Cornelius a Lapide

Deuteronomio XXIV


Indice


Sinossi del Capitolo

È permesso il libello di ripudio. In secondo luogo, al versetto 6, vengono sancite varie leggi riguardanti i pegni e i sussidi per i poveri.


Testo della Vulgata: Deuteronomio 24,1-22

1. Se un uomo prende una moglie, e l'ha avuta, ed ella non trova grazia ai suoi occhi per qualche indecenza, egli scriverà un libello di ripudio, e glielo darà in mano, e la manderà via dalla sua casa. 2. E quando ella, uscita, avrà sposato un altro marito, 3. e anche questi la odia, e le dà un libello di ripudio, e la manda via dalla sua casa, o anche muore; 4. il primo marito non potrà riprenderla come moglie; perché è contaminata ed è divenuta abominevole davanti al Signore; affinché tu non faccia peccare la tua terra, che il Signore tuo Dio ti ha dato in possesso. 5. Quando un uomo ha preso da poco una moglie, non uscirà in guerra, né gli sarà imposta alcuna necessità pubblica, ma resterà libero senza colpa nella sua casa, affinché per un anno si rallegri con la sua moglie. 6. Non prenderai in pegno la macina inferiore e la superiore: perché egli ti ha dato in pegno la sua vita. 7. Se si troverà un uomo che rapisce uno dei suoi fratelli dei figli d'Israele, e venduto quello ne riceve il prezzo, sarà messo a morte, e tu toglierai il male di mezzo a te. 8. Osserva diligentemente che tu non incorra nella piaga della lebbra, ma farai tutto ciò che ti insegneranno i sacerdoti della stirpe levitica, secondo quanto ho loro comandato, e adempilo con sollecitudine. 9. Ricordatevi di ciò che il Signore vostro Dio fece a Maria per via, quando uscivate dall'Egitto. 10. Quando richiederai dal tuo prossimo qualche cosa che ti deve, non entrerai nella sua casa per portar via il pegno: 11. ma starai fuori, ed egli ti porterà ciò che avrà. 12. Se invece è povero, il pegno non pernotterà presso di te; 13. ma lo restituirai subito prima del tramonto del sole, affinché dormendo nel suo mantello ti benedica, e tu abbia giustizia davanti al Signore tuo Dio. 14. Non negherai la mercede dell'indigente e del povero tuo fratello, o del forestiero che dimora con te nel paese e dentro le tue porte: 15. ma lo stesso giorno gli darai il prezzo del suo lavoro prima del tramonto del sole, perché è povero e da quello sostenta la sua vita: affinché non gridi contro di te al Signore, e ti sia imputato a peccato. 16. I padri non saranno messi a morte per i figli, né i figli per i padri, ma ciascuno morirà per il proprio peccato. 17. Non perverterai il giudizio del forestiero e dell'orfano, né prenderai in pegno la veste della vedova. 18. Ricordati che sei stato schiavo in Egitto, e il Signore tuo Dio ti ha liberato di là. Perciò ti comando di fare questa cosa: 19. Quando mieterai la messe nel tuo campo e avrai dimenticato un covone, non tornerai indietro per prenderlo; ma lascerai che lo prendano il forestiero, l'orfano e la vedova, affinché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni opera delle tue mani. 20. Se raccoglierai i frutti dei tuoi ulivi, ciò che resterà sugli alberi non tornerai a raccogliere: ma lo lascerai al forestiero, all'orfano e alla vedova. 21. Se vendemmierai la tua vigna, non coglierai i grappoli che rimangono; ma saranno a uso del forestiero, dell'orfano e della vedova. 22. Ricordati che anche tu sei stato schiavo in Egitto, e perciò ti comando di fare questa cosa.


Versetto 1: Il libello di ripudio

1. SE UN UOMO PRENDE UNA MOGLIE, ED ELLA NON TROVA GRAZIA AI SUOI OCCHI PER QUALCHE INDECENZA, EGLI SCRIVERÀ UN LIBELLO DI RIPUDIO. Per «indecenza» l'ebraico ha eruat, cioè nudità; donde Tertulliano, libro IV Contro Marcione, capitolo 34, legge: Se in lei si trovi qualche cosa impudica, e da ciò conclude che il ripudio era lecito ai Giudei solo a motivo della fornicazione della moglie. La stessa cosa ritiene il Burgense nel capitolo 19 di Matteo.

