIO. — Mosè fu dunque mediatore tra Dio e il popolo, come dice l'Apostolo in Galati III, 19: perché dunque i Santi non dovrebbero essere chiamati mediatori?


Versetto 6: Io sono il Signore Dio tuo

Versetto 6. IO SONO IL SIGNORE DIO TUO, CHE TI HO FATTO USCIRE DALLA TERRA D'EGITTO, DALLA CASA DI SCHIAVITÙ. — In ebraico, «dalla casa degli schiavi», cioè da un carcere, ossia dall'Egitto, dove servivate la più dura schiavitù. Nota: per «Signore», in ebraico vi è il nome tetragrammato Geova, che è proprio dell'essenza divina, la quale è la fonte di ogni creazione, e alla quale perciò, come al primo e supremo principio di tutte le cose, l'uomo e ogni creatura devono rendere servizio con la più alta devozione. Inoltre, per «Dio», in ebraico vi è Elohim, che significa Dio in quanto giudice e governatore di tutte le cose; Elohim dunque imprime negli Ebrei la maestà, la sapienza, il dominio e la suprema autorità di Dio legislatore.


Versetto 7: Non avrai dèi stranieri davanti a me

Versetto 7. NON AVRAI DÈI STRANIERI DAVANTI A ME. — In verità non esistono dèi stranieri, ma vi è un solo vero Dio, il quale, essendo comune a tutti, non può essere estraneo a nessuno. Sono chiamati «dèi stranieri» dunque non perché siano veramente tali, ma perché gli stranieri, cioè le nazioni estranee al vero Dio, li ritengono e li adorano come dèi; per questo in ebraico si legge: «Non ci saranno per te elohim, cioè dèi, altri». Vieta dunque che chiunque altro sia considerato Dio, anche se egli è uno; comanda invece che riconoscano e adorino Lui solo come unico Dio, sia con il sentimento e l'affetto interiore della mente, sia con l'adorazione e il sacrificio esteriori.

DAVANTI A ME — al mio cospetto; i Settanta e il Caldeo traducono «oltre a me», come a dire: Non adorare gli idoli al mio cospetto, che vede anche i vostri pensieri più nascosti; non pensate di poter sfuggire ai miei occhi, né vogliate infliggere un'offesa così grave alla mia maestà, che contempla tutte le cose. In secondo luogo, «davanti a me» potrebbe essere inteso come «contro di me», come a dire: Non opponete a me altri dèi, così come nel versetto 23 in ebraico si dice: «non avrai dèi stranieri con me»; e «oltre a me», come traducono i Settanta, concorda bene con questo.

Se l'«immagine scolpita» appartenga al primo o al secondo comandamento? I Giudei qui stabiliscono e completano il primo comandamento del Decalogo, cosicché il secondo sarebbe: «Non ti farai immagine scolpita»; e gli ultimi due, cioè: «Non desidererai la moglie del tuo prossimo» e: «Non desidererai i beni del tuo prossimo», sarebbero uno solo, ossia il decimo comandamento. Così Giuseppe Flavio, Filone nel suo libro Sul Decalogo, i Commentari attribuiti ad Ambrogio e a Girolamo sull'Epistola agli Efesini capitolo 6, e Atanasio nella Sinossi; Calvino li segue con estremo zelo, per lanciare un'arma più forte contro le immagini su questa base. Al contrario, che «non ti farai immagine scolpita» non è il secondo comandamento, ma appartiene al primo, insegnano Clemente Alessandrino, libro 6 degli Stromati; Sant'Agostino, Questione 71 sull'Esodo, e Lettera 119, capitolo 11; San Girolamo sul Salmo 32, e comunemente gli Scolastici nel Libro 3, distinzione 37. E questa è di gran lunga più vera e appropriata. In primo luogo, perché queste due cose, cioè: «Non avrai dèi stranieri» e «non ti farai immagine scolpita», mirano alla stessa cosa, ossia comandano che si adori un solo Dio. Ciò sarà più evidente nella sezione seguente.

In secondo luogo, perché altrimenti non vi sarebbero dieci, ma undici comandamenti del Decalogo; poiché gli ultimi due, che i Giudei uniscono, devono essere separati. Infatti «Non desidererai la moglie del tuo prossimo» e «Non desidererai i beni del tuo prossimo» differiscono tanto quanto differiscono «Non commetterai adulterio» e «Non ruberai». Poiché questi ultimi vietano l'atto esterno, mentre i primi vietano l'atto interno, ossia il desiderio di adulterio e di furto. E tuttavia quei due sono distinti, come è evidente; dunque anche questi. Poiché in entrambi i casi vi è uno stesso e identico oggetto, dal quale devono essere tratte la specie e la distinzione degli atti e dei comandamenti. Per questo in ebraico «non desidererai» è ripetuto in entrambi i luoghi, sia in Esodo XX, 16 sia qui nel versetto 21, dove sono posti nell'ordine corretto, come anche in Esodo XX, 16 nei Settanta: sebbene là in ebraico e nella nostra versione il loro ordine sia mescolato e confuso; poiché il desiderio della casa è posto prima del desiderio della moglie.

Obietterai: In Romani VII, 8, questi due comandamenti sono citati come uno solo, cioè: «Non desidererai».

Rispondo: L'Apostolo non si curò di descriverli distintamente, perché intendeva solamente provare che non solo l'atto esterno, ma anche il desiderio interno, è vietato dalla legge di Dio, come è evidente dal contesto precedente e seguente.


Versetto 8: Non ti farai immagine scolpita

Versetto 8. NON TI FARAI IMMAGINE SCOLPITA. — Nel versetto precedente proibì altri dèi in generale; qui specificamente proibisce le immagini degli dèi; poiché era soprattutto attraverso queste che le nazioni adoravano i loro dèi, e anzi tenevano le immagini stesse come dèi: sebbene Calvino lo neghi, tuttavia Isaia lo insegna chiaramente nel capitolo XLIV, 17, Baruc in tutto il capitolo VI, Geremia capitolo X e Sapienza XIII, 10. Dio dunque qui proibisce le immagini degli dèi, sia di farle sia di adorarle: poiché entrambe le cose sono empie.