Ma Origene, Crisostomo e comunemente gli interpreti qui e in Matteo 19,7, per «indecenza» intendono non solo la fornicazione, ma anche altre forme di turpitudine, sia dell'animo che del corpo, e insegnano che il ripudio era lecito per questi motivi, e la parola «qualche» lo indica a sufficienza; e l'ebraico, che ha: l'indecenza di qualche cosa. Infatti in ebraico eruat, cioè nudità, è preso per metalessi e per catacresi per qualsiasi forma di indecenza, o qualsiasi cosa vergognosa e turpe: poiché la nudità è cosa assai vergognosa e turpe. Tale turpitudine, dunque, o indecenza, per la quale era lecito il ripudio della moglie, era, ad esempio, la lebbra, la sterilità, il maleficio, le liti perpetue, l'ubriachezza e altri vizi incorreggibili. Poiché nel caso della fornicazione, o piuttosto dell'adulterio, sembra che vi fosse a stento luogo per il ripudio; infatti, se il delitto era provato, l'adultera veniva lapidata, come appare dal Levitico 20,10; se invece era sospettata del crimine, veniva smascherata dalle acque di gelosia, che era costretta a bere, come appare dai Numeri 5,27.

Si noti tuttavia: i Giudei non potevano, per una causa qualsiasi o per una piccola mancanza, dare il libello di ripudio: questo è infatti ciò che Malachia, al capitolo 2, versetto 16, riprendendo coloro che, attratti dalla bellezza delle donne straniere, ripudiavano le loro mogli ebree, dice: «Se la odii, mandala via; tuttavia l'iniquità coprirà la sua veste», cioè il suo corpo, che è come la veste dell'anima, dice San Girolamo — come a dire: se per questo motivo, cioè perché non è abbastanza bella, odii e ripudi la tua moglie, peccherai, e la pena di questo peccato sarà fatta derivare da Dio sul tuo corpo. Allora dunque peccava colui che ripudiava, ma non la ripudiata, poiché essa era costretta a partire.

EGLI SCRIVERÀ UN LIBELLO DI RIPUDIO. Di qui sembra più probabile l'opinione di coloro che insegnano che il ripudio fu permesso ai Giudei in modo tale che, dispensandoli Dio in questa materia, coloro che ripudiavano le loro mogli non peccavano. Inoltre, per mezzo di questo ripudio il vincolo del matrimonio veniva sciolto, così che colui che ripudiava poteva sposarne un'altra, e la ripudiata poteva sposare un altro uomo (sebbene altri sentano diversamente, dal fatto che nel versetto 4 una tale ripudiata è chiamata contaminata e abominevole, riguardo a cui si veda il versetto 4). Poiché in primo luogo, qui viene prescritto il modo e il rito del ripudio; e per il fatto stesso che a una donna una volta ripudiata è vietato ritornare al marito che l'aveva ripudiata, viene sufficientemente sottinteso che essa può sposare un altro uomo: donde di fatto la maggior parte ne sposava un altro. Questo infatti significa ciò che si dice al versetto 2: «E quando ella, uscita, avrà sposato un altro marito»; dunque il primo matrimonio era già stato sciolto dal ripudio. Altrimenti quell'antica legge avrebbe permesso adultèri pubblici e continui; tali infatti sarebbero state tutte le unioni delle ripudiate con nuovi mariti, se il primo matrimonio, contratto un tempo con il marito che ripudiava, non fosse stato sciolto dal ripudio; e di conseguenza i figli nati da esse sarebbero stati adulterini e illegittimi, e così le eredità di molti sarebbero devolute a figli illegittimi.

In secondo luogo, perché altrimenti la condizione delle donne sarebbe stata troppo iniqua, le quali venivano spesso ripudiate senza alcuna loro colpa, se poi avessero dovuto vivere nel celibato, e non avessero potuto sposarsi senza peccato. Ciò è confermato, perché nell'Esodo 21,4, è stabilito che nel settimo anno lo schiavo esca libero, mentre la moglie con i figli rimanga serva presso il padrone: dunque o questa moglie poteva sposare un altro, e così il vincolo del primo matrimonio era già sciolto; oppure non poteva, e così contro la sua volontà avrebbe dovuto rimanere continente per tutta la vita, il che sembra troppo duro sotto quella legge. Similmente in Deuteronomio 21,14, se qualche Ebreo avesse preso come moglie una donna catturata in guerra, ed essa in seguito gli fosse divenuta sgradita, la legge gli permette di ripudiarla e comanda che il matrimonio sia sciolto, dice Teodoreto, Questione 19, così tuttavia che essa ottenga la libertà come ricompensa dell'unione.

In terzo luogo, perché in ebraico si dice: scriva un documento di recisione; dunque per mezzo di esso veniva reciso il vincolo del matrimonio: questa permissione, dunque, non era una mera dissimulazione del castigo e la sola impunità, ma rendeva anche lecita la cosa permessa, cioè il ripudio. Così ritengono l'Abulense, il Burgense, Gaetano, Oleaster e moltissimi altri che Sánchez cita e segue, Tomo III Sul Matrimonio, libro X, disputazione 1. Diversamente era per l'usura; questa infatti, al capitolo 23, versetto 19, riguardo agli stranieri, è semplicemente permessa ai Giudei, così cioè che tali usurai non potessero essere puniti da un giudice, né l'usura essere loro richiesta indietro.

Dirai: Cristo, in Matteo 19,8, dice che Mosè, a causa della durezza di cuore dei Giudei, permise loro il ripudio; dunque questa fu una semplice permissione, che solo non punisce coloro che ripudiano.

Rispondo che questa durezza fu la causa per cui Dio concesse il ripudio, cioè affinché i Giudei non uccidessero le loro mogli, che non potevano ripudiare. Questa concessione, tuttavia, rendeva il ripudio lecito; perché Dio, a causa della durezza dei Giudei, dispensava con loro nella legge del matrimonio, e veniva in soccorso della loro debolezza (è infatti proprio di un buon principe adattare le sue leggi al carattere e all'indole del popolo), tanto più che ciò avveniva per un mistero. Per mezzo di questo ripudio dei Giudei si significava infatti che Dio, avendo ripudiato la Sinagoga dei Giudei, avrebbe preso come sposa la Chiesa dei Gentili. E per questo motivo avvenne che i matrimoni dei Giudei non avessero natura di Sacramento, come hanno i matrimoni dei Cristiani, né significassero l'indivisibile unione di Cristo con la nostra natura e con la Chiesa, come, compiuta ormai l'incarnazione di Cristo, significano le nozze dei fedeli, le quali perciò sono del tutto indissolubili.

Si noti: questo diritto di ripudio apparteneva solo ai mariti, non alle mogli. Così Giuseppe Flavio, libro XV, capitolo XI, dove dice che Salome, sorella di Erode, contro la legge che permette il ripudio solo ai mariti, ripudiò il suo marito Costobaro: «La nostra legge infatti», dice, «concede il diritto di ripudio solo ai mariti; e alle donne, neppure a quelle congedate, è lecito sposarsi, se non con il permesso del primo marito.» La prima cosa, riguardo ai mariti, la legge la dichiara; la seconda, riguardo alle donne congedate, che esse non si sposino senza il permesso del marito, la legge non la dichiara; ma se ciò è vero, fu introdotta per consuetudine, con cui i mariti si usurparono questo diritto. Tuttavia le mogli potevano ottenere la separazione dal letto a motivo dell'adulterio del marito e per altre giuste cause. Poiché questo il diritto naturale lo permette ai Cristiani e a qualsiasi Gentile.

UN LIBELLO DI RIPUDIO. In ebraico è un libello di keritut, cioè di recisione o separazione. Si noti: questo documento è chiamato lettere di congedo: poiché così ancor oggi chiamiamo una supplica lettere supplici. Infatti l'ebraico sephar, cioè libro, significa qualsiasi tipo di lettere, un catalogo, una narrazione, un documento, ecc.

Gli Ebrei riferiscono, e da loro Vatablo, Oleaster e altri, che la formula del libello di ripudio era questa: «Io, Rabbi Simeone, figlio di Rabbi Abramo, figlio di Rabbi Davide, figlio di Rabbi Salomone, nel primo giorno del secondo mese, nell'anno 5296 dalla creazione del mondo, qui e in questa città, con il consenso del mio animo, e senza alcuna coercizione, ho ripudiato Rachele, figlia di Rabbi Mosè, figlio di Rabbi Giuseppe, figlio di Rabbi Giacobbe; e le ho dato in mano un libello di ripudio, un documento di separazione, e un sigillo di divisione, affinché sia allontanata da me, e vada dove vorrà, e nessuno possa proibirle, secondo le ordinanze di Mosè e d'Israele.»