Nota primo: La parola ebraica pesel significa immagine scolpita, dalla radice pasal, cioè scolpire, intagliare. La maggior parte delle immagini veniva abitualmente scolpita o intagliata in statue: sotto «immagine scolpita» tuttavia intendi anche immagini fuse, colate, tornite, ecc.

Nota secondo: Per «immagine scolpita», i Settanta, in Esodo capitolo XX, 4, traducono «idolo»; poiché in tutta la Scrittura per «immagini scolpite» si intendono idoli. Inoltre, sebbene Origene e Teodoreto intendano qui «idolo» in senso più stretto, come l'effigie di una cosa inesistente, dato che i Gentili foggiavano sfingi, Tritoni, Centauri e altre chimere — mentre la «somiglianza» che è successivamente proibita sarebbe la rappresentazione di una cosa esistente, per esempio l'immagine del sole, della luna, degli uomini, delle bestie, dei rettili — tuttavia, secondo il suo significato più comune e diffuso, interpretiamo meglio «idolo» come l'immagine e la finzione di un falso dio, sia che il dio da esso rappresentato sia una cosa reale ed esistente, sia che non lo sia.

Nota terzo: Presso i Greci, un idolo era qualsiasi immagine vuota e falsa, come, per esempio, vani fantasmi, apparizioni e ombre dei morti, come è evidente da Platone nel Teeteto, Luciano nel Dialogo dei Morti e Omero, Odissea 11; per cui Virgilio li chiama: «Tenui vite senza corpo», e: «Sotto una cava immagine di forma». Poiché eidolon è un diminutivo di eidos, come se si dicesse: una piccola forma, una piccola immagine, un'apparenza d'ombra. Per questo la Sacra Scrittura e gli scrittori ecclesiastici restringono il nome «idolo» all'immagine di un dio che è ritenuto Dio ma veramente non lo è, sia che il Dio rappresentato dall'immagine, o anche l'immagine stessa, sia ritenuto Dio. Ciò è chiaro da 1 Corinzi VIII, 4: «Sappiamo che l'idolo è niente nel mondo», come a dire: Il dio rappresentato dall'idolo non è Dio, e perciò l'idolo è niente; ed Ester XIV, 11: «Non consegnare il tuo scettro a coloro che non sono», cioè agli idoli. Per questo la Scrittura ebraica comunemente chiama gli idoli tohu, cioè vuotezza; elilim, cioè cose vane, o dèi da poco; scheker, cioè menzogna; lo ioilu, cioè coloro che non gioveranno: si veda San Girolamo su Osea 7.

Perciò Enrico Stefano e Giovanni Scapula sbagliano e ingannano gli altri nei loro lessici, quando affermano che presso gli scrittori ecclesiastici «idolo» è il nome per ogni immagine rappresentante qualche divinità, che noi onoriamo con rispetto e culto. Poiché non qualsiasi immagine, o l'immagine di qualsivoglia divinità, è un idolo, ma soltanto l'immagine di una falsa divinità, come insegna San Cipriano da Tertulliano nella sua Esortazione al Martirio, capitolo 2, e Atanasio nella sua Orazione Contro gli Idoli, verso la fine.


Versetto 9: Non le adorerai

Versetto 9. NON LE ADORERAI (inginocchiandoti e prostrandoti davanti ad esse, e invocandole), E NON LE SERVIRAI — mediante offerte, feste e soprattutto mediante sacrifici. In ebraico si legge: «non le servirai», cioè con latria, come spiegano i Settanta, come a dire: Non testimonierai con il sacrificio di essere per origine lo schiavo di qualche idolo, come se esso, attraverso la creazione, detenesse il supremo diritto di dominio su di te.

POICHÉ IO SONO IL SIGNORE DIO TUO, UN DIO GELOSO — o «zelota», come traducono i Settanta. Questo zelo di Dio, dice Sant'Agostino in Contro Adimanto, capitolo 11, non significa angoscia dell'animo, ma la più tranquilla e sincera giustizia, con la quale non permette all'anima di fornicare impunemente. In secondo luogo, questo zelo dichiara la carità di Dio, dice Teodoreto, con la quale non permette che l'anima, come sua sposa e moglie, gli sia tolta. Poiché la Legge Antica era come un marito, il popolo come una moglie: se il popolo si allontanava dalla Legge, si diceva che fornicava, come spesso rimproverano i Profeti. Su questo amore e zelo geloso di Dio, si veda San Dionigi, Sui Nomi Divini, capitolo 4, pagina 1, verso la fine, dove dice: «Dio è chiamato Zelota perché ama le sue creature»; poiché chi ama è attratto verso la cosa amata, e poiché spesso certe cose impediscono il possesso della cosa amata, sorge nella volontà uno sforzo per respingerle, che è chiamato zelo, dice San Tommaso.