La formula del libello di ripudio presso i Romani, come appare dal Diritto Civile, titolo Sui Divorzi, era questa: «Abbi cura delle tue cose, tieniti le tue cose»; e il ripudio doveva essere fatto davanti a un giudice in forma giudiziaria, come appare dallo stesso titolo. Ed è verosimile che anche i Giudei facessero così. Che anche i Medi e i Persiani usassero il ripudio appare da Ester 1,19, dove Assuero ripudia Vasti. Lo stesso riguardo ai Filistei appare da Giudici 15,2.

Ascolta il motivo per cui si scriveva questo documento da Sant'Agostino, libro XIX Contro Fausto, capitolo 26: «Dio», dice, «interpose questo indugio, affinché l'animo che si precipita nella separazione, trattenuto dalla stesura del documento, desistesse, e considerasse quanto fosse un male mandare via la moglie, specialmente perché gli scribi, il cui compito era scrivere le lettere, essendo uomini prudenti, erano dissuasori della separazione.» L'altro motivo era che la cosa si facesse legittimamente e giuridicamente, affinché colui che ripudiava non negasse poi il ripudio e riprendesse la ripudiata contro la legge. Inoltre, affinché si provvedesse alla ripudiata, e ella potesse contrarre nuove nozze. Per mezzo di questo documento, infatti, ella dimostrava a tutti di essere libera e sciolta dal primo marito e matrimonio; altrimenti la cosa sarebbe stata esposta ad adultèri e liti, come abbiamo visto accadere nei matrimoni clandestini.

Infine Cristo, Matteo 19,8 e seguenti, revoca assolutamente la dispensa di Dio nella legge del matrimonio, e toglie ogni diritto di ripudio, e riconduce lo stesso matrimonio alla sua natura, istituzione e indissolubilità primitiva; così che ora, dopo Cristo, il ripudio non è lecito né ai Cristiani, né ai Giudei, né ai Pagani, né ad alcun essere umano. Errano dunque Paolo Fagio e gli eretici che insegnano che il ripudio è ancora lecito ai Cristiani.


Versetto 4: Il primo marito non potrà riprenderla

4. IL PRIMO MARITO NON POTRÀ RIPRENDERLA COME MOGLIE, PERCHÉ (in ebraico: dopo che) ELLA È CONTAMINATA ED È DIVENUTA ABOMINEVOLE DAVANTI AL SIGNORE. Chiama contaminata la ripudiata, non perché abbia commesso un peccato contraendo un secondo matrimonio: altrimenti le si dovrebbe vietare di sposare ulteriormente un terzo; ma perché era stata conosciuta da un altro, cioè dal secondo marito, e contaminata dal suo seme, e perciò non le era lecito tornare al primo marito, perché rispetto a lui era abominevole — o, come ha l'ebraico, perché questo è un'abominazione davanti al Signore. Cioè, il ritorno al marito che l'aveva ripudiata è abominevole e del tutto vietato da Dio, sia perché questo ritorno circolare dei matrimoni porta con sé l'apparenza di un rapporto adulterino, e sembra che il ripudio sia stato soltanto simulato e dissimulato; sia perché altrimenti sarebbe stato dato un accesso più facile alle separazioni e ai ripudi, se dopo un secondo matrimonio fosse stato lecito tornare al primo; ma così come stanno le cose, il marito ripudiava più di malavoglia la moglie, sapendo di non poterla mai riprendere. Così Gaetano e Oleaster.

AFFINCHÉ TU NON FACCIA PECCARE LA TUA TERRA — affinché tu non contamini la tua terra. Così i Settanta, come a dire: affinché la terra non sia contaminata dal peccato di disobbedienza contro questa legge, e affinché Dio non imputi ad essa questo peccato e la punisca; perché evidentemente il primo marito, riprendendo contro la legge una moglie, una volta ripudiata da lui e contaminata dal seme di un altro, e perciò divenutagli abominevole, rendeva sé stesso contaminato, abominevole e infame, e tale era considerato da tutti; con quale atto la terra stessa veniva in certo modo contaminata, perché tollerava che su di essa si commettesse una cosa turpe e vergognosa. Così nella Genesi 38,7, Er e Onan contaminavano la terra su cui spargevano il loro seme, e di conseguenza la rendevano soggetta alla punizione divina, cioè alla sterilità, alle locuste, ai bruchi, alla fame, alla peste, ecc., per la malvagità dei suoi abitanti. Così l'Abulense e Gaetano. Vedi quanto detto al Levitico 18,28.