VISITANDO L'INIQUITÀ (la punizione dell'iniquità) DEI PADRI SUI FIGLI, FINO ALLA TERZA E QUARTA GENERAZIONE, DI COLORO CHE MI ODIANO. — Alcuni intendono ciò come riferito unicamente all'iniquità dei genitori, in quanto Dio talvolta la punisce nei loro figli, anche innocenti, come esempio per gli altri, con punizioni temporali e corporali. Così San Tommaso, I-II, Questione 87, articolo 8, Ugo di San Vittore, l'Abulense e Vasquez, I-II, Questione 83, articolo 4, disputazione 135, capitolo 1; anzi Tertulliano, libro 2 Contro Marcione, capitolo 15, dove dice che Dio stabilì questa punizione a causa della durezza del popolo, affinché obbedissero alla legge divina per amore, se non per sé stessi, almeno per i loro figli e discendenti. Ma questo è raro e per così dire straordinario: per cui i Padri comunemente intendono questo passo come riferito ai figli che imitano i peccati dei loro genitori. Così San Girolamo su Ezechiele 18, Sant'Agostino in Contro Adimanto, capitolo 7, San Gregorio, libro 15 dei Morali, capitolo 22, Crisostomo, Omelia sul testo del Salmo 84: «Non ti adirerai con noi per sempre»; Teodoreto, Acacio, Severo, Diodoro nella Catena dei Greci, su Esodo XX, 5, e Rabano nello stesso luogo; e il Caldeo lo esprime chiaramente sia qui sia in Esodo XX, quando traduce: «Visitando i peccati dei padri sui figli trasgressori, ecc., quando i figli seguono i peccati dei padri»; e il nostro traduttore, quando rende qui e in Esodo XX: «fino alla terza e quarta generazione di coloro» o «di quelli che mi odiano»; per cui Mosè, in Esodo XXXIV, 7, dopo aver detto: «Nessuno è innocente davanti a Te in sé stesso», aggiunse questa stessa affermazione. E così «di coloro che mi odiano» deve essere riferito sia ai figli sia ai genitori.

Il significato dunque è, come a dire: Io, Dio, sono così severamente giusto, che vendico i peccati dei genitori sui figli che li imitano, cosicché sia i figli sia i genitori siano puniti nei loro figli. Poiché sebbene io possa sembrare tacere per un certo tempo, tuttavia se vedo figli o nipoti seguire le stesse orme e colmare la misura dei loro padri, una punizione più grave da parte mia ricadrà su di essi rispetto a quella che sarebbe caduta se non vi fossero stati peccati dei genitori prima.

Dio infatti è solito non balzare immediatamente a vendicare i peccati, ma attendere finché gli uomini abbiano colmato, con la loro moltitudine e gravità, la misura dei peccati da Lui determinata. Per questo quelle parole: «Le iniquità degli Amorrei non sono ancora complete», Genesi XV, 16. «E voi, colmate la misura dei vostri padri, affinché venga su di voi tutto il sangue giusto», Matteo XXIII, 32 e 35. Ma quando questa misura è stata colmata, allora Dio, come in un solo diluvio, riversa la sua ira e punisce i discendenti più gravemente, non più di quanto meritino, ma più di quanto li avrebbe puniti se essi soli avessero peccato. Ne sono esempi i discendenti di Salomone, Geroboamo, Manasse, ecc.

Obietterai: In Ezechiele XVIII, 3, il Signore ritira questo proverbio lamentoso dei Giudei: «I padri hanno mangiato uva acerba (cioè hanno peccato), e i denti dei figli si sono allegati», e dice che farà in modo che questo proverbio non sia più usato tra loro: dunque non vendica i peccati dei padri sui figli.

Rispondo: Il Signore parla lì di figli innocenti. Poiché i Giudei, vantandosi di questo proverbio, si lamentavano di essere essi, innocenti e senza colpa, puniti unicamente per i peccati dei loro genitori. Così i Padri citati.

FINO ALLA TERZA E QUARTA GENERAZIONE — fin dove si estendono di solito la vita e la memoria dei crimini dei padri. Sant'Atanasio nota, nel suo trattato Sull'Essenza Comune del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, verso la fine, che ciò significa che la misericordia di Dio è più grande della sua giustizia, in quanto punisce i peccati dei padri soltanto fino alla terza e quarta generazione; ma ricompensa le buone opere dei genitori per migliaia, cioè per mille generazioni.

Plutarco narra nei suoi Apoftegmi Romani che Artaserse, figlio di Serse, aveva la mano destra più lunga della sinistra, e perciò era chiamato «Longimano» (mano lunga); e quando ciò gli fu rimproverato come difetto, egli lo trasformò in ogni buona e regale virtù, dicendo che Dio gli aveva concesso, come al migliore dei prìncipi, di avere una mano amplissima e lunghissima per dare, ma l'altra, ossia la sinistra, per ricevere e prendere, molto corta e contratta: poiché invero è più degno di un re, e «è più beato dare che ricevere», Atti XX, 33. Ancor più, Dio è Longimano nel fare il bene, Brevimano nel punire e Nullimano nel ricevere. Poiché non può ricevere nulla dalle creature; ma piuttosto tutte le cose che esse hanno, Egli stesso le dona loro. E in ciò consiste la sua beatitudine, ricchezza e immensa bontà, con la quale, come un mare traboccante, condivide e riversa i suoi beni sugli angeli e sugli uomini.

Si potrebbe tuttavia, in secondo luogo, intendere che questo numero definito stia per uno indefinito: «Fino alla terza e quarta generazione», cioè per molte generazioni; e allora l'antitesi tra la punizione dei genitori empi e la ricompensa dei buoni sarà perfetta e per così dire proporzionata. Poiché tre e quattro, come mille, presso gli Ebrei denotano una grande moltitudine.

La Scrittura infatti usa volentieri il numero tre, per il mistero della Santissima Trinità, e con esso significa abbondanza. Per questo quel testo di Isaia XL, 12: «Chi ha pesato la massa della terra con tre dita»; Genesi XVIII, 6 e Matteo XIII, 33, tre misure di farina; Ecclesiaste IV, 12: «Una fune a tre capi non si spezza facilmente»; così comunemente diciamo «tre volte felice», cioè felicissimo; «tre volte massimo», ecc. Così San Giovanni Crisostomo, Omelia 47 su Matteo. Si veda Ribera su Amos I, 3.

Tropologicamente, dice San Girolamo nel capitolo 18 di Ezechiele, il padre è l'incentivo al vizio, il figlio è il peccato, il nipote è l'atto commesso, e il pronipote è il vantarsi del peccato; e Dio è solito punire più severamente gli ultimi due.


Se siano vietate tutte le immagini o soltanto gli idoli

Da quanto detto, è evidente l'ignoranza dei nostri eretici, quando affermano che qui sono assolutamente vietate tutte le immagini per diritto naturale. Per questo Calvino, vedendo quanto sia assurda questa pretesa, sebbene critichi tacitamente tutte le immagini, afferma tuttavia che non tutte, ma soltanto l'immagine di Dio, è qui vietata: in questa opinione l'Abulense tra i cattolici concorda con lui, sostenendo che ogni immagine di Dio è qui vietata per diritto naturale. Durando afferma lo stesso nel Libro 3, distinzione 9, Questione 2; ma egli stesso ritiene che sia vietata qui non per diritto naturale, ma per legge divina positiva.

Ma ciò si confuta nello stesso modo: poiché, in primo luogo, un'immagine del vero Dio non è un idolo.

In secondo luogo, qui è vietato soltanto il culto di altri dèi, come è evidente da ciò che precede e segue; poiché prima si disse: «Non avrai dèi stranieri»; e ciò che segue è: «Non le adorerai né le servirai»; dunque l'immagine scolpita che qui è vietato fare è l'immagine scolpita o rappresentazione di dèi stranieri; altrimenti non uno, ma due, anzi tre distinti comandamenti dovrebbero essere posti qui. Per cui Mosè, spiegando l'immagine scolpita nel versetto 23, dice: «Non vi farete dèi d'argento, né dèi d'oro». Parimenti in Levitico capitolo XIX, 4, chiama gli idoli «dèi di metallo fuso», come fa frequentemente altrove. Ma un'immagine di Dio non è un altro Dio distinto da Lui, né il culto di un'immagine è il culto di un altro Dio. Poiché il culto dell'immagine, secondo il ben noto assioma di San Basilio e del Damasceno, è riferito al prototipo.

In terzo luogo, è certo che Dio non vietò ogni immagine scolpita, né l'arte della scultura, poiché Egli stesso adornò Oliab e Bezaleel di tale arte, e comandò loro di usarla per foggiare i Cherubini, e parimenti volle che Mosè la usasse per forgiare il serpente di bronzo, Numeri capitolo XXI, 8. Se dunque Egli vietò soltanto un determinato genere di immagine scolpita, da dove meglio si trae tale determinazione se non dalle parole immediatamente precedenti? Ossia, che lo intendiamo così: «Non ti farai immagine scolpita», cioè immagini scolpite di dèi stranieri.

In quarto luogo, Dio presentò un'immagine corporea e visibile di sé stesso agli occhi di Abramo, Isacco, Giacobbe, Isaia, Ezechiele, Mosè e molti altri, quando apparve loro: dunque non la vietò come illecita per diritto naturale.

Calvino risponde che quello era soltanto un simbolo temporaneo di Dio, che non dovrebbe essere esteso a una legge perpetua. Ma questa via di fuga è vuota: poiché la legge del Decalogo è eterna e perenne, e l'immagine scolpita qui vietata deve essere intesa in ogni senso, sia temporaneo sia permanente.

Rispondo, e da ciò formo un quinto argomento: un'immagine di Dio non è un'offesa, né disonorante per Dio; dunque non è vietata per diritto naturale. Provo l'antecedente. In primo luogo, perché non si fa offesa agli angeli, anche se sono spiriti purissimi, se vengono dipinti; dunque non si fa offesa neppure a Dio, se viene dipinto; e la ragione è che gli uomini corporei non possono concepire Dio e gli angeli se non attraverso segni corporei.

Per cui, in secondo luogo, provo lo stesso da un caso simile: poiché la Sacra Scrittura non è un'offesa a Dio quando gli attribuisce orecchie, narici, occhi, mani, piedi e altre membra. Anzi, Dio non solo si è degnato di discendere alle parole umane e all'immagine dell'immaginazione umana, ma persino alla stessa forma umana, quando il Verbo fatto carne assunse la sua figura. Perché dunque non dovrebbe essere lecito conservare e venerare in un'immagine la memoria di Dio fatto uomo, e perché non dovrebbe essere permesso alla nostra mente, lenta a raggiungere le cose celesti, di salire da un'immagine visibile alle realtà invisibili? Poiché noi non tentiamo di ritrarre direttamente e perfettamente la divinità e i suoi attributi in un'immagine, ma soltanto di adombrarne in qualche misura, affinché presentiamo Dio alla mente e alla memoria, e ne formiamo qualche concetto: poiché altrimenti non potremmo in alcun modo concepire Dio. Giacché, come dice Aristotele, non vi è nulla nell'intelletto che non sia stato prima nei sensi e nell'immaginazione. Poiché l'intelletto non può concepire nulla senza un fantasma; ma un fantasma è l'immagine di una cosa vista o percepita da un altro senso.

Calvino obietta in secondo luogo da Isaia XL, 25, dove Dio, parlando di immagini o idoli, dice: «A chi mi avete reso simile?» Dunque Dio vietò che si facesse qualsiasi immagine di sé stesso.

Rispondo: Il significato è, come a dire: Perché avete fatto idoli, perché false immagini come vostro Dio? Perché le avete uguagliate a me? Perché avete dato loro il mio nome incomunicabile? Perché avete attribuito loro la mia potenza e ricchezza? Si veda Geremia X, 6 e Sapienza XIV, 21. Poiché dal fatto che i Gentili e i Giudei fecero immagini simili, anzi uguali, al vero Dio, con questo stesso atto resero anche Dio simile e uguale alle immagini. Giacché ciò che è simile, essendo un termine relativo di uguaglianza, è simile al suo simile, e viceversa. Ma questa era una grande offesa e disprezzo di Dio, cioè renderlo uguale a statue di pietra e di bronzo, o persino ai demoni che erano adorati in esse.

Ma l'opinione più vera è che qui non sono vietate tutte le immagini, ma soltanto quelle superstiziose e idolatriche, e perciò questo comandamento è sotto ogni aspetto naturale, non positivo, né cerimoniale, come lo sono anche tutti i restanti comandamenti del Decalogo, tranne il solo quarto comandamento sull'osservanza del sabato: così insegnano il Damasceno, Beda, San Tommaso, il Burgense, Gaetano, che Vasquez cita nel capitolo 1, e generalmente gli autori più recenti con Francesco Suarez, Parte 3, Questione 54, sezione 2.