Versetto 6: La macina come pegno

6. NON PRENDERAI IN PEGNO LA MACINA INFERIORE E LA SUPERIORE (la macina, cioè la pietra molare, o entrambe, o l'una o l'altra, così che non possa macinare. In ebraico la macina inferiore è chiamata rechaim, perché respira e soffia, per così dire, la farina da essa macinata; infatti ruach significa respirare; donde ruach è spirito. La macina superiore è chiamata recheb, perché cavalca, per così dire, sull'inferiore; ne aggiunge il motivo): PERCHÉ EGLI TI HA DATO IN PEGNO LA SUA VITA — cioè, come hanno l'ebraico e i Settanta, perché dà la sua vita in pegno. Poiché, come traduce il Caldeo, con queste macine si prepara il cibo per ogni anima, come a dire: quando prendi in pegno le macine, prendi la vita del mugnaio e di altri: poiché con questo mulino il mugnaio vive, e si procura il sostentamento, e fornisce farina e nutrimento a molti altri.

Tropologicamente San Gregorio, libro XXXIII dei Morali, 16, e da lui Ruperto e Rabano: il pegno del debitore è la confessione del peccatore; la macina superiore è la speranza, l'inferiore è il timore. Queste dunque sono proibite di essere prese in pegno: perché colui che predica a un peccatore deve comporre la sua predicazione con tale equilibrio da non togliere il timore abbandonando la speranza, né abbandonare la speranza lasciando il peccatore nel solo timore.


Versetto 7: Il plagio

7. SOLLECITANDO IL SUO FRATELLO — cioè affinché il fratello, cioè il prossimo, si sottometta a lui e lo segua presso gli stranieri, ai quali possa venderlo. Donde l'ebraico, il Caldeo e i Settanta per «sollecitando» hanno «rubando», cioè plagiando; poiché il plagio è il furto di un uomo, con cui cioè una persona è trascinata in schiavitù o venduta, il che è un peccato enorme e un'ingiustizia, e perciò qui viene punito con la morte.


Versetto 8: La piaga della lebbra

8. OSSERVA DILIGENTEMENTE CHE TU NON INCORRA NELLA PIAGA DELLA LEBBRA. Così anche il Caldeo traduce: osserva, dice, diligentemente di non cadere nella piaga della lebbra, affinché ti custodisca bene, e faccia secondo tutto ciò che ti insegneranno i sacerdoti — come a dire: osserverai e ti custodirai in modo da non incorrere nella lebbra, se farai ciò che ti insegnano i sacerdoti; se invece sarai ribelle ad essi, temi di essere colpito dalla lebbra, come Maria fu colpita perché aveva mormorato contro Mosè. Di qui appare che la lebbra era un flagello che Dio mandava su coloro che si ribellavano e disprezzavano i loro superiori, specialmente quelli ecclesiastici. Di qui anche il re Ozia, volendo bruciare l'incenso contro la volontà dei sacerdoti, fu colpito dalla lebbra, 4 Re 15,5. Vedi quanto detto nel Levitico 13, all'inizio del capitolo.


Versetto 10: La presa dei pegni

10. NON ENTRERAI NELLA SUA (del prossimo) CASA PER PORTAR VIA UN PEGNO — cioè, affinché, entrando nella sua casa, tu non porti via in pegno qualcosa di necessario o di molto utile al prossimo; permetti dunque che il tuo prossimo porti spontaneamente a te in pegno ciò che vorrà, e di cui potrà meglio fare a meno.


Versetto 12: Il pegno del povero

12. SE INVECE È POVERO, IL PEGNO NON PERNOTTERÀ PRESSO DI TE. Qui si comanda ai ricchi, quando abbiano ricevuto da un povero in pegno una veste o qualche altra cosa necessaria, di rimandargli a casa ogni sera questo pegno, affinché di notte si riscaldi con la sua veste e usi della sua cosa; ma la mattina ogni giorno è loro permesso di riceverlo di nuovo in pegno, affinché in questo modo il povero sia stimolato a pagare presto ciò che deve loro.