La sostanza del comandamento, dunque, è: «Non ti farai immagine scolpita, cioè un idolo»; e il fine, anzi il fine del primo comandamento, è «che non la adori né la veneri». Poiché fare o avere un idolo, in quanto idolo, è peccato, anche se non lo si adora né lo si venera. Due cose dunque sono vietate da questo comandamento: primo, non fare né avere un'immagine scolpita o idolo, in quanto idolo; secondo, non adorarlo né servirlo.

NÉ ALCUNA RAPPRESENTAZIONE DI CIÒ CHE È NEI CIELI IN ALTO. — Qui spiega l'immagine scolpita, come è chiaro dall'ebraico, cioè che è un idolo, o una rappresentazione di una divinità, che è nel cielo, sulla terra o nelle acque.

E CHE SONO NELLE ACQUE SOTTO LA TERRA. — Poiché il mare non è più alto della terra, come sostengono alcuni matematici, ma più basso e profondo: per cui nel Salmo XXIII, 2 si dice: «Poiché Egli l'ha fondato sui mari», cioè il globo della terra; dunque la terra è più alta del mare.


Versetto 10: Facendo misericordia a molte migliaia

Versetto 10. E FACENDO MISERICORDIA A MOLTE MIGLIAIA, A COLORO CHE MI AMANO. — In ebraico e in caldeo, «a mille», cioè a moltissime generazioni. Ecco quanto è memore della nostra pietà e obbedienza la bontà divina, e quanto qui ci spinge e ci sollecita all'osservanza della sua legge con l'amore, così come prima con il timore e il terrore della punizione.

Simbolicamente, nota qui che il numero mille è simbolo di Dio e della sua infinità, e della sua infinita misericordia. Poiché mille è il cubo di dieci (dieci per dieci fanno cento, dieci per cento fanno mille), e il termine di tutti i numeri. Così Dio è il cubo e il termine di tutte le cose, e attraverso la misericordia si adopera per ricondurre tutti a sé stesso, come al loro fine ultimo, cioè alla felicità eterna.


Versetto 11: Non pronuncerai invano il nome del Signore

Versetto 11. NON PRONUNCERAI INVANO IL NOME DEL SIGNORE DIO TUO — cioè inutilmente; come a dire: Non applicherai il tremendo nome di Dio alle immagini scolpite, dice San Cirillo, libro 4 su Giovanni 2, e Clemente, libro 6 degli Stromati, verso la fine; anche Tertulliano, nel suo libro Sull'Idolatria, capitolo 20: «Non pronuncerai,» dice, «il nome di Dio invano,» cioè in un idolo. Ma abbiamo già udito che ciò era vietato dal primo comandamento, che proibisce l'idolatria: la stessa cosa è tuttavia proibita anche da questo secondo comandamento, in quanto è una profanazione del nome divino; ma questo non è il significato pieno di questo comandamento, poiché molte altre cose sono altresì vietate da esso.

In secondo luogo, San Tommaso, II-II, Questione 122, articolo 3, sostiene che con questo secondo comandamento è proibito propriamente e direttamente soltanto lo spergiuro. Per questo anche il Caldeo traduce: «non giurerai per il nome del Signore Dio tuo invano». Anzi, l'ebraico potrebbe anche essere reso: «non pronuncerai il nome del tuo Dio per una menzogna». Poiché la parola ebraica shav significa sia «vano» sia «falsità».

In terzo luogo e meglio, Teodoreto su Esodo XX, e generalmente i Dottori, sostengono che qui è vietato non soltanto lo spergiuro, ma ogni irriverenza e abuso del nome divino, cosicché il nome divino, dice Teodoreto, non sia pronunciato se non per insegnare, o per pregare, o per qualche necessità.

Nota: Per il «nome di Dio» qui si intende non soltanto il tetragrammato Geova, come sostengono gli Ebrei, ma anche tutti gli altri nomi di Dio, in qualsiasi lingua essi siano; anzi l'Abulense, Questione 7 sul capitolo XX dell'Esodo, prova che questo comandamento deve essere applicato specialmente al nome di Gesù, per il fatto che il nome Gesù è più venerabile del nome Dio. Poiché «Dio» significa il Creatore; ma «Gesù» significa Dio come Redentore e Salvatore. Per cui il nome Gesù aggiunge a Dio, o al Creatore, un titolo nuovo e più grande, cioè quello di Salvatore.

POICHÉ CHI PRONUNCIA IL SUO NOME PER COSA VANA NON RESTERÀ IMPUNITO. — Per «impunito», Esodo XX, 7 ha «innocente»; ma «innocente» là è preso nel senso di «impunito», per metonimia. Ora il significato è, come a dire: Dio punirà severamente, sia in questa vita sia nella prossima, chi pronuncia il nome di Dio invano; è una litote, frequente presso gli Ebrei.

Nota: Dio annette una punizione a questo secondo comandamento, così come al primo, o per la gravità della materia comandata, o per frenare l'inclinazione degli Ebrei a violarlo.

Così Dio punì Israele con una carestia di tre anni a causa dello spergiuro di Saul, il quale, contro il patto dato da Giosuè, uccise i Gabaoniti: per cui i discendenti di Saul furono consegnati a loro e da essi crocifissi; e così la piaga cessò, 2 Re XXI. Parimenti, a causa dello spergiuro del re Sedecia, Gerusalemme e tutta la Giudea furono distrutte, 4 Re XXIV e XXV, ed Ezechiele XVII. Inoltre, Dio comandò che il bestemmiatore fosse lapidato, Levitico XXIV. Si noti anche la punizione del bestemmiatore Sennacherib, 4 Re XIX. Anche Paolo consegnò i bestemmiatori a Satana, 1 Timoteo I.