Versetto 13: Giustizia davanti al Signore

13. AFFINCHÉ TU ABBIA GIUSTIZIA DAVANTI AL SIGNORE TUO DIO — «giustizia», cioè misericordia: così i Settanta, cioè il merito e il premio della misericordia. Così in Daniele 4,24, dove noi abbiamo: «Redimi i tuoi peccati con le elemosine», il Caldeo, che in quel libro è l'originale, ha: Redimi i tuoi peccati con la giustizia. Onde anche talvolta il nostro interprete prende la giustizia per la misericordia, come in Proverbi 11,4: «La giustizia (cioè l'elemosina) libera dalla morte»; perché era preceduto da: «Le ricchezze (avaramente accumulate) non gioveranno nel giorno della vendetta»; e Salmo 111,9, che cita l'Apostolo, 2 Corinzi 9,9: «Ha sparso, ha dato ai poveri; la sua giustizia (cioè l'elemosina) dura in eterno.» Dunque la misericordia è chiamata giustizia, perché la misericordia è la virtù propria dei giusti e dei santi, e la stessa persona è sia santa che misericordiosa. Onde anche il santo in ebraico è chiamato chasid, cioè pio; al contrario, «le viscere degli empi sono crudeli», come si dice in Proverbi 12,10. Vedi quanto detto in 2 Corinzi 9,9.


Versetti 14-15: La mercede dell'indigente

14 e 15. NON NEGHERAI LA MERCEDE DELL'INDIGENTE, ecc. MA LO STESSO GIORNO GLI DARAI IL PREZZO DEL SUO LAVORO, ecc., PERCHÉ È POVERO E DA QUELLO SOSTENTA LA SUA VITA. La mercede qui si comanda di essere pagata ai poveri nello stesso giorno in cui hanno lavorato, prima del tramonto del sole; perché da essa devono vivere di giorno in giorno e nutrire la loro famiglia.


Versetto 16: I padri non saranno messi a morte per i figli

16. I PADRI NON SARANNO MESSI A MORTE PER I FIGLI. Lirano ritiene che la pena, non solo del danno ma anche del senso, cioè i tormenti e la morte, possa essere inflitta ai figli per i peccati dei genitori, e ciò non solo da Dio ma anche dagli uomini, cioè dai giudici e dai principi. Ma ciò contraddice questo versetto, e Gabriele Vásquez lo confuta giustamente, I-II, Questione 83, articolo 4, disputazione 135, capitolo 3.


Versetto 19: La spigolatura per i poveri

19. QUANDO MIETERAI LA MESSE NEL TUO CAMPO E AVRAI DIMENTICATO UN COVONE, NON TORNERAI INDIETRO PER PRENDERLO. La spigolatura e la racimolatura dopo la vendemmia sono qui e nel Levitico 19,9 comandate di essere lasciate ai poveri; lo stesso è stabilito riguardo ai frutti, cioè ai prodotti, degli ulivi, che restano sugli alberi dopo la raccolta. Questi dunque sono precetti di misericordia, non di giustizia.

Nota in questo capitolo come Dio sia il tutore e il vendicatore dei poveri, e come voglia che essi siano aiutati e non danneggiati: «Affinché non gridi», dice il versetto 15, «contro di te al Signore, e ti sia imputato a peccato.» Un esempio celebre, divulgato dalle bocche di tutti, esiste in Olanda: la moglie del conte d'Olanda, respingendo una povera mendicante e accusandola di adulterio perché aveva una prole così numerosa, fu da lei maledetta, affinché partorisse tanti figli quanti sono i giorni dell'anno. Dio esaudì la maledizione e fece sì che la moglie del conte in un solo parto partorisse 365 figli, i quali furono tutti battezzati e poco dopo il battesimo morirono. Esiste una pittura di questo prodigio in un monastero di vergini tra Leida e L'Aia. Crantzio racconta nella Storia di Vandalia e negli annali di Brunswick per l'anno del Signore 1313 che esattamente la stessa cosa accadde a Margherita, moglie del conte di Holstein. Se questo prodigio sia lo stesso del precedente, così che siano stati ingannati dai nomi dal suono simile di Holstein e d'Olanda, non me ne preoccupo, purché non dubitiamo che la cosa sia verissima.