Versetto 12: Osserva il giorno del sabato

Versetto 12. OSSERVA IL GIORNO DEL SABATO, PER SANTIFICARLO. — Qui, come anche in Esodo XX, è dato il comandamento completo sull'osservanza del sabato, il cui preludio e inizio precedettero nella manna, Esodo XVI, 23, anzi nella creazione del mondo.

Nota: Questo comandamento, in quanto comanda che un giorno e un certo tempo siano dedicati al culto pubblico ed esterno di Dio, è morale e naturale: poiché la legge di natura detta che ciò deve essere fatto; ma in quanto determina il settimo giorno, o sabato, per questo scopo, e comanda il riposo in esso, è cerimoniale, e perciò ormai abolito nella nuova legge. Così San Tommaso, II-II, Questione 122, articolo 4, risposta alla 1.

Nota secondo: Il sabato, cioè il riposo di Dio, nel quale Dio cessò dall'opera della creazione il settimo giorno del mondo, era un sacramento e la causa legale e cerimoniale di questa festa del sabato. Questa festa era poi allegoricamente un tipo del sabato, cioè del riposo in cui Cristo riposò nel sepolcro in quello stesso giorno. Tropologicamente, era un tipo del nostro sabato, in cui dobbiamo cessare dai peccati. Anagogicamente, il sabato era un tipo e una causa del sabato e del riposo eterno in cielo, come insegna San Paolo, Ebrei IV, 3, poiché, come dice San Giovanni, Apocalisse XIV, 13: «D'ora in poi, dice lo Spirito, riposino dalle loro fatiche; poiché le loro opere li seguono».

PER SANTIFICARLO — come a dire: Osserva e celebra il sabato come qualcosa di santo e separato dagli altri giorni, dedicato al riposo e al ricordo dell'opera della creazione e degli altri benefici di Dio. Questa santificazione del sabato, dunque, che qui è direttamente comandata, non era altro che la cessazione da ogni lavoro, come è chiaro dal versetto 14 e da Esodo XX, 10; poiché osservando il sabato in questo modo, come Dio aveva comandato, gli Ebrei tacitamente professavano che Dio era il Creatore e il Datore di tutti i beni.

Chiederai, quale fu l'origine del sabato? La prima origine e causa dell'istituzione del sabato fu che gli uomini nel sabato riflettessero sull'opera della creazione e sul beneficio della natura stabilita da Dio e dell'universo creato. La seconda causa fu che gli Ebrei nel sabato celebrassero la memoria della loro laboriosa schiavitù in Egitto e della loro liberazione da essa: questa causa è data qui nel versetto 15. La terza causa fu che il sabato dedicato a Dio fosse un segno dell'elezione divina, con la quale Dio adottò Israele, sopra le altre nazioni, come suo popolo. La quarta causa fu che nel sabato si desse riposo dalle fatiche di tutta la settimana ai servi, alle serve e agli animali, affinché non fossero schiacciati da un lavoro eccessivo.

La causa simbolica è: poiché il numero sette è mistico, e la Sacra Scrittura lo usa grandemente; poiché significa il compimento completo di una cosa. Per cui il sabato era il settimo giorno: così il settimo anno era l'anno della libertà e del sabato della terra; sette settimane di giorni erano la Pentecoste, sette settimane di anni erano il Giubileo. Per questo il numero sette nella Scrittura significa pienezza e totalità, dice Sant'Agostino.

Nota: Il sabato era la più grande solennità sopra tutte le altre feste: per cui non era permesso preparare il cibo in esso, come abbiamo visto riguardo alla manna in Esodo XVI, 29; né accendere il fuoco, come è chiaro da Esodo XXXV, 3, cose che erano tuttavia permesse nelle altre feste.

Sul cambiamento del sabato nella domenica, nel quale il mondo fu ricreato da Cristo risorto, e sul culto della domenica dovuto dai cristiani, si veda San Tommaso nell'Opuscolo 7, dove tra le altre cose insegna che i fedeli nei giorni festivi devono astenersi sia dall'ozio sia dal lavoro servile. I fedeli dunque nei giorni festivi devono essere occupati: primo, in sacrifici sia interni sia esterni; secondo, nella gioia spirituale; terzo, nella mortificazione della carne e della concupiscenza; quarto, in opere di misericordia; quinto, nella lettura e nell'ascolto della parola di Dio e di altre cose pie.

Perciò peccano i fedeli che, dopo aver ascoltato la Messa e poi dandosi all'ozio, trascorrono tutto il giorno a carte o a dadi, o in danze indecenti, ubriachezza, banchetti e altri peccati e vanità.

Inoltre, Isaia capitolo LVIII descrive i frutti e le ricompense di coloro che osservano le feste: «Se tratterrai il tuo piede dal sabato, dal fare la tua volontà nel mio giorno santo, e chiamerai il sabato una delizia e il giorno santo del Signore glorioso, allora ti diletterai nel Signore», e: «Ti innalzerò sopra le alture della terra», e: «Ti nutrirò con l'eredità di Giacobbe tuo padre».


Versetto 14: Non farai in esso alcun lavoro

Versetto 14. NON FARAI IN ESSO ALCUN LAVORO — intendi «lavoro servile», come è espresso nel passo simile di Levitico XXIII, 28, e «non lavoro necessario»: poiché nel sabato potevano abbeverare i loro animali, tirarli fuori dai fossi, ecc., come Cristo insegna in Matteo XII, 3 e seguenti; parimenti guarire i malati, come fece Cristo. Poiché, come dice Tertulliano, libro 4 Contro Marcione, capitolo 12: «Un'opera di salvezza e di benessere non è opera dell'uomo, ma di Dio». Tanto meno è vietato qui il lavoro spirituale, come ogni atto pio e religioso. Poiché questi si addicono e adornano il sabato.

I Giudei osservavano e osservano tuttora superstiziosamente il sabato astenendosi da assolutamente ogni lavoro; per cui perseguitarono Cristo fino alla morte, perché guariva i malati di sabato.

E LO STRANIERO CHE È DENTRO LE TUE PORTE — come a dire: Un mercante, o qualsiasi altro straniero, anche incirconciso e gentile, quando è con voi, non violerà la festa pubblica del luogo, ma osserverà con voi il riposo del sabato. Così Gaetano e altri.


Versetto 16: Onora tuo padre e tua madre

Versetto 16. ONORA TUO PADRE E TUA MADRE. — «Onora», primo, amando; secondo, mostrando riverenza interna ed esterna; terzo, obbedendo; quarto, aiutando e assistendo: poiché l'onore comprende queste quattro cose, e queste sono dovute ai genitori. Per cui la Scrittura sotto il termine «onore» include anche doni e donazioni, come è chiaro da 1 Timoteo V, 3 e 17; e anche Cristo intende questo comandamento in questo modo, Matteo XV, 6, come nota lì San Girolamo.

AFFINCHÉ TU VIVA A LUNGO. — Per cui in Efesini VI, questo è chiamato il primo comandamento con una promessa; poiché è conveniente che i figli grati ai loro genitori per la vita ricevuta meritino la sua lunga conservazione. Si veda anche San Tommaso nell'Opuscolo 7, dove tra le altre cose dice che dopo Dio, si comanda immediatamente di onorare i genitori, a causa della somiglianza che portano con Dio; poiché, primo, danno ai figli la stabilità dell'essere; secondo, danno ai figli il nutrimento; terzo, l'istruzione, specialmente affinché temano il Signore e si astengano da ogni peccato.

L'Abulense nota che chi onora i propri genitori, anche se muore giovane, visse tuttavia a lungo, perché il tempo è la misura delle azioni, non dell'ozio; per cui Sapienza IV dice: «Reso perfetto in breve tempo, compì anni lunghi».


Versetto 17: Non ucciderai

Versetto 17. NON UCCIDERAI. — Questo proibisce l'uccisione di un essere umano, non di un animale bruto o di una pianta, come intendevano i Manichei. Si veda Sant'Agostino, libro 1 della Città di Dio, capitoli 20 e 21; ciò è chiaro dall'ebraico. Poiché la parola ratsach, cioè «ha ucciso», si applica soltanto a un essere umano; per cui meratsechim sono chiamati «omicidi».

Dio dunque qui proibisce l'uccisione ingiusta di un essere umano (quale è quella commessa per autorità privata, a meno che non sia fatta per la necessaria difesa di sé stessi o del proprio popolo), parimenti le percosse, le risse e l'ira, che tendono a ciò, e sono per così dire il cammino e l'inizio dell'omicidio.

Filone nota, nel suo libro Sul Decalogo, che Dio in un'assemblea di così tante migliaia di Ebrei si rivolge a ciascuno individualmente, non a tutti insieme; poiché dice: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai» (al singolare). E ciò per tre ragioni: primo, per insegnare a ciascuno che, quando obbedisce a Dio e alle leggi di Dio, è onorato quanto il popolo più numeroso; secondo, affinché ciascuno sia reso più obbediente alla legge, udendo che è detta a lui, non alla folla; terzo, per mostrare quanto Dio stimasse ciascuna persona, poiché invita ciascuno al banchetto dei suoi oracoli.


Versetto 18: Non commetterai adulterio

Versetto 18. NON COMMETTERAI ADULTERIO. — Dio qui proibisce ogni rapporto fuori dal matrimonio, e ogni abuso di quelle membra destinate alla procreazione, ossia la fornicazione, l'adulterio, l'incesto e i vizi affini a questi, come parole, sguardi, contatti e gesti indecenti. Poiché dalla parte più nota e notoria, cioè l'adulterio, intese che si comprendesse ogni genere di lussuria e tutte le sue specie. Così Sant'Agostino, Questione 71. Da questo passo, dunque, secondo l'opinione comune degli interpreti, è chiaro che la semplice fornicazione, che è tra un uomo non sposato e una donna non sposata, come anche ogni forma di lussuria fuori dal matrimonio, è proibita sia dal diritto naturale sia dal diritto divino.

San Tommaso nota che l'adultero e l'adultera violano: primo, la legge di natura; secondo, l'ordinamento di Dio; terzo, il Sacramento del matrimonio, e perciò commettono sacrilegio; quarto, sono traditori, perché si sottraggono ai loro mariti o alle loro mogli e si danno a estranei; quinto, sono ladri: perché fanno sì che i beni dei mariti o delle mogli pervengano a estranei, cioè ai figli dell'adultero.


Versetto 19: Non ruberai

Versetto 19. E NON RUBERAI. — Nello stesso modo, ogni appropriazione illecita della proprietà altrui è qui vietata, dice Sant'Agostino.


Versetto 20: Falsa testimonianza contro il tuo prossimo

Versetto 20. NON PRONUNCERAI FALSA TESTIMONIANZA CONTRO IL TUO PROSSIMO. — Dal crimine più principale della falsa testimonianza, intendi anche le offese minori ad essa connesse, cioè la detrazione, l'insulto, la derisione, la mormorazione e ogni altra offesa inflitta al prossimo con le parole, e in breve ogni abuso della lingua. Così San Tommaso, II-II, Questione 122, articolo 6.

Ascolta quanto grande peccato sia la detrazione. Primo, dalla Sacra Scrittura: Siracide X, 11: «Se il serpente morde in silenzio, nulla di meno ha chi detrae in segreto». Proverbi XXIV, 9: «Il detrattore è abominio per gli uomini». Romani I, 30: «Detrattori odiosi a Dio». Secondo, dai Dottori e dai Padri che insegnano che la detrazione è peccato più grave del furto e della rapina: poiché toglie la reputazione, che è più preziosa dell'oro. San Girolamo sul Salmo 100 dice che è peggio della fornicazione. San Pietro, citato da Clemente, la equipara all'omicidio; poiché molti preferiscono perdere la vita piuttosto che la reputazione. San Giovanni Crisostomo, Omelia 3 al Popolo: «Detraendo,» dice, «hai mangiato la carne del tuo fratello, hai morso la carne del tuo prossimo». San Bernardo dice che la lingua detrattrice è una vipera e una lancia a tre punte, che con un solo colpo trafigge tre: chi parla, chi ascolta e chi è oggetto di detrazione.


Versetto 21: Non desidererai la moglie del tuo prossimo

Versetto 21. NON DESIDERERAI LA MOGLIE DEL TUO PROSSIMO. — Nota: La concupiscenza è vietata con un comandamento speciale, perché la maggior parte degli uomini riteneva che il sesto comandamento, «Non commetterai adulterio», e il settimo, «Non ruberai», vietassero soltanto l'atto esterno, e che l'atto interno non fosse né vietato né da evitare. Ma Cristo corregge ciò in Matteo V, 23 e 29. Soltanto la concupiscenza volontaria, o il consenso della volontà ai piaceri illeciti, è qui vietata.

Gli eretici, Lutero e Calvino, sono all'estremo opposto; poiché ritengono che ciò che è vietato qui sia la concupiscenza che rimane dal peccato originale, cioè i moti disordinati dell'appetito sensitivo che precedono la ragione e il libero consenso della volontà. Ma ciò è falso, e soltanto la concupiscenza volontaria è qui vietata.

NÉ LA SUA CASA, NÉ IL SUO CAMPO. — Dopo il desiderio della moglie altrui, vietato dal nono comandamento, questo decimo vieta il desiderio della proprietà altrui: poiché questi devono essere distinti. Qui dunque è conservato l'ordine corretto dei comandamenti, che in Esodo XX, 16 non è conservato, tranne che nei Settanta.

Moralmente, San Tommaso, Opuscolo 7: «La concupiscenza,» dice, «è vietata, primo, per la sua infinità; poiché la concupiscenza è qualcosa di infinito. Ma ogni uomo saggio deve tendere a un fine. L'avaro non sarà saziato dal denaro (Ecclesiaste V). E la ragione per cui la concupiscenza non è mai soddisfatta è che il cuore dell'uomo è stato fatto per ricevere Dio. Per cui Agostino: Ci hai fatti, Signore, per Te; e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te. Secondo, perché toglie la quiete. Poiché gli avidi sono sempre ansiosi di acquistare ciò che non hanno e di conservare ciò che hanno. Terzo, perché rende le ricchezze inutili. Quarto, perché toglie l'equità della giustizia. Quinto, perché uccide la carità di Dio e del prossimo. Sesto, perché produce ogni iniquità: poiché è la radice di tutti i mali».

Inoltre, continua su come si vince la concupiscenza: «Si vince in quattro modi: primo, fuggendo le occasioni esterne, come le cattive compagnie. Secondo, non dando ingresso ai pensieri. Terzo, perseverando nelle preghiere. Quarto, applicandosi a occupazioni lecite. Molta malvagità ha insegnato l'ozio (Siracide XXXIII). San Girolamo: Fa' sempre qualcosa di buono, affinché il diavolo ti trovi occupato; ma tra tutte le occupazioni, lo studio delle Scritture è il migliore. Girolamo a Paolino: Ama la conoscenza delle Scritture, e non amerai i vizi della carne».

Questi dunque sono i dieci comandamenti, con i quali, dice Sant'Agostino, come con dieci corde, si vincono dieci bestie, cioè vizi; percuoti la prima corda, cioè il primo comandamento, e cade la bestia della superstizione; percuoti la seconda, e cade la bestia dello spergiuro e delle eresie abominevoli; percuoti la terza, e cade la bestia dell'amore mondano; percuoti la quarta, e cade la bestia dell'empietà; percuoti la quinta, e cade la bestia della crudeltà; percuoti la sesta, e cade la bestia della lussuria; percuoti la settima, e cade la bestia della rapacità; percuoti l'ottava, e cade la bestia della falsità; percuoti la nona, e cade la bestia del pensiero adultero; percuoti la decima, e cade la bestia della cupidigia.


Versetto 26: Che cos'è ogni carne, perché oda la voce di Dio

Versetto 26. CHE COS'È OGNI CARNE, PERCHÉ ODA LA VOCE DEL DIO VIVENTE, ECC., E POSSA VIVERE? — Come a dire: Ogni uomo è nulla e senza forza, tale da poter udire e sopportare una presenza e una voce di Dio così terribile, senza cadere immediatamente in un deliquio dell'anima e della vita, a meno che non fosse per così dire miracolosamente fortificato e preservato da Dio. Così Daniele, capitolo X, dice all'angelo: «Signore, alla tua visione si sono sciolte le mie giunture, e nessuna forza è rimasta in me». Poiché sotto quella legge antica, che era di timore e di servi, Dio, o piuttosto l'angelo in luogo di Dio, si mostrava terribile e maestoso anche ai Santi, e li colpiva di terrore. Per cui i genitori di Sansone, per quell'opinione comune concepita dagli uomini di quell'epoca, pensarono che sarebbero morti perché avevano visto il Signore, Giudici capitolo XIII, versetto 22. Si veda la discussione in Esodo XXXIII, 20.


Versetto 31: Fermati qui con me

Versetto 31. MA TU, FERMATI QUI CON ME. — Poiché Mosè, mentre Dio proclamava il Decalogo, stava a una certa distanza dal popolo, sulla salita del monte Sinai: di là gli fu comandato da Dio di discendere verso il popolo, per ordinargli di tornare all'accampamento; il che fatto, salì di nuovo alla cima e alla caligine del Sinai, e rimanendo là per quaranta giorni e quaranta notti, udì da Dio gli altri comandamenti, giudiziali e cerimoniali, che doveva insegnare al popolo, e là ricevette da Dio, cioè dall'angelo di Dio, le tavole di pietra iscritte con il Decalogo.

Versetto 32. NON DEVIERETE NÉ A DESTRA NÉ A SINISTRA — perché l'osservanza delle leggi è e si chiama la via verso Dio, verso il cielo e verso la beatitudine; per cui la Scrittura le attribuisce una destra e una sinistra